TELEVISIONE
SULLE STRADE DELLA FICTION. LE SERIE POLIZIESCHE
AMERICANE NELLA STORIA DELLA TELEVISIONE
Mettere in primo piano: è
quanto si impegna a fare la rivista online Close-up, che
all’indirizzo
www.close-up.it propone una
vasta gamma di informazioni che vanno dalla programmazione
cinematografica a quella teatrale, passando per la
televisione e il mercato discografico. Non mancano
attente recensioni dei più recenti prodotti editoriali,
musicali e cinematografici. Proponiamo l’analisi del libro
di Roberto Pastore “Sulle strade della fiction”
Fabiana Proietti
Lascia
perplessi il titolo del certosino saggio di Roberto Pastore
per Lindau. Appare infatti contraddittoria l’associazione
“fiction” con “serie poliziesca”. E anche se l’autore nel
primo, introduttivo, capitolo al mondo della serialità
statunitense spiega con dovizia di particolari le diverse
suddivisioni delle produzioni televisive, da quella
narrativa tra series, serial, miniseries
e tv movie al dedalo di sottogeneri che replica
quelli cinematografici, l’accostamento al termine generico
di fiction non ci convince ancora, soprattutto per
l’accezione che di fatto la parola ha assunto nel panorama
italiano, assai lontano, per intenti e modalità
narrativo-produttive, dal mondo televisivo americano.
Fatta eccezione per questo appunto, il libro si presenta
particolarmente accurato dal punto di vista filologico, con
una struttura ben delineata in cui Pastore sceglie prima di
tutto di descrivere i caratteri della serialità
statunitense, puntualizzando alcuni preliminari elementi
necessari alla comprensione del fenomeno, e spesso confusi
nel linguaggio comune.
Dal secondo capitolo, “Le serie poliziesche negli anni ’50 e
’60”, il proposito dell’autore si chiarisce del tutto :
l’obiettivo di Sulle strade della fiction non è
quello di lanciarsi in analisi tematiche, stilistiche o
sociologiche su un nucleo di serie poliziesche. Si tratta
piuttosto di una sorta di guida che, pur allontanandosi
dalla critica in pillole del dizionario, tenta di orientare
il lettore
all’interno di un mondo che ha radici anche remote –
relativamente, questo è ovvio, alla giovane età della
serialità televisiva – di cui diviene interessante
scandagliare quell’albero genealogico che ha portato agli
exploit dell’ultima, illuminante stagione del poliziesco
statunitense, capaci di attrarre verso il mondo televisivo
anche gli appassionati del grande schermo.
Il
viaggio, insomma, per arrivare alle serie di un nume
tutelare del poliziesco come Jerry Bruckheimer è assai lungo
e travagliato. Pastore, che forte di una laurea in Scienze
Politiche si mostra ferrato nel descrivere le dinamiche
economico-produttive in gioco dietro lo show serale delle
emittenti americane, parte dai lontani anni Quaranta, in cui
le ombre espressioniste del noir cinematografico finivano
col riversarsi anche sul piccolo schermo, con serie che
recuperavano gli stilemi hard boiled da Grande
sonno o Mistero del falco, contando su titoli
suggestivi come Mysteries of Chinatown o il
programmatico Private Eye.
Passando attraverso gli “Investigatori antieroi” (Cap. 3)
come il crepuscolare ma anche ironico Colombo e “I
poliziotti delle metropoli”(Cap. 4) che va a cogliere la
dimensione essenziale del genere poliziesco, Pastore
sottolinea i passaggi chiave nell’evoluzione del genere,
capace di ospitare al suo interno anche bizzarri ibridi
baciati dal successo : tra questi, nella schiera dei
detective edonisti compaiono le tre fanciulle di
Charlie’s Angels, fenomeno di costume in cui le logiche
dell’indagine poliziesca venivano immancabilmente
sacrificate all’appeal della loro immagine.
Da
Kojak a Starsky e Hutch, che intrecciano le loro avventure
con i panorami di metropoli in pieno mutamento, si arriva a
“Gli anni 80 : la metamorfosi”, in cui viene giustamente
sottolineato come il decennio costituisca per la serialità
americana, e il poliziesco in particolare, una nuova
frontiera, in cui personalità rilevanti intervengono nella
creazione di serial realizzando prodotti assolutamente
innovativi, fondativi per una nuova estetica televisiva. È
questo il caso di Michael Mann e del suo Miami Vice,
la cui immagine viene giustamente riportata sulla copertina
del saggio, a testimonianza di quanto le avventure di Sonny
Crockett e Rico Tubbs abbiano rivoluzionato il mondo seriale
alla luce di quella che Pastore definisce “estetica
neobarocca”.
Non potendo purtroppo citare tutti i titoli – l’indice delle
serie menzionate è assai ampio, così come la bibliografia,
molto accurata – è però giusto sottolineare come il saggio
di Roberto Pastore si estenda sino ai giorni nostri, con
interessanti intuizioni sul panorama attuale del poliziesco
volte a recuperare persino serie poco valutate come Blind
Justice, inserendole in una appropriata riflessione
sulla decadenza dei valori positivi, che vedono molte serie
porre al centro delle proprie trame degli antieroi,
personaggi moralmente discutibili eletti al posto dei vecchi
eroi positivi, che si configura indubbiamente come uno dei
dati più interessanti del nuovo detective drama.
Pur non entrando nel vivo dei singoli prodotti, ed è un
peccato che non ne abbia la possibilità perché lo sguardo
dell’autore sulla materia trattata ci sembra arguto,
Sulle strade della fiction si configura come un ottimo
testo per chi voglia immergersi nella storia della serialità
poliziesca e cerchi una guida capace di fondere acute
osservazioni di carattere estetico-narrativo con il dato
storico-filologico.
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RENATA
TEBALDI
Preferisco attendere
fino alla morte piuttosto che affrontare una
delusione. Che c’è di più bello
dell’attesa di qualcosa che forse
ci verrà incontro fra un anno, un’ora, un
minuto?
(Da “ Renata
Tebaldi, la voce d’angelo”,
2005)
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