SOCIETÀ
SE LA MORTE DIVENTA UN’ABITUDINE
I mezzi di comunicazione
mostrano, sempre più spesso, le immagini sconcertanti di
inondazioni, terremoti, incendi, guerre nella completa
indifferenza di chi le guarda
Domenico Mazzullo*
Viviamo
in un’epoca e in un mondo in cui ci si abitua a tutto e
forse proprio alla sua straordinaria capacità di
abituarsi, la nostra specie umana deve la propria
sopravvivenza, a dispetto e nonostante tutto e tutti, anche
se stessa.
Siamo stati creati, oppure ci siamo evoluti da specie
diverse, secondo due ipotesi contrastanti, e i nostri
progenitori, i nostri avi vivevano nelle caverne o sulle
palafitte, cacciavano e si procuravano il cibo con strumenti
rudimentali, mangiavano carne cruda e si coprivano di pelli
e in pochi secoli le nostre abitudini e i nostri stili di
vita sono mutati enormemente, in maniera impensabile ed
inimmaginabile.
Ma
noi siamo rimasti, sostanzialmente, gli stessi. Salvo poche,
piccole, superficiali, epidermiche differenze, l’uomo,
l’essere umano è rimasto eguale, identico a se stesso, fuori
e soprattutto dentro, nel proprio intimo, nella propria
essenza, nella propria psiche.
E
proprio quella stessa psiche è costruita, è strutturata in
modo e maniera che ci si possa abituare a tutto, o quasi a
tutto, anche alla morte, degli altri, naturalmente, perché a
quella nostra non v’è tempo e modo per abituarsi.
E
proprio a quella morte, a quella degli altri, in questi
tempi ci siamo abituati straordinariamente, perfettamente,
in maniera indolore, favoriti in questo dalla immensa
capacità e potenzialità dei mezzi di comunicazione che ci
mettono a contatto, in un attimo e in tempo reale, come si
usa dire oggi, con le immagini, spesso sconcertanti che ci
giungono da lontanissimo, dall’altra parte del mondo, che ci
fanno assistere in diretta ad eventi catastrofici, quali
inondazioni, terremoti, incendi, guerre, devastazioni ed
altre sciagure, naturali e non, come se fossimo al cinema,
assistendo ad un film di fantascienza, per vedere il quale
abbiamo pagato il biglietto e lo abbiamo scelto
volontariamente tra tanti altri.
Che differenza, infatti, dovrebbe fare, per la nostra
coscienza, assistere ad uno spettacolo devastante, di
fantasia, proiettato sullo schermo del cinematografo e uno
spettacolo altrettanto devastante, ma di realtà, proiettato
sullo schermo del nostro televisore domestico, sempre più
somigliante ad uno schermo cinematografico, mentre mangiamo
la domenicale lasagna o gli spaghetti con le vongole?
Che emozione, sconcerto, raccapriccio potrebbe suggerirci
l’immagine di profughi in fuga da terreni devastati dalle
acque impazzite, da tifoni e fortunali tropicali, dallo
tsunami, di cui fino a poco prima ignoravamo l’esistenza?
Che sconvolgimento dovrebbe procurarci l’immagine dolorosa
di soldati feriti e deceduti in Afghanistan, se le stesse
immagini ci sono familiari nei film di guerra?
Per non parlare poi delle “morti annunciate e programmate”,
quelle del sabato sera all’uscita dalle discoteche, o quelle
apocalittiche del mese di agosto, suddivise
ragionieristicamente in bilancio dell’esodo, per le vacanze
e del controesodo, quasi che fosse un contributo fisso, un
sacrificio umano inalienabile ed ineluttabile, ineludibile
che gli umani sono tenuti a pagare, ogni anno al dio delle
vacanze, il cui totem potrebbe essere rappresentato da un
ombrellone piantato su una spiaggia assolata e gremita, un
motoscafo velocissimo che sfreccia in mezzo ai bagnanti, una
tavola da surf.
Ci
sono poi, su un piano totalmente diverso, le morti di
persone che, ignorate e sconosciute da vive, divengono
famose solo quando non esistono più tra noi, per mano di
altri, che li tolgono, li asportano, li escludono dal
consesso umano e spesso rimangono misteriose e non risolte,
almeno per quanto riguarda la giustizia degli uomini.
Tornano alla ribalta, proprio in questi giorni, l’omicidio
irrisolto di via Poma a Roma e la vittima protagonista,
Simonetta Cesaroni, che ancora attende giustizia e con lei,
in un tragico connubio Emanuela Orlandi, le cui foto
tappezzarono l’Italia. Si celebra il processo per il delitto
di Perugia, che ha sconvolto il mondo studentesco e che ha
portato all’onore delle cronache una città famosa per
l’università appunto e per la cioccolata.
I
periti dell’una e dell’altra parte giocano una macabra
partita, per ora senza vinti né vincitori, sul terreno di
gioco del delitto di Garlasco, anche esso funestato da una
vittima giovanissima.
E
per non far torto a nessuno e unire l’Italia, anche sotto
questo aspetto, in un clima di celebrazioni per il 150°
anniversario della sua unità, a Napoli un killer della
camorra uccide davanti ad un bar e sotto gli occhi di tutti,
ma anche delle telecamere, un pregiudicato, tranquillamente
appoggiato al muro a fumare una sigaretta. Le telecamere
registrano tutto e così assistiamo, beati noi, alla morte in
diretta, ad un omicidio in diretta, ma anche, e ciò è ancora
più sconcertante, se possibile, assistiamo alla tranquilla,
serena, disinteressata indifferenza, di chi prosegue per la
sua strada e scavalca addirittura, con abile maestria, il
corpo della vittima agonizzante sul marciapiede.
Ma
si sa, a questi spettacoli si è talmente abituati, che non
possono suscitare altro che olimpica indifferenza.
La
stessa indifferenza che ha contraddistinto i cittadini pochi
mesi orsono, quando hanno assistito, senza minimamente
scomporsi, all’omicidio, nella stazione della metropolitana
di un uomo, suonatore ambulante di fisarmonica, ucciso per
sbaglio, anch’egli sotto l’occhio imperturbabile delle
telecamere, che hanno impietosamente registrato, per noi, la
sua morte e ancor peggio il nostro disinteresse per uno
spettacolo così banale ed usuale da non suscitare nessuno
stupore e nessuna emozione.
Unica evidente, visibile preoccupazione, timbrare il
biglietto per non correre il rischio di perdere il treno. E
intanto un uomo moriva, mentre la moglie chiedeva invano
aiuto.
E
che dire di Brenda, il transessuale brasiliano incappato nel
caso Marrazzo, non si sa ancora se morta suicida, o
“suicidata” da altri, ma comunque colpevole di essere nata
in un corpo sbagliato, di essersi trovata invischiata in
cose più grandi di lei, di aver conosciuto persone
pericolose?
In
questo ultimo anno che volge ormai quasi al termine, gli dei
non sono stati pietosi con la nostra povera Italia e ci
hanno chiesto un contributo straordinario di vittime, di
morti, oltre a quelle ordinarie e programmate. Il terremoto
dell’Aquila e dell’Abruzzo, la strage dei nostri
paracadutisti a Kabul, il disastro di Messina e dei paesi
limitrofi, la scomparsa dei nostri militari nel C-130 a
Pisa, e l’anno non è ancora terminato.
Ma
anche a queste morti ci stiamo abituando, ci siamo abituati
alle immagini della devastazione dell’Aquila, si è spento
l’eco degli squilli di tromba del silenzio fuori ordinanza,
per i morti di Kabul e già iniziano le polemiche e le
proteste dei sopravvissuti siciliani.
Ci
si abitua, ci si adatta, secondo un copione scontato e
conosciuto, si gira pagina e… la vita continua… come è
giusto forse, come è doveroso, come è nell’ordine delle
cose.
“Chi muore tace e chi è vivo si dà pace”, secondo un vecchio
proverbio che recitava mia nonna quando c’era bisogno di una
consolazione a buon mercato.
Ma
vi sono morti che non tacciono, morti che non danno pace a
chi vive ancora, se è dotato, fortunato o sfortunato, a lui
la scelta, di una coscienza umana.
Vi
sono morti che continuano a gridare il proprio dolore, il
proprio sconcerto, la propria solitudine, il proprio dramma
interiore.
In
genere non sono morti collettive, non sono morti gloriose,
nel senso comune del termine, non sono morti che meritano
uno spazio in televisione o alla radio, morti di cui non si
parla per giorni e giorni, che non meritano i funerali di
Stato con la presenza delle autorità, ma che, se vengono
ricordate, meritano appena un trafiletto sul giornale
locale, nella cronaca della città, se proprio avanza spazio
e c’è bisogno di riempirlo.
Ma
sono morti che lasciano il segno nelle nostre coscienze, se
le abbiamo, nel nostro animo, nel nostro cuore, se ancora ci
sentiamo di appartenere al genere umano e non abbiamo ancora
abdicato a questa prerogativa.
Sono morti di persone semplici, anonime a volte, morti che
interrompono vite normali, abituali, stancamente e
pedissequamente condotte, vite di tutti i giorni, grigie,
incolori, scialbe, segnate e caratterizzate da quegli atti
comuni che tutti ci contraddistinguono e ci accomunano.
Morti che interrompono, con la loro drammaticità, la
continuità, la semplicità, la normalità di una vita,
apparentemente senza scosse e senza traumi, perché i dolori
intimi, interiori, pudicamente, modestamente, vengono
vissuti e sopportati in silenzio, nel chiuso del proprio
cuore e del proprio animo, per una sorta di innato pudore e
quasi vergogna della propria sofferenza; ma sono morti che
innalzano, che elevano chi ha vissuto una vita nell’ombra e
nel silenzio, che non si è mischiato al clamore di chi
protesta a gran voce, che innalzano, dicevo, al ruolo di
eroi, di eroi silenziosi, pudichi, timidi, vergognosi,
persone che hanno vissuto silenziosamente e senza neppure
saperlo, da eroi e che testimoniano “il coraggio e l’eroismo
di tutti i giorni”.
Il
coraggio e l’eroismo di una madre che lascia marito e figli
in un paese lontano per venire a fare la badante ad una
persona anziana, di cui non conosce neppure la lingua di un
uomo che lascia la moglie e la figlia appena nata nella
miseria dello Sri Lanka per venire a fare il cameriere in
una città come Roma, di cui prima non sospettava neppure
l’esistenza, il coraggio di una vedova che si adatta ad ogni
mestiere per far studiare i figli, di un fratello che
sacrifica quotidianamente la propria esistenza per prendersi
cura, una volta morti i genitori, del proprio fratello down,
di mariti o mogli anziani che continuano ad essere vicini al
proprio coniuge, ridotto ormai ad un demente dal morbo di
Alzheimer.
Ci
sembrano pagine, episodi, usciti dal tanto vituperato “Libro
cuore” di Edmondo De Amicis, da Dickens, da Victor Hugò, ma
tuttora presenti e vivi, conosciuti da chi frequenta e
conosce l’umanità nell’intimo e non si ferma alla
superficie, proposta dal “Grande fratello”, o dall’ “Isola
dei famosi”, cosiddetti reality, con termine
orgogliosamente anglosassone, ma che di realtà non hanno
proprio nulla.
Per scovare, per riconoscere, per scoprire questi “eroi di
tutti i giorni”, non è necessario andare lontano, non è
necessario avere lo spirito e le capacità di un provetto
detective, non è necessario riferirci alle vite dei Santi.
Basta guardarci attorno, osservare, ascoltare le persone,
guardarle negli occhi, vederle fare la spesa al mercato, o
la fila alla cassa del supermercato, studiarle mentre
confrontano i prodotti alla ricerca di quelli più economici,
non spazientirsi, ma attendere con educazione che si
orientino tra le monete che trovano nel borsellino e delle
quali ancora non hanno imparato a riconoscerne il valore.
È
sufficiente leggere i giornali, ma non le pagine della
politica, internazionale o nazionale e men che meno quelle
dello sport, o degli spettacoli, ma le pagine di cronaca,
quelle nelle quali vengono narrati e racchiusi, scelti, non
secondo l’importanza o l’interesse, ma secondo una misera
logica degli spazi da riempire, gli avvenimenti, i drammi,
le miserie di esseri umani qualunque, non degni di
interessare i molti, ma utili per occupare un angolino della
pagina, che sarebbe disdicevole e antiestetico lasciare in
bianco.
Amo questi angolini, amo questi aspetti minimalisti della
cronaca e delle notizie, perché molto meglio e molto più
sinceramente dei tanti discorsi e delle parole inutili di
persone autorevoli, mi danno il metro e la misura del mondo
in cui mi trovo, temporaneamente, a vivere.
Ho
parlato prima di morti, che spesso danno un senso ed una
dignità ad una vita oscura, schiva, nascosta,
pedissequamente vissuta, occultata, per pudore o per
vergogna, ma non per questo, meno eroica e coraggiosa di
tante altre che conosciamo e si mostrano fin troppo.
Il
fatto risale a due mesi fa, ma è rimasto ben presente nel
mio animo e nel mio cuore, nonostante i miei infruttuosi
tentativi per cancellarlo, perché troppo doloroso.
Nel popolare quartiere romano di Centocelle, un pensionato
di 76 anni affoga la figlia invalida al cento per cento, nel
lavandino di casa e subito dopo si getta dal balcone del suo
appartamento al quinto piano.
Due giorni prima gli era stato diagnosticato un tumore che
lo avrebbe condotto rapidamente e inesorabilmente alla morte
e ha ritenuto di non poter lasciare il peso e l’onere della
unica figlia, disabile, alla moglie, anziana e anch’ella
ammalata.
ha
atteso che la moglie si assentasse un momento per recarsi in
farmacia e ha messo in atto lo “insano gesto” come si
sarebbe detto una volta. Approfittando della brevissima
assenza della moglie ha trascinato la figlia di 46 anni in
bagno, e ha immerso il suo viso nel lavandino pieno d’acqua.
La
moglie appena rientrata lo vede nel momento in cui sta
scavalcando la balaustra del balcone per gettarsi nel vuoto,
ma non può far nulla per fermarlo.
Corre in strada, appena in tempo per vederlo ancora una
volta, una ultima volta vivo, per ricevere il suo ultimo
abbraccio e per abbracciarlo a sua volta, per pronunciare le
ultime parole al marito, di amore e comprensione, di
perdono, se fosse necessario: ”Lo so che lo hai fatto per
me, ma non dovevi”.
Vorrei dire ancora tante cose, tante parole, ma mi
sembrerebbero inutili e blasfeme, inadatte e fuori posto di
fronte a questo dramma così profondamente umano.
Un
solo interrogativo: “Ma in che mondo viviamo?”.
*Dice di sé.
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, specialista in
psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi
profondamente libertario. Romanticamente illuminista.
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CAMERON
DIAZ
Un buon proposito
per il nuovo anno? Vorrei smettere di
fumare,
iniziare a indossare il reggiseno e dare
uno stop alla mania
dello shopping!
(Da “ Rumors.it”
2006)
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