COSTUME

L’ABITO E IL MONACO


Il modo in cui ci vestiamo, oltre che dalla necessità di coprirsi, dipende in gran parte dalla moda, dalle tendenze sociali, dall’ambiente, dal progetto che ognuno vuole realizzare per se stesso. O da come ognuno vede se stesso o vuole che gli altri lo vedano


 

Elda Lanza*

 

Se in un tempo diverso dal carnevale io uscissi di casa indossando una mitria, passerei per stravagante, qualcuno potrebbe temere per la mia salute, altri potrebbero pensare a una moda irriverente. Certo a nessuno verrebbe in mente di chiamarmi Vescovo. Se la stessa cosa capitasse a un uomo in abiti talari, qualcuno potrebbe avere il dubbio se rivolgersi a lui chiamandolo Signor Vescovo o Sua Eccellenza: ma non ci sarebbero altri dubbi possibili. Quindi: l’abito fa il monaco.

Davanti a questa affermazione di sapore lapalissiano, chiunque sia portato a pensare che io sia convinta davvero che l’abito faccia il monaco, e cioè che ciascuno di noi mostri di essere quello che è attraverso l’abito che indossa – o l’idea di sé che vuole trasferire agli altri, sbaglia. Pur attingendo alla metafora, riesco a credere che un monaco, se monaco davvero, sarebbe monaco anche in un campo di nudisti.

Tuttavia non c’è dubbio che l’abito abbia un significato. L’abito, inteso come modo di vestire, è comunicazione. Non soltanto distingue – gli uomini dalle donne, anche se ci siamo inventati l’unisex; le divise comunque attribuibili a una funzione; le stagioni; le occasioni – ma si inserisce in una consapevolezza della comunicatività dell’abbigliamento, attraverso le singole scelte. Che oltre dalla necessità di coprirsi in gran parte dipendono dalle mode, dalle tendenze sociali, dall’ambiente, dal progetto che ognuno vuole realizzare per se stesso. O da come ognuno vede se stesso o vuole che gli altri lo vedano.

L’abito è comunicazione (parola di semiologo)

 

Che l’uomo comunichi oltre che con la parola attraverso un’infinità di segnali come la mimica facciale, i gesti delle mani, gli occhi e gli sguardi, la voce e le diverse inflessioni, la postura delle gambe, le variazioni fisionomiche, i tic – accarezzarsi continuamente capelli naso o baffi, mordersi le labbra o rosicchiarsi le unghie – è scienza praticata (programmazione neurolinguistica), che trasforma questi segnali in un’area di lingue codificate e convenzionali. Se un individuo picchia un pugno sul tavolo e un altro scoppia in una gran risata non è difficile per nessuno dedurre che uno è irato e l’altro allegro o divertito. Il significato dei segnali varia secondo i costumi, l’occasione, il modo, l’epoca e l’ambiente, perciò questi livelli di espressione possono essere considerati naturali o frutto ambientale e culturale. Applicando gli stessi criteri alla moda, possiamo asserire che la moda è comunicazione e l’abbigliamento un linguaggio articolato come la parola o il gesto. E che il nostro modo di vestire comunica.

Spesso siamo tentati di semplificare il concetto – che è nei fatti complesso. Ci lasciamo condizionare dai simboli e dal loro significato acquisito e codificato: il colore viola porta sfortuna, il bianco significa purezza, per fare due esempi banali. La recente moda del viola avrebbe convinto persino Wanda Osiris, notoriamente avversa a questo colore in teatro; e in quanto alla purezza del bianco, generalizzando basti pensare agli abiti da sposa e alle spose di oggi. Quindi il problema si fa complesso, appunto, perché i simboli cambiano, si trasformano, negano e affermano: mai allo stesso modo, per sempre. Per rendersi conto di quanto sia davvero difficile tracciare regole certe, sarebbe sufficiente dare un’occhiata persino superficiale all’evoluzione dei costumi, intesi come vestiti e come comportamenti, attraverso i secoli. Volendo restare nel momento attuale, basterebbe la confusione creata dall’allineamento sociale che vede senza imbarazzo gli anziani vestiti come i giovani; le donne e gli uomini con guardaroba intercambiabile, cravatta compresa; le esplicite ostentazioni di personali scelte sessuali.

 

Dalla foglia di fico al marchio

 

Decorazione, pudore e protezione sono, e non in questo ordine di priorità, le profonde motivazioni che inducono l’umanità a dedicare impegno, risorse, energie all’abbigliamento. In ambienti moderni tecnologicamente riparati, la protezione sembra il motivo di minor valenza. Tuttavia la storia dell’uomo ci insegna che proteggersi, anche dalle variazioni termiche, è stato uno dei primi segnali di sopravvivenza. Il coprirsi significava anche distinguersi e riconoscersi. Difendersi da avversità o malefici con segnali ai quali si attribuivano poteri di protezione soprannaturale, come pelli di animali, piume, amuleti, decorazioni, con una valenza più magica e simbolica che realisticamente pratica.

Sul pudore, in un’epoca in cui il nudo non fa scandalo ma esibizione, possiamo sorvolare. Ognuno ha del pudore un concetto personale. Dipende dalla propria sensibilità, dall’educazione ricevuta, dalla famiglia e dall’ambiente in cui si vive, dal proprio lavoro. Dal proprio corpo e da quanto a quel corpo si vuole attribuire. Escludiamo, quindi, che ci si copra per pudore, tranne per quelle parti che qualcuno valuta e ritiene ancora vergognose.

Resta la decorazione. Una macchina infernale che macina e produce miliardi. A fronte di questa realtà, mi sembra ingenuo sostenere che oggi ci sentiamo più liberi, più disponibili a imporre il nostro modo di vestire piuttosto che sottostare a regole precise. Questo è parzialmente vero se ci riferiamo a regole convenzionali: in chiesa si va a capo coperto (oggi non più); a cena una signora ha sempre spalle – e ascelle – coperte (oggi non più); a una prima all’opera si va in abito da sera (oggi non sempre e non più). Ma al di là di queste regole che consideriamo desuete perché patrimonio di un mondo che l’era tecnologica ha superato, nelle nostre scelte quotidiane nessuno di noi, comunque la pensi al riguardo, è mai assolutamente libero dalla macchina infernale della moda e della decorazione, e dai canoni ripetitivi del sistema industriale.

Chi non è più giovane ricorda di essere cresciuto con il culto della propria personalità. Ognuno di noi voleva essere unico, diverso, riconoscibile. Oggi la moda ci ha reso tutti uguali. Così uguali che gli stilisti – che un tempo cucivano il loro nome nelle fodere degli abiti e con caratteri modesti e appena percepibili – stampano i loro marchi in modo persino volgare perché ognuno si riconosca anche attraverso quel marchio. Nessuno è più libero di vestirsi come vuole, ma è libero di scegliere tra quello che trova. Tra quello che gli stilisti, non tutti maître à pensée, non tutti artisti sublimi, hanno deciso. Mai un vestito è fatto sulla misura di ciascuno e sulla misura della sua età, del suo corpo, della sua reale necessità. I modelli tutti uguali sono in fila su una stampella, tra cui scegliere dalla taglia 38 alla 50, alla portata di una ragazza di diciotto anni e di una donna di settanta.

Ognuno può scegliere invece quando indossarlo: almeno in questo ciascuno è libero. Anche libero di abbinarlo a qualcosa di diverso, di esibirlo o di nasconderlo. E in queste scelte, finalmente, ognuno di noi comunica con parole sue.

 

I simboli

 

Tra i simboli, il più ricorrente è senz’altro quello riferito alla sessualità: nasconderla o metterla in evidenza attraverso il modo di vestire. A proposito del valore simbolico della sessualità, la moda femminile per secoli ha giocato soltanto tra pudore e esibizione, mentre nello stesso periodo il guardaroba maschile ha accentuato uno sconsiderato ricorso a colori, simboli, stravaganze persino effeminate, che senza arrivare alle eccentricità di Re Sole sottolineano il protagonismo dell’uomo nella società, la supremazia maschile sulla donna, soltanto oggetto d’amore.

Durante i secoli che precedono la rivoluzione francese, alla donna si accorda il mito della sessualità, insito nella sua stessa natura: la donna è sesso, quindi non ha nessuna necessità di esporlo o di evidenziarlo, ma ha l’obbligo di custodirlo pudicamente nel grigio e nella modestia.

 

(Nell’alto Medioevo soltanto gli uomini sedevano a tavola, mentre alle donne era riservata la cucina. È stato Carlo Magno a imporre la donna a tavola, per ingentilire i modi della soldataglia e dei cavalieri secondo gli insegnamenti di Bonvesin de la Riva e, più tardi, di Giovanni Della Casa con il suo famoso Galatheo. La dama, sempre elegante, siede tra due uomini che hanno l’obbligo di servirla e di lasciarle scegliere i cibi; a lei si chiedono grazia, silenzio e… poco vino. Francesco da Barberino, 1300: E sia nel suo mangiare ordinata e cortese/ e bea poco e quel sia or temperato).

 

L’uomo, al contrario della donna, deve ricorrere a simboli che esplicitamente evidenzino la propria forza sessuale (tenuta coperta). Abiti fortemente colorati e ricamati, strutture e soprastrutture opulente per ingigantire la figura e renderla visibile e sovrana. Senza rivali. Negli scudi e negli stemmi spade e spadaccini, animali fortemente virili, svettare di torri e scettri appuntiti; nelle vesti opportune imbottiture nei calzoni ornate di fregi in oro per attrarre l’attenzione e aggiungere valore al simbolo; e per un lungo periodo, le scarpe. La moda che mette in evidenza le scarpe ha inizio nel IX secolo in Francia, con le famose poulaines dalla punta prolungata e aguzza, e si propaga con sconcertante rapidità in tutta Europa subendo modificazioni aberranti, come le punte che si incurvano verso l’alto fino a raggiungere mezzo metro di lunghezza. È stato necessario un editto di Carlo VIII per ritornare alle scarpe quadrate e tozze, mettendo in discussione il valore del sesso ma salvando i piedi.

 

(Una domanda, a questo proposito: qualcuno ha studiato il significato del ritorno, in campo maschile e femminile, delle orrende scarpe a punta lunga e aguzza di questi anni appena trascorsi? Una valenza sessuale di quale tipo: chi ha la punta delle scarpe più lunga ha vinto in sessualità?).

 

Altro simbolo importante legato all’abito è il riconoscimento. Riconoscere, attraverso il modo di vestire, chi si ha di fronte: l’amico, il nemico, il suddito, il superiore, il vincitore o il vinto. Un simbolo che permetta al primo incontro di cautelarsi e di proteggersi. Si ricorre a un decoro particolare per farsi riconoscere potente o crudele, per dominare con il censo di una corona o con il timore di una spada. Ricco o pezzente. Persino i mestieri si fanno riconoscere attraverso un particolare modo di vestire, e le varie maschere regionali o nazionali sono il contributo popolare alla necessità di farsi riconoscere al primo sguardo, al primo accenno. Non è un caso che Balanzone, la sgangherata caricatura bolognese di un dotto pasticcione, vesta una tunica nera e quel gran cappello a doppia ala, né lo sono la maschera di Pulcinella o l’abito di Arlecchino. Più ovvio in battaglia il riconoscimento dei soldati, tra amici e nemici, e delle varie armi distinte per fogge (non a caso divise), colori, bandiere, simboli.

 

Tra uomo e donna

 

La rivoluzione francese segna un brusco cambiamento, anche nel guardaroba femminile, che dal Rinascimento eccede in volume e leziosità. I simboli del censo e del potere cadono, e per un certo periodo vince l’illusione di essere tutti uguali e tutti in pace fraterna, insieme.

Da quel momento l’abbigliamento maschile inizia un nuovo percorso, progressivo e regolare, dalla parrucca all’abito borghese, ai jeans e giacca blu. Magari con cravatta. È più difficile riconoscersi e distinguersi, ma la cravatta dice molto. Averla o non averla in certe occasioni, annodata in un modo o in un altro. Fa giovane o meno giovane. Fa cordiale o riservato. Fa di sinistra o di destra. Fa artista o bancario. Fa arrampicatore sociale o bon-ton. In questi e in altri molti casi la cravatta fa la differenza.

Non molto diverso il percorso dell’abbigliamento femminile che incontra, in tappe successive, le suffragette e la Belle epoque, il primo tailleur (il trotteur) di Paul Poiret e i jeans. Le gonne fanno la differenza: si accorciano e si allungano segnando il tempo, sistematicamente, da Christian Dior a Mary Quant. Giorgio Armani reinventa il tailleur al femminile; la moda diventa creazione e i sarti stilisti. Nel 1920 la rivista di moda era la “Gazette du bon ton”, oggi “Vogue”: una sfumatura.

La diversa scelta del colore, che segna soprattutto il guardaroba maschile, si fa discendere dalla prima rivoluzione industriale. Ci siamo lasciati alle spalle uomini agghindati in vesti colorate, ornate di ricami e pizzi, più adatti all’eleganza di una donna che al portamento di un uomo; abbiamo visto questi uomini, pur valorosi e combattenti, ingioiellati come manichini districarsi tra colletti alti e pieghettati, cappelli piumati, gambe fasciate in colori diversi, mantelle. La rivoluzione francese appiana queste esagerazioni, la rivoluzione industriale avanza diluendo i colori in un grigio totale. Si pensa che il grigio discenda dal lavoro nelle fabbriche, dalla polvere, dal fumo delle fornaci. Io credo che la scelta del grigio come colore universale del guardaroba maschile sia dipeso soprattutto da una scelta di sobrietà e di convenienza. Di rinuncia. Di sconfitta anche nei confronti della donna, ormai adeguata a una valenza attraverso la quale si riconosce.

Non c’è dubbio che in questo contendere tra uomo e donna, sul piano del sembrare e del mostrarsi, la donna abbia stravinto. Si veste a suo piacimento in pantaloni o in minigonna, secondo l’umore e l’occasione. Mostra e nasconde di sé quello e come vuole. Soprattutto, e questo è importante davvero, se ne infischia di essere quello che sembra.

 

(Anche a questo proposito avrei una domanda personale. Avendo perduto, in apparenza, tutti i simboli della virilità ai quali l’uomo ha attinto per secoli, pavoneggiandosi come un animale in calore che vuole essere riconosciuto e scelto, dopo gli anni appiattiti nel grigio, perché l’uomo moderno accetta oggi la competizione con il mondo femminile sul piano del sembrare e del mostrarsi? In nome di una maggiore sicurezza di sé la donna si è spogliata del grigio e della modestia e ha ritrovato la propria completezza nella spensierata accettazione del colore e della fantasia che una volta appartenevano all’uomo: che cosa spinge l’uomo a riconoscersi nuovamente in questa esuberanza creativa?).

L’arte di comunicare

 

Mentre il vocabolario linguistico resta invariato, semmai nel tempo si arricchisce di nuovi vocaboli e di più acute interpretazioni, la comunicazione neurolinguistica – quella che avviene attraverso i simboli, i gesti, i silenzi, la scelta del modo di vestire, è in continuo movimento. Per questo dicevo all’inizio che il problema è complesso: che interpretazione dare a tutti gli stimoli, volontari e non solo, che ci vengono proposti ogni giorno da chi ci circonda? L’età, il sesso, la condizione civile e economica, la cultura, l’ambiente, l’etnia: un’infinità di mutamenti che non possono essere condizionati da regole. Per avere un rapporto sintonico con gli altri, ognuno deve imparare da se stesso a scegliere le percezioni che riceve. A valutarle. A corrisponderle.

In un articolo di Joseph S. Nye leggo e riporto (e a questo proposito ringrazio anche Umberto Eco e Renato Sigurtà per aver attinto ad alcune note che mi sono state preziose): “Anche i segnali non verbali sono importanti nell’arte di comunicare dei leader. Alcuni leader capaci di ispirare il loro pubblico non sono grandi oratori. Non lo era il Mahatma Gandhi, ma il simbolismo del suo abito contadino bianco e del suo stile di vita parlavano più delle sue parole”. Nello stesso articolo, Nye cita anche Lawrence d’Arabia che alla conferenza di Pace di Parigi si recò in abiti beduini per drammatizzare la causa araba. Anche Barack Obama, nel suo discorso in Africa, ha detto: “Io ce l’ho fatta!”, evidentemente riferendosi al colore della pelle. Perché se Obama fosse stato bianco, la frase per gli africani avrebbe avuto un senso diverso e meno importante.

 Simboli. La cravatta, il colore degli abiti e della pelle, la particolarità di certo abbigliamento che ha distinto gli hippies i beats e il famoso montgomery blu, dall’abito grigio o borghese dei colletti bianchi; le scarpe da tennis anche con lo smoking; i capelli lunghi o rasati; i piercing; i tatuaggi. Simboli. Segnali: per comunicare se essere con o contro. Dipendenza o dominanza.

Sull’arte di comunicare anni fa ho scritto un libro (I riti della comunicazione – Sperling e Kupfer), che raccomandava a chi parla in pubblico di osservare alcune regole, dal vestito ai gesti, dalla scelta dei vocaboli al tono di voce, dallo sguardo ai tic. Ne usciva una figura di oratore perfetto che non ha riscontro nella realtà: nessuno che io abbia visto in questi ultimi anni mettersi di fronte a un pubblico o a una telecamera somiglia vagamente al mio oratore perfetto. Il mio modello era l’Oratore; questi che vedo sono quello che vogliono e devono essere: camicia slacciata e un po’ stropicciata, camicia con cravatta ma senza giacca, giacca e cravatta in tinta calzini, foulard al collo, golfino di cachemire color pastello con cravatta fuori o dentro, giacca slacciata, giacca allacciata… Sono sicura che questi semplici particolari dell’abbigliamento sono sufficienti a chiunque per individuare i vari personaggi ai quali mi riferisco, pur senza nominarli. Perché il tipo di abbigliamento scelto da ciascuno è parte importante – come un marchio – del loro progetto di comunicazione. Verranno ricordati – giudicati e riconosciuti – anche da quello. Il loro modo di vestire e di proporsi è quello che dicono. Il loro messaggio.

 

Le buone maniere

 

Un galateo anche nel modo di vestire? Direi di sì, secondo la testimonianza di Moncrit (1687–1770): “Per essere amati bisogna piacere e si può piacere se si contribuisce alla felicità degli altri” – che è come dire: se non si creano agli altri situazioni imbarazzanti. A nessuna donna, pur giovane e bellissima, verrebbe in mente di presentarsi in bikini a una cena formale; e nessun uomo andrebbe a un convegno in tenuta da tennis, anche se firmata da uno stilista famoso. Qualcuno lo fa: e allora si chiama trasgressione. E la trasgressione è un modo di comunicare la non appartenenza, la non adesione a. Dominanza o dipendenza, appunto.

Nessuno è immune dalla ricerca ragionata dell’abito per l’occasione, anche i più accaniti difensori della propria libertà in fatto di vestire. Un amico, che in jeans e maglione difende accanitamente la propria libertà di vestirsi come vuole, in una trasmissione televisiva alla quale è stato invitato, si è presentato correttamente in giacca e cravatta. Si fa. Per cortesia verso chi ci ospita; per rispetto verso il pubblico. E per coerenza con l’argomento di cui si parla: c’è un modo di vestire adatto al salotto o alla platea. Spesso si mescolano: mai per incertezza, ma per calcolo. Come quel noto giornalista contro, che invece di sbracciarsi in televisione urlando scamiciato e sudaticcio, scarica cattiverie di ogni genere in perfetta tenuta gentleman, capelli a posto e sorriso – gelido – sulle labbra, tono della voce da educanda. Non per caso. Lui mescola le informazioni da bravo ragazzo ricevute in famiglia con un messaggio preciso: sono informato e inattaccabile, quindi sono diverso da tutti.

 

(“Vestiti, usciamo” di Luigi Settembrini descrive meticolosamente e in modo bizzarro ciò che è consentito al guardaroba di un uomo per ogni occasione. Le donne, invece, sanno perfettamente sbagliare da sole).

 

Anche il galateo è comunicazione, e se da una parte tende a evitare situazioni fastidiose per gli altri (gomiti sulla tavola, masticare a bocca aperta, parlare a voce alta), dall’altra fornisce le regole per presentare di sé la parte che consideriamo piacevolmente gradevole e composta, e adatta all’ambiente. Quanto più le buone maniere sono imparate precocemente e interiorizzate (vedi la famosa battuta: signori si nasce), tanto più rende alcuni comportamenti come la pulizia personale e non solo, il governo delle proprie emozioni, l’ordine, la cortesia verso gli altri, abitudini fortemente radicate. Evidentemente naturali.

Due persone che si incontrano, inviano e ricevono informazioni reciproche, semplici ma non banali: come il sesso, l’età apparente, lo stato di salute, l’abbigliamento. È inevitabile avere immediatamente attraverso queste informazioni un’idea della persona che si ha di fronte. Se il giudizio che ne deriva è sbagliato, dipende da chi guarda, perché l’informazione non è manipolata. Al contrario del messaggio: che ha sempre l’intenzione di trasmettere un pensiero, una scelta, una provocazione. Il messaggio e l’informazione non sono quindi la stessa cosa.

Le buone maniere, come il linguaggio verbale, rispettano un codice in grado di trasmettere informazioni e messaggi. Semplificando potremmo dire che sono informazioni le regole imparate da piccoli, messaggi i comportamenti imparati da adulti affinché ciascuno, volendo, possa adeguarsi all’ambiente che vuole semplicemente conquistare, in cui vive e lavora. In generale, quanto più si riesce a trasformare i messaggi in informazioni, tanto più ci sentiremo migliori.

 

(A me rimane ancora in sospeso una domanda: perché al monaco è stato consentito di togliersi la tonaca?).



*Dice di sé.
Elda Lanza. Da Oltre vent’anni per nove mesi l’anno veste in jeans, camicie rigorosamente bianche, classiche giacche blu di pesi diversi secondo la stagione, mocassini e niente pellicce. In estate, eccezionalmente, pantaloni bianchi e lunghe tuniche, raramente di colore. Un solo grande anello (ne ha una collezione) e sulle tuniche una sola grande spilla (mai insieme). Da oltre vent’anni ha i capelli bianchi raccolti sulla nuca. Da oltre vent’anni si illude di non essere cambiata.




 

Copyright © 2007-2010

www.lamescolanza.com

Tutti i diritti riservati

disclamer