BELPAESE
VIVA L’ITALIA SI TRATTA DI CAPIRE QUALE
Le radici del futuro sono
nella storia. L’Italia non è nata con l’unificazione
politica centocinquant’anni fa. Ha una precisa identità
da più di duemila anni. Una nuova rinascita ha bisogno
di un nuovo rinascimento
Giancarlo Livraghi*
E’
difficile dire o pensare “Viva l’Italia”. Strane parole,
vero? Sembra che nessuno riesca a prenderle sul serio. È
ragionevole che un “grido” di quel genere oggi sembri
retorico, antiquato, imbarazzante. Ci si può esprimere in
modo più sobrio con altrettanta convinzione. Ma è proprio la
convinzione che manca. Molto più spesso lo si dice in modo
desolatamente ironico, amaramente deluso.
L’autocritica è una risorsa intelligente. Ma
l’autolesionismo, diffuso nella nostra cultura, è un’altra
cosa. Non guardiamo i nostri difetti per cercare di
correggerli. Né ce ne vantiamo con arroganza, come fanno
(talvolta con malagrazia) i paesi più orgogliosi. Ci
accontentiamo di brontolare e lamentarci, come se fossimo
condannati a una decadenza irreparabile e l’unica risorsa
fosse cercare di “arrangiarci” nelle pieghe di un
inesorabile declino.
Sembra che “sentirsi italiani” sia una cosa da tirare in
ballo solo quando si tratta di una partita di calcio o di
qualche altro evento sportivo.
Non siamo nazionalisti – e questa è una qualità. Non siamo
xenofobi, se non quando un’ondata di immigrazione, non
adeguatamente prevista e poi male gestita, fa spuntare un
razzismo da cui credevamo di essere immuni. Ma non
dimentichiamo che l’Italia, fin dalle origini, è sempre
stata una mescolanza di etnie e culture diverse – e questo
non è un problema, è una risorsa.
Sono italiano? Non lo so. Ho avuto la fortuna di nascere in
un ambiente aperto alla diversità. Fin da bambino capivo e
parlavo più di una lingua, vivevo fra scaffali di libri di
varia provenienza, cercavo di imparare da tutti e da tutto
quello che trovavo. Non mi sono mai riconosciuto nel
“prototipo di italiano” come lo propongono gli schematismi e
i luoghi comuni. Mi sento sempre più estraneo a quella che
“sembra essere” l’Italia e a quello che esprime la (pseudo)
cultura più diffusa e più visibile.
Ma straniero non sono. Ci sono cose e persone, in tutte le
regioni, per cui ho affetto, rispetto e simpatia. Anche
quando (e con l’andazzo attuale succede spesso) faccio
fatica a sentirmi italiano, sono comunque un sincero amico
dell’Italia. E mi fa soffrire vederla malata, umiliata,
intontita.
Molti paesi cercano di coltivare un’apparenza migliore della
loro realtà. L’Italia fa il contrario. E lo squallore del
suo apparire inquina e corrode il suo essere.
Si sta cominciando a parlare del centocinquantesimo
anniversario dell’unità d’Italia, nel 2011. Si stanno già
moltiplicando i dissensi, i distinguo, le delusioni. Con
l’aria che tira, sarà difficile che sia una festa.
Comunque ci vuol altro che qualche effimera celebrazione per
ritrovare il senso di che cosa sia l’Italia e che cosa
voglia dire essere italiani.
Il problema è che c’è un serio difetto di prospettiva. La
storia dell’Italia (e la sua identità) non è cominciata con
il Risorgimento (che infatti voleva dire ri-sorgere, non
nascere per la prima volta). L’Italia non ha 150 anni. Ne ha
più di 2500.
Un’esegesi storica sarebbe lunga e complessa, ma il fatto è
che c’erano territori e culture chiamate Italia prima della
fondazione di Roma. Già due millenni fa, ai tempi di Cesare,
una larga parte della penisola era territorio metropolitano
– che poco dopo si estese anche più a nord del Rubicone. Non
era una colonia, i suoi abitanti erano
cives. Non c’è
dubbio che si chiamasse Italia, come è sempre stato in tutti
i secoli seguenti.
Il latino non era solo la lingua di Roma. Insieme al greco
era il patrimonio comune di tutto l’impero e la lingua
internazionale di riferimento – come è stata più a lungo, e
più diffusamente, di qualsiasi altra, anche
indipendentemente dal controllo militare o politico del
territorio. In parte lo è ancora (per esempio, ma non solo,
nel linguaggio della scienza).
Dilaniata da guerre e invasioni, frammentata in comuni,
signorie e dominazioni straniere, comunque l’Italia era
sempre, inconfondibilmente, l’Italia.
Non è mai stata solo una “espressione geografica”, anche se
la particolarità della sua posizione e struttura “fisica” è,
oggi come sempre, uno degli elementi della sua identità.
Al tempo in cui nasceva la “letteratura in volgare” non
c’era dubbio che esistesse l’Italia – e che fosse in
difficoltà.
Così diceva Dante Alighieri (Purgatorio,
canto VI, 76-78)
Ahi serva Italia, di dolore ostello
nave senza nocchiere in gran tempesta
non donna di province, ma bordello.
In questo lamento c’è un’insidiosa, inquietante attualità.
E Francesco Petrarca (Canzoniere,
CXXVIII)
Italia mia, benché il parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sì spesso veggo ...
Con un’accorata invocazione alla
madre benigna di
cui ama la bellezza, la natura, l’arte, la storia e la
cultura. Il diletto
almo paese in cui (benché “emigrato” in Francia) si
riconosce – ma che vede lacerato da guerre, violenze, faide
e congiure.
Oggi non sono (o almeno non sembrano) così sanguinose le
“piaghe mortali”, ma è difficile sottrarsi alla percezione
che l’Italia sia malata, con un’insidiosa mescolanza di
sindromi nuove e antiche.
Eppure in quella sofferente Italia stava maturando il
Rinascimento. Una straordinaria, fertile mescolanza della
riscoperta dell’antico con l’invenzione del moderno.
Quel ciclo si è ripetuto, in altri modi, anche in epoche
successive. Ed è quella la via migliore, se non l’unica, per
uscire dalla palude in cui oggi siamo impantanati.
Non siamo condannati a un’irreversibile decadenza. Non siamo
quella desolante Italia che il ventenne Giacomo Leopardi
descriveva (riecheggiando il Petrarca) nel 1818.
O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l’erme
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo...
(2)
Non abbiamo bisogno di malinconiche rimembranze. Non serve
versare lacrime sul destino della
alma terra natia
o formosissima donna
ridotta a una larva del suo passato, che “nuda e inerme”
siede in terra
negletta e sconsolata. Per quanto sia (o sembri)
confusa, ottusa e degradante, oggi non è quella la nostra
condizione.
Capire la nostra storia non vuol dire rimpiangerla. Ma senza
la forza delle nostre radici saremmo molto più deboli nel
guardare al futuro.
Le “glorie” sono tutte del passato, da mettere nel polveroso
armadio della nostalgia? Non è vero. Sono passati poco più
di cinquant’anni da quando un paese povero, intontito da una
stupida dittatura, afflitto da un esteso analfabetismo,
massacrato da un’orribile guerra, ha trovato la forza di
reagire, con quello che il mondo sorpreso chiamava “il
miracolo italiano” (e non si trattava solo di economia).
Ancora oggi ci sono persone, organizzazioni e imprese che
(lontane dalle cronache del peggio e anche, in generale,
dalle luci della ribalta) stanno facendo cose, e producendo
risultati, di cui (se ci badassimo) potremmo essere
orgogliosi.
Il mondo pensa che in Italia ci sia molta corruzione.
Purtroppo è vero. Non si tratta solo della piaga del crimine
organizzato (che non è limitato ad alcune regioni, invade
tutto il paese). O della rete di intrallazzi e consorterie
che nessun tentativo di “pulizia” riesce a sradicare. C’è
un’acquiescenza, un rassegnato “così va il mondo”, che
costringe anche le persone più oneste e corrette ad
accettare di essere circondate da un’equivoca atmosfera di
“tolleranza”.
La corruzione è dovunque. In parecchie parti del mondo è
peggio che da noi. Ciò che ci distingue non è il fatto di
esserne contagiati, ma la diffusa percezione che sia un male
inguaribile – o addirittura una cosa “normale”.
Il mondo pensa che gli italiani siano superficiali. Non è
vero. Ma molti che “ci rappresentano” sono ostinatamente
impegnati a farlo sembrare.
Siamo sommersi nel culto del futile e dell’inutile. Succede
in ogni parte del pianeta.
Ma da noi è diventato lo stile dominante, il prototipo
culturale.
Quasi tutte le persone che conosco (e anche molte che
incontro per caso) sono gentili, cortesi, amichevoli – anche
consapevoli e attente. Ma quanto potranno resistere
l’umanità e il buon gusto alla quotidiana esibizione della
volgarità, della villania, della superficialità, della
stupida arroganza?
L’Italia è un paese di straordinaria bellezza. Per paesaggi
naturali e tesori artistici.
Ma quando la chiamiamo “il belpaese” lo facciamo con un
certo disprezzo, identificandola con un blando formaggio
industriale che non è cattivo, ma è cosa da poco in
confronto alla straordinaria ricchezza e varietà della
nostra cucina (che non è solo il piacere di mangiar bene, ma
anche la testimonianza di un patrimonio culturale).
Non è vero che siamo superati, rincitrulliti, condannati
alla decadenza. Ma la nostra “cultura dominante” non riesce
a riscattarsi da un masochistico degrado.
Anche se c’è poco da giubilare, ben venga un “giubileo”
nell’ormai vicino 2011 – se (cosa di cui, purtroppo,
dobbiamo dubitare) potrà essere un’occasione per ragionare
su chi siamo e dove stiamo andando.
Ma centocinquant’anni sono troppo pochi. Con tutto il
rispetto per il Risorgimento, che non è né la leggenda
stantia degli agiografi, né quella cosuccia da poco che oggi
ci pare, l’immenso serbatoio della nostra cultura ha radici
molto più profonde – in due millenni e mezzo di travagliata,
ma illuminante, storia.
Se il degrado continuasse, ognuno individualmente potrebbe
sopravvivere, andando all’estero o “arrangiandosi” in
qualche miope rifugio campanilistico. Mentre i valori della
nostra cultura potrebbero essere coltivati (come è già
accaduto) da altri, a modo loro, in diversi paesi.
Ma è meglio (per noi e per il mondo) che ritrovi la sua
identità – cioè che sia viva l’Italia, senza punto
esclamativo, ma con tutto l’impegno e il rispetto che
merita. Nei fatti, non nelle invocazioni. Nella cultura e
nel fare, non nella retorica.
C’è bisogno di un risveglio, di un
Rinascimento (con
la R maiuscola). Nonostante le deprimenti apparenze
contrarie, ne siamo capaci, come lo eravamo secoli fa – in
condizioni spesso più difficili e travagliate di quelle di
oggi.
Se aspettiamo che qualche soluzione (chissà quale) venga
“dall’alto”, rischiamo di piangere per altri mille anni.
Mentre i più attivi o fortunati se ne vanno in Svizzera o in
Australia – e chi resta si ingegna a fare il servitore di
qualche califfo.
Ma mille laboriose formichine possono fare di più di un
disorientato e torpido pachiderma. Cominciando con l’aprire
qualche piccola breccia nell’esasperante muro di gomma dei
manierismi, dei servilismi, delle abitudini e della
disinformazione.
Non si potrà trovare il nutrimento nella banale ed effimera
retorica dei proclami e delle celebrazioni. Ma vogliamo
provare a uscire dal pantano? Certo nessuno ci regalerà un
“miracolo”, ma ritrovare il lume della ragione potrebbe
produrre risultati sorprendenti.
Mi sono fatto prendere da una crisi di ottimismo? No, non
sono così stupido.
Sto solo cercando di dire (a me stesso prima che a chiunque
altro) che lamentarsi non serve, deprimersi è triste quanto
inutile, subire è miope, rassegnarsi è umiliante, obbedire è
debole, non basta sfogarsi nel pettegolezzo e in qualche
pasquinata. È meglio rimboccarsi le maniche e cercare di
fare qualcosa.
1) Proviamo a guardare un
mappamondo, un planisfero o una fotografia satellitare.
Pochi paesi, in tutto il pianeta, sono così chiaramente e
facilmente distinguibili come questa bella penisola in mezzo
al Mediterraneo.
2) Quando i primi moti carbonari
erano minuscoli e clandestini, l’unità politica non era
neppure un’ipotesi, il più scettico e “pessimista” dei
nostri poeti dell’Ottocento su una cosa non aveva dubbi:
l’invocata “patria” era l’Italia e doveva ritrovare la sua
identità.
3) Esempi del malcostume e delle grottesche
prospettive culturali si trovano in “La stupidità non ha
età” –
gandalf.it/stupid/nonaeta.htm
*Dice di sé.
Giancarlo Livraghi. Se avesse mille vite, farebbe mille
mestieri. È curioso di tutto, ma al centro della sua
attenzione ci sono sempre la comunicazione e la cultura
umana. Afflitto da inguaribile e impenitente bibliofilia, ha
anche scritto alcuni libri (il suo preferito è “Il potere
della stupidità”). Il suo sito online è
http://gandalf.it
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TIZIANO FERRO
Voglio farti un regalo, qualcosa di dolce,
qualcosa di raro,
non un comune regalo, di
quelli che hai perso, mai aperto,
o lasciato in treno o mai
accettato. Di quelli che apri e poi
piangi, che sei contenta
e non fingi.
(Da “ Il
regalo più grande” in “Alla mia età” 2008)
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