INTRODUZIONE

AVERE O ESSERE. ETERNO DILEMMA


 

 

Cesare Lanza

 

Avere o essere? È l’eterno problema esistenziale, per tutti. Si può anche non esserne consapevoli, ma è intorno a questo circuito che gira e lotta la nostra vita, si divincolano le nostre giornate. Un paio di settimane fa, nella mia Accademia Studio 254, ho discusso di questo argomento con gli iscritti e ho riscontrato ciò che temevo: solo due o tre alla domanda cruciale hanno risposto è meglio essere, per tutti gli altri il traguardo preferibile è indiscutibilmente avere.

Sarei stato felice del risultato contrario, ma non mi sento di condannare i miei giovani (e meno giovani) iscritti per ciò che, sinceramente, hanno risposto. Il sistema della società occidentale spinge verso l’avere, l’illusione del possesso. Non è facile essere. Ma, se ci si riesce, è fatta: è risolto il problema più crudo della vita, abbiamo raggiunto un equilibrio e qualche sicurezza. Mentre inseguire l’avere significa proporsi, schierarsi, iscriversi a una gara che non finirà mai: raggiunto l’oggetto desiderato, c’è sempre qualcosa di più desiderabile da conquistare.

L’uomo moderno che lotta e si tormenta per avere una casa più bella, l’automobile di ultima moda, l’orologio che fa tendenza..., e così via, è un Sisifo che ricomincia sempre da capo. C’è sempre una casa più bella, un’automobile più moderna, un orologio di maggior pregio da conquistare. L’ossessione quotidiana, come chiunque sa, è spinta dalla pubblicità e dai meccanismi produttivi del sistema economico occidentale: bisogna lavorare, acquistare, consumare e acquistare ancora; guai se una rotella si ferma.

Sarà vero, sarà giusto, sarà indispensabile (il male minore). Ma la felicità non si raggiunge seguendo questo percorso. È una strada ingannevole. Conosco (pochi, perché l’impresa non è facile!) uomini sereni e in pace con se stessi e con il mondo perchè “sono”; mentre quelli che “hanno” (e il numero è notevole, nella società del benessere) sempre sono tormentati, anche senza rendersene conto, per aver consegnato le loro vite alle fatiche di Sisifo.

Mi considero fortunato perchè, forse per educazione e forse per carattere, non ho mai desiderato, tranne in qualche sciagurato anno dell’adolescenza e della giovinezza, un orologio, un’auto, un abito firmato, mai o quasi mai niente degli status symbol che la pubblicità ci pone continuamente sotto gli occhi e dovunque come oggetti di desiderio da conquistare e possedere. Ma questo è solo un piccolo percorso, un segmento di vita. Devo dire che ne sono candidamente e forse stupidamente orgoglioso. Mi piacciono le camicie con i polsini e il colletto lisi, gli abiti sdruciti, i maglioni con un buco o qualche macchia incancellabile. A poco a poco ho perso anche il rispetto (ma si tratta di un rispetto o di un formalismo?) che mi induceva a presentarmi in pubblico o a casa d’altri con una giacca, la cravatta (e pure le cravatte mi piacciono o mi piacevano, confesso...) o con le scarpe in ordine. L’altro giorno sono andato a un incontro, il primo incontro, con un ambasciatore importante, vestito come ogni giorno: un lembo delle scarpe a cui sono affezionato era strappato!

Per fortuna si trattava di una persona gentile e intelligente - comunque un diplomatico...– e non ho letto disapprovazione nei suoi occhi.

Ero pronto a dirgli che il sogno della mia vita sarebbe quello di andare in giro come il tenente Colombo. Detto di passaggio, il tenente Colombo, personaggio immaginario, è un simbolo dell’essere: va vestito come uno straccione, ha un’auto impresentabile, però è sicuro di sè, inesorabile, perchè è. Uno scaltro investigatore, che non ha bisogno di una bella automobile o di abiti di lusso per poter affermarsi come tale.

Queste riflessioni porterebbero lontano. È ovvio ad esempio che avere il minimo ti consente, forse, la libertà. Se lotti ogni giorno per conciliare il pranzo con la cena è inevitabile, forse e sottolineo forse, qualche compromesso, la rinuncia alla vocazione che si crede di avere, la lotta per “essere”, senza avere bisogno di granché. Altrettanto ovvio che la rinuncia all’avere porta a poco a poco a spogliarsi di tutto, fino a credere nella vita più umile e francescana che si possa immaginare.

Nella mia vita sono riuscito a rinunciare a un’illusione diffusa, per quanto riguarda l’avere: il desiderio di accumulare ricchezza. Ho guadagnato denaro e l’ho speso. Sono stato obbligato a inseguire il denaro perchè quand’ero giovane, anziché ricchezza, ho accumulato mogli, figli, fidanzate e famiglie e mi sono sentito obbligato, com’era giusto, a badare alla sopravvivenza, dignitosa, di tutti.

Non sono ancora riuscito a convincermi, ma credo di essere vicino al traguardo, della superfluità di ciò che mi è più caro. Ad esempio, i libri. Sono un bibliofilo, acquisto e raccolgo libri, a centinaia, a migliaia. Da qualche tempo li guardo e penso: quanti ne ho letto? Quanti riuscirò a leggerne?

E prima o poi li regalerò a chi mostrerà di apprezzarli.





Siate il meglio


Ogni uomo aspira al successo.

Ma quanti arrivano a realizzarlo?

Oltre alla consueta sequenza di attimi fuggenti,

le preziose citazioni che punteggiano la nostra rivista,

in questo numero il successo

diventa il fil rouge di diversi articoli, attraverso i quali

abbiamo provato ad ipotizzare i tanti modi nuovi in cui

il successo si declina nel nuovo millennio.

Se non potete essere un pino sulla vetta di un monte

siate un cespuglio nella valle, ma siate il miglior piccolo

cespuglio sulla sponda del ruscello.

Siate un cespuglio se non potete essere un albero.

Se non potete essere una via maestra, siate un sentiero.

Se non potete essere il sole siate una stella:

non con la mole vincete o fallite.

Siate il meglio di qualunque cosa siate.

Cercate ardentemente di scoprire a cosa siete chiamati

e poi mettetevi a farlo appassionatamente.


Martin Luther King




(Da “
La forza da amare”, 1963)




 

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