LE “SMEMORIE” DI COSTANZO
ELOGIO DEL BIGNÈ E ALTRE (IRONICHE) DOLCEZZE
È il dolce più affascinante,
più arrendevole alla bramosia del goloso. Ha la
consapevolezza del proprio fascino e si lascia
addentare, mordicchiare, succhiare, assecondando l’estro del
momento
Maurizio Costanzo
Abbiamo
riletto un bel libro autobiografico del re dello show
– “Smemorie”,
pubblicato da Rizzoli nel 1984 –
e per gentile
concessione dell’autore proponiamo alcuni stralci…
Una memorabile
esaltazione del pasticcino preferito da Maurizio,
un irrinunciabile
peccato di gola, e una serie di flash sui più diversi,
brillanti e curiosi,
piacevoli e amari, ricordi di una vita
e di una carriera straordinarie
Raggiungo
livelli di estrema labilità dinanzi ai dolci, in specie
dinanzi ai bignè fritti con la crema, altrimenti detti bignè
di San Giuseppe.
Un 19 marzo, al ristorante “La
Carbonara” di Campo de’ Fiori, insieme a Giovanni
Bertolucci, produttore cinematografico e cugino di Bernardo,
mangiammo in due 24 bignè. Alle quattro del pomeriggio,
allontanandoci dal ristorante, riconoscevamo a stento i
familiari. E pensare che nessuno dei due si chiamava
Giuseppe.
Un bignè al forno non è uguale a un
bignè fritto. Forse in proposito esistono diverse scuole di
pensiero, ma mi permetto di insistere: il bignè fritto ha
una pasta più morbida, più plasmabile, accoglie con diversa
disponibilità l’iniezione di crema. Il bignè al forno
ispessisce la pasta quel tanto che condiziona la crema alla
sua forma.
La crema, d’altra parte, è l’anima
del bignè. Un bignè solo di pasta, sarebbe squallido come un
biscotto. Di conseguenza è importante che la crema, entrando
con maggiore o minore violenza, questo sta alla mano del
pasticcere, esprima a pieno la propria personalità. La crema
è figlia, madre, sorella e amante. Dà il sapore a tutto,
scioglie e addolcisce l’involucro di pasta, la crema è il
carattere. Ho seguito molte volte i pasticceri quando con un
cartoccio ricolmo e una parte finale a pompetta, iniettano,
in quei corpi morti dei bignè vuoti, la linfa vitale. Ogni
spremuta di cartoccio, ecco un bignè che si anima, che
prende vita, che assume forme diverse. Nessun bignè è uguale
all’altro, in quel momento. È una inseminazione. I bignè,
una volta ingravidati, sono disponibili ad essere rimirati
su un cabaret, su un vassoio, in una vetrina. Anche il
pasticcere, dopo che ha compiuto questa operazione, si
lascia andare esausto, per qualche minuto. Quasi a
riprendere fiato, a guardare il prodigio compiuto, a
sospingere i bignè verso il loro destino definitivo.
Soltanto la crema, detta anche crema pasticcera, compie
questi miracoli.
Lo zabaione, il cioccolato, la
nocciola sono sottospecie: hanno voglia di camuffarsi dietro
una spruzzata di zucchero a velo! È come un bell’abito su
una donna non avvenente. Al contrario, il bignè fritto alla
crema si presenta così com’è, senza inutili orpelli,
definitivo e gagliardo nella sua seduzione. È il dolce più
affascinante, più arrendevole alla bramosia del goloso. Ha
consapevolezza del proprio fascino e si lascia addentare,
mordicchiare, succhiare, assecondando l’estro del momento.
Non oppone resistenza; si concede.
La leggera membrana si dispiega e
consente la fuoriuscita della crema che inonda la bocca e
talvolta fugge via, per eccesso di vitalità, andandosi a
posare sulla camicia o, meglio, sulle labbra. È piacevole in
quel caso richiamarla con la lingua, tornare a possederla.
È odioso il dolce che vuole imporre
la propria personalità o quello che già dal nome vuol
garantire un’efficacia. Come ad esempio il “tiramisù”. O
anche il “saint-honoré”. O infine la sfogliatella che con la
sua spirale, si ribella continuamente al possesso: imbratta
ogni cosa, si divincola, difende il contenuto di ricotta e
canditi, impedisce di gustare l’amalgama. Anche la crema
brulée ha i suoi torti, se vogliamo essere onesti. Sarebbe
deliziosa, se non fosse protetta da quello strato duro di
zucchero caramellato che oltre ad attaccarsi ai denti, rende
difficile l’arrivo alla crema medesima. Consiglio in questi
casi di operare un’apertura su questo pack zuccherino e da
lì estrarre, come una sonda, la crema. Se al posto dello
zucchero caramellato mettessero il sottile strato della
pasta bignè potrebbe diventare un dolce sopraffino, come un
deserto al di sopra del quale scorre un giacimento di
greggio.
Al bignè ritengo di poter rimanere
fedele per sempre. Non cederò ad altre lusinghe, non
addiverrò ad altre passioni.
mio padre
Mio padre, Ugo, era impiegato al
ministero dei Trasporti, ufficio concorsi; tranne un periodo
dopo la guerra nel quale fu chiamato a dirigere la mensa del
ministero. Non ha fatto carriera, un po’ per convinto
antifascismo e un po’ per naturale indolenza. Lo divertivano
gli amici e le partite a carte. Almeno così lo ricordo. Non
abbiamo fatto in tempo a fare conoscenza. È morto a 63 anni
quando ne avevo 21. Un problema irrisolto. Se avessimo avuto
maggiore frequentazione, oggi sarei più sereno.
Temo che ambedue cercassimo la
maniera per sfuggire la soffice normalità nella quale
eravamo immersi. Con qualche anno in più a disposizione,
saremmo riusciti a comunicarci la reciproca insofferenza. Ma
lui è morto, con grande dignità, dopo una seconda operazione
per l’asportazione di un tumore.
L’attimo prima che si accenda una
telecamera o che io compaia in palcoscenico, gli rivolgo
sempre un pensiero. Che non è soltanto abitudine, ma bisogno
di incoraggiamento e di conforto.
gli ascolti
Si fa questo mestiere per essere
visti. Chi fa televisione e afferma di non preoccuparsi
dell’ascolto, è un ipocrita. Del successo, della popolarità,
del cambiamento di vita che comporta, dell’ebbrezza che
procura vi parlerò sempre. È straordinariamente piacevole.
L’astinenza da questo tipo di rapporto con il pubblico
provoca indicibili rancori e mancamenti. Adesso, poi, che i
canali commerciali vivono soltanto di audience, il
contare il pubblico che ti segue o non ti segue o ti segue
in parte, s’avvicina alla nevrosi.
il
giornalista
Non sono figlio d’arte, ed è un
sollievo. Nessuno, tra i miei parenti ha mai fatto il
giornalista. Quando, con determinazione, appena presa la
maturità classica a diciassette anni (chissà perché ero un
anno in anticipo) cercai di fare il giornalista, i parenti
tutti si interrogarono sulla disgrazia che stava capitando.
Anni di impieghi statali confortanti con un mestiere
impreciso, di scarso risultato economico e a quei tempi con
frequentazioni notturne. Per i miei parenti di notte
giravano solo i ladri e le puttane.
la radio
La radio è straordinaria perché
vive di fantasia. A chi scriveva per sapere com’ero,
rispondevo che somigliavo a Mal dei Primitives. La
televisione ha rotto l’incantesimo.
andreotti e bernadette
La discussione era incentrata su
chi doveva accogliere Andreotti all’ingresso di via Teulada
e chi all’ingresso dello studio. Non fu una questione facile
da risolvere. Venne scelta una soluzione gerarchicamente
accettabile. Il direttore del Centro di produzione di via
Teulada e Paolo Grassi alla porta dello studio. Altri
dignitari in ordine sparso tra il corridoio e lo studio vero
e proprio. Andreotti arrivò, si sedette sulla poltrona
designata e non si mosse, dico non si mosse fino alla
conclusione della registrazione. Ricordo Annamaria Gambineri,
l’annunciatrice, che andò a parlargli e rimase inginocchiata
a lungo, come Bernadette nella grotta di Lourdes.
amendola in ascensore
Mimmo Scarano, allora direttore
della Rete Uno, era venuto in studio per salutare Amendola e
insieme, alla fine della trasmissione, si avviarono verso
l’uscita. Dovevamo salutarci tutti al cancello di via
Teulada. Dopo più di un quarto d’ora né Amendola né Scarano
comparivano. Si diffuse un certo nervosismo, ai venticinque
minuti apprensione. Poi fu svelato il mistero: erano rimasti
bloccati in ascensore. A quell’ora, a quei tempi, in via
Teulada qualunque tipo di servizio smontava prima delle mie
trasmissioni.
berlinguer non sorride
Mi parve più timido, più introverso
e più tormentato di quanto appariva nelle sue occasioni
pubbliche. Ed io mi compiaccio di raccontare che dopo il
colloquio disse ad una persona che me lo riferì che gli ero
sembrato meno “cattivo” e più intelligente di come talvolta
apparivo. Su questo scambio di opinioni mai detto l’un
l’altro, si sono conclusi i miei rapporti con Berlinguer.
Ah, sì: gli dissi anche che era opportuno che sorridesse un
po’ di più quando compariva in televisione. Rispose che
avrebbe fatto ogni sforzo, ma mentre lo diceva le
sopracciglia erano a mezza guancia.
al giro del belgio
Ho cominciato come volontario al
“Paese Sera”. Mi misero allo sport, non ne sapevo niente.
Dovevo essere al giornale alle sei del mattino.
Era agosto, tutti in ferie. Le
pagine sportive le curava, da solo, Antonio Ghirelli. Il
capo servizio era in vacanza. Denunciai la mia
inadeguatezza, Ghirelli mi invitò a non preoccuparmi.
Aggiunsi solo che sapevo qualcosa di ciclismo. “Perfetto”
esclamò “seguirai il giro del Belgio!”. Un tuffo al cuore:
mi vidi inviato, al debutto.
Niente affatto: dovevo, con le
agenzie, per cinque-sei giorni seguire attraverso i
comunicati Ansa la corsa. Ghirelli non solo scrisse “Dal
nostro inviato speciale” ma mi battezzò, per l’occasione,
Maurice Costance. Una firma che visse una sola estate.
totò, il tassista
Il più fortunato, se così si può
dire, è stato Totò. Ha avuto tali celebrazioni da morto che
mai nella vita avrebbe neppure immaginato. Amato dal
pubblico, maltrattato dalla critica, sfruttato dai
produttori privi di eleganza e di fantasia. Totò non ha mai
protestato per un trattamento che riteneva ingiusto. Ho
avuto occasione, e ne sono ancora felice, d’averlo
conosciuto e frequentato per un certo periodo.
Quando era già malato agli occhi,
lavorava meno e Franca Faldini, con dolcissima dedizione,
gli leggeva il giornale o conversava con lui per ore, per
distrarlo. Mi disse una cosa molto bella durante la
lavorazione di Uccellacci uccellini dove Pier Paolo
Pasolini lo volle protagonista. Non doveva essere stato
facile per lui accettare un regista così diverso da quelli
con i quali aveva lavorato sempre e interpretare un
personaggio così insolito per la sua pur ampia filmografia.
Credo che soltanto a istinto avesse capito storia,
personaggio e importanza del film. Gli domandai come si
trovasse ad essere diretto da Pasolini e lui parzialmente
eluse la domanda rispondendo: “Noi siamo come i tassisti,
andiamo dove il cliente vuole”.
il bassotto di malaparte
Gli fui simpatico a Malaparte. Lo
rividi molte volte. Ricordo, alla rinfusa, alcune cose: che
al cinema Barberini di Roma, essendo lui Malaparte, lo
facevano entrare con il bassotto; che il bassotto medesimo
veniva nutrito con wurstel, essendo tedesco, che
Malaparte comprava in una rosticceria di piazza Barberini;
che una volta ad una signora bene incontrata ad una festa e
che gli domandava garrula: “Ma lei Malaparte come fa a
scrivere cose così belle?”, rispose: “A macchina, signora,
con una portatile”.
addetto ai funerali
A causa di una serie di circostanze
sfortunate, per un anno della mia vita fui delegato dai
familiari a trattare i trasporti funebri. Il rappresentante
della ditta fornitrice dell’occorrente, la terza volta
disse: “Ancora lei?”. Allargai le braccia, m’ero fatto
un’esperienza nel settore. Non gli feci nemmeno aprire
quella specie di volume illustrativo, formulando
immediatamente le richieste. Marginalità, anche in questo
caso. Altri piangevano accanto ad un letto. Altri ancora
venivano consolati. Qualcuno denunciava stordimento e
malessere e prossimo svenimento. Io trattavo l’iscrizione
sulla lapide.
Mi viene in mente: ero al cimitero,
luogo peraltro che ho frequentato e frequento solo in
circostanze obbligatorie, quando, tornando indietro da un
trasporto, mi vedo abbracciare da un giornalista, un collega
che assisteva alla mesta cerimonia della sepoltura del
padre. Mi abbracciò stretto e mi disse: “Grazie di essere
venuto!”. Mi tenne poi per il resto della cerimonia talmente
stretto a sé che non ebbi il coraggio di dirgli che ero lì
per un altro funerale. Così non salutai gli altri congiunti
e uscii con i nuovi incontrati. Presi poi un taxi con un
leggero fastidio. Due funerali in uno, non mi era mai
successo.
bontà loro e acquario
Anche la scenografia di Bontà
loro era poverissima. Quando, due anni dopo, partì
Acquario, che si rappresentava con maggiore
pretenziosità, qualcuno mi disse: “Sono quelli di Bontà loro
che hanno fatto i soldi”. Sarà per questo che con
ostentazione ho difeso i divani rosa del mio talk show
teatrale e ho chiesto ed ottenuto che anche nella trasferta
americana al Madison Square Garden, davanti a
cinquemila persone, ci fossero quei divani. Non so bene se
per coerenza o per scaramanzia. E poi: la televisione è
sostanza e non forma.
Quando è necessario investire
nell’allestimento, cioè nella forma, vuol dire che l’idea,
il motore della trasmissione è fragile, richiede supporti.
gli amori di paola borboni
Divertente ascoltare la
straordinaria Paola Borboni quando racconta di come,
concedendosi per una notte all’allora presidente
dell’Argentina, salvò da un’incresciosa situazione debitoria
la compagnia italiana che si era spinta fin lì. Peccato
soltanto che la stessa Borboni non racconti mai, o per lo
meno non l’ho mai sentito dalla sua voce, di quando Salvo
Randone, esasperato dalla non facile relazione con
l’estroversa Paola, approfittò, durante un viaggio in treno,
di notte, di una fermata in aperta campagna per scendere ed
allontanarsi nel buio dicendo soltanto: “Uffa!”. Credo non
si siano più rivisti.
i cantanti? infelici
I cantanti sono diversi, ne ho
conosciuti molti, ne ho amati pochi. Sono monomaniaci: i
loro interessi vivono picchettati tra la speranza di entrare
in hit parade e quella di affollare il locale dove si
esibiranno.
Conoscono la brevità della loro
fortuna e la modestia della vocazione. Tra le migliaia di
cantanti continuamente immessi sul mercato, soltanto pochi
riescono a superare le mode e a mantenersi, anche in età
avanzata, in contatto con il pubblico. Gli altri escono
dalle classifiche e scivolano dai piedistalli che i
discografici edificano di continuo.
Nel fugace momento di applauso e di
consenso, offrono il peggio del loro carattere. Non hanno
grande spessore, e forse non è richiesto che lo abbiano.
mia madre
Non riesco ancora a capire e
qualche volta (non molte) me lo sono domandato, se è mia
madre che non ha parlato con me o sono io che non ho parlato
con lei. Probabilmente mi risulterà impossibile nella vita
che mi rimane da consumare, riuscire a dare una risposta a
questi interrogativi. O si risponde subito, e qualcuno ti
fornisce gli strumenti per farlo, o diventa complicato
affrontare persino l’argomento.
Probabilmente è tutta una storia di
discrezione male interpretata. Discreta, mia madre, nei
primi anni della mia vita nel parlarmi, nello sgridarmi, nel
trasferirmi le sue esperienze. Discreto o indolente io nel
non richiedere questo colloquio, nel non obbligarla a
infrangere quella specie di sottilissimo velo che ci
separava.
Via via, al di là dell’affetto, le
nostre immagini ci sono apparse reciprocamente sfocate, come
se gli sguardi non fossero mai alla distanza giusta.
Sulla discrezione, ovvero sulla
lunga astinenza di discorsi importanti coperta soltanto da
ragionamenti sul quotidiano, da esigenze immediate, da
scambio di opinioni superficiali, s’è andata sviluppando
questa non conoscenza del profondo, questa non conoscenza.
Almeno per me. Sono in ritardo per chiedere a lei conferma o
smentita.
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ELEONORA
ABBAGNATO
Gli artisti
italiani hanno più visibilità e, ancor
peggio,
devono trasferirsi all’estero per avere
successo
e poi tornare in Italia.
(Da “ culturaitalia.it”,
2010)
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