INTERVISTE

ANTONIO GHIRELLI:
“SONO IL NOÈ DEL GIORNALISMO!”


Un’amabile chiacchierata con uno dei decani del giornalismo italiano, diventa lo spunto per ripercorrere alcuni momenti fondamentali della sua storia personale: dagli anni partigiani, a quelli accanto a Pertini e Craxi, passando per la direzione di importanti quotidiani nazionali. E sullo sfondo, sempre presente, l’amata moglie Barbara


 

Barbara Leone*

 

 

Il grido delle onde, che fragorose si spezzano sulla riva, lacera il cielo. Acciambellata sugli scogli, Parthenope dissolve lo sguardo verso l’orizzonte limpido e severo. I lunghi capelli nero avorio danzano tra le braccia del dolce libeccio offerto dal mare, che morbidamente trascina a sé il candido peplo. La sabbia, impalpabile e bianca, sembra polvere di lontanissima cometa. I grandi occhi neri scrutano l’indefinibile. Le labbra carnose bisbigliano parole, prontamente rapite dallo stridulo garrito dei gabbiani impazziti. Procace e rigogliosa, la giovine ha ricevuto in dono dagli dei una bellezza paragonabile a quella di Giunone e Minerva, cui rassomiglia: fronte bassa, pelle nivea, perfetto accordo di grazia e salute in un corpo armonioso e marmoreo.

I pensieri si sparpagliano, fino ad avere un volto ed un nome: quello del suo amato Cimone. Così egli le parla, in una pallida notte d’estate: “Parthenope, vuoi tu seguirmi?”. Nessun dubbio lambisce la sua voce, che tenera risponde: “Partiamo, amore”. Così, dalla Grecia i due amanti si affidano ai flutti del mare, che li conduce su di un divino lido al di là del Tirreno, abbracciato da lussureggianti colline fiorite. Al loro arrivo quella terra, che da sempre li attende, sussulta di gioia. Una terra nata per l’amore. E che del loro amore si nutrirà bramosamente sino a divenire quel che è oggi: Napoli, “la città della giovinezza; ricca, ma solitaria, ricca, ma mortale, ricca, ma senza fremiti. Parthenope e Cimone hanno creata Napoli immortale”.

Da questa antica leggenda, magnificamente narrata da Matilde Serao, nasce la civiltà partenopea, “quella dello spirito innamorato; il più grande dei sentimenti, quello dell’arte; la fusione dell’armonia fisica con l’armonia morale, l’amore efficace, fervido, onnipossente” che è “l’ambiente vivificante della nuova città”. Ma al di là del mito, Napoli è – come osservò Domenico Rea in un celebre saggio intitolato “Le due Napoli” – una città composta da due città. La prima è quella che tutto il mondo conosce: bella ma sciatta, sguaiata, tutta pizza e mandolino, Pulcinella e San Gennaro ma con quintali di monnezza per strada. Un cliché inamovibile perché comodo e facile. La città anema e core, povera e scugnizza, che tutti vogliono salvare e che fa notizia sui giornali.

Poi c’è un’altra Napoli: una città nobilissima, generosa, mite e gentile, dove l’aria è fina fina e i sentimenti non si confondono col sentimentalismo di meroliana memoria. Una città dove i profumi sono intensi e vivere è un’armoniosa benedizione del Creato. Quella Napoli che, per dirla con la Serao, è davvero la città dell’amore. Non c’è parentela né contiguità tra questi due mondi popolati da signori e lazzaroni, che pure da secoli vivono sotto lo stesso cielo e abitano nelle stesse case. Della Napoli nobilissima, per animo e non per blasone, la traccia ancor oggi è viva e riluce nei (pochi, a dire il vero) signori rimasti. Ne abbiamo incontrato uno, con la S maiuscola. Dono raro e quanto mai prezioso di questi tempi.

 

Antonio Ghirelli: Lei nasce a Napoli nel 1922.

“Esatto. Il 10 maggio. E mio nipote, che si chiama Parvis, nasce il 10 maggio”.

 

Un nome singolare…

“È il nome di un partigiano iraniano. Mio figlio e mia nuora lavoravano in Algeria. Lui insegnava mass-media all’università e lei insegnava italiano e francese. Ebbero questo bambino e in omaggio ad un loro compagno di esilio – ovviamente non erano in esilio – lo chiamarono con questo nome strano. Adesso è un metro e novantaquattro e ha 32 anni… che per essere piccolo – perché Parvis vuol dire piccolo – è un po’ cresciutello”.

 

Cosa ricorda della sua infanzia e della sua adolescenza napoletana?

“Ho scritto quattro o cinque libri su Napoli, adesso ne esce uno mio che si chiama “Una certa idea di Napoli”, nel quale cerco di spiegare perché Napoli è così. Noi abbiamo una storia di cinquant’anni di anticipo su Roma. Gli esuli greci che l’hanno fondata cinquant’anni prima di Roma… e Napoli è una città profondamente greca. Abbiamo tutti i pregi e tutti i difetti dei Greci”.

 

Quali sono i pregi e quali sono i difetti?

“I pregi sono il senso del bello, della fantasia e dell’ironia. La filosofia insomma. Il brutto è che se tu studi ottomila anni di Grecia, noterai che non hanno mai fatto una guerra come Grecia, ma sempre come città. E noi abbiamo questa mentalità. Per noi lo Stato non esiste, esistono gli uomini. Che inventano la vita. C’è un proverbio napoletano che esprime bene questa fredda e sorridente disperazione: ‘ca chi more fa ‘n affare… tu di che paese sei?”.

 

Io sono nata a Campobasso, da padre molisano e madre siciliana…

“E allora siamo cugini! Campobasso è una città di provincia e la provincia non è così greca. La provincia risente ancora di una vecchia civiltà autoctona, poi ha avuto dei longobardi, ha avuto degli svevi ed è più seria… la provincia è un po’ meno allegra, un po’ meno divertente”.

 

Lei a dieci anni, quando tutti i bambini vogliono fare l’astronauta o il poliziotto, decide che vuole fare il direttore di giornale.

“Sì, a dieci anni ho deciso che volevo fare il direttore di giornale”.

 

Ecco, come nasce in un bambino questa singolare aspirazione?

“Nasce dalla curiosità per la politica, ma non per farla, per capirla. Io conoscevo tutte le divisioni del fascismo. Il fascismo, che nella tradizione è un blocco autoritario, in realtà aveva tante fazioni, tanti modi di interpretare quella tirannide. Ed io li conoscevo tutti”.

 

A dieci anni…

“A dieci anni. Mi piaceva assai! E infondo ho diretto soltanto cinque giornali. Però…”.

 

E così è approdato al suo primo giornale, quello della Guf.

“Sono stato in una scuola molto importante, che tu devi citare perché la scuola di per sé era un ginnasio-liceo, si chiamava Umberto I. Ma abbiamo avuto una fortuna enorme, perché la nostra generazione ha coinciso con un preside e con un vice-preside straordinari, di un rigore assoluto, ma con un amore straordinario per la cultura e per i ragazzi.

Loro hanno escogitato una difesa dal fascismo che è veramente geniale. Ci hanno illustrato la storia partendo dal Risorgimento italiano, che in Campania ha avuto dei punti di riferimento molto importanti, come De Santis e tanti altri. Ci hanno insegnato un amor di Patria che è il contrario del fascismo, non è aggressivo, non è vanitoso ma è assolutamente irriducibile. Il Piemonte nel 1846-1847 era pieno di meridionali di grande valore, e questi meridionali non solo erano indipendentisti, ma erano anche europeisti. Quindi noi abbiamo avuto questa scuola, dalla quale sono usciti Francesco Rosi, Giuseppe Patroni Griffi, Maurizio Barendson e tanti altri. Una generazione di intellettuali abituati all’amore per la cultura”.

 

Che però sono scappati da Napoli…

“Ma a Napoli non c’è lavoro, il problema è questo. Non c’è produzione, non c’è cultura imprenditoriale. Torniamo ai greci. I greci erano dei mercanti, non erano degli industriali. Non avevano l’idea della grande fabbrica, della grande organizzazione. Avevano l’idea della grande trovata, l’idea di conoscere. Marsiglia è greca, Nizza è greca, Genova è greca. Loro viaggiavano, non si fermavano mai”.

 

Torniamo alla Guf: di cosa scriveva?

“Sono partito dalla Guf, dove ero direttore del Teatro Guf, perché mi occupavo molto di cinema e teatro. C’era un giornale che si chiamava “Il 9 Maggio”, che era appunto il giornale della Guf, ed io mi occupavo di critica cinematografica. Sono sempre stato interessato al mondo dello spettacolo”.

 

Infatti, ha anche scritto dei testi per il teatro ed il cinema.

“Uno molto bello lo scrissi con Viviani. L’ho scritto e composto io, ma era tutta roba ideata e messa insieme da Viviani. Fu messo in scena con Achille Millo e la Pagano. La mia è stata solo un’operazione di montaggio. Ho lavorato anche con Eduardo De Filippo, ma il teatro non è la mia vocazione. Ho fatto due sceneggiature. Ma erano film troppo di sinistra. Poi Andreotti offrì invece un bel film da fare ad Eduardo e delle mie sceneggiature non se ne fece nulla. Sono soprattutto un critico. Non sono un creatore”.

 

Come è finito a Milano?

“Mi sono trovato con la guerra ed ho fatto il servizio militare come allievo ufficiale insieme con Raffaele La Capria, mio grande amico. Mi ricordo un episodio molto carino: quando sono arrivato per la prima volta all’Umberto, la mia scuola che all’epoca stava in via Fiorelli a Napoli, il primo giorno di scuola aspettavo di entrare, mi si avvicina una signora che mi dice “tu come ti chiami bambino?”… avevo nove o dieci anni. Allora glielo dico: era la madre di La Capria. E da allora siamo rimasti grandissimi amici. Anche un’ora fa abbiamo parlato insieme.

Quindi con La Capria eravamo allievi ufficiali. Da Caserta, dove facevamo il corso, ci hanno spostato in Puglia… gli Alleati stavano per invaderci. Per dare un’idea di cosa fosse il fascismo e la guerra fascista… Mussolini era un grande giornalista, ma come capo di governo una catastrofe… Noi eravamo antiparacadutisti, ci avvertirono: “Se sparate e non cogliete dovete pagare la cartuccia”. Ti puoi immaginare…

Noi, per reagire a questa condizione che era durissima, abbiamo tradotto “I nutrimenti terrestri” di Gide… abbiamo preso il testo più sofisticato, antimilitare che ci fosse di Gide… un ricchione tremendo, ma uno scrittore straordinario… e ci siamo salvati così. Mio padre, che era diviso da mia madre, dopo che ci hanno bombardato la casa mi ha fatto ottenere l’esonero.

Così sono tornato a Napoli, ho attraversato le linee dopo l’8 settembre… sono passato attraverso la riviera di Amalfi, un posto meraviglioso… però ci stavano i tedeschi sulla montagna. Ho attraversato le linee in un momento molto bello, certamente molto pericoloso, ma divertente. Sono riuscito a salire su Tramonti nel momento in cui combattevano tedeschi ed americani. Se vincevano i tedeschi ero fottuto perché mi acchiappavano. Ero con un ragazzo calabrese. La prima volta ci siamo fermati a Pompei, perché lì finiva la Vesuviana, e questo ragazzo, che come me scappava per fare il partigiano, se ne uscì con una frase meravigliosa: “Signorì, che confusionismo”. Una definizione che è valsa per tutti i cinquanta anni dopo. Era un pompiere calabrese.

Per fortuna vinsero gli americani, io accompagnai un ferito inglese sulle spalle, scesi giù… ho fatto il cameriere in albergo… Non parlavo bene l’inglese, anzi non lo parlavo affatto, però capii che cos’era l’Inghilterra, di cui sono un grande ammiratore, quando fermai una macchina della polizia dicendogli have got time – che secondo me significava che ora è? e invece significava “hai tempo” – e lui rispose serissimo: no time no money… e lì capii che l’Inghilterra avrebbe vinto la guerra. Poi con un capitano italiano ho formato la prima banda partigiana. Sono stato uno dei primissimi partigiani. Non è un merito, è un dovere… È stato prima delle Quattro giornate di Napoli.

Poi siamo arrivati con questa banda… ho sequestrato un ciuccio perché dovevo portare le munizioni e da Positano, per arrivare a Castellammare, ho sequestrato questo ciuccio con una ricevuta firmata dalla regina di Inghilterra… modestamente. Di sera ci siamo fermati… ho visto una luce e per la prima ed ultima volta in vita mia ho sparato. Spero di aver ucciso un tedesco. Spero. Ma forse no. Magari erano semplicemente due ragazzi che facevano l’amore… Ma non ho mai ammazzato nessuno in vita mia. Poi sono andato a Napoli dove abbiamo vissuto giorni molto duri. Io stavo con mia madre. Eravamo molto poveri. Ho caricato cassette di munizioni, ho fatto un po’ il facchino al porto. Poi ho trovato un bel posto nella Marina inglese, mi hanno preso come impiegato… non sapevo l’inglese né sapevo fare i conti. Però siccome ero uno dei pochi napoletani che non si rubavano la pasta e la carne mi hanno promosso e prendevo mille lire in più alla settimana. Mentre stavo lì, passò un mio amico che avevo conosciuto al liceo… io ero all’Università, avevo fatto legge... e questo mio amico mi dice: “Ma che fai?” e mi porta alla Rai, che allora si chiamava Eiar.

L’Eiar l’avevano presa gli angloamericani del Psychological Warfare Branch, Pwb, che vuol dire settore della guerra psicologica. E sapendo che avevo scritto sul “9 Maggio” e che ero pure iscritto al partito comunista clandestino… ma agli americani questo non interessava… mi hanno preso. E lì ho avuto la gioia di conoscere mia moglie… adesso non ti scandalizzare se mi commuovo, perché mia moglie è morta pochi giorni fa…

Gli americani hanno preso Roma. Loro avevano questa abitudine, quando prendevano una città italiana abbandonavano quella di prima, quindi alla Rai sono tornati i funzionari fascisti… allora io e Tommaso Giglio, giornalista ed anche prestigiatore, abbiamo chiesto al Pwb di prenderci nell’avanzata per fare la radio partigiana, ad Altopascio… La guerra in Italia è stata molto strana. Gli americani non volevano perdite. Era giusto. Con la loro superiorità schiacciante di mezzi… pensa che gli americani facevano cinquemila aerei al mese. Questo Pwb era diretto in Italia da tre ebrei italiani, che erano scappati nel 1938 da Livorno e da Roma. Erano diventati sudditi americani, ma in guerra per tornare in Italia e combattere. Erano molto colti ed intelligenti. Io sono partito con loro. Ma veramente siamo partiti io, Tommaso Giglio e uno di loro.

La guerra, facendola al risparmio, avanzava molto piano… I tedeschi avevano un generale che era un figlio di buona donna, si chiamava Kesserling. Non era crudele. Ma molto intelligente. Era una guerra di intelligenza. C’era la famosa Linea gotica, che è stata per mesi inespugnabile da noi. Io e Tommaso stavamo sotto la Linea gotica, facevamo la propaganda e leggevamo il giornale radio. Avevamo di fronte in Liguria, cioè come radio era vicinissima, l’Armata fascista diretta dal generale Graziani. Quindi noi facevamo una forte propaganda per spaccare questa Armata e farla venire con i partigiani. Ad un certo punto la Linea gotica è crollata. Noi siamo partiti in macchina e siamo arrivati a Bologna. Lì ho lavorato nella radio bolognese, sempre del Pdw… e nel frattempo mi sono sposato.

Avevo conosciuto questa ragazza a Radio Napoli… mi piaceva pazzamente… Mi ricordo che sono tornato un lunedì. Avevo rubato una macchina da scrivere al Pwb. Non avevo i soldi e l’ho venduta per novemila lire. E così mi sono pagato questo viaggio da Altopascio a Napoli. Era estate… Mia moglie stava ai bagni. C’era la mia futura suocera, sono andato a salutarla perché già la conoscevo e le dissi… io da ragazzo ero molto spudorato, quasi come adesso… le dissi: “Sono venuto a sposare sua figlia”. Mia suocera, sorniona disse: “ah sì, vuole sposare mia figlia? Mi fa piacere. E quando?”. Risposi: “Signora oggi è lunedì, la sposo sabato perché domenica devo tornare”. Allora la sorella di mia moglie è andata a chiamare mio suocero, un uomo meraviglioso, capo dipartimento ferroviario di Napoli, un napoletano intelligentissimo e simpaticissimo… disse: “Va bene”.

E così ci siamo sposati in chiesa, per far piacere ai miei suoceri. Ho avuto molta fortuna… Eravamo in chiesa: Barbara, mia moglie, aveva un vestito fatto con la seta dei paracaduti americani.. una seta tutta bianca. Io avevo il vestito di Francesco Rosi, che però era il doppio di me e mi stava largo. Il prete comincia a parlare e dice tante di quelle sciocchezze che noi abbiamo cominciato a ridere a più non posso! Il prete, che era serio però era napoletano, cambiando tono ci disse: “guagliù, se non la finite vi caccio dalla chiesa”. Oh bella, ma noi eravamo ormai marito e moglie… Poi sono tornato al fronte, l’ho fatta venire a Bologna, la guerra era finita. Ed con una lettera del Pci di cui facevo parte mi sono presentato all’“Unità” di Milano, il cui direttore era Giancarlo Pajetta, giornalista bravissimo, ma molto fazioso… e lui mi ha preso… e devo confessare che sono stato il giornalista più fortunato d’Europa: mi hanno preso dopo tre giorni e dopo dieci giorni ero professionista. Quindi sono professionista dall’ottobre del 1945. Ho l’età di Noè! Ho avuto una grande fortuna… però fai parlare solo a me!”.

Quando ha lasciato il Pci?

“Sono uscito dopo il XX Congresso, quando Kruscev denunciò gli errori e gli orrori di Stalin. Sono uscito nel 1956. Quindi dopo i fatti in Ungheria, dove c’era stata una grande rivolta popolare. Nel ’68, invece, i comunisti cecoslovacchi non furono capiti, cercarono di democratizzare il Partito. E lì Kruscev intervenne con tutto il Patto di Varsavia per reprimere i moti rivoluzionari di quella primavera. Noi socialisti abbiamo preso nel Psi il presidente della televisione di Praga, lo ricevemmo con Bettino, che lo fece poi Europarlamentare. Fu il tentativo di rendere democratico il comunismo. Ma io ero già fuori, avevo lavorato a “Milano sera” e a “Paese Sera”, quindi ero già fuori…

Ma sai chi era un genio? Togliatti. Di lui dicono peste e corna perché venne in accordo con Stalin… E per forza! Sennò sarebbe morto. Ma Stalin capì che in Italia non si poteva instaurare il comunismo, capì che gli americani non lo avrebbero mai permesso. Togliatti arrivò al cinema “Modernissimo” di Napoli e con calma disse a noi giovani trotzkisti: “Dobbiamo collaborare con Badoglio – che per noi era il mostro fascista – per la salvezza dell’Italia… Il Concordato…”. Lui sapeva che il fascismo in venticinque anni aveva dipinto noi comunisti come nemici della Patria e di Dio. Siamo arrivati al 33 per cento.

Ci ho lavorato con Togliatti, era un uomo strepitoso. Era molto pignolo nella grammatica e nella sintassi. Scriveva bene, ma non benissimo, io l’ho amato molto perché era un uomo di un’intelligenza mostruosa. Noi avevano all’“Unità” un compagno che si chiamava Martin, che era il comandante di divisione partigiana. Lo avevano messo a scrivere di sport, poiché era analfabeta. Un giorno entro in ascensore e c’era Togliatti. Il leader del Pci mi chiese: “Ma che ne pensi di Martin?”… ‘n capa a me dico: ma che ne devo pensare… e allora risposi: “È un bravo compagno, compagno Togliatti”. Che ne dovevo pensare? Mi ricordo che una volta mi trovavo a Mosca col compagno Martin ed io scrivevo un pezzo per “Paese sera”. Mentre scrivevo il povero Martin sbatté la macchina da scrivere al muro e col suo accento piemontese mi disse: “Te scrivi troppo in fretta!”. Era un personaggio! Però ne capiva di sport”.

 

Anche lei si è anche occupato molto di sport…

Quando sono uscito dal Partito e dal giornale, anche se loro mi avevano pregato di restare, ero andato a “Paese sera”, dove avevano inventato una formula fantastica. L’“Unità” lo leggeva il compagno più indottrinato… era un giornale scucciante! Noi facemmo il giornale della sera nel quale c’era sì la politica, ma anche la cultura, lo spettacolo, lo sport, il sesso, il pettegolezzo: c’era tutto. E sul piano della tecnica giornalistica bisogna ringraziare due grandi giornalisti. Uno si chiamava Tortorella, che era il fratello intelligente di un gerarca conformista. E l’altro era il grande Gaetano Afeltra, uomo del “Corriere della Sera”.

Io per fortuna feci il cronista, quindi stavo anche in tipografia. Se uno mi telefonava da un bar e mi diceva di un delitto lo scrivevo e lì per lì impaginavo… Quindi quando uscii dal Pci, siccome la nostra moralità di comunisti ci impediva di andare nei giornali borghesi, entrai alla “Gazzetta dello Sport” come impaginatore. Sono un impaginatore formidabile, molto più che giornalista… altro che direttore! Mi presero perché quello prima di me non sapeva niente. Una volta scrisse questo titolo: “Rigore direttore”, perché nel giornalismo quando tu passi un pezzo ed il direttore dice “Questo pezzo deve andare a tutti i costi” si scrive “rigore direttore”. E questo ci ha fatto il titolo d’apertura in prima pagina. L’hanno cacciato ed hanno preso me.

Poi feci un’inchiesta sul Coni per “Tuttosport”, di cui ero collaboratore. Un’inchiesta di tre-quattro puntate. Il proprietario del giornale si innamorò della mia inchiesta. Successe che morirono sia il direttore, Carlin, sia il vice-direttore Bianchi, che era amico mio. Morirono tutti e due. Allora mi convocarono a Piazza Barberini e mi chiesero di fare il direttore. Mi dissero: “Quanto vuoi?”. Ed io spavaldo, come sempre, chiesi settecentomila lire di stipendio al mese. Mi vennero accordate. Così improvvisamente da miserabile che ero diventai un signore… nel 1960. Chiesi questo esoso fisso ed in più 30 centesimi ogni copia in più che avrei venduto. In un mese vendetti il 30 per cento in più. Perché il mio mestiere era quello: il direttore. Perché come scrittore…”.

 

Però Lei ha scritto molti libri…

“Ma la mia bravura era quella di sfornare giornalisti. Quelli a cui sono più legato sono Franco Recanatesi, Cesare Lanza e Mario Pennacchia. Sul “Corriere dello Sport” inventai una pagina, curata proprio da Pennacchia, che si chiamava “Forza ragazzi”. Il “Corriere dello Sport” è un giornale che si vende molto nel Mezzogiorno, dove la scuola non funziona, il lavoro non c’è. Allora feci due pagine settimanali in cui parlavo solo di scuola, di cultura e di lavoro. Non di sport. Introdussi questa cosa che andò molto bene. Prima del “Corriere dello Sport” ero stato due anni a “Tuttosport”.

Però mia moglie non si trovava bene a Torino… pensa che come sono arrivato ho preso in affitto una bella casa. Il proprietario mi disse: “Stia attento ne’, qui è pieno di meridionali”. Perché secondo lui uno che era direttore non poteva essere meridionale… Per di più ricco da potersi permettere quella casa: come minimo doveva essere di Bolzano! Allora gli risposi: “Non si preoccupi, sono meridionale anche io”.

È sbiancato! Pensa, il pregiudizio contro i meridionali era tale che nessuno del giornale, benché io fossi il direttore, ha mai invitato mia moglie né a cena, né a fare una passeggiata con le altre mogli… nulla! Dopo due anni non ne potevamo più e tornammo a Roma, dove ho diretto il “Corriere dello Sport” per nove anni. Poi sono stato direttore del “Globo”, del “Mondo”, dell’“Avanti!”… e poi mi ha chiamato Pertini, che dopo due anni mi ha cacciato… ma lui non c’entrava. Ed ho scritto un libro di elogio su Pertini: “Caro Presidente”, ottantacinquemila copie. Era un grandissimo. Per due anni mi sono fatto un sacco di risate… con questo vecchio incazzosissimo…, ma era buono come il pane… mi sono divertito”.

 

Le fu chiamato da Pertini mentre era a Fiuggi con Alighiero Noschese.

“Sì, io ed Alighiero eravamo socialisti. Ci pareva un sogno. Pertini nel suo discorso di insediamento al Quirinale, elegantemente, elogiò Leone. Poi forse il povero Leone non c’entrava nulla con lo scandalo di cui fui accusato. Con Pertini fu una rivoluzione: mise due laici al governo, Spadolini e Craxi. E quando Bettino è arrivato da Como, vestito male, lo ha cacciato dicendo che al Quirinale si andava in giacca e cravatta. Era simpaticissimo”.

 

Invece Craxi lo chiamò mentre era dal dentista…

“Ma sai tutto! Sì, ero dal dentista, terrorizzato su quella poltrona. Arriva la segretaria che dice: “Guardi la vogliono al telefono”. E dall’altra parte: “Sono Craxi!”. Avevo scritto “Effetto Craxi”. Avevo preso il titolo da un discorso di Martelli, un uomo molto intelligente, non era un socialista secondo me, però era molto intelligente…

Quindi ho fatto questo libro su Craxi, però non sono riuscito ad avere notizie sulla sua adolescenza. E così sono andato a trovarlo. Craxi era dieci volte più incazzoso di Pertini. Ma era un uomo buonissimo. L’andai a trovare e gli proposi cinquanta domande sul suo periodo giovanile. Invece lui mi scrisse venti cartelle.

Scrissi il libro e per un anno e mezzo il silenzio più assoluto da parte di Bettino. Tanto che pensai “non gli sarà piaciuto il libro”. Poi invece mi chiamò, dal dentista, dicendo: “Ci verresti a darmi una mano qui a Palazzo Chigi?”. Ed andai, benché Pertini gli avesse sconsigliato di assumermi. Sandro non amava Craxi poiché lo considerava un socialista di destra. Spadolini lo inquietava meno perché era repubblicano. Poi Spadolini era effettivamente un uomo straordinario”.

 

Ma umanamente chi lo ha colpito di più?

“Erano totalmente diversi. Agli antipodi direi. Pertini usciva dalla lotta antifascista ed era vicino al Pci. Craxi usciva dalla scissione socialdemocratica del comunismo. Non si sarebbero mai incontrati. Pertini non era un leader popolare. Pensa che quando presentava una mozione ai Congressi prendeva l’uno per cento. Craxi possedeva un carisma unico. In effetti, è strano che uno come lui si fidasse di Andreotti e Forlani. Per carità, sono amico di Andreotti ma non comprerei un cappello da Andreotti… Sette volte presidente del Consiglio. Due processi. Di cui uno per omicidio. “Quanti anni ha presidente?”. “Sono in proroga”, risponde lui”.

 

Cosa pensa di Berlusconi?

“Berlusconi è un grande industriale che per non essere arrestato è entrato in politica. Ho scritto quattro saggi con la Mondadori, che è organizzata come una grande casa editrice americana. È perfetta. Ti paga la prima volta, ti paga la seconda. Se presenti il libro a Palermo piuttosto che a Trieste sei spesato di tutto con la Mondadori. Ti segue in tutto. Lui ha preso tre televisioni. Ma una era di Mondadori, una di Rizzoli. Sono fallite, lui le ha rivitalizzate. Lui ha inventato Milano due. È un grandissimo imprenditore”.

 

E come politico?

“Non è propriamente il suo mestiere”.

 

Nell’Italia di oggi esistono politici di razza?

“No. Ma non esistono non perché siamo scemi. Non esistono perché tutto è cambiato. Oggi i giornali non vendono più niente. C’è il web, c’è Google. Oggi vai da Parigi a New York in quattro ore. Hai milioni di persone che si spostano.

Noi abbiamo fondato tutto sulla lotta di classe. Non c’è più la lotta di classe. Quelli che votavano per la Cgil oggi votano la Lega. Prendi la Cina: per me comunista, ex comunista per carità, la Cina è l’esempio del paradosso. Il Partito comunista comanda sempre. L’economia è libera, fino a un certo punto. Però sente Google, però traffica, però vanno all’estero. Loro hanno inventato un comunismo adattato al fallimento del comunismo. Ma i comunisti europei non ne hanno mai proprio parlato. Non si è fatto un Congresso per capire.

Tu non sai chi è Deng Xiaoping. Ma Deng Xiaoping è quello che ha inventato questa cosa. È un genio! Ti do un consiglio… siccome vedo che sei molto sveglia, leggiti un libro che ha scritto la figlia di Deng Xiaoping. È facile, seicento pagine. Però è un libro straordinario. Lui era numero due della Lunga Marcia. Mao non lo ha mai potuto distruggere. Lui e Ciu En Lai da giovani erano stati a Parigi, quindi conoscevano quei due mondi. Questo Den Xiaoping a settant’anni viene cacciato dal Partito, ma non arrestato, non processato. Il figlio si uccise, perché gli volevano far dire che il padre era diventato anticomunista. Lui e la moglie a un certo vengono mandati dal compagno Mao a duemila chilometri da Pechino a fare gli operai… a settantadue anni. Lui ci è andato, tranquillamente. Quando è morto Mao, questo Den Xiaoping ha inventato questo adattamento, che ricorda un po’ la grande politica che fece Roosevelt durante la crisi del ‘29, quindi una politica di intervento dello Stato ma a vantaggio del mercato non contro il mercato”.

 

Oggi come stanno reagendo i nostri politici alla crisi economica?

“Non stanno facendo niente. Un po’ non ci sono i mezzi, perché c’è la preoccupazione del debito pubblico. Un po’ loro hanno lasciato che col cambio dell’euro, che tutta l’Europa ha accettato e che in Europa non ha dato nessuno di questi effetti, qui fosse lecito a tutti i commercianti rincarare selvaggiamente. Una tazza di caffè costa duemila lire: è possibile? Se tu cacci un euro, ti danno venti centesimi che tu lasci come mancia e hai speso 1750 lire pe’ nu cafè! In proporzione così è il cibo, così è la casa, così è il treno, così è la benzina. Tutto.

Hanno accettato questo. E qui Prodi e D’Alema hanno la maggiore responsabilità. Prodi l’ha fatta lui l’operazione. Per essere elogiato c’ha inguaiato! E qui non so come se ne esce. Io però ho molta fiducia negli italiani.

Perché è nella difficoltà che gli italiani danno il meglio di sé. I napoletani poi in questo sono maestri!”.

Mai come in questo periodo si parla di articolo 21. Ma è in pericolo la libertà di stampa?

“No, in pericolo no, ma certamente questo impero di Mediaset è pericoloso. E lui poi è strano, un uomo così vitale, così forte ha paura dell’opposizione e di certe trasmissioni. Io sono di sinistra, Santoro lo detesto, è noioso, aggressivo. Chi lo può fregare è Mentana non Santoro, perché è più furbo, lo mette in difficoltà. Se tu lo aggredisci non è giusto, Santoro è troppo estremo. Come la Guzzanti, come Grillo. Sono personaggi scadenti, non sono spiritosi. Qui per fottere a chist’ bisogna essere spiritosi. In questo tipo di società, in cui apparire è più importante che essere, Berlusconi è l’incarnazione di questo ideale: diventare ricco a tutti i costi.

Apparire sempre di buon umore, scopatore di ferro… però questo piace! Il principe Savoia piace. Il calciatore che ti dice come devi studiare. E tutto perché il grande progresso, che è stato enorme nella scienza, ma non ne parla nessuno, ha dato vita ad una comunicazione vuota, priva di contenuti, immediata, fulminante… e poi? Facebook… lui incarna tutto questo. Non è che sia un uomo demoniaco. Ha avuto la fortuna di incarnare questo ideale di vita. Come Garibaldi e Mazzini: ma come fate sempre la guerra? In quel momento bisognava fare sempre la guerra. Se tu Garibaldi lo mettevi in un ginnasio ad insegnare il latino era un cretino. Cioè è la coincidenza dei tempi”.

 

Bisogna anche dire che l’alternativa a Berlusconi è imbarazzante…

“Ti riconduco sempre al vecchio Marx. La sinistra ha perduto la Guerra fredda. Il comunismo ha perduto. Il socialismo è una mediazione democratica che non affascina, perché è la più ragionevole, la più giusta. Ma la Thatcher ha fatto forse qualcosa di più dell’inglese, come si chiamava… il giovane…”.

 

Tony Blair…

Blair… anche se Blair ha fatto cose bellissime. Ma la Thatcher e Reagan hanno battuto Lenin e Stalin. Come dire… Maradona e mio nonno. Proprio così! Perché hanno interpretato un’esigenza produttiva. Tu devi produrre, la devi fare mangiare la gente. Tutti gli immigrati con cui parlo evocano il comunismo, perché a scuola non pagavano, all’ospedale non pagavano, il posto era sicuro. La libertà è un lusso che ha la persona colta, la persona che ha la possibilità di scegliere. Prendi Bersani… potrebbe essere ministro delle Poste… Poste e telegrafi anche… è nù buon’omm, una persona molto corretta, però…. Veltroni era patetico. Sono fuori del mondo, la furbizia di D’Alema, non basta. Vedi la figura che ha fatto D’Alema con Niki Vendola, è impressionante!”.

 

Lei è stato direttore del Tg2. Che telegiornali guarda oggi?

“Li guardo tutti perché sono pazzo del giornalismo. Il Tg3 è molto settario, il Tg1 è scandaloso. Forse il Tg2 è il più fesso, ma è quello più sopportabile. Ma Minzolini e Berlinguer… non puoi esagerare così!”.

 

Cosa pensa del finanziamento pubblico ai giornali?

“Lo trovo immorale. Con danni sul sistema finanziario enormi. Non vedo perché. Sono mezzi per addomesticare i giornalisti”.

 

Ma un giornalista può essere oggi un cane sciolto, senza padrone?

“È difficile”.

 

Qual è il giornalismo che proprio non sopporta?

“Diciamo un nome nobile, così nessuno mi può dire che sono un adulatore. Come si chiama quello… m’aggio scurdato ‘o nome… l’insultatore di Napoli…. Vedi come si spegne l’intelligenza di una persona di colpo… parlo della mia…”.

 

Ne vorrei avere la metà della metà… ma chi Giorgio Bocca?

“Eh sì, Bocca! Un oratore, ma non un giornalista. E poi non ho sopportato nemmeno Eugenio Scalfari. Però, devo essere onesto, perché Scalfari è stato il nemico di Craxi. Io sono un grande amico di Craxi. Eugenio è un grande giornalista, ma poco obiettivo. I giornalisti devono avere ironia e senso della misura. Sennò appartieni ad una civiltà pastorale, fatta di insulti. Un giornalista che adoro è quello del “Corriere della Sera”… come si chiama… Giovanni Sartori: un genio. E non ha padroni. Un giornalista per non avere padroni deve essere così bravo, deve avere tanto di quel consenso pubblico che l’editore si rassegna”.

 

Lei ha scoperto anche molte giornaliste donne: Lilli Gruber, Barbara Spinelli, Carmen Lasorella, Maria Concetta Mattei. C’è qualche differenza tra il giornalismo al maschile e quello al femminile?

“Sono femminista perché sono un socialista. Dopo tre-quattromila anni di oppressione questo è uno dei pochi risultati della rivoluzione socialista: sono finite le colonie e le donne si sono emancipate. Noi abbiamo avuto – nessuno lo dice perché la sinistra è faziosa – una ragazza dell’Alabama come segretaria di Stato con Bush. Che cosa ci vuole perché una ragazza vada al dipartimento di Stato? Nella migliore delle ipotesi guardano le gambe… nella migliore delle ipotesi. La Merkel… quello che sta facendo la Merkel in Germania. Nel giornalismo c’è ancora una tirannide dell’uomo. Io ho chiamato la Gruber… il segretario di redazione era un suo amico. E mi disse: “Direttore, guardi che a Bolzano c’è una ragazza che legge il telegiornale”. “Mandami una cassetta”, gli risposi. Vidi la cassetta e dissi: “Lunedì la ragazza sta qui”. Aveva il tono giusto. Io le ho prese perché erano brave”.

 

Dottor Ghirelli cosa guarda in televisione. Guarda i reality?

“I reality no, mai. Guardo tutto, partite e telegiornali. E poi tanti film. Sono un cultore di Lubitsch e sostengo che Adolfo Hitler è stato un benefattore dell’umanità, perché con la sua persecuzione della razza ebraica ha mandato molti geni ebrei in America”.

 

Lei ha avuto un Maestro di giornalismo?

“Gaetano Afeltra. Noi abbiamo avuto una fortuna. La prima repubblica, ‘43-‘68, è finita quando i ragazzi hanno detto “Vietato vietare”. Mazzini ci ha spiegato che ci sono i diritti e i doveri. Noi abbiamo avuto una meravigliosa opportunità: la ricostruzione. Una destra che era Einaudi, un centro che era La Malfa. Io le ho conosciute queste menti. De Gasperi ha detto di no al Papa, che era Pio XII… era come Stalin, faceva paura. Principe romano, ha fatto licenziare il giardiniere perché lo disturbava nelle sue passeggiate. De Gasperi gli ha mandato il trentenne Andreotti a dirgli: “Noi l’alleanza col Movimento sociale italiano non la faremo mai”. E ha scritto una lettera alla moglie dicendo “è finito forse il mio lavoro, ma io qui rappresento l’Italia non la Chiesa”. Un cristiano di grandissima fede. Noi abbiamo avuto questa gente: Togliatti, Nenni. Perché Marx ci insegna che bisogna sempre guardare la società com’è in un certo momento storico. Abbiamo sofferto troppo, è morta troppa gente. Ci sono state troppe cose per cui noi non fossimo pieni di fede nella ricostruzione, nella pace, nel benessere”.

 

Oggi c’è una sottile guerra psicologia. Alla nostra generazione hanno tolto il futuro…

“Non c’è dubbio. La chiamo la catastrofe antropologica, che colpisce il giovane, colpisce le speranze del giovane. Il precariato è terribile. Abbiamo ancora un modello vecchio di economia. Noi avremo venti milioni di turisti cinesi nei prossimi anni in Europa. Dobbiamo fare quello: l’agricoltura, il turismo, la navigazione. Dobbiamo trovare il modo di produrre e far lavorare la gente. La scienza… uno taglia la scienza, la ricerca: da fucilare. La scuola: oggi una ragazza che insegna inglese guadagna la metà della mia cameriera. Ma come è possibile?”.

 

Io sono davvero incantata… Le dico…

“Ti dico”.

 

Grazie… sapevo della gravissima perdita che ti ha colpito e se è vero che dietro un grande uomo c’è una grande donna tua moglie doveva essere tale.

“Lei era una grande donna dietro un uomo normale”.

 

Un matrimonio lunghissimo. Qual è il segreto?

“Sessantasei anni… il segreto? La grazia, l’intelligenza… non mi ci fare pensare, faccio una brutta figura…”.

 

Anche la capacità di emozionarsi è dei grandi…

“Con lei ho avuto una vita meravigliosa”.



*Dice di sé.
Barbara Leone. Facevo la violinista e mi divertivo pure. Ma mi diverto di più a scrivere. Amo gli autori russi e i poeti maledetti. Il mio compagno di vita e di avventure è un cane nero chiamato Maffino.








RENZO ARBORE

Benedetto sia il successo, sempre.
A che scopo far tanta fatica perchè la gente ti riconosca
per strada e poi girare con gli occhiali scuri?

(Da “Corriere della Sera”, 1995)








 

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