INTERVISTE
ANTONIO GHIRELLI: “SONO IL NOÈ DEL GIORNALISMO!”
Un’amabile chiacchierata con
uno dei decani del giornalismo italiano, diventa lo spunto
per ripercorrere alcuni momenti fondamentali della sua
storia personale: dagli anni partigiani, a quelli accanto a
Pertini e Craxi, passando per la direzione di importanti
quotidiani nazionali. E sullo sfondo, sempre presente,
l’amata moglie Barbara
Barbara Leone*

Il
Psychological Warfare Branch,
Pwb, che vuol
dire settore della guerra psicologica. E sapendo che avevo
scritto sul “9 Maggio” e che ero pure iscritto al partito
comunista clandestino… ma agli americani questo non
interessava… mi hanno preso. E lì ho avuto la gioia di
conoscere mia moglie… adesso non ti scandalizzare se mi
commuovo, perché mia moglie è morta pochi giorni fa…
Gli americani hanno preso Roma. Loro avevano questa
abitudine, quando prendevano una città italiana
abbandonavano quella di prima, quindi alla Rai sono tornati
i funzionari fascisti… allora io e Tommaso Giglio,
giornalista ed anche prestigiatore, abbiamo chiesto al
Pwb di prenderci
nell’avanzata per fare la radio partigiana, ad Altopascio…
La guerra in Italia è stata molto strana. Gli americani non
volevano perdite. Era giusto. Con la loro superiorità
schiacciante di mezzi… pensa che gli americani facevano
cinquemila aerei al mese. Questo
Pwb era diretto
in Italia da tre ebrei italiani, che erano scappati nel 1938
da Livorno e da Roma. Erano diventati sudditi americani, ma
in guerra per tornare in Italia e combattere. Erano molto
colti ed intelligenti. Io sono partito con loro. Ma
veramente siamo partiti io, Tommaso Giglio e uno di loro.
La guerra, facendola al risparmio, avanzava molto piano… I
tedeschi avevano un generale che era un figlio di buona
donna, si chiamava Kesserling. Non era crudele. Ma molto
intelligente. Era una guerra di intelligenza. C’era la
famosa Linea gotica, che è stata per mesi inespugnabile da
noi. Io e Tommaso stavamo sotto la Linea gotica, facevamo la
propaganda e leggevamo il giornale radio. Avevamo di fronte
in Liguria, cioè come radio era vicinissima, l’Armata
fascista diretta dal generale Graziani. Quindi noi facevamo
una forte propaganda per spaccare questa Armata e farla
venire con i partigiani. Ad un certo punto la Linea gotica è
crollata. Noi siamo partiti in macchina e siamo arrivati a
Bologna. Lì ho lavorato nella radio bolognese, sempre del
Pdw… e nel
frattempo mi sono sposato.
Avevo conosciuto questa ragazza a Radio Napoli… mi piaceva
pazzamente… Mi ricordo che sono tornato un lunedì. Avevo
rubato una macchina da scrivere al
Pwb. Non avevo i
soldi e l’ho venduta per novemila lire. E così mi sono
pagato questo viaggio da Altopascio a Napoli. Era estate…
Mia moglie stava ai bagni. C’era la mia futura suocera, sono
andato a salutarla perché già la conoscevo e le dissi… io da
ragazzo ero molto spudorato, quasi come adesso… le dissi:
“Sono venuto a sposare sua figlia”. Mia suocera, sorniona
disse: “ah sì, vuole sposare mia figlia? Mi fa piacere. E
quando?”. Risposi: “Signora oggi è lunedì, la sposo sabato
perché domenica devo tornare”. Allora la sorella di mia
moglie è andata a chiamare mio suocero, un uomo
meraviglioso, capo dipartimento ferroviario di Napoli, un
napoletano intelligentissimo e simpaticissimo… disse: “Va
bene”.
E così ci siamo sposati in chiesa, per far piacere ai miei
suoceri. Ho avuto molta fortuna… Eravamo in chiesa: Barbara,
mia moglie, aveva un vestito fatto con la seta dei
paracaduti americani.. una seta tutta bianca. Io avevo il
vestito di Francesco Rosi, che però era il doppio di me e mi
stava largo. Il prete comincia a parlare e dice tante di
quelle sciocchezze che noi abbiamo cominciato a ridere a più
non posso! Il prete, che era serio però era napoletano,
cambiando tono ci disse: “guagliù, se non la finite vi
caccio dalla chiesa”. Oh bella, ma noi eravamo ormai marito
e moglie… Poi sono tornato al fronte, l’ho fatta venire a
Bologna, la guerra era finita. Ed con una lettera del Pci di
cui facevo parte mi sono presentato all’“Unità” di Milano,
il cui direttore era Giancarlo Pajetta, giornalista
bravissimo, ma molto fazioso… e lui mi ha preso… e devo
confessare che sono stato il giornalista più fortunato
d’Europa: mi hanno preso dopo tre giorni e dopo dieci giorni
ero professionista. Quindi sono professionista dall’ottobre
del 1945. Ho l’età di Noè! Ho avuto una grande fortuna… però
fai parlare solo a me!”.
Quando ha lasciato il Pci?
“Sono uscito dopo il XX Congresso, quando Kruscev denunciò
gli errori e gli orrori di Stalin. Sono uscito nel 1956.
Quindi dopo i fatti in Ungheria, dove c’era stata una grande
rivolta popolare. Nel ’68, invece, i comunisti cecoslovacchi
non furono capiti, cercarono di democratizzare il Partito. E
lì Kruscev intervenne con tutto il Patto di Varsavia per
reprimere i moti rivoluzionari di quella primavera. Noi
socialisti abbiamo preso nel Psi il presidente della
televisione di Praga, lo ricevemmo con Bettino, che lo fece
poi Europarlamentare. Fu il tentativo di rendere democratico
il comunismo. Ma io ero già fuori, avevo lavorato a “Milano
sera” e a “Paese Sera”, quindi ero già fuori…
Ma sai chi era un genio? Togliatti. Di lui dicono peste e
corna perché venne in accordo con Stalin… E per forza! Sennò
sarebbe morto. Ma Stalin capì che in Italia non si poteva
instaurare il comunismo, capì che gli americani non lo
avrebbero mai permesso. Togliatti arrivò al cinema
“Modernissimo” di Napoli e con calma disse a noi giovani
trotzkisti: “Dobbiamo collaborare con Badoglio – che per noi
era il mostro fascista – per la salvezza dell’Italia… Il
Concordato…”. Lui sapeva che il fascismo in venticinque anni
aveva dipinto noi comunisti come nemici della Patria e di
Dio. Siamo arrivati al 33 per cento.
Ci ho lavorato con Togliatti, era un uomo strepitoso. Era
molto pignolo nella grammatica e nella sintassi. Scriveva
bene, ma non benissimo, io l’ho amato molto perché era un
uomo di un’intelligenza mostruosa. Noi avevano all’“Unità”
un compagno che si chiamava Martin, che era il comandante di
divisione partigiana. Lo avevano messo a scrivere di sport,
poiché era analfabeta. Un giorno entro in ascensore e c’era
Togliatti. Il leader del Pci mi chiese: “Ma che ne pensi di
Martin?”… ‘n capa a
me dico: ma che ne devo pensare… e allora risposi: “È un
bravo compagno, compagno Togliatti”. Che ne dovevo pensare?
Mi ricordo che una volta mi trovavo a Mosca col compagno
Martin ed io scrivevo un pezzo per “Paese sera”. Mentre
scrivevo il povero Martin sbatté la macchina da scrivere al
muro e col suo accento piemontese mi disse: “Te scrivi
troppo in fretta!”. Era un personaggio! Però ne capiva di
sport”.
Anche lei si è anche occupato molto di sport…
“Quando
sono uscito dal Partito e dal giornale, anche se loro mi
avevano pregato di restare, ero andato a “Paese sera”, dove
avevano inventato una formula fantastica. L’“Unità” lo
leggeva il compagno più indottrinato… era un giornale
scucciante! Noi
facemmo il giornale della sera nel quale c’era sì la
politica, ma anche la cultura, lo spettacolo, lo sport, il
sesso, il pettegolezzo: c’era tutto. E sul piano della
tecnica giornalistica bisogna ringraziare due grandi
giornalisti. Uno si chiamava Tortorella, che era il fratello
intelligente di un gerarca conformista. E l’altro era il
grande Gaetano Afeltra, uomo del “Corriere della Sera”.
Io per fortuna feci il cronista, quindi stavo anche in
tipografia. Se uno mi telefonava da un bar e mi diceva di un
delitto lo scrivevo e lì per lì impaginavo… Quindi quando
uscii dal Pci, siccome la nostra moralità di comunisti ci
impediva di andare nei giornali borghesi, entrai alla
“Gazzetta dello Sport” come impaginatore. Sono un
impaginatore formidabile, molto più che giornalista… altro
che direttore! Mi presero perché quello prima di me non
sapeva niente. Una volta scrisse questo titolo: “Rigore
direttore”, perché nel giornalismo quando tu passi un pezzo
ed il direttore dice “Questo pezzo deve andare a tutti i
costi” si scrive “rigore direttore”. E questo ci ha fatto il
titolo d’apertura in prima pagina. L’hanno cacciato ed hanno
preso me.
Poi feci un’inchiesta sul Coni per “Tuttosport”, di cui ero
collaboratore. Un’inchiesta di tre-quattro puntate. Il
proprietario del giornale si innamorò della mia inchiesta.
Successe che morirono sia il direttore, Carlin, sia il
vice-direttore Bianchi, che era amico mio. Morirono tutti e
due. Allora mi convocarono a Piazza Barberini e mi chiesero
di fare il direttore. Mi dissero: “Quanto vuoi?”. Ed io
spavaldo, come sempre, chiesi settecentomila lire di
stipendio al mese. Mi vennero accordate. Così
improvvisamente da miserabile che ero diventai un signore…
nel 1960. Chiesi questo esoso fisso ed in più 30 centesimi
ogni copia in più che avrei venduto. In un mese vendetti il
30 per cento in più. Perché il mio mestiere era quello: il
direttore. Perché come scrittore…”.
Però Lei ha scritto molti libri…
“Ma la mia bravura era quella di sfornare giornalisti.
Quelli a cui sono più legato sono Franco Recanatesi, Cesare
Lanza e Mario Pennacchia. Sul “Corriere dello Sport”
inventai una pagina, curata proprio da Pennacchia, che si
chiamava “Forza ragazzi”. Il “Corriere dello Sport” è un
giornale che si vende molto nel Mezzogiorno, dove la scuola
non funziona, il lavoro non c’è. Allora feci due pagine
settimanali in cui parlavo solo di scuola, di cultura e di
lavoro. Non di sport. Introdussi questa cosa che andò molto
bene. Prima del “Corriere dello Sport” ero stato due anni a
“Tuttosport”.
Però mia moglie non si trovava bene a Torino… pensa che come
sono arrivato ho preso in affitto una bella casa. Il
proprietario mi disse: “Stia attento ne’, qui è pieno di
meridionali”. Perché secondo lui uno che era direttore non
poteva essere meridionale… Per di più ricco da potersi
permettere quella casa: come minimo doveva essere di
Bolzano! Allora gli risposi: “Non si preoccupi, sono
meridionale anche io”.
È sbiancato! Pensa, il pregiudizio contro i meridionali era
tale che nessuno del giornale, benché io fossi il direttore,
ha mai invitato mia moglie né a cena, né a fare una
passeggiata con le altre mogli… nulla! Dopo due anni non ne
potevamo più e tornammo a Roma, dove ho diretto il “Corriere
dello Sport” per nove anni. Poi sono stato direttore del
“Globo”, del “Mondo”, dell’“Avanti!”… e poi mi ha chiamato
Pertini, che dopo due anni mi ha cacciato… ma lui non
c’entrava. Ed ho scritto un libro di elogio su Pertini:
“Caro Presidente”, ottantacinquemila copie. Era un
grandissimo. Per due anni mi sono fatto un sacco di risate…
con questo vecchio incazzosissimo…, ma era buono come il
pane… mi sono divertito”.
Le fu chiamato da Pertini mentre era a Fiuggi con Alighiero
Noschese.
“Sì, io ed Alighiero eravamo socialisti. Ci pareva un sogno.
Pertini nel suo discorso di insediamento al Quirinale,
elegantemente, elogiò Leone. Poi forse il povero Leone non
c’entrava nulla con lo scandalo di cui fui accusato. Con
Pertini fu una rivoluzione: mise due laici al governo,
Spadolini e Craxi. E quando Bettino è arrivato da Como,
vestito male, lo ha cacciato dicendo che al Quirinale si
andava in giacca e cravatta. Era simpaticissimo”.
Invece Craxi lo chiamò mentre era dal dentista…
“Ma sai tutto! Sì, ero dal dentista, terrorizzato su quella
poltrona. Arriva la segretaria che dice: “Guardi la vogliono
al telefono”. E dall’altra parte: “Sono Craxi!”. Avevo
scritto “Effetto Craxi”. Avevo preso il titolo da un
discorso di Martelli, un uomo molto intelligente, non era un
socialista secondo me, però era molto intelligente…
Quindi ho fatto questo libro su Craxi, però non sono
riuscito ad avere notizie sulla sua adolescenza. E così sono
andato a trovarlo. Craxi era dieci volte più incazzoso di
Pertini. Ma era un uomo buonissimo. L’andai a trovare e gli
proposi cinquanta domande sul suo periodo giovanile. Invece
lui mi scrisse venti cartelle.
Scrissi il libro e per un anno e mezzo il silenzio più
assoluto da parte di Bettino. Tanto che pensai “non gli sarà
piaciuto il libro”. Poi invece mi chiamò, dal dentista,
dicendo: “Ci verresti a darmi una mano qui a Palazzo
Chigi?”. Ed andai, benché Pertini gli avesse sconsigliato di
assumermi. Sandro non amava Craxi poiché lo considerava un
socialista di destra. Spadolini lo inquietava meno perché
era repubblicano. Poi Spadolini era effettivamente un uomo
straordinario”.
Ma umanamente chi lo ha colpito di più?
“Erano totalmente diversi. Agli antipodi direi. Pertini
usciva dalla lotta antifascista ed era vicino al Pci. Craxi
usciva dalla scissione socialdemocratica del comunismo. Non
si sarebbero mai incontrati. Pertini non era un leader
popolare. Pensa che quando presentava una mozione ai
Congressi prendeva l’uno per cento. Craxi possedeva un
carisma unico. In effetti, è strano che uno come lui si
fidasse di Andreotti e Forlani. Per carità, sono amico di
Andreotti ma non comprerei un cappello da Andreotti… Sette
volte presidente del Consiglio. Due processi. Di cui uno per
omicidio. “Quanti anni ha presidente?”. “Sono in proroga”,
risponde lui”.
Cosa pensa di Berlusconi?
“Berlusconi è un grande industriale che per non essere
arrestato è entrato in politica. Ho scritto quattro saggi
con la Mondadori, che è organizzata come una grande casa
editrice americana. È perfetta. Ti paga la prima volta, ti
paga la seconda. Se presenti il libro a Palermo piuttosto
che a Trieste sei spesato di tutto con la Mondadori. Ti
segue in tutto. Lui ha preso tre televisioni. Ma una era di
Mondadori, una di Rizzoli. Sono fallite, lui le ha
rivitalizzate. Lui ha inventato Milano due. È un grandissimo
imprenditore”.
E come politico?
“Non è propriamente il suo mestiere”.
Nell’Italia di oggi esistono politici di razza?
“No. Ma non esistono non perché siamo scemi. Non esistono
perché tutto è cambiato. Oggi i giornali non vendono più
niente. C’è il web, c’è Google. Oggi vai da Parigi a New
York in quattro ore. Hai milioni di persone che si spostano.
Noi abbiamo fondato tutto sulla lotta di classe. Non c’è più
la lotta di classe. Quelli che votavano per la Cgil oggi
votano la Lega. Prendi la Cina: per me comunista, ex
comunista per carità, la Cina è l’esempio del paradosso. Il
Partito comunista comanda sempre. L’economia è libera, fino
a un certo punto. Però sente Google, però traffica, però
vanno all’estero. Loro hanno inventato un comunismo adattato
al fallimento del comunismo. Ma i comunisti europei non ne
hanno mai proprio parlato. Non si è fatto un Congresso per
capire.
Tu non sai chi è Deng Xiaoping. Ma Deng Xiaoping è quello
che ha inventato questa cosa. È un genio! Ti do un
consiglio… siccome vedo che sei molto sveglia, leggiti un
libro che ha scritto la figlia di Deng Xiaoping. È facile,
seicento pagine. Però è un libro straordinario. Lui era
numero due della Lunga Marcia. Mao non lo ha mai potuto
distruggere. Lui e Ciu En Lai da giovani erano stati a
Parigi, quindi conoscevano quei due mondi. Questo Den
Xiaoping a settant’anni viene cacciato dal Partito, ma non
arrestato, non processato. Il figlio si uccise, perché gli
volevano far dire che il padre era diventato anticomunista.
Lui e la moglie a un certo vengono mandati dal compagno Mao
a duemila chilometri da Pechino a fare gli operai… a
settantadue anni. Lui ci è andato, tranquillamente. Quando è
morto Mao, questo Den Xiaoping ha inventato questo
adattamento, che ricorda un po’ la grande politica che fece
Roosevelt durante la crisi del ‘29, quindi una politica di
intervento dello Stato ma a vantaggio del mercato non contro
il mercato”.
Oggi come stanno reagendo i nostri politici alla crisi
economica?
“Non stanno facendo niente. Un po’ non ci sono i mezzi,
perché c’è la preoccupazione del debito pubblico. Un po’
loro hanno lasciato che col cambio dell’euro, che tutta
l’Europa ha accettato e che in Europa non ha dato nessuno di
questi effetti, qui fosse lecito a tutti i commercianti
rincarare selvaggiamente. Una tazza di caffè costa duemila
lire: è possibile? Se tu cacci un euro, ti danno venti
centesimi che tu lasci come mancia e hai speso 1750 lire
pe’ nu cafè! In
proporzione così è il cibo, così è la casa, così è il treno,
così è la benzina. Tutto.
Hanno accettato questo. E qui Prodi e D’Alema hanno la
maggiore responsabilità. Prodi l’ha fatta lui l’operazione.
Per essere elogiato
c’ha inguaiato! E qui non so come se ne esce. Io però ho
molta fiducia negli italiani.
Perché è nella difficoltà che gli italiani danno il meglio
di sé. I napoletani poi in questo sono maestri!”.
Mai come in questo periodo si parla di articolo 21. Ma è in
pericolo la libertà di stampa?
“No, in pericolo no, ma certamente questo impero di Mediaset
è pericoloso. E lui poi è strano, un uomo così vitale, così
forte ha paura dell’opposizione e di certe trasmissioni. Io
sono di sinistra, Santoro lo detesto, è noioso, aggressivo.
Chi lo può fregare è Mentana non Santoro, perché è più
furbo, lo mette in difficoltà. Se tu lo aggredisci non è
giusto, Santoro è troppo estremo. Come la Guzzanti, come
Grillo. Sono personaggi scadenti, non sono spiritosi. Qui
per fottere a chist’
bisogna essere spiritosi. In questo tipo di società, in cui
apparire è più importante che essere, Berlusconi è
l’incarnazione di questo ideale: diventare ricco a tutti i
costi.
Apparire sempre di buon umore, scopatore di ferro… però
questo piace! Il principe Savoia piace. Il calciatore che ti
dice come devi studiare. E tutto perché il grande progresso,
che è stato enorme nella scienza, ma non ne parla nessuno,
ha dato vita ad una comunicazione vuota, priva di contenuti,
immediata, fulminante… e poi? Facebook… lui incarna tutto
questo. Non è che sia un uomo demoniaco. Ha avuto la fortuna
di incarnare questo ideale di vita. Come Garibaldi e
Mazzini: ma come fate sempre la guerra? In quel momento
bisognava fare sempre la guerra. Se tu Garibaldi lo mettevi
in un ginnasio ad insegnare il latino era un cretino. Cioè è
la coincidenza dei tempi”.
Bisogna anche dire che l’alternativa a Berlusconi è
imbarazzante…
“Ti riconduco sempre al vecchio Marx. La sinistra ha perduto
la Guerra fredda. Il comunismo ha perduto. Il socialismo è
una mediazione democratica che non affascina, perché è la
più ragionevole, la più giusta. Ma la Thatcher ha fatto
forse qualcosa di più dell’inglese, come si chiamava… il
giovane…”.
Tony Blair…
“Blair…
anche se Blair ha fatto cose bellissime. Ma la Thatcher e
Reagan hanno battuto Lenin e Stalin. Come dire… Maradona e
mio nonno. Proprio così! Perché hanno interpretato
un’esigenza produttiva. Tu devi produrre, la devi fare
mangiare la gente. Tutti gli immigrati con cui parlo evocano
il comunismo, perché a scuola non pagavano, all’ospedale non
pagavano, il posto era sicuro. La libertà è un lusso che ha
la persona colta, la persona che ha la possibilità di
scegliere. Prendi Bersani… potrebbe essere ministro delle
Poste… Poste e telegrafi anche…
è nù buon’omm,
una persona molto corretta, però…. Veltroni era patetico.
Sono fuori del mondo, la furbizia di D’Alema, non basta.
Vedi la figura che ha fatto D’Alema con Niki Vendola, è
impressionante!”.
Lei è stato direttore del Tg2. Che telegiornali guarda oggi?
“Li guardo tutti perché sono pazzo del giornalismo. Il Tg3 è
molto settario, il Tg1 è scandaloso. Forse il Tg2 è il più
fesso, ma è quello più sopportabile. Ma Minzolini e
Berlinguer… non puoi esagerare così!”.
Cosa pensa del finanziamento pubblico ai giornali?
“Lo trovo immorale. Con danni sul sistema finanziario
enormi. Non vedo perché. Sono mezzi per addomesticare i
giornalisti”.
Ma un giornalista può essere oggi un cane sciolto, senza
padrone?
“È difficile”.
Qual è il giornalismo che proprio non sopporta?
“Diciamo un nome nobile, così nessuno mi può dire che sono
un adulatore. Come si chiama quello…
m’aggio scurdato ‘o
nome… l’insultatore di Napoli…. Vedi come si spegne
l’intelligenza di una persona di colpo… parlo della mia…”.
Ne vorrei avere la metà della metà… ma chi Giorgio Bocca?
“Eh sì, Bocca! Un oratore, ma non un giornalista. E poi non
ho sopportato nemmeno Eugenio Scalfari. Però, devo essere
onesto, perché Scalfari è stato il nemico di Craxi. Io sono
un grande amico di Craxi. Eugenio è un grande giornalista,
ma poco obiettivo. I giornalisti devono avere ironia e senso
della misura. Sennò appartieni ad una civiltà pastorale,
fatta di insulti. Un giornalista che adoro è quello del
“Corriere della Sera”… come si chiama… Giovanni Sartori: un
genio. E non ha padroni. Un giornalista per non avere
padroni deve essere così bravo, deve avere tanto di quel
consenso pubblico che l’editore si rassegna”.
Lei ha scoperto anche molte giornaliste donne: Lilli Gruber,
Barbara Spinelli, Carmen Lasorella, Maria Concetta Mattei.
C’è qualche differenza tra il giornalismo al maschile e
quello al femminile?
“Sono femminista perché sono un socialista. Dopo
tre-quattromila anni di oppressione questo è uno dei pochi
risultati della rivoluzione socialista: sono finite le
colonie e le donne si sono emancipate. Noi abbiamo avuto
– nessuno lo dice perché la sinistra è faziosa – una ragazza
dell’Alabama come segretaria di Stato con Bush. Che cosa ci
vuole perché una ragazza vada al dipartimento di Stato?
Nella migliore delle ipotesi guardano le gambe… nella
migliore delle ipotesi. La Merkel… quello che sta facendo la
Merkel in Germania. Nel giornalismo c’è ancora una tirannide
dell’uomo. Io ho chiamato la Gruber… il segretario di
redazione era un suo amico. E mi disse: “Direttore, guardi
che a Bolzano c’è una ragazza che legge il telegiornale”.
“Mandami una cassetta”, gli risposi. Vidi la cassetta e
dissi: “Lunedì la ragazza sta qui”. Aveva il tono giusto. Io
le ho prese perché erano brave”.
Dottor Ghirelli cosa guarda in televisione. Guarda i
reality?
“I reality no, mai. Guardo tutto, partite e telegiornali. E
poi tanti film. Sono un cultore di Lubitsch e sostengo che
Adolfo Hitler è stato un benefattore dell’umanità, perché
con la sua persecuzione della razza ebraica ha mandato molti
geni ebrei in America”.
Lei ha avuto un Maestro di giornalismo?
“Gaetano Afeltra. Noi abbiamo avuto una fortuna. La prima
repubblica, ‘43-‘68, è finita quando i ragazzi hanno detto
“Vietato vietare”. Mazzini ci ha spiegato che ci sono i
diritti e i doveri. Noi abbiamo avuto una meravigliosa
opportunità: la ricostruzione. Una destra che era Einaudi,
un centro che era La Malfa. Io le ho conosciute queste
menti. De Gasperi ha detto di no al Papa, che era Pio XII…
era come Stalin, faceva paura. Principe romano, ha fatto
licenziare il giardiniere perché lo disturbava nelle sue
passeggiate. De Gasperi gli ha mandato il trentenne
Andreotti a dirgli: “Noi l’alleanza col Movimento sociale
italiano non la faremo mai”. E ha scritto una lettera alla
moglie dicendo “è finito forse il mio lavoro, ma io qui
rappresento l’Italia non la Chiesa”. Un cristiano di
grandissima fede. Noi abbiamo avuto questa gente: Togliatti,
Nenni. Perché Marx ci insegna che bisogna sempre guardare la
società com’è in un certo momento storico. Abbiamo sofferto
troppo, è morta troppa gente. Ci sono state troppe cose per
cui noi non fossimo pieni di fede nella ricostruzione, nella
pace, nel benessere”.
Oggi c’è una sottile guerra psicologia. Alla nostra
generazione hanno tolto il futuro…
“Non c’è dubbio. La chiamo la catastrofe antropologica, che
colpisce il giovane, colpisce le speranze del giovane. Il
precariato è terribile. Abbiamo ancora un modello vecchio di
economia. Noi avremo venti milioni di turisti cinesi nei
prossimi anni in Europa. Dobbiamo fare quello:
l’agricoltura, il turismo, la navigazione. Dobbiamo trovare
il modo di produrre e far lavorare la gente. La scienza… uno
taglia la scienza, la ricerca: da fucilare. La scuola: oggi
una ragazza che insegna inglese guadagna la metà della mia
cameriera. Ma come è possibile?”.
Io sono davvero incantata… Le dico…
“Ti dico”.
Grazie… sapevo della gravissima perdita che ti ha colpito e
se è vero che dietro un grande uomo c’è una grande donna tua
moglie doveva essere tale.
“Lei era una grande donna dietro un uomo normale”.
Un matrimonio lunghissimo. Qual è il segreto?
“Sessantasei anni… il segreto? La grazia, l’intelligenza…
non mi ci fare pensare, faccio una brutta figura…”.
Anche la capacità di emozionarsi è dei grandi…
“Con lei ho avuto una vita meravigliosa”.
*Dice di sé.
Barbara Leone. Facevo la violinista e mi divertivo pure. Ma
mi diverto di più a scrivere. Amo gli autori russi e i poeti
maledetti. Il mio compagno di vita e di avventure è un cane
nero chiamato Maffino.
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RENZO ARBORE
Benedetto sia
il successo, sempre. A che scopo far
tanta fatica perchè la gente ti riconosca
per strada e poi girare con gli occhiali
scuri?
(Da “Corriere della Sera”, 1995)
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