MUSICA
MI PIACEREBBE PARLARE DI MINA...
Mina ha compiuto 70 anni ed è
stata celebrata da tutti. “La sua grana di voce, la
forza interpretativa, il modo con cui riesce a rendere un
testo, le sue doti vocali che contemplano oltre due ottave
di estensione, ne fanno una grande artista di calibro
internazionale…”. Questo e altro, nel ricordo personale di
un grande autore televisivo e di canzoni
Andrea Lo Vecchio*
Scrivere
canzoni! Mestiere ingrato: ogni volta è un esame, niente si
conquista e non ci sono traguardi, tranne uno: Mina. Avere
una canzone cantata da lei è il punto di arrivo di ogni
autore che si rispetti, ancora oggi che Mina non è più una
grandissima venditrice di dischi.
Puoi essere sulla cresta dell’onda,
fare successo in Italia o all’estero, ma se non arrivi a lei
non ti senti completo; è come se ti mancasse la laurea,
anche se tutti sanno che sei un buon avvocato. Emozione
– l’emozione di un incontro importante, il mio primo con
lei, tanti anni fa. – Chiudo gli occhi e mi rivedo quella
donna così giovane e già così monumento, lì, davanti a me a
giudicare un brano che improvvisamente canto malissimo
ostentando una sicurezza che non ho...
Trovarmela davanti per la prima
volta, quasi trent’anni fa ormai, e sentire subito di
volerle un po’ bene, non per quello che rappresentava, ma
per quello che era: una donna sola, con una carica di
umanità incredibile. Negli anni l’ho vista commuoversi di
fronte a un testo che le avevo scritto, alzarsi ed
abbracciarmi e subito dopo non sentirsela di cantarlo in
prima persona. L’ho vista preoccuparsi della salute di uno
dei miei figli, durante la realizzazione di un disco, anche
se i nostri incontri non sono mai avvenuti fuori dall’ambito
lavorativo. L’ho vista non riuscire a liberarsi da qualche
parassita “perché poverino”. L’ho vista avere paura di non
farcela a fare un buon disco per il suo pubblico, lei, che
secondo me potrebbe cantare anche l’elenco del telefono.
L’ho vista soffrire per la
lontananza dei figli che adora. L’ho vista amare senza
riserve uomini che approfittavano di quel rapporto per
farsene pubblicità e guadagnarne. L’ho vista rifiutare cifre
iperboliche pur di non rinunciare alla propria tranquillità.
Come non volerle bene? Domandarmi perché non ho fatto nulla
per diventare amici; strano rapporto tra due persone che si
stimano e non ci provano a stringere dei legami, in questo
mondo così privo di relazioni umane vere, disinteressate...
E poi la risposta, improvvisamente,
come un lampo a ciel sereno, incredibile nella sua
iperbolicità: Mina è timida! Una timidezza estrema,
mascherata solo dall’alone del successo, dalla falsa aria di
sicurezza e tranquillità che ne emana. Lo vedi da come si
comporta, dall’approccio che prende senza portarlo a
termine, lanciando frasi a metà, aspettando che sia tu a
raccogliere il messaggio. Timido anch’io e tutto diventa
come un dialogo tra sordi: la paura di essere frainteso,
male interpretato, che ogni timido ha, impedisce di
concretizzare un qualcosa che vada oltre la pura e semplice
simpatia. Tutto si riduce a quattro chiacchiere durante le
incisioni, a un buon bicchiere, a due risate e finisce lì,
arrivederci all’anno prossimo, al prossimo disco.
Sensazione di inconcluso, di
incompleto: voglia di conoscerla un po’ meglio questa sana
ragazza cremonese che ha sempre pagato in prima persona, che
non si è mai tirata indietro, assumendosi anche
responsabilità non sue, che ha dato sempre tutto ad un
prezzo più alto del dovuto. Dal suo sguardo, dalle sue
parole, da ciò che fa, traspare una limpidezza, una onestà,
un senso di pulito che raramente rimane addosso a chi, nel
mondo dello spettacolo, raggiunge una posizione di successo.
“Il più pulito ha la rogna” si
suole dire, perché non c’è posto per tutti e non puoi
permetterti di non spingere, di non approfittare oggi di una
situazione, ché domani sei vecchio, schizzato via da tutti,
successo o non successo. Lei no! Mina ha mantenuto intatta
la freschezza di quando è partita non ostante i troppi
tradimenti, le delusioni, le rinunce, i dolori di una vita
privata non certo piena di fortuna. Eppure conserva gli
occhi chiari e le mani bianche, esponendosi forse un po’
meno, ma disposta ancora a dare senza chiedere, divertendosi
per quanto può, cercando di non calpestare i diritti altrui,
perché ognuno abbia il suo.
Un esempio: sala di registrazione
– Stiamo rivedendo un testo per alcune parole che non le
vengono bene.
“Ma tu non cantavi una volta?”.
“Sì”.
“Allora vieni, facciamo un coretto
insieme”.
E via, davanti al microfono con il
cuore che batte forte, anche se sono solo due note; lei che
incoraggia, aiuta, ti mette a tuo agio, tu così piccolo e
lei così grande. Tutto finisce in fretta, sono solo poche
misure e lei:
“Guarda che metto il tuo nome in
copertina”.
“Ma no, Mina, grazie, non serve”.
“No, io voglio che tutti quelli che
hanno lavorato nel disco abbiano la loro parte!”.
“Mi vergogno come un ladro”.
“Se c’è qualche ragione particolare
ok, altrimenti metto il tuo nome tra i coristi”.
Ecco, una stupidaggine che lei, per
quella pulizia di cui parlavo prima, sente il bisogno di
riconoscere al di là del tuo inesistente merito. Con quanta
gente ho lavorato in questi quarantacinque anni che invece
si è assunta tutti i meriti, anche i miei! Questa è la
differenza sostanziale tra lei e gli altri, questo aumenta
il piacere di lavorare con lei, oltre il piano strettamente
professionale.
E professionalmente Mina è una
stupenda macchina; se non avesse paura di volare, di girare,
di fare spettacoli, sarebbe un’artista “Top” in tutto il
mondo, Stati Uniti compresi! Eh sì, non è una esagerazione,
è una constatazione, se volete puramente tecnica, ma reale.
La sua grana di voce, la forza
interpretativa, il modo con cui riesce a rendere un testo,
purché abbia un minimo di cose da dire o da sottolineare, le
sue doti vocali che contemplano oltre due ottave di
estensione, ne fanno una grande artista di calibro
internazionale, in grado di esibirsi e conquistare ogni
platea in ogni parte del mondo. Ma avrà pure dei difetti
questa donna che decanti tanto! Mi sembra di sentire
nell’orecchio questa domanda del lettore al quale rispondo:
ebbene, sì: la pigrizia!
Mina è pigra fino all’inverosimile.
Pigrizia e timidezza fanno sì che si chiuda nella sua torre
d’avorio e che, per conto suo, agiscano e operino tanti
oscuri personaggi che creano barriere, si trovano interessi,
vendono informazioni anche sulla sua vita privata, pasto
continuo di giornalistuncoli da quattro soldi che si
occupano quasi esclusivamente di venire a ficcare il naso
nelle tue lenzuola. Mina lo sa, è troppo intelligente per
non saperlo o non capirlo, ma lo sopporta come inevitabile
obolo alla sua pigrizia, un piccolo tributo che le consente
di continuare ad occuparsi tranquillamente del suo uomo, dei
suoi figli, delle sue partite a scopa.
E, bene o male, qualche buona
canzone arriverà comunque, un buon disco si farà comunque,
anche se forse con un pochino più di omogeneità e con
un’unica mano a condurre la danza, con qualche apparizione
televisiva, con qualche concerto, se ne potrebbero vendere
di più; ma perché vendere di più quando quelli che già si
vendono bastano e avanzano? Perché incaricare qualcuno di
produrti un disco e poi magari doverci discutere, doversi
assoggettare a un piano promozionale, ecc... ecc...
No, no, molto meglio così! ... E
non per mancanza di professionalità, perché la signora è una
delle più grandi professioniste che io abbia mai incontrato:
se non è soddisfatta non molla, si prepara con attenzione,
scrupolosità, puntigliosità; è soltanto “pigrezza”, come
dicono a Napoli, quella “pigrezza” così tipicamente
mediterranea, calda, latina, simpatica alla quale non puoi
non perdonare, anche se ti ci arrabbi un po’, non più di
tanto perché anche tu sei mediterraneo, caldo, latino, e
tutto finisce con un “peccato” e avanti così.
Ci si chiede
spesso se il successo non logori. Mina mi disse un giorno
che ogni volta è come ricominciare da capo: più successo hai
e più critici alla tua porta, fucile alla mano, pronti a
sparare sul primo errore, sul primo sbandamento. Una tua
défaillance fa notizia, il pubblico ama vedere
l’equilibrista che cade e meglio se non c’è rete; il
pubblico va alle corse automobilistiche sperando, in cuor
suo, di assistere ad un incidente ed il giornalista è lì per
accontentarlo, per sottolineare la tua caduta e per essere
il primo a venderne i cocci.
Anche il mondo della canzone non
sfugge a queste regole: quanta gente crede di averti
inventato solo per aver scritto quattro paroline carine sul
tuo conto; poi aspetta, con nella testa “come ti ho creato,
così ti distruggo!”, cercando l’occasione buona, quella di
un disco sbagliato, di una nota mal fatta, di un amore
andato a male (può capitare a tutti).
Mina, come ogni grande che si
rispetti, è da sempre nell’occhio del ciclone; sa benissimo
che ogni suo disco è una scommessa e che su ogni nuova
puntata lascia le vincite precedenti, pronta a perderle in
un colpo solo, e nessuno ti fa mai credito per quanto hai
vinto prima. Con Roberto Vecchioni, tanti anni fa, scrivemmo
una canzone che diceva:
“Pecore foste, ma si sa è la vita
siete leoni sulla mia ferita
e fate a gara per chi mette prima
un mio errore nella sua vetrina.”
Niente di più vero, di più
drammatico, di più vissuto nella carriera di un artista, che
sia scrittore o musicista, cantante o attore, grande o
piccolo. Si pensa spesso alla vita di un artista con mal
celata invidia, lo si immagina in un eremo dorato a godersi
i frutti di una non troppo sudata mietitura.
Quante volte, specie all’inizio, mi
sono trovato nei salotti a discussioni di questo tipo:
“Cosa fa lei nella vita?”.
“Canzoni!”.
“Si, va be’, ma per vivere?”.
“Canzoni!”.
“No, dico, come si guadagna il
pane, che lavoro fa?”.
“Canzoni!”.
Perplessità. La leggi negli occhi
del tuo interlocutore, che non capisce come non ci sia un
cartellino da timbrare o, essendo un libero professionista,
tu non abbia una clientela che ti permetta di avere un
reddito fisso su cui contare alla fine di ogni mese. E
allora ti guardano un po’ stupiti e un po’ disgustati:
“Bella la vita, eh? Non far niente
tutto il giorno, dormire fino a tardi, belle donne, begli
alberghi, sempre in giro...”.
Pochi sanno quanto lavoro e quanto
sudore costi un disco, da parte di tutti, chi scrive, chi
suona, chi canta. Pochi sanno che si lavora
ininterrottamente per 16, 18 ore al giorno a provare,
riprovare, trovare i suoni, le parole giuste, le canzoni
giuste. Pochi sanno che la tua giornata diventa balia di
orari assurdi: a letto alle cinque del mattino, il primo
pasto alle quattro di pomeriggio e poi i viaggi, gli
spostamenti, lo stress da paura che quello che stai facendo
non piaccia, che sia un lavoro inutile da buttare in un
cestino.
Per esempio,
pochi sanno che un’artista come Mina comincia a lavorare a
febbraio per il long playing che uscirà a fine novembre e
che comunque ce la fa a finirlo solo per il rotto della
cuffia.
Passione. Solo la passione ti tiene
in piedi, permette di continuare a credere che una canzone
serva a dare un po’ di serenità, a sottolineare un amore,
un’estate, una relazione, a riempire un centesimo di vita di
qualcuno che per un attimo ha canticchiato il tuo motivo,
dimenticando guai, conti da pagare, problemi!
Ma torniamo a Mina, al di là delle
mie divagazioni sull’essere artista e sulla vita che ne
comporta. Mina la grande, Mina la misteriosa, Mina la
regina. Come ogni re che si rispetti anche lei ha la sua
corte, i suoi giullari. Spesso mi sono domandato, vedendo
chi gravita intorno ai grandi artisti, come sia possibile
che una persona colta, di successo, abbia intorno a sé un
corollario di gente assolutamente inutile: cortigiani,
buffoni, scrocconi. Non ce n’è uno che si salvi da questa
regola, da Celentano a Masini, da Mina a Sting.
Mi chiedevo
come mai, come non accorgersi che sono leccapiedi, che a un
segno del tuo capo dicono sì, e ad un altro cenno no, senza
mai un’idea precisa se non quella di assecondarti e vivere
nella tua ombra? La risposta me l’ha data Luciano Tallarini,
un art director che si è occupato di buona parte delle
copertine di Mina ed è suo intimo amico: “Sono i suoi
televisori, lei li accende e li spegne quando vuole, niente
di più; sa benissimo chi sono e quanto valgono, ma ci si
diverte e tanto basta!”
Alienazione da successo! Dev’essere
così drammatico il rapporto umano a quei livelli che senti
il bisogno di un isolamento totale; con lei non ne ho mai
parlato e sarebbe interessante affrontare l’argomento un
giorno o l’altro, ma sono certo che oltre al divertimento,
discutibile del resto, del sentirsi declamare: “Sei
divina!”, “Che voce stupenda!”, “Come sei bella oggi, cherie”,
ecc... ecc..., ci sia la paura di rapporti più profondi,
quelli che mettono radici e non sono disponibili all’assenso
per l’assenso, quelli che mettono in discussione scelte e
modi di vivere, quelli che ti costringono a pensare in
termini più duri, reali, concreti, quelli che rendono
l’amicizia salata, nuda, spassionata.
Rimettere sul tappeto una scelta
che già ti è costata parte del tuo sonno con ansia, paura di
sbagliare, non deve essere piacevole e allora ecco i
giullari, pronti ad avvallare, ad assentire, a non
approfondire, ad incensare. Scelta. È un fatto di scelta, ma
questa aumenta inesorabilmente la consapevolezza
dell’isolamento, dell’essere i soli a decidere nel bene e
nel male, al di là del risultato, al prezzo più alto.
Ricordo quando scrissi per lei “E
poi...”, canzone nuova per quei tempi, inusuale per la Mina
che la gente era solita ascoltare, ritmico. Entusiasmo. Lei
se ne entusiasmò: grosse pacche sulla spalla, sorrisi,
quindi, a prodotto ultimato, i dubbi di non essere forse
troppo avanti, di non aver fatto un salto troppo lungo e
infine la decisione: “Faccio il 45 giri, vada come vada, il
pezzo è forte, il resto si vedrà!”. Ed è lì che servono i
giullari, a dirti che hai scelto bene, a non instillare
dubbi oltre quelli che già hai, a farti sentire nel giusto.
Tutti sappiamo, Mina per prima, che
è finto, falso, voluto, ma in quel momento serve che
qualcuno sposi incondizionatamente la tua scelta; ti aiuta a
non pensarci più, chiudere gli occhi, incrociare le dita ed
aspettare il responso, quello vero, del pubblico che sceglie
o non sceglie al di là dei nomi, dei miti, delle paranoie;
recepisce o non recepisce non stando a badare se ci hai
messo tre giorni o tre ore a studiare quella chitarrina
fatta a quel modo, quel passaggio di tonalità, quel
vocalizzo in quel determinato punto che ne aumenti
l’effetto.
Cos’altro dire di Mina? Mi
piacerebbe parlare del suo viso e delle sue stupende mani
dall’incredibile fedina che ne avvolge il pollice; dei suoi
occhi puliti, rapidi, profondi, in un ovale pressoché
perfetto: occhi che scavano, analizzano i tuoi da dietro le
lenti dei suoi occhiali rotondi e leggermente affumicati;
quando ti parla non ti mollano mai, pronti a registrare ogni
minima impressione, segno di schiettezza, mai obliqui,
sempre dritti, puntati, attenti.
Mi ha sempre colpito il suo sguardo
ed affascinato anche, come se lasciasse intravedere un mondo
a me proibito, intensissimo, dolce e violento ad un tempo,
mite ed autoritario in ugual misura, un mondo pieno di
vortici nei quali tuffarsi, pericoloso ma tentatore.
Dunque, le mani, gli occhi... e poi
la bocca, quando si allarga in quella risata a trentadue
denti, contagiosa, argentina, liberatoria. Credo di non
essermi mai soffermato su altro che non fosse il suo viso o
le sue mani, anche se Federico Fellini si incantò nella
descrizione del suo seno terminando la sua farneticante
disquisizione con la frase: “Le tette che hanno allattato
mezza Italia!”. Le tette son sempre state un fatto personale
di Federico, per me sono le mani: adoro le dita lunghe,
avvolgenti, la punta delle unghie rotonda, insomma, le mani
che parlano da sole e ti promettono allettanti paradisi.
Ecco, mi
piacerebbe parlare anche del whiskey di Mina, quello che
inevitabilmente mi offre, creando prima di ogni incisione
un’atmosfera casalinga di rilassatezza e tranquillità,
quell’atmosfera da pantofola nella quale ognuno si ritrova a
suo agio, pronto alla conversazione, disponibile.
Mi
piacerebbe parlare della Mina buongustaia, quella che
asserisce che il massimo della vita è “alzarsi la mattina
con un buon rognoncino trifolato”. Mi piacerebbe parlare dei
suoi discorsi dalle e larghe, melodiosi come se cantasse
anche se dal linguaggio pratico ed inequivocabile. Mi
piacerebbe parlare della donna Annamaria Mazzini al di là
del suo essere artista così come tutti la conoscono. Ed
invece no, non ne parlerò, perché ritengo che ognuno abbia
il diritto a sé stesso; il diritto che nessuno ficchi occhi
nelle sue arterie; il diritto di non essere squarciato, in
balia dei venti dell’opinione pubblica; il diritto al
privato; ecco perché su Mina mi fermo qui.
*Dice di sé.
Andrea Lo Vecchio. È un vecchio bambino che ha sempre voglia
di giocare.
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GIANNI MONDUZZI
La conquista
del successo può costarti la vita: molti
personaggi famosi, per arrivare hanno
consumato tutte le energie vitali lungo
il percorso, cosicché al traguardo giunge
soltanto il loro cadavere. Questo spiega
la presenza di mummie in tv.
(Da “Il manuale della
Playgirl”, 1985)
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