CINEMA

FERZAN OZPETEK, REGISTA DI ANIME


Gli attori sono creature di un’altra Terra, non si devono capire, bisogna amarli e basta




Il regista turco Ferzan Ozpetek è uno dei cineasti più amati, apprezzati e discussi della nostra epoca. Dopo l’uscita, trionfale al botteghino, di “Mine vaganti”,

proponiamo varie riflessioni su di lui, a tutto campo:

un’intervista della giornalista e scrittrice Laura Delli Colli,

firma di “Panorama”, che lo ha conosciuto molto bene e gli ha dedicato un bel libro; i pareri di molti attori, ma anche scenografi, musicisti e colleghi

che hanno lavorato con lui; le recensioni quasi sempre elogiative di importanti critici, tra gli altri Natalia Aspesi, Lietta Tornabuoni e Tullio Kezich.

Con una feroce stroncatura finale di Pierluigi Magnaschi, direttore di “Italia Oggi”, un giornalista amante del cinema e (non solo per quanto riguarda

il cinema) abituato ad andare controcorrente, senza soggezione di alcun tipo.

 

 

a cura di Barbara Lay*

 

Vedere e ricordare. Conversazione con Ferzan Ozpetek1

 

Laura Delli Colli

 

Cominciamo al buio: la prima volta in una sala cinematografica?

“Avevo più o meno sette anni. Ricordo il film, era Cleopatra, e una grandissima emozione. Il cinema mi ha conquistato lì, da bambino, a Istanbul, in quella sala del quartiere. Appena sono cresciuto un po’, ci andavo due, tre volte alla settimana: mettevo da parte i soldi per il biglietto e intanto sognavo di poter fuggire via per studiare quel mondo, imparare quel mestiere. Sognavo di andare in America, poi ho scelto l’Italia, Roma. Ha vinto il richiamo di un Paese che allora sentivo molto vicino alla mia cultura, al mio modo di essere”.

 

Ferzan Ozpetek, turco, vive in un Paese che lo considera un regista a tutti gli effetti italiano. E ama molto il suo cinema, le sue storie, il suo mondo…

“Un amore perfettamente ricambiato. E un luogo dove le mie storie nascono dalla vita quotidiana: il mio cinema nasce dalle storie che mi passano davanti agli occhi. A volte basta salire su un autobus per scoprire il tuo film. E io, con le mie storie, racconto emozioni, sentimenti, amicizie, amori, giovani e vecchi, uomini e donne”.

 

Molte donne, soprattutto. In una serie di ritratti, che pochi registi hanno regalato alle loro attrici.

“Le mie attrici. Con loro nasce un rapporto intimo, di confidenze e di affetto che, quando il film si avvicina all’ultimo ciak, diventa malinconico. Un po’ come quando si avvicina la fine di un amore. Ma difficilmente ci perdiamo. È il mio modo di vivere gli affetti. Non mi piacciono le separazioni, non voglio addii ma, anzi, vorrei sempre tutti nel cerchio. Un po’ come succede nell’amore: così come non esiste un motivo preciso per cui ti innamori, è difficile a volte capire perché un sentimento cambia. Ma l’importante è che il mistero di quel legame resti, che nessuno si perda. Sul set e nella vita io entro in quel mistero e cerco di restarci il più a lungo possibile”.

 

Le attrici sono anche amiche: Margherita Buy, Isabella Ferrari, Valeria Golino, Serra Yilmaz, Stefania Sandrelli, Milena Vukotich, Ambra Angiolini…

“Sì, vorrei che, dopo ogni film restassero sempre nella mia vita. E un po’ accade. Vorrei dire una parola per tutte: per la bellezza di Valeria, l’ingenuità meravigliosa di Stefania, il carattere unico di Serra, la precisione assoluta di Barbora, la sensualità di Isabella, la freschezza ribelle di Ambra, il fascino e la professionalità di signore come Lisa Gastoni, Milena Vukotich, Lucia Bosé, la naturalezza di Margherita…

Lei la vorrei sempre con me, è grandissima nel suo modo di far diventare vita quotidiana, “normale” anche la pagina più scritta. Ho un debole per le mie attrici”.

Le attrici. E gli attori. È vero che l’incontro con loro passa attraverso il test dell’amicizia, della confidenza, della grande sintonia personale?

“Voglio rispondere con le parole che ho detto quando ho ritirato il David di Donatello per un grande attore e un amico fraterno, che era appena scomparso, come Massimo Girotti, protagonista de “La finestra di fronte”: gli attori sono creature di un’altra Terra, non si devono capire, bisogna amarli e basta. Ed è proprio vero: ci sono, non ci sono, ti amano, spariscono. Ma non lo fanno per convenienza. Hanno piuttosto una loro innocenza, che mi conquista e mi incuriosisce. Massimo Girotti ce l’aveva nello sguardo: trasparente e a volte perduto come la solitudine di certi vecchi del mio quartiere. Liquido e lontano come quello che ho visto negli occhi di mio padre quando la sua memoria è svanita.

Con gli attori ho un rapporto speciale anche dopo il set: sono il mio debole e non escono mai dalla mia vita. Quasi tutti i giorni sento al telefono o scambio un sms con Stefano Accorsi, che ritengo un grande attore italiano. Ho un debole per gli attori, me ne innamoro e mi lascio sedurre e divento pazzo di gioia se mi raccontano che uno o una di loro, alla fine, ha lavorato con qualcun altro ma ha dato il meglio proprio con me.

Mi ha fatto piacere sentirlo dire di Pierfrancesco Favino, dopo Saturno contro e di Valerio Mastandrea, che ho voluto diverso anche fisicamente: per quel ruolo l’ho mandato sei mesi in palestra. Chi vorrei oggi in un mio film? Forse Toni Servillo, tragicomico, un attore di assoluta lievità anche quando recita per tre ore su un palcoscenico teatrale. E, certo, Sergio Castellitto. Che è bravissimo”.

 

La memoria: perché è un valore centrale nel cinema di Ferzan Ozpetek da Hamam alle Fate, da Harem Suaré a La finestra, da Cuore sacro a Saturno contro e Un giorno perfetto…

“Perché il suo valore si è perso. Qualsiasi cosa si voglia sapere, oggi, si cerca su Internet, non nei racconti di un vecchio. Chissà, a volte penso che tutto sia finito con le tecnologie: io che non saprei rinunciare a un sms o a una e-mail sono convinto che proprio la grande rete e la comunicazione globale abbiano smorzato molte emozioni. Per esempio, l’attesa di un incontro, la poesia di una parola scritta con carta e penna, una certa dilatazione del tempo che una volta lasciava più spazio al pensiero, alla riflessione, anche al ricordo.

Memoria, per me, sono per esempio gli oggetti che attraversano i miei film: è un piccolo gioco, un fil rouge che lega tutto… L’anello da fumo che si vede in Hamam riappare in Harem Suaré, il pesciolino rosso nel piccolo globo di vetro che Lorenzo gira tra le mani mentre sta finendo di vestirsi, in camera, prima di raggiungere gli altri per l’ultima serata con gli amici riappare nelle mani del bambino di Emma in Un giorno perfetto. Memoria: una grande lezione l’ho avuta proprio da un uomo elegante e di altri tempi, anche cinematografici, come Massimo Girotti. E quando penso a lui, ancora mi commuovo”.

 

Le emozioni, il pianto, la tenerezza: perché spesso nei film di Ferzan Ozpetek appartengono agli uomini?

“Sono emozione, sincerità, sono quello che abbiamo dentro… E i sentimenti, i turbamenti, il dolore, così come la passione e l’amore non hanno sesso. Io non riesco a girare se non mi emoziono. E non riesco a comunicare un’emozione se non posso condividerla. Quando penso agli attori e al lavoro che un regista fa con loro penso a un ballo, sì, a un tango… Si comincia stando attenti a trovare una sintonia con la musica. Poi non ci si pensa più e ci si abbandona in modo naturale. Emozioni e sentimenti etero o omo? Voglio dirlo sinceramente: io racconto la vita, le persone, le loro storie. Non le storie gay, come qualcuno dice e scrive, piuttosto che quelle etero o bisessuali. Una volta, credo fosse in Turchia, mi hanno chiesto se nel mio nuovo film avrei raccontato ancora personaggi e amori gay. Perché, ho risposto, non mi chiedete se ci saranno eterosessuali? A volte sento molta ipocrisia e conformismo intorno a questi temi. Ed è proprio questo che non sopporto: sì, francamente credo di aver dimostrato, in Saturno contro, di essere assolutamente stufo del cosiddetto “politically correct”.

 

Da Hamam a Un giorno perfetto, un cinema di passioni mai vissute con leggerezza: incontri rubati, il dolore di una separazione inattesa, il lutto, la violenza e l’orrore disperato di una tragedia finale di un uomo, un marito e un padre, che non riesce ad accettare il distacco dopo la separazione. È sempre così, nella vita, quando un amore svanisce?

“Ho letto che esiste un insetto che, per com’è fatto, non potrebbe volare eppure vola perché non sa che non può volare. Ecco, prima, quando ero più giovane io ero così. Oggi, invece, so che non posso volare e quindi devo fare uno sforzo, capire, ragionare e tentare di volare. Magari con una coscienza diversa, con più maturità. Ma cercare di volare comunque. Per esempio anche in amore: finisce il desiderio, non l’amicizia o il sentimento di affetto di un rapporto che ha avuto un senso. Nel mio cinema il tema è, in fondo, sempre questo. E la violenza, il dolore che si respira nelle storie che racconto, non sono altro che la quotidianità che attraversa la nostra vita. Sono il primo a pensare che un po’ di leggerezza farebbe bene. Anche al mio cinema. Ma non solo”.

 

Oltre agli amori infelici e al dolore, un profondo senso etico, perfino religioso. Come mai un turco che si dice laico e racconta storie con un forte senso della cristianità ha in casa una Madonnina e un piccolo Buddha?

“E un candelabro, e tanti altri oggetti di culto che compro e tengo in casa perché ho un forte rispetto del sacro. Sono nato a Fenerbahçe, a Instanbul, dove c’è la chiesa e la moschea, tra gli armeni e i musulmani… In un certo senso, nel mio amore per gli altri mischio tutte le religioni. Penso che ogni cosa abbia un’anima. Un’idea che viene forse dalla mia tata musulmana: quando mangiavo il riso mi tormentava perché non voleva che ne lasciassi neanche un chicco nel piatto. Mi diceva che quelli che non venivano mangiati piangevano. Mi viene da ridere a pensarci, ma ho rispetto anche per loro. Così come ce l’ho da sempre per il sacro e per il credo di ogni religione. Sono contro l’integralismo, la violenza, i nazionalismi religiosi. E tutti i sentimenti di intolleranza del mondo”.

 

Dal credo di Ferzan Ozpetek: “Guardare non basta, bisogna vedere”. Cosa significa?

“Che sapere vedere è quello che conta. Vedere e ricordare. Ma soprattutto sapere leggere negli occhi di chi ti sta intorno. Io voglio vivere con gli occhi aperti. E in piena luce. Ferzan in turco è una parola che indica la prima luce dell’alba e l’ultima prima del tramonto. Mi è tornato alla mente, ora che penso molto in italiano, quando ho letto Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar: “Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più…”. Ecco, quella pagina mi commuove ancora e mi fa riflettere. Mi fa dire che voglio vivere sempre con gli occhi aperti, provare tutto. Fermandomi, però, sempre un attimo prima di perdermi”.

Se non avesse fatto il regista, chi sarebbe stato Ferzan Ozpetek?

“Chissà, forse il cuoco o l’artista. Amo molto la sensualità della cucina: amici, sesso, gusto, tavola, buon cibo. A casa come al cinema. Ma avrei potuto fare anche il pittore: mi piacciono Picasso e Magritte, Hopper ma il mio preferito è Bacon. Confesso che il quadro delle Fate ignoranti, che si vede nel film, l’ho dipinto io. Per due anni, da studente, ho vissuto vendendo anche i miei quadri, mentre lavoravo mezza giornata nella bottega di un corniciaio. Dipingevo ritratti e nell’espressione dei miei soggetti cercavo sempre di fare vedere cosa avevano dentro. Poi ho smesso. Ora i miei film nascono intorno alla tavola, da una parola all’altra, da un piatto all’altro ecco nascere l’idea del nuovo film”.

 

A proposito, i film e i registi del cuore?

“Nel cinema italiano almeno tre titoli e tre maestri: “Il segno di Venere” di Dino Risi, “Parigi, o cara” di Vittorio Caprioli e “Matrimonio all’italiana” di Vittorio De Sica. Ma non posso dimenticare certi incontri agli inizi della storia: per esempio con Marcello Mastroianni, che ho seguito alcuni giorni muovendomi felpato intorno al suo fascino e alla sua disarmante naturalezza. O con Elio Petri, già ammalato e un po’ intristito, quando mi invitava da Ruschena, il bar sul Lungotevere vicino a piazza Cavour, e con un gelato passeggiavamo insieme al sole. Anche da quelle chiacchierate ho imparato a conoscere il cinema. E a capire che questa è la mia storia”.

1) Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore uno stralcio dal libro “Ad occhi aperti”, di Laura Delli Colli (Mondadori Electa, 2009). Riproduzione riservata.

 

Dicono di lui

 

Ambra Angiolini, conduttrice, cantante e attrice. Ha esordito come enfant prodige presentando la celebre trasmissione “Non è la Rai”, da quel momento si è sperimentata in tutti i campi dello spettacolo. L’incontro con il grande cinema l’ha avuto con Ozpetek nel film “Saturno contro”.

 

“Quello che si ha con Ozpetek è un incontro speciale, sia per chi è stato scoperto da poco che per attori con molta esperienza. È un incontro che ti fa guardare te stesso in modo diverso, è come un passaggio, una porta che si apre e fuori c’è qualcosa di bello, di affascinante. Ozpetek ti da quella sicurezza che fino a quel momento non credevi di avere, riesce a tirare fuori il tuo meglio.

È un incastro strano, forte, che potrebbe anche diventare scontro, è attivo, non certamente una via di mezzo; una persona che ricorderai per sempre, unico (senza voler essere patetica, dico sul serio). Con lui devi solo essere generoso e disposto al confronto con te stesso.

Come con i suoi film, ti siedi e pensi, ed hai la sensazione di essere il protagonista del film. Prima di lavorare con lui sognavo di incontrarlo un giorno professionalmente. Nei suoi film lo spettatore non è raggirato, ma totalmente libero, è una mente contorta, geniale.

Umanamente ti porta ad allontanarti, contrariamente a quanto si possa pensare di me, sono timidissima, non riuscirei mai ad avere un atteggiamento confidenziale con i miei maestri. È lui che decide chi e quando far entrare nella sua vita. E lavorando nei suoi film si crea come una confidenza di anni, tutto è facile, mentre invece nella vita reale non potrebbe succedere.

Dopo il film ho patito il rapporto con lui, mi sono accorta che gli volevo bene davvero, è come quando guardi un film e alla fine senti un senso (ingiustificato) di abbandono; ho pensato anche di essere matta, non riesci più a distinguere la realtà dal cinema, è difficile, ma poi è passato. Sa sempre dirti ciò che vorresti sentirti dire, ha un modo di vedere le persone senza stereotipi, non giudica e in questo modo non dà la possibilità di giudicare in modo negativo gli altri”.

 

Andrea Crisanti storico scenografo, ha iniziato la sua lunghissima carriera alla fine degli anni ’50. Ha lavorato al cinema, in tv e in teatro. Ha firmato per Ozpetek le scenografie di “La finestra di fronte”, “Cuore sacro” e “ Mine vaganti”.

 

“Ho conosciuto Ferzan nel 2001 negli uffici di Tilde Corsi, quando mi proposero per il film “La finestra di fronte”. Avevo visto i suoi film e da tempo ero rimasto affascinato dalla sua cinematografia. Mi erano piaciute certe sue pause nel raccontare dettagli in ambienti realistici e sognanti, in una natura reinventata per dei personaggi che a volte galleggiavano senza peso in quegli spazi ricreati, che a volte affogavano repentinamente in vortici drammatici. Ho amato certe sue inquadrature viste non da un obbiettivo, ma da un occhio attento, lacrimante, commosso: uno sguardo che altera una visione della vita di per sé stessa distorta, ma riconducendola ad una regola umana e d’amore.

Il nostro primo incontro fu affettuosissimo e sincero: come disse in seguito gli piacqui subito per una certa mia eleganza disordinata nel vestire e nel mio portamento disinvolto e disinibito. Mi giudicò per quello, non per le parole che ne seguirono, né per i racconti di film fatti nel passato. Mi diede fiducia, non fu mai assillante nelle sue richieste riguardanti il mio lavoro.

Ho cercato sempre di non tradire questa sua fiducia, senza sforzo né egoismo, perché fu chiaro da subito che qualsiasi intuizione creativa nella faticosa costruzione del nostro lavoro nasceva insieme nello stesso momento nelle nostre menti, senza prolungamenti o spiegazioni per richieste improvvise. Abbiamo avuto sempre una stessa visione del bello, e a lui bastava guardarmi negli occhi per capire la mia contentezza per una scelta artistica.

Negli altri due film fatti insieme “Cuore sacro” e “Mine Vaganti”, ho cercato sempre di mantenere questo equilibrio di affinità creativa, da una parte per ottenere un valido risultato estetico secondo i suoi desideri e dall’altra parte per godere nel mio animo di quella gioia ed emozione professionale, a volte fanciullesca, che in decenni di lavoro cinematografico spesso si perdono”.

 

Andrea Guerra musicista e compositore, ha curato tantissime colonne sonore anche per film internazionali. Ha composto le colonne sonore di “Le fate ignoranti”, “La finestra di fronte”, “Cuore sacro” e “Il giorno perfetto”.

 

“Ozpetek è un regista con cui ho avuto un sodalizio importante. I suoi film che trattano i temi universali e non trame, con la forza delle immagini oltre che quella della parola, sono il palcoscenico ideale per un compositore. La cosa che lo contraddistingue sono i ritratti femminili, sempre il centro delle sue storie con tutte le sfumature possibili. La ricchezza di quelle introspezioni ha reso molto eloquente il mio lavoro per lui. Le sue ambientazioni molto “sociali “ ed “etniche” e fanno sempre sentire lo spettatore vicino al suo modo di raccontare. Per questo, anche quando gira commedie o film più drammatici ci si sente molto coinvolti e si partecipa personalmente alle emozioni”.

 

Massimo Poggio, ritenuto uno degli attori italiani più belli, ha avuto una lunga gavetta in teatro, pubblicità e fiction tv; il suo debutto ufficiale al cinema è stato ne “La finestra di fronte”.

“Ho conosciuto Ozpetek in una pubblicità, era il 2000 e giravamo uno spot per le poste italiane. Da quella collaborazione ho avuto la possibilità di lavorare nei suoi film e da lì è nata la mia conoscenza del vero cinema. “La finestra di fronte” è stato il mio primo lavoro importante a livello cinematografico: avevo un ruolo apparentemente secondario, interpretavo Massimo Girotti da giovane, in realtà è stato molto importante come chiave del film.

Dopo c’è stato anche “Cuore sacro”. In una parola per me Ozpetek è il cinema. Con lui sono entrato in un’altra dimensione professionale. In apparenza Ferzan non ha un metodo nel dirigere gli attori, si affida alla sensibilità di ognuno, pretende molto, come è giusto che sia. Agli attori dice “Se mi emoziono io vuol dire che la scena è emozionante”, questa frase mette contemporaneamente panico ed esaltazione nell’attore. Non ammette compromessi. Ha un approccio intenso con quello che si va a fare: per me, che venivo dal teatro e dalla fiction, è stata una scuola, un insegnamento, un altro linguaggio. Dopo avere lavorato co lui ho fatto un salto di qualità e sento che sono aumentate le mie responsabilità rispetto all’essere attore”.

 

Elena Sofia Ricci attrice, ha interpretato molti film e fiction di successo, vincitrice di un David di Donatello come miglior attrice protagonista nel film di Luciano Odorisio “Ne parliamo lunedì”. È tra i protagonisti di “Mine vaganti”.

 

“Non avevo mai lavorato con Ferzan, ma sognavo di poterlo fare da tempo. Lo stimavo come regista e ora, dopo averci lavorato lo amo. Attraversavo un momento nel quale sentivo la necessità di confrontarmi con un personaggio diverso da quelli che normalmente interpreto e lui mi ha dato questa opportunità. Gli sono grata per due motivi, il primo è avermi chiamata, il secondo è avermi dato una parte (una zia zitella alcolizzata) originale, diversa da me, che nessun regista avrebbe mai pensato di affidarmi.

Ferzan è capace di individuare le caratteristiche recondite di un attore, riesce a scovare le sue particolarità e riesce a far vibrare corde che nessuno ha mai suonato. Mi è piaciuta anche la sfida di accostare attori che normalmente nessuno avrebbe riunito in un film, e il risultato è stato quello di riuscire a tirare fuori il meglio da ciascuno di noi.

Ferzan che è ironico e sarcastico, emozionante e commovente allo stesso tempo”.

 

Michelangelo Tommaso giovane attore, protagonista di fiction tv, ha interpretato il ruolo di un omosessuale in “Saturno contro”.

 

“Ozpetek è come un grande direttore d’orchestra: guida tanti strumenti diversi che, grazie al suo tocco magico, suonano formando un’unica melodia, senza nessuna stonatura. Oltre ad essere un ottimo regista, ha anche la capacità di creare un’atmosfera profondamente accogliente sul suo set, e noi attori ci siamo spesso sentiti avvolti da questa sensazione di familiarità e calore di stampo familiare, rispettando anche le ritualità delle grandi famiglie numerose, come i pranzi e le cene, passati rigorosamente tutti insieme. Devo dire che la dimensione corale che tanto lo contraddistingue nei suoi film si respira anche sul suo set”.

 

 

La critica dice di lui

 

Massimo Benvegnù, critico cinematografico, giornalista, collabora con la biennale di Venezia, lavora anche nell’industria musicale e collabora allo sviluppo di film per una casa di produzione inglese.

 

“Al debutto ci accorgemmo subito di Ferzan Ozpetek, della sua voce autoriale già forte e chiara. Il suo cinema poteva magari continuare a rincorrere tematiche simili, ma raccoglieva successi pur mantenendo un certo rigore formale, il che era già molto. Mi sembra invece che, abbandonato il sodalizio artistico col produttore Gianni Romoli, l’ultimo Ozpetek mainstream sia più preoccupato a correre verso i gusti del pubblico di massa piuttosto che a convertirlo al cinema d’autore, ed è un po’ un peccato, perchè potrebbe sfruttare di più la sua posizione ormai consolidata”.

 

Mauro Conciatori, regista, sceneggiatore e critico cinematografico. Direttore del magazine on-line ZabriskiePoint, direttore artistico de “L’AltroCinema FilmFestival”, organizzatore di “Primo Piano sull’Autore” rassegna del Cinema italiano di Assisi, è stato aiuto regista di Michelangelo Antonioni.

“Ferzan Ozpetek e il cinema della vita im/perfetta. 8 film nell’arco di 13 anni. Dal 1997 ad oggi questa è la produzione dell’autore turco di nascita, ma italiano (e romano, anzi testaccino per la precisione) d’adozione.

Una produzione degna di nota e che regala agli spettatori un film ogni due anni. E in particolare negli anni pari a parte i primi suoi due film del 1997 e del 1999. Dal 2000 in poi con precisione svizzera il bravo Ferzan non perde un colpo. Ma questo sia da un punto di vista di quantità che di qualità. A parte forse il controverso “Saturno contro”.

Un film non del tutto riuscito che partendo da basi solide si attesta, però, su un borderline che naviga un po’ troppo a vista senza chiudere mai il cerchio.

Quel cerchio che in un modo o nell’altro si chiude in tutte le sue storie. Storie che parlano di sentimenti alti, di sentimenti quotidiani, di sentimenti diversi… ma non diversi solo per il fatto che ci mostra il mondo di “amori omosessuali”, diversi perché spaziano in ogni luogo, tempo, anima con uno spessore di rara intensità e di rara potenza assurgendo i protagonisti delle sue storie a veri eroi “dell’anima”.

 

Tullio Kezich, La Finestra di fronte – Corriere della sera, 2003

Per vedere un bel film italiano bisogna che venga a girarlo un turco? Di “La finestra di fronte” Ferzan Ozpetek firma anche il copione con il produttore Gianni Romoli. Ambientato a Roma, il film è intonato a una costante intensità di sentimenti. Il tema alla Hitchcock della finestra che si apre su altre realtà (vengono in mente anche gli sguardi di Marcello e Sophia attraverso il cortile in “Una giornata particolare” di Scola) è svolto con estrema finezza di notazioni.

Gli interpreti sono straordinariamente partecipi, Bova ogni volta più maturo, la Mezzogiorno che all’immagine incantevole accoppia un mordente da vera figlia d’arte. Però la figura per cui “La finestra di fronte” si colloca da subito fra i film che resteranno è quella di Massimo Girotti (scomparso il 5 gennaio scorso), che dopo essere stato l’eroe dell’Italia fra guerra e dopoguerra rinnova ora la memoria di quegli anni. Pochi attori hanno incarnato in modo così completo l’intero palpito della vita di una nazione; e Massimo, sublime di dolcezza e vulnerabilità, esce di scena alla grande facendo l’ultimo dono a un cinema che si era dimenticato di lui.

Natalia Aspesi, Un giorno perfetto – La Repubblica, settembre 2008

Un giorno perfetto è il primo dei quattro film italiani in concorso a Venezia, è diretto da un regista ammirato e fortunato come Ferzan Ozpetek, è stato tratto dal bel romanzo dallo stesso titolo di Melania Mazzucco, riunisce bravi attori italiani, racconta una sconvolgente tragedia familiare di quelle che purtroppo sono diventate frequenti fatti di cronaca: gli applausi sono stati interminabili alla conferenza stampa e alla serata per il pubblico, c’è stato qualche dissenso nella proiezione del pomeriggio; il film è in partenza per il festival di Toronto da dove dovrebbe avere un lancio internazionale.

Allora perché non ha dato a molti spettatori quel senso di compiutezza, di incanto, d’intensità, se non del capolavoro, ormai molto raro, almeno dell’opera perfettamente riuscita? Sono i misteri indecifrabili del cinema, soprattutto quando ci si aspetta che un film emozioni, coinvolga, che ci dica di più e più profondamente di ciò che sappiamo.

 

Lietta Tornabuoni, Saturno Contro, La Stampa, marzo 2006

Il gruppo d’amici protagonisti, quasi tutti appartenenti alla generazione dei trenta-quarantenni, è composto da un bancario, una psicologa, uno scrittore di successo, una traduttrice-interprete, un inoccupato che vive d’una piccola rendita, un pubblicitario, una grafica appassionata d’astrologia, un poliziotto, un laureato in medicina, la proprietaria d’un elegante negozio di fiori. Non hanno in comune alcuna di quelle condizioni che fanno e alimentano l’amicizia, non il quartiere né gli studi o le vocazioni, non le esperienze, le passioni né la classe sociale: questo fa sì che il gruppo appaia alquanto eterogeneo, discorde. Pare che sia comune a tutti soltanto la cucina e la voglia di smettere di fumare.

L’elemento di condensazione è lo scrittore di successo: nella sua bella casa amici e amiche si riuniscono, cucinano, mangiano, chiacchierano: stancamente, perché l’amicizia, come le loro vite, pare in crisi oppure logora, stanca delle abitudini e della ripetizione. Il film imperfetto, trascinato, ha qualche buona battuta. Uno dice, spaventato dal futuro: “Voglio che tutto rimanga com’è”. Ambra si loda: “Io esagero sempre, è il mio unico pregio”. Il padre del ragazzo morto (Luigi Diberti) alla fine vince il pregiudizio, abbraccia lo scrittore: “Sia forte”. “Ma tu di che segno sei?” è la domanda di rigore. Se c’è un merito, sta negli attori, quasi tutti bravi: Accorsi-Buy formano una coppia classica, Ambra Angiolini ha naturalezza e fascino, Isabella Ferrari si vorrebbe vederla più a lungo, Serra Yilmaz è come al solito una macchietta. E la nuca di Pierfrancesco Favino, su cui la macchina da presa indugia, è come il dipinto della malinconia.

 

 

Curiosità

 

È uno dei pochi artisti internazionali a gestire personalmente il suo sito web ferzanozpetek.com

 

All’uscita del film “Cuore Sacro” ha convinto la distribuzione (Medusa) a non fare alcuna festa e ad devolvere quel de­naro per aiutare la comunità Sant’Egidio che aiuta persone bisognose.

 

Sul set di “Mine vaganti” Ozpetek faceva tagliare i capelli ogni giorno a Riccardo Scamarcio, il quale aveva dichiarato che avrebbe lasciato il set se gli fossero stati tagliati ancora i capelli, ma poi non ha lasciato il film.

 

Alessandra Menzani per “Libero”, aprile 2010

La sera di Pasquetta, Cristiano Malgioglio è andato al cinema a vedere il film di Ozpetek “Mine Vaganti”. Ma è rimasto deluso: “Basta, non ne posso più di film sui gay”.

 

 

Aforismi di Ferzan Ozpetek

 

Sono nato nella capitale dell’Impero romano orientale e abito in quella occidentale... come dire: sono fortunatissimo.

 

Nella vita trascino molto i miei rapporti, non posso accettare una separazione tra persone che per dieci anni hanno condiviso il letto. Credo che vi sia un modo per accettare una separazione, per viverla.

 

La politica non mi piace, mi irrita. La solidarietà fra gli esseri umani, il volontariato, credo che abbiano molto più valore.

 

Sul set seguo soprattutto l’istinto e l’emozione, non mi preoccupo più di tanto di ricordare qualcosa o qualcuno.

 

Cresco sempre di più avendo le persone accanto a me: amici che fanno parte della mia famiglia. Sono molto fortificato da queste persone con cui condivido tutto. Non ci sono cattiverie perché ci siamo scelti. Le persone che non mi piacciano non le frequento.

 

Ho sentito molto il film (Cuore Sacro), lo volevo fare assolutamente e volevo che riflettesse le domande che mi accompagnano ultimamente, sul senso della vita, la paura della morte, su cosa succede alle persone che non ci sono più e quali segni lascino nelle nostre esistenze. Non so se sono riuscito a dare delle risposte.



*Dice di sé.
Barbara Lay. Laureata in architettura, da grande farà l’attrice.

 





ANDREA CAMILLERI

Io sono stato povero e ho conosciuto il successo in tarda età.
Tutto è arrivato tardi nella mia vita, e questa è una fortuna:
mi sento come di aver vinto alla Sisal.
Il successo fa venire in prima linea l’imbecillità.

(Da “Il Venerdì di Repubblica”, 2002)




 

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