CINEMA
FERZAN OZPETEK, REGISTA DI ANIME
Gli attori sono creature di
un’altra Terra, non si devono capire, bisogna amarli e basta
 Il
regista turco Ferzan Ozpetek è uno dei cineasti più
amati, apprezzati e discussi della nostra epoca. Dopo
l’uscita, trionfale al botteghino, di “Mine vaganti”,
proponiamo
varie riflessioni su di lui, a tutto campo:
un’intervista
della giornalista e scrittrice Laura Delli Colli,
firma di
“Panorama”, che lo ha conosciuto molto bene e gli ha
dedicato un bel libro; i pareri di molti attori, ma anche
scenografi, musicisti e colleghi
che
hanno lavorato con lui; le recensioni quasi sempre
elogiative di importanti critici, tra gli altri Natalia
Aspesi, Lietta Tornabuoni e Tullio Kezich.
Con una
feroce stroncatura finale di Pierluigi Magnaschi, direttore
di “Italia Oggi”, un giornalista amante del cinema e (non
solo per quanto riguarda
il cinema)
abituato ad andare controcorrente, senza soggezione di alcun
tipo.
a cura di Barbara Lay*
Vedere e ricordare. Conversazione con Ferzan
Ozpetek1
Laura Delli Colli
Cominciamo al buio: la prima
volta in una sala cinematografica?
“Avevo più o meno sette anni.
Ricordo il film, era Cleopatra, e una grandissima emozione.
Il cinema mi ha conquistato lì, da bambino, a Istanbul, in
quella sala del quartiere. Appena sono cresciuto un po’, ci
andavo due, tre volte alla settimana: mettevo da parte i
soldi per il biglietto e intanto sognavo di poter fuggire
via per studiare quel mondo, imparare quel mestiere. Sognavo
di andare in America, poi ho scelto l’Italia, Roma. Ha vinto
il richiamo di un Paese che allora sentivo molto vicino alla
mia cultura, al mio modo di essere”.
Ferzan Ozpetek, turco, vive in
un Paese che lo considera un regista a tutti gli effetti
italiano. E ama molto il suo cinema, le sue storie, il suo
mondo…
“Un amore perfettamente ricambiato.
E un luogo dove le mie storie nascono dalla vita quotidiana:
il mio cinema nasce dalle storie che mi passano davanti agli
occhi. A volte basta salire su un autobus per scoprire il
tuo film. E io, con le mie storie, racconto emozioni,
sentimenti, amicizie, amori, giovani e vecchi, uomini e
donne”.
Molte donne, soprattutto. In una
serie di ritratti, che pochi registi hanno regalato alle
loro attrici.
“Le mie attrici. Con loro nasce un
rapporto intimo, di confidenze e di affetto che, quando il
film si avvicina all’ultimo ciak, diventa malinconico. Un
po’ come quando si avvicina la fine di un amore. Ma
difficilmente ci perdiamo. È il mio modo di vivere gli
affetti. Non mi piacciono le separazioni, non voglio addii
ma, anzi, vorrei sempre tutti nel cerchio. Un po’ come
succede nell’amore: così come non esiste un motivo preciso
per cui ti innamori, è difficile a volte capire perché un
sentimento cambia. Ma l’importante è che il mistero di quel
legame resti, che nessuno si perda. Sul set e nella vita io
entro in quel mistero e cerco di restarci il più a lungo
possibile”.
Le attrici sono anche amiche:
Margherita Buy, Isabella Ferrari, Valeria Golino, Serra
Yilmaz, Stefania Sandrelli, Milena Vukotich, Ambra
Angiolini…
“Sì, vorrei che, dopo ogni film
restassero sempre nella mia vita. E un po’ accade. Vorrei
dire una parola per tutte: per la bellezza di Valeria,
l’ingenuità meravigliosa di Stefania, il carattere unico di
Serra, la precisione assoluta di Barbora, la sensualità di
Isabella, la freschezza ribelle di Ambra, il fascino e la
professionalità di signore come Lisa Gastoni, Milena
Vukotich, Lucia Bosé, la naturalezza di Margherita…
Lei la vorrei sempre con me, è
grandissima nel suo modo di far diventare vita quotidiana,
“normale” anche la pagina più scritta. Ho un debole per le
mie attrici”.
Le attrici. E gli attori. È vero
che l’incontro con loro passa attraverso il test
dell’amicizia, della confidenza, della grande sintonia
personale?
“Voglio rispondere con le parole
che ho detto quando ho ritirato il David di Donatello per un
grande attore e un amico fraterno, che era appena scomparso,
come Massimo Girotti, protagonista de “La finestra di
fronte”: gli attori sono creature di un’altra Terra, non si
devono capire, bisogna amarli e basta. Ed è proprio vero: ci
sono, non ci sono, ti amano, spariscono. Ma non lo fanno per
convenienza. Hanno piuttosto una loro innocenza, che mi
conquista e mi incuriosisce. Massimo Girotti ce l’aveva
nello sguardo: trasparente e a volte perduto come la
solitudine di certi vecchi del mio quartiere. Liquido e
lontano come quello che ho visto negli occhi di mio padre
quando la sua memoria è svanita.
Con gli attori ho un rapporto
speciale anche dopo il set: sono il mio debole e non escono
mai dalla mia vita. Quasi tutti i giorni sento al telefono o
scambio un sms con Stefano Accorsi, che ritengo un grande
attore italiano. Ho un debole per gli attori, me ne innamoro
e mi lascio sedurre e divento pazzo di gioia se mi
raccontano che uno o una di loro, alla fine, ha lavorato con
qualcun altro ma ha dato il meglio proprio con me.
Mi ha fatto piacere sentirlo dire
di Pierfrancesco Favino, dopo Saturno contro e di Valerio
Mastandrea, che ho voluto diverso anche fisicamente: per
quel ruolo l’ho mandato sei mesi in palestra. Chi vorrei
oggi in un mio film? Forse Toni Servillo, tragicomico, un
attore di assoluta lievità anche quando recita per tre ore
su un palcoscenico teatrale. E, certo, Sergio Castellitto.
Che è bravissimo”.
La memoria: perché è un valore
centrale nel cinema di Ferzan Ozpetek da Hamam alle Fate, da
Harem Suaré a La finestra, da Cuore sacro a Saturno contro e
Un giorno perfetto…
“Perché il suo valore si è perso.
Qualsiasi cosa si voglia sapere, oggi, si cerca su Internet,
non nei racconti di un vecchio. Chissà, a volte penso che
tutto sia finito con le tecnologie: io che non saprei
rinunciare a un sms o a una e-mail sono convinto che proprio
la grande rete e la comunicazione globale abbiano smorzato
molte emozioni. Per esempio, l’attesa di un incontro, la
poesia di una parola scritta con carta e penna, una certa
dilatazione del tempo che una volta lasciava più spazio al
pensiero, alla riflessione, anche al ricordo.
Memoria, per me, sono per esempio
gli oggetti che attraversano i miei film: è un piccolo
gioco, un fil rouge che lega tutto… L’anello da fumo
che si vede in Hamam riappare in Harem Suaré, il pesciolino
rosso nel piccolo globo di vetro che Lorenzo gira tra le
mani mentre sta finendo di vestirsi, in camera, prima di
raggiungere gli altri per l’ultima serata con gli amici
riappare nelle mani del bambino di Emma in Un giorno
perfetto. Memoria: una grande lezione l’ho avuta proprio da
un uomo elegante e di altri tempi, anche cinematografici,
come Massimo Girotti. E quando penso a lui, ancora mi
commuovo”.
Le emozioni, il pianto, la
tenerezza: perché spesso nei film di Ferzan Ozpetek
appartengono agli uomini?
“Sono emozione, sincerità, sono
quello che abbiamo dentro… E i sentimenti, i turbamenti, il
dolore, così come la passione e l’amore non hanno sesso. Io
non riesco a girare se non mi emoziono. E non riesco a
comunicare un’emozione se non posso condividerla. Quando
penso agli attori e al lavoro che un regista fa con loro
penso a un ballo, sì, a un tango… Si comincia stando attenti
a trovare una sintonia con la musica. Poi non ci si pensa
più e ci si abbandona in modo naturale. Emozioni e
sentimenti etero o omo? Voglio dirlo sinceramente: io
racconto la vita, le persone, le loro storie. Non le storie
gay, come qualcuno dice e scrive, piuttosto che quelle etero
o bisessuali. Una volta, credo fosse in Turchia, mi hanno
chiesto se nel mio nuovo film avrei raccontato ancora
personaggi e amori gay. Perché, ho risposto, non mi chiedete
se ci saranno eterosessuali? A volte sento molta ipocrisia e
conformismo intorno a questi temi. Ed è proprio questo che
non sopporto: sì, francamente credo di aver dimostrato, in
Saturno contro, di essere assolutamente stufo del cosiddetto
“politically correct”.
Da Hamam a Un giorno perfetto,
un cinema di passioni mai vissute con leggerezza: incontri
rubati, il dolore di una separazione inattesa, il lutto, la
violenza e l’orrore disperato di una tragedia finale di un
uomo, un marito e un padre, che non riesce ad accettare il
distacco dopo la separazione. È sempre così, nella vita,
quando un amore svanisce?
“Ho letto che esiste un insetto
che, per com’è fatto, non potrebbe volare eppure vola perché
non sa che non può volare. Ecco, prima, quando ero più
giovane io ero così. Oggi, invece, so che non posso volare e
quindi devo fare uno sforzo, capire, ragionare e tentare di
volare. Magari con una coscienza diversa, con più maturità.
Ma cercare di volare comunque. Per esempio anche in amore:
finisce il desiderio, non l’amicizia o il sentimento di
affetto di un rapporto che ha avuto un senso. Nel mio cinema
il tema è, in fondo, sempre questo. E la violenza, il dolore
che si respira nelle storie che racconto, non sono altro che
la quotidianità che attraversa la nostra vita. Sono il primo
a pensare che un po’ di leggerezza farebbe bene. Anche al
mio cinema. Ma non solo”.
Oltre agli amori infelici e al
dolore, un profondo senso etico, perfino religioso. Come mai
un turco che si dice laico e racconta storie con un forte
senso della cristianità ha in casa una Madonnina e un
piccolo Buddha?
“E un candelabro, e tanti altri
oggetti di culto che compro e tengo in casa perché ho un
forte rispetto del sacro. Sono nato a Fenerbahçe, a
Instanbul, dove c’è la chiesa e la moschea, tra gli armeni e
i musulmani… In un certo senso, nel mio amore per gli altri
mischio tutte le religioni. Penso che ogni cosa abbia
un’anima. Un’idea che viene forse dalla mia tata musulmana:
quando mangiavo il riso mi tormentava perché non voleva che
ne lasciassi neanche un chicco nel piatto. Mi diceva che
quelli che non venivano mangiati piangevano. Mi viene da
ridere a pensarci, ma ho rispetto anche per loro. Così come
ce l’ho da sempre per il sacro e per il credo di ogni
religione. Sono contro l’integralismo, la violenza, i
nazionalismi religiosi. E tutti i sentimenti di intolleranza
del mondo”.
Dal credo di Ferzan Ozpetek:
“Guardare non basta, bisogna vedere”. Cosa significa?
“Che sapere vedere è quello che
conta. Vedere e ricordare. Ma soprattutto sapere leggere
negli occhi di chi ti sta intorno. Io voglio vivere con gli
occhi aperti. E in piena luce. Ferzan in turco è una parola
che indica la prima luce dell’alba e l’ultima prima del
tramonto. Mi è tornato alla mente, ora che penso molto in
italiano, quando ho letto Le memorie di Adriano di
Marguerite Yourcenar: “Un istante ancora, guardiamo insieme
le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai
più…”. Ecco, quella pagina mi commuove ancora e mi fa
riflettere. Mi fa dire che voglio vivere sempre con gli
occhi aperti, provare tutto. Fermandomi, però, sempre un
attimo prima di perdermi”.
Se non avesse fatto il regista,
chi sarebbe stato Ferzan Ozpetek?
“Chissà, forse il cuoco o
l’artista. Amo molto la sensualità della cucina: amici,
sesso, gusto, tavola, buon cibo. A casa come al cinema. Ma
avrei potuto fare anche il pittore: mi piacciono Picasso e
Magritte, Hopper ma il mio preferito è Bacon. Confesso che
il quadro delle Fate ignoranti, che si vede nel film, l’ho
dipinto io. Per due anni, da studente, ho vissuto vendendo
anche i miei quadri, mentre lavoravo mezza giornata nella
bottega di un corniciaio. Dipingevo ritratti e
nell’espressione dei miei soggetti cercavo sempre di fare
vedere cosa avevano dentro. Poi ho smesso. Ora i miei film
nascono intorno alla tavola, da una parola all’altra, da un
piatto all’altro ecco nascere l’idea del nuovo film”.
A proposito, i film e i registi
del cuore?
“Nel cinema italiano almeno tre
titoli e tre maestri: “Il segno di Venere” di Dino Risi,
“Parigi, o cara” di Vittorio Caprioli e “Matrimonio
all’italiana” di Vittorio De Sica. Ma non posso dimenticare
certi incontri agli inizi della storia: per esempio con
Marcello Mastroianni, che ho seguito alcuni giorni
muovendomi felpato intorno al suo fascino e alla sua
disarmante naturalezza. O con Elio Petri, già ammalato e un
po’ intristito, quando mi invitava da Ruschena, il bar sul
Lungotevere vicino a piazza Cavour, e con un gelato
passeggiavamo insieme al sole. Anche da quelle chiacchierate
ho imparato a conoscere il cinema. E a capire che questa è
la mia storia”.
1) Pubblichiamo per gentile
concessione dell’editore uno stralcio dal libro “Ad occhi
aperti”, di Laura Delli Colli (Mondadori Electa, 2009).
Riproduzione riservata.
Dicono di lui
Ambra Angiolini,
conduttrice, cantante e attrice. Ha esordito come enfant
prodige presentando la celebre trasmissione “Non è la
Rai”, da quel momento si è sperimentata in tutti i campi
dello spettacolo. L’incontro con il grande cinema l’ha avuto
con Ozpetek nel film “Saturno contro”.
“Quello che si ha con Ozpetek è un
incontro speciale, sia per chi è stato scoperto da poco che
per attori con molta esperienza. È un incontro che ti fa
guardare te stesso in modo diverso, è come un passaggio, una
porta che si apre e fuori c’è qualcosa di bello, di
affascinante. Ozpetek ti da quella sicurezza che fino a quel
momento non credevi di avere, riesce a tirare fuori il tuo
meglio.
È un incastro strano, forte, che
potrebbe anche diventare scontro, è attivo, non certamente
una via di mezzo; una persona che ricorderai per sempre,
unico (senza voler essere patetica, dico sul serio). Con lui
devi solo essere generoso e disposto al confronto con te
stesso.
Come con i suoi film, ti siedi e
pensi, ed hai la sensazione di essere il protagonista del
film. Prima di lavorare con lui sognavo di incontrarlo un
giorno professionalmente. Nei suoi film lo spettatore non è
raggirato, ma totalmente libero, è una mente contorta,
geniale.
Umanamente ti porta ad
allontanarti, contrariamente a quanto si possa pensare di
me, sono timidissima, non riuscirei mai ad avere un
atteggiamento confidenziale con i miei maestri. È lui che
decide chi e quando far entrare nella sua vita. E lavorando
nei suoi film si crea come una confidenza di anni, tutto è
facile, mentre invece nella vita reale non potrebbe
succedere.
Dopo il film ho patito il rapporto
con lui, mi sono accorta che gli volevo bene davvero, è come
quando guardi un film e alla fine senti un senso
(ingiustificato) di abbandono; ho pensato anche di essere
matta, non riesci più a distinguere la realtà dal cinema, è
difficile, ma poi è passato. Sa sempre dirti ciò che
vorresti sentirti dire, ha un modo di vedere le persone
senza stereotipi, non giudica e in questo modo non dà la
possibilità di giudicare in modo negativo gli altri”.
Andrea Crisanti
storico scenografo, ha iniziato la sua lunghissima carriera
alla fine degli anni ’50. Ha lavorato al cinema, in tv e in
teatro. Ha firmato per Ozpetek le scenografie di “La
finestra di fronte”, “Cuore sacro” e “ Mine vaganti”.
“Ho conosciuto Ferzan nel 2001
negli uffici di Tilde Corsi, quando mi proposero per il film
“La finestra di fronte”. Avevo visto i suoi film e da tempo
ero rimasto affascinato dalla sua cinematografia. Mi erano
piaciute certe sue pause nel raccontare dettagli in ambienti
realistici e sognanti, in una natura reinventata per dei
personaggi che a volte galleggiavano senza peso in quegli
spazi ricreati, che a volte affogavano repentinamente in
vortici drammatici. Ho amato certe sue inquadrature viste
non da un obbiettivo, ma da un occhio attento, lacrimante,
commosso: uno sguardo che altera una visione della vita di
per sé stessa distorta, ma riconducendola ad una regola
umana e d’amore.
Il nostro primo incontro fu
affettuosissimo e sincero: come disse in seguito gli piacqui
subito per una certa mia eleganza disordinata nel vestire e
nel mio portamento disinvolto e disinibito. Mi giudicò per
quello, non per le parole che ne seguirono, né per i
racconti di film fatti nel passato. Mi diede fiducia, non fu
mai assillante nelle sue richieste riguardanti il mio
lavoro.
Ho cercato sempre di non tradire
questa sua fiducia, senza sforzo né egoismo, perché fu
chiaro da subito che qualsiasi intuizione creativa nella
faticosa costruzione del nostro lavoro nasceva insieme nello
stesso momento nelle nostre menti, senza prolungamenti o
spiegazioni per richieste improvvise. Abbiamo avuto sempre
una stessa visione del bello, e a lui bastava guardarmi
negli occhi per capire la mia contentezza per una scelta
artistica.
Negli altri due film fatti insieme
“Cuore sacro” e “Mine Vaganti”, ho cercato sempre di
mantenere questo equilibrio di affinità creativa, da una
parte per ottenere un valido risultato estetico secondo i
suoi desideri e dall’altra parte per godere nel mio animo di
quella gioia ed emozione professionale, a volte
fanciullesca, che in decenni di lavoro cinematografico
spesso si perdono”.
Andrea Guerra
musicista e compositore, ha curato tantissime colonne sonore
anche per film internazionali. Ha composto le colonne sonore
di “Le fate ignoranti”, “La finestra di fronte”, “Cuore
sacro” e “Il giorno perfetto”.
“Ozpetek è un regista con cui ho
avuto un sodalizio importante. I suoi film che trattano i
temi universali e non trame, con la forza delle immagini
oltre che quella della parola, sono il palcoscenico ideale
per un compositore. La cosa che lo contraddistingue sono i
ritratti femminili, sempre il centro delle sue storie con
tutte le sfumature possibili. La ricchezza di quelle
introspezioni ha reso molto eloquente il mio lavoro per lui.
Le sue ambientazioni molto “sociali “ ed “etniche” e fanno
sempre sentire lo spettatore vicino al suo modo di
raccontare. Per questo, anche quando gira commedie o film
più drammatici ci si sente molto coinvolti e si partecipa
personalmente alle emozioni”.
Massimo Poggio,
ritenuto uno degli attori italiani più belli, ha avuto una
lunga gavetta in teatro, pubblicità e fiction tv; il suo
debutto ufficiale al cinema è stato ne “La finestra di
fronte”.
“Ho conosciuto Ozpetek in una
pubblicità, era il 2000 e giravamo uno spot per le poste
italiane. Da quella collaborazione ho avuto la possibilità
di lavorare nei suoi film e da lì è nata la mia conoscenza
del vero cinema. “La finestra di fronte” è stato il mio
primo lavoro importante a livello cinematografico: avevo un
ruolo apparentemente secondario, interpretavo Massimo
Girotti da giovane, in realtà è stato molto importante come
chiave del film.
Dopo c’è stato anche “Cuore sacro”.
In una parola per me Ozpetek è il cinema. Con lui sono
entrato in un’altra dimensione professionale. In apparenza
Ferzan non ha un metodo nel dirigere gli attori, si affida
alla sensibilità di ognuno, pretende molto, come è giusto
che sia. Agli attori dice “Se mi emoziono io vuol dire che
la scena è emozionante”, questa frase mette
contemporaneamente panico ed esaltazione nell’attore. Non
ammette compromessi. Ha un approccio intenso con quello che
si va a fare: per me, che venivo dal teatro e dalla fiction,
è stata una scuola, un insegnamento, un altro linguaggio.
Dopo avere lavorato co lui ho fatto un salto di qualità e
sento che sono aumentate le mie responsabilità rispetto
all’essere attore”.
Elena Sofia Ricci
attrice, ha interpretato molti film e fiction di successo,
vincitrice di un David di Donatello come miglior attrice
protagonista nel film di Luciano Odorisio “Ne parliamo
lunedì”. È tra i protagonisti di “Mine vaganti”.
“Non avevo mai lavorato con Ferzan,
ma sognavo di poterlo fare da tempo. Lo stimavo come regista
e ora, dopo averci lavorato lo amo. Attraversavo un momento
nel quale sentivo la necessità di confrontarmi con un
personaggio diverso da quelli che normalmente interpreto e
lui mi ha dato questa opportunità. Gli sono grata per due
motivi, il primo è avermi chiamata, il secondo è avermi dato
una parte (una zia zitella alcolizzata) originale, diversa
da me, che nessun regista avrebbe mai pensato di affidarmi.
Ferzan è capace di individuare le
caratteristiche recondite di un attore, riesce a scovare le
sue particolarità e riesce a far vibrare corde che nessuno
ha mai suonato. Mi è piaciuta anche la sfida di accostare
attori che normalmente nessuno avrebbe riunito in un film, e
il risultato è stato quello di riuscire a tirare fuori il
meglio da ciascuno di noi.
Ferzan che è ironico e sarcastico,
emozionante e commovente allo stesso tempo”.
Michelangelo Tommaso
giovane attore, protagonista di fiction tv, ha interpretato
il ruolo di un omosessuale in “Saturno contro”.
“Ozpetek è come un grande direttore
d’orchestra: guida tanti strumenti diversi che, grazie al
suo tocco magico, suonano formando un’unica melodia, senza
nessuna stonatura. Oltre ad essere un ottimo regista, ha
anche la capacità di creare un’atmosfera profondamente
accogliente sul suo set, e noi attori ci siamo spesso
sentiti avvolti da questa sensazione di familiarità e calore
di stampo familiare, rispettando anche le ritualità delle
grandi famiglie numerose, come i pranzi e le cene, passati
rigorosamente tutti insieme. Devo dire che la dimensione
corale che tanto lo contraddistingue nei suoi film si
respira anche sul suo set”.
La critica dice di lui
Massimo Benvegnù,
critico cinematografico, giornalista, collabora con la
biennale di Venezia, lavora anche nell’industria musicale e
collabora allo sviluppo di film per una casa di produzione
inglese.
“Al debutto ci accorgemmo subito di
Ferzan Ozpetek, della sua voce autoriale già forte e chiara.
Il suo cinema poteva magari continuare a rincorrere
tematiche simili, ma raccoglieva successi pur mantenendo un
certo rigore formale, il che era già molto. Mi sembra invece
che, abbandonato il sodalizio artistico col produttore
Gianni Romoli, l’ultimo Ozpetek mainstream sia più
preoccupato a correre verso i gusti del pubblico di massa
piuttosto che a convertirlo al cinema d’autore, ed è un po’
un peccato, perchè potrebbe sfruttare di più la sua
posizione ormai consolidata”.
Mauro Conciatori,
regista, sceneggiatore e critico cinematografico. Direttore
del magazine on-line ZabriskiePoint, direttore artistico de
“L’AltroCinema FilmFestival”, organizzatore di “Primo Piano
sull’Autore” rassegna del Cinema italiano di Assisi, è stato
aiuto regista di Michelangelo Antonioni.
“Ferzan Ozpetek e il cinema della
vita im/perfetta. 8 film nell’arco di 13 anni. Dal 1997 ad
oggi questa è la produzione dell’autore turco di nascita, ma
italiano (e romano, anzi testaccino per la precisione)
d’adozione.
Una produzione degna di nota e che
regala agli spettatori un film ogni due anni. E in
particolare negli anni pari a parte i primi suoi due film
del 1997 e del 1999. Dal 2000 in poi con precisione svizzera
il bravo Ferzan non perde un colpo. Ma questo sia da un
punto di vista di quantità che di qualità. A parte forse il
controverso “Saturno contro”.
Un film non del tutto riuscito che
partendo da basi solide si attesta, però, su un borderline
che naviga un po’ troppo a vista senza chiudere mai il
cerchio.
Quel cerchio che in un modo o
nell’altro si chiude in tutte le sue storie. Storie che
parlano di sentimenti alti, di sentimenti quotidiani, di
sentimenti diversi… ma non diversi solo per il fatto che ci
mostra il mondo di “amori omosessuali”, diversi perché
spaziano in ogni luogo, tempo, anima con uno spessore di
rara intensità e di rara potenza assurgendo i protagonisti
delle sue storie a veri eroi “dell’anima”.
Tullio Kezich, La Finestra di fronte –
Corriere della sera, 2003
Per vedere un bel film italiano
bisogna che venga a girarlo un turco? Di “La finestra di
fronte” Ferzan Ozpetek firma anche il copione con il
produttore Gianni Romoli. Ambientato a Roma, il film è
intonato a una costante intensità di sentimenti. Il tema
alla Hitchcock della finestra che si apre su altre realtà
(vengono in mente anche gli sguardi di Marcello e Sophia
attraverso il cortile in “Una giornata particolare” di
Scola) è svolto con estrema finezza di notazioni.
Gli interpreti sono straordinariamente partecipi, Bova ogni
volta più maturo,
la Mezzogiorno che all’immagine incantevole
accoppia un mordente da vera figlia d’arte. Però la figura
per cui “La finestra di fronte” si colloca da subito fra i
film che resteranno è quella di Massimo Girotti (scomparso
il 5 gennaio scorso), che dopo essere stato l’eroe
dell’Italia fra guerra e dopoguerra rinnova ora la memoria
di quegli anni. Pochi attori hanno incarnato in modo così
completo l’intero palpito della vita di una nazione; e
Massimo, sublime di dolcezza e vulnerabilità, esce di scena
alla grande facendo l’ultimo dono a un cinema che si era
dimenticato di lui.
Natalia Aspesi,
Un giorno perfetto – La
Repubblica, settembre 2008
Un giorno perfetto è il primo dei quattro film
italiani in concorso a Venezia, è diretto da un regista
ammirato e fortunato come Ferzan Ozpetek, è stato tratto dal
bel romanzo dallo stesso titolo di Melania Mazzucco,
riunisce bravi attori italiani, racconta una sconvolgente
tragedia familiare di quelle che purtroppo sono diventate
frequenti fatti di cronaca: gli applausi sono stati
interminabili alla conferenza stampa e alla serata per il
pubblico, c’è stato qualche dissenso nella proiezione del
pomeriggio; il film è in partenza per il festival di Toronto
da dove dovrebbe avere un lancio internazionale.
Allora perché non ha dato a molti spettatori quel senso di
compiutezza, di incanto, d’intensità, se non del capolavoro,
ormai molto raro, almeno dell’opera perfettamente riuscita?
Sono i misteri indecifrabili del cinema, soprattutto quando
ci si aspetta che un film emozioni, coinvolga, che ci dica
di più e più profondamente di ciò che sappiamo.
Lietta
Tornabuoni, Saturno Contro,
La Stampa, marzo 2006
Il gruppo d’amici protagonisti,
quasi tutti appartenenti alla generazione dei
trenta-quarantenni, è composto da un bancario, una
psicologa, uno scrittore di successo, una
traduttrice-interprete, un inoccupato che vive d’una piccola
rendita, un pubblicitario, una grafica appassionata
d’astrologia, un poliziotto, un laureato in medicina, la
proprietaria d’un elegante negozio di fiori. Non hanno in
comune alcuna di quelle condizioni che fanno e alimentano
l’amicizia, non il quartiere né gli studi o le vocazioni,
non le esperienze, le passioni né la classe sociale: questo
fa sì che il gruppo appaia alquanto eterogeneo, discorde.
Pare che sia comune a tutti soltanto la cucina e la voglia
di smettere di fumare.
L’elemento di condensazione è lo
scrittore di successo: nella sua bella casa amici e amiche
si riuniscono, cucinano, mangiano, chiacchierano:
stancamente, perché l’amicizia, come le loro vite, pare in
crisi oppure logora, stanca delle abitudini e della
ripetizione. Il film imperfetto, trascinato, ha qualche
buona battuta. Uno dice, spaventato dal futuro: “Voglio che
tutto rimanga com’è”. Ambra si loda: “Io esagero sempre, è
il mio unico pregio”. Il padre del ragazzo morto (Luigi
Diberti) alla fine vince il pregiudizio, abbraccia lo
scrittore: “Sia forte”. “Ma tu di che segno sei?” è la
domanda di rigore. Se c’è un merito, sta negli attori, quasi
tutti bravi: Accorsi-Buy formano una coppia classica, Ambra
Angiolini ha naturalezza e fascino, Isabella Ferrari si
vorrebbe vederla più a lungo, Serra Yilmaz è come al solito
una macchietta. E la nuca di Pierfrancesco Favino, su cui la
macchina da presa indugia, è come il dipinto della
malinconia.
Curiosità
È uno dei pochi artisti
internazionali a gestire personalmente il suo sito web
ferzanozpetek.com
All’uscita del film “Cuore Sacro”
ha convinto la distribuzione (Medusa) a non fare alcuna
festa e ad devolvere quel denaro per aiutare la comunità
Sant’Egidio che aiuta persone bisognose.
Sul set di “Mine vaganti” Ozpetek
faceva tagliare i capelli ogni giorno a Riccardo Scamarcio,
il quale aveva dichiarato che avrebbe lasciato il set se gli
fossero stati tagliati ancora i capelli, ma poi non ha
lasciato il film.
Alessandra Menzani per
“Libero”, aprile 2010
La sera di Pasquetta, Cristiano
Malgioglio è andato al cinema a vedere il film di Ozpetek
“Mine Vaganti”. Ma è rimasto deluso: “Basta, non ne posso
più di film sui gay”.
Aforismi di Ferzan Ozpetek
Sono nato nella capitale
dell’Impero romano orientale e abito in quella
occidentale... come dire: sono fortunatissimo.
Nella vita trascino molto i miei
rapporti, non posso accettare una separazione tra persone
che per dieci anni hanno condiviso il letto. Credo che vi
sia un modo per accettare una separazione, per viverla.
La politica non mi piace, mi
irrita. La solidarietà fra gli esseri umani, il
volontariato, credo che abbiano molto più valore.
Sul set seguo soprattutto
l’istinto e l’emozione, non mi preoccupo più di tanto di
ricordare qualcosa o qualcuno.
Cresco sempre di più avendo le
persone accanto a me: amici che fanno parte della mia
famiglia. Sono molto fortificato da queste persone con cui
condivido tutto. Non ci sono cattiverie perché ci siamo
scelti. Le persone che non mi piacciano non le frequento.
Ho
sentito molto il film (Cuore Sacro), lo volevo fare
assolutamente e volevo che riflettesse le domande che mi
accompagnano ultimamente, sul senso della vita, la paura
della morte, su cosa succede alle persone che non ci sono
più e quali segni lascino nelle nostre esistenze. Non so se
sono riuscito a dare delle risposte.
*Dice di sé.
Barbara Lay. Laureata in architettura, da grande farà
l’attrice.
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ANDREA CAMILLERI
Io sono stato
povero e ho conosciuto il successo in tarda
età. Tutto è arrivato tardi nella mia
vita, e questa è una fortuna: mi sento
come di aver vinto alla Sisal. Il
successo fa venire in prima linea
l’imbecillità.
(Da “Il Venerdì di
Repubblica”, 2002)
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