COSTUME
E SE TORNASSE CAROSELLO?
Il presidente
dell’Osservatorio sui diritti dei minori ci accompagna in
un’approfondita analisi sulle molteplici influenze che la
televisione ha e può avere, quotidianamente, su bambini ed
adolescenti
Antonio Marziale*
Capita sovente, che qualche criticone mi additi all’opinione
pubblica come “bacchettone” e “moralista” in conseguenza
alle prese di posizione che, nelle funzioni di presidente
dell’Osservatorio sui diritti dei minori, intraprendo a
beneficio della tutela dei bambini rispetto all’esposizione
impropria davanti alla tv. Davanti a simili critiche mi
viene soltanto da ridere, pensando ad esercizi di pura
ignoranza in materia o malafede. Di seguito, riporto alcune
rilevazioni scientifiche – ripeto, scientifiche, non
sofistiche – che la dicono lunga….
Fermo restando che, se ci fosse
una genitorialità più accorta, non ci sarebbe alcuna
necessità di protocolli o leggi a tutela dei minori rispetto
ai mezzi di comunicazione di massa. Ma, così non è,
purtroppo! Per quanti volessero approfondire, si consiglia
la lettura del libro “L’onnipotenza dei media: sua maestà la
tv!” (1)
Sviluppo
intellettivo del minore e conseguenze all’esposizione alla
tv
Concetti
di base
Lo studio
sugli effetti ed i condizionamenti della televisione sul
pubblico dei minori necessita alcune riflessioni sulle
principali fasi evolutive del bambino alle quali
corrispondono diverse capacità e modalità percettive.
All’inizio
degli anni sessanta la psicologia americana scoprì la
teoria di Piaget sullo sviluppo cognitivo e ne
subì l’influsso. Piaget si è interessato degli aspetti
universali dello sviluppo infantile (piuttosto che delle
differenze individuali) e ritenne che lo sviluppo sia il
risultato di un’interazione fra i cambiamenti prodotti dalla
maturazione e l’esperienza.
Le
osservazioni intensive che Piaget fece sui propri figli lo
convinsero che i bambini sono organismi attivi che vanno
alla ricerca degli stimoli e organizzano la propria
esperienza senza istruzioni o programmazioni dirette da
parte dell’ambiente che li circonda. Secondo Piaget, lo
sviluppo cognitivo passa attraverso una serie di stadi
correlati fra loro, nel corso dei quali il bambino conosce
il mondo in differenti modi (Mussen, Conger, Kagan e Huston,
1986).
Per
sviluppo cognitivo si intende lo sviluppo delle attività
intellettive.
Nell’uso
psicologico del termine possiamo tuttavia distinguere due
indirizzi fondamentali:
un
indirizzo statistico, prevalentemente interessato allo
studio delle differenze individuali nell’eseguire una serie
di compiti e al carattere dimensionale
dell’intelligenza (Canestrari, 1984);
un
indirizzo qualitativo, che analizza invece i processi
intellettivi all’interno dell’individuo, trascurando quindi
completamente le differenze individuali.
Ciò non
comporta un condizionamento unicamente interiore del
processo di maturazione: pone soltanto all’interno del
soggetto il meccanismo che alimenta lo sviluppo stesso e che
lo orienta.
L’ipotesi psicogenetica di Piaget
A questo
indirizzo di studio appartiene l’ipotesi psicogenetica
elaborata dallo psicologo svizzero Jean Piaget (1896-1980).
Essa mira a spiegare i processi cognitivi umani,
ricostruendo le fasi (stadi) dello sviluppo psichico
dell’individuo, in senso evolutivo, dalla fase
sensomotoria (legata ad un rapporto statico con
la realtà) fino alla formazione delle strutture propriamente
logiche, ovvero non contraddittorie (creanti invece un
rapporto dinamico con la realtà).
Ogni stadio
è preceduto necessariamente da un altro stadio in cui si
attuano operazioni mentali che stanno alla base delle
operazioni successive.
Questo
sviluppo non avviene sempre in modo lineare, complicato
com’è dalle stimolazioni socioculturali e dalle stesse
esperienze personali. Dunque, ciò che sembra restare
immutato è l’ordine degli stadi, ma non i percorsi e le
modalità con le quali essi si organizzano. Questo modello si
fonda almeno su quattro parametri caratterizzanti:
1.
La natura attiva, adattiva ed organizzativa fra
l’organizzazione e l’ambiente dell’intelligenza dove:
•
l’attività può consistere in vere e proprie azioni fisiche o
semplicemente inazioni simboliche, che derivano da quelle
fisiche e che sono ricostruite nel pensiero;
•
l’adattamento è un processo innato che si realizza mediante
due processi complementari, l’assimilazione e
l’accomodamento, la cui condizione ottimale è il reciproco
equilibrio;
•
l’assimilazione è il processo per il quale il soggetto
struttura il dato esterno secondo l’organizzazione mentale
esistente (crea cioè uno schema) e tale strutturazione gli
permette di conoscerlo;
•
l’accomodamento è il processo attraverso il quale viene
modificato lo schema per renderlo più idoneo alle condizioni
esterne ed agli altri schemi che si vanno man mano
costituendo;
•
l’organizzazione non è altro che il processo d’adattamento
visto dall’interno, che risulta da un’attività innata di
coordinamento fra schemi sensomotori o fra strutture
simboliche e si svolge in base ad autocorrezioni delle
strutture pregresse;
•
la condizione ottimale tra queste tre nature è l’equilibrio
tra loro e con l’ambiente fisico e sociale.
2.
La costruzione delle strutture mentali nell’integrazione fra
il soggetto e l’ambiente: questo significa che i sistemi
cognitivi non sono né semplicemente innati, né tantomeno
appresi attraverso un vero esercizio mimetico sulla realtà,
bensì sono costruiti dal soggetto nell’interazione dinamica
con l’ambiente.
3.
I meccanismi dello sviluppo mentale: l’ipotesi
psicogenetica presuppone una progressiva costruzione
delle strutture cognitive nell’interazione fra il soggetto e
l’ambiente.
4.
Il meccanismo d’equilibrazione mentale agisce attraverso
l’autocorrezione degli errori. Per spiegare l’equilibrazione
si considera un soggetto che per la soluzione di un certo
compito, in base alle proprietà dell’oggetto ed alle
strutture cognitive esistenti, seleziona e coordina alcuni
attributi secondo una certa struttura. Se il risultato non è
esatto, il soggetto procede ad una nuova analisi e
coordinazione di attributi, quindi ad un’altra
strutturazione. Il meccanismo d’equilibrazione si svolge,
pertanto, in base ad autocorrezioni che implicano un certo
livello dello sviluppo dei sistemi cognitivi: l’esercizio,
le proprietà del materiale e gli apprendimenti
socioculturali.
È
importante sottolineare come per Piaget la fase dell’equilibrazione
sia la base del processo di costruzione delle strutture, in
quanto coordina gli effetti della maturazione interna con
quelli prodotti dalle stimolazioni esterne fisiche e
sociali. Il significato delle interazioni che generano, in
modo graduale, una conoscenza sempre più scientificamente
adeguata della realtà.
La
conoscenza è il risultato di un’attività di costruzione di
sistemi cognitivi, che si attua attraverso progressive
coordinazioni e autocorrezioni delle strutture pregresse.
Poiché tale costruzione È il risultato delle interazioni che
coinvolgono il soggetto e la realtà esterna, l’evoluzione
cognitiva si realizza attraverso il passaggio da una
conoscenza soggettiva ad una conoscenza oggettiva. Il
risultato è dato dall’interpretazione non contraddittoria (logica)
della realtà esterna, ossia una conoscenza logica della
realtà (conoscenza scientifica) (Piaget e Inhelder,
1990).
Stadi
dello sviluppo cognitivo
Come si è
già osservato, lo sviluppo intellettivo è visto dal modello
psicogenetico come una successione di stadi, ognuno
dei quali è caratterizzato dalle strutture di conoscenza che
si sono costituite.
Schematizzando abbiamo:
•
intelligenza sensomotoria (primi 18 mesi circa di
vita): si fonda sulla realtà solamente attraverso gruppi di
azioni fisiche (dell’uso inizialmente unico dei riflessi
alle prime coordinazioni visivo-motorie), si struttura prima
dell’apparire del linguaggio ed è prelogica. L’intelligenza
sensomotoria è caratterizzata, all’inizio,
essenzialmente da abitudini rigide, casomai rinforzate, che
vengono gradualmente generalizzate ed accomodate alle
condizioni ambientali. Di contro, il passaggio
dall’abitudine all’intelligenza si verifica in genere tra i
due-tre mesi ed è caratterizzato, come detto, dalla
coordinazione fra schemi appartenenti a sistemi cognitivi
diversi. Ciononostante, l’intelligenza
sensomotoria (che trova il suo compimento fra i 18 e i
24 mesi) non fornisce mai una rappresentazione di insieme
della realtà, bensì quadri relativamente indipendenti e,
quindi, una comprensione frammentaria e spesso
contraddittoria;
•
intelligenza preconcettuale ed intuitiva (dai 18 mesi
ai 7 anni circa): emerge quando compare la funzione
semiotica o – in senso più astratto – simbolica (in
particolare, il linguaggio) ed È prelogica, o meglio
semilogica, nel senso che il bambino è capace di organizzare
il pensiero secondo strutture logiche molto elementari, ma
non è capace di strutturare operazioni astratte di tipo
propriamente logico-matematiche. Le forme di intelligenza
dette preconcettuali predominano i due e i quattro
anni. A questa età, il bambino non possiede ancora la
struttura di classificazione, non è in grado di raggruppare
facilmente gli oggetti secondo le loro proprietà fisiche
(colore, grandezza, ecc.) o la loro classe di appartenenza
(animali, piante).
Ogni
concetto, ad esempio quello di albero, è necessariamente in
rapporto con quello di vegetale, di pino, ecc. Per il
bambino, in questa fase, tale sistema di relazione non è
ancora costruito. Succede che ogni concetto ha un’esistenza
indipendente e viene collegato ad altri da semplici
somiglianze, spesso fortuite. In questo modo il ragionamento
procede per trasduzione. Sempre in questa fase intellettiva
il bambino, non avendo costruito una struttura gerarchica di
concetti, confonde tra papà e uomo ed è portato ad affermare
che le donne siano mamme.
Dunque, un
ragionamento che va dal particolare al particolare con
inferenze gratuite o dal particolare al generale con
conclusioni errate. Dai quattro anni circa si nota nel
bambino uno sviluppo sempre più intenso dell’attività
concettuale. I progressi sono rapidi, ma l’intelligenza
rimane prelogica. Vale l’esempio del bambino in relazione
all’esperienza sulla conservazione della quantità di
sostanze. Se si presentano due recipienti di uguale diametro
ed altezza e si riempiono d’acqua fino ad uno stesso livello
i bambini di quattro-cinque anni diranno che i due
recipienti contengono la stessa quantità d’acqua. Ma, se un
recipiente viene sostituito con uno più stretto e più lungo
e si versa la stessa quantità d’acqua del precedente il
bambino affermerà che la quantità d’acqua è cambiata perché
è aumentato il livello. Il bambino, in questo caso, non
coordina le due trasformazioni (altezza, larghezza) subite
con il travaso. Il bambino nell’età fra i quattro e i sei
anni elabora, dunque, a livello rappresentativo delle
strutture logiche, ma le azioni mentali non sono coordinate
fra loro in un sistema dotato di reversibilità che permetta
di interpretare gli eventi o gli oggetti secondo relazioni
quantitativo-matematiche e causali. Il suo pensiero è solo
semilogico o parzialmente logico;
•
intelligenza operativa: è verbale e logica nel senso
che organizza secondo strutture
logico-matematiche e si suddivide in:
•
intelligenza operativa concreta (dai sei-sette anni
agli undici circa): in questa fase il bambino è capace di
eseguire operazioni infralogiche ed operazioni che
prescindono dalla posizione degli oggetti nello spazio e nel
tempo definite operazioni logiche. Il bambino, insomma, a
livello del pensiero operativo riesce a capire che, nel caso
di un bicchiere inclinato, la superficie del liquido rimane
ugualmente orizzontale. Il bambino è, in questa fase, capace
di organizzare una struttura logico-quantitativa e di
riferire a tale struttura i dati della realtà. Egli
trasforma le operazioni logiche, o anche infralogiche,
semplicemente in concetti;
•
intelligenza operativa astratta (dagli undici anni in
poi), ovvero pensiero formale o ipotetico-deduttivo: essa
dipende dallo sviluppo delle capacità di astrarre dal
contesto, concreto o ingenuamente simbolico, le operazioni
logiche e di coordinarle in un sistema globale di relazioni.
Tale operazione prevede, in sequenza, la formulazione di
un’ipotesi, la deduzione delle relative conseguenze sul
piano teorico e sperimentale, infine, l’esecuzione
dell’esperimento per verificare l’ipotesi suddetta (Canestrari,
1984).
L’insieme
dei concetti apportati dalla psicologia genetica di Piaget
sono di grande importanza per la comprensione della
maturazione delle attività intellettive in ordine alle
differenti fasi dello sviluppo cognitivo. Tuttavia, non è
possibile pensare ad un andamento analogo in tutti gli
individui. Di fatto, la maturazione intellettiva è
diversamente condizionata in base all’ambiente sociale,
culturale e all’ambiente dei coetanei in cui il soggetto è
inserito. Lo dimostrano numerose ricerche, ma anche la
nostra esperienza quotidiana.
Sviluppo
sensoriale del minore e strumento televisivo
Per
completare lo studio sulla maturazione cognitiva del minore,
in rapporto agli affetti e ai condizionamenti legati
all’esposizione televisiva, sono interessanti le
considerazioni offerte dalla psicologa Anna Oliviero
Ferraris sulla relazione fra sviluppo sensoriale del bambino
e strumento televisivo a partire da quelle che sono le
fondamentali fasi dello sviluppo cognitivo individuate da J.
Piaget.
Oliviero
Ferraris ripercorre tali tappe:
•
il neonato, definito come un essere incompleto, che
per sopravvivere ha bisogno delle cure dei suoi genitori e
della qualità dell’ambiente in cui è inserito, è allo stesso
tempo sensibile, aperto, ma molto vulnerabile. Al neonato è
impossibile sottrarsi da solo agli stimoli che lo disturbano
e le uniche difese sono il pianto, il sonno e l’azione
protettrice degli adulti. Sono i genitori che ne favoriscono
lo sviluppo riservandogli particolari cure. È
controproducente lasciarlo da solo, sovrastimarlo o
collocarlo di fronte alla televisione.
A tale
proposito è importante citare un esempio di come questo
concetto è rappresentato ne I Simpson, cartone
satirico della vita americana: in una puntata Marge, la
madre della famiglia Simpson, prende parte con tutti i
membri della famiglia ad un pic-nic nella villa del
datore di lavoro del marito Homer. Marge durante la festa
viene invitata da un’amica a bere qualcosa al buffet, però
avendo la figlia neonata in braccio è un po’ titubante;
allora lei e l’amica, anch’essa con una neonata in braccio,
si dirigono verso una stanza della villa adibita al gioco
dei bambini e qui, però, si accorgono che non c’è nessuno a
controllarli, allora Marge dice: “Sarà sicuro lasciarli qui
da soli?” e l’amica sicura della sua azione risponde: “Hai
ragione, ecco fatto!” e con una mossa molto decisa si
avvicina al televisore e lo accende. Il risultato è
eclatante, tutti i bambini, compresi i neonati, smettono di
giocare tra loro per indirizzare uno sguardo ipnotizzato
verso la televisione, che in quel momento trasmetteva un
cartone con folletti verdi saltellanti e canterini e la
frase pronunciata da Marge sottolinea questa azione
risolutiva: “Ben fatto, ora sono tranquilla” e si
allontanano dalla stanza;
•
I primi tre anni. In questo periodo si verifica un
forte incremento della notorietà e del linguaggio. Nel
secondo anno il bambino matura capacità di movimento e di
parlare autonomamente. Lo sviluppo linguistico è sicuramente
favorito dalla presenza di persone che interagiscono con il
bambino stesso. Nel terzo anno il piccolo nomina molte
parole, si diverte dai suoni che produce, e dalle risposte
ottenute dalle persone che gli sono a fianco. In questo
stadio il bambino si trova al centro della propria
esperienza, sanzioni e comportamenti; soprattutto quando
incomincia a dire io di se stesso, io voglio
invece di voglio. I primi tre anni sono importanti
anche per quelli successivi. Una grave o cronica
deprivazione sensoriale emotiva e fisica provoca l’effetto
di ritardare lo sviluppo; al contrario una sovra
stimolazione produce nervosismo, scontentezza e agitazione.
L’ambiente
in cui il bambino cresce non va sottovalutato, se in questi
primi anni della sua vita sarà inserito in un ambiente
caotico, o nello squallore fisico e psichico, riterrà
normale questo ambiente. In tal modo, se i genitori scelgono
di lasciare i loro piccoli al flusso continuo dello
strumento televisivo o di farli addormentare dai suoni o
dalle luci del video, quando essi sono ancora “tutto
organi di senso”, questo creerà facilmente un
condizionamento;
•
Dai tre ai sei anni. Questa è l’età in cui
aumenta l’indipendenza fisica, la mobilità e la
coordinazione dei movimenti. Aumenta l’immaginazione e
compaiono nuovi giochi. In questo stadio, il bambino lavora
di molta fantasia, così pure le canzoni, ritmi e storie sono
veicoli con cui si accede ad una più profonda e coinvolgente
relazione con il mondo esterno: terra, pietre, piante,
animali, persone. Tutti questi fattori hanno l’effetto di
ampliare il vocabolario, fornire il senso del ritmo, del
linguaggio e dei numeri. Conversare con gli adulti è allo
stesso modo importante.
È
necessario che questi siano disponibili alle richieste dei
minori, senza volgarità. Spesso le figure genitoriali non
dispongono di tempo sufficiente per esaminare tutti i “Perché?”
dei loro figli. In questa fase il minore avverte il bisogno
di essere rassicurato e ascoltato. Anche a questo proposito
s’intravede, nell’ora dei pasti, il momento più importante
di socializzazione e quindi di comunicazione, sempre che
l’attenzione di tutta la famiglia non sia riversa nel
teleschermo;
•
Dai sei ai dodici anni. In questa fase di
sviluppo sensoriale, i bambini alimentano la loro vita
interiore tramite le storie, le favole, le leggende. Essi
sono molto attratti dalle immagini che vedono sui libri, nei
fumetti, e particolarmente in televisione, come dagli spot
pubblicitari. Ciò che stimola maggiormente la capacità
creativa del minore è sicuramente il gioco, il racconto di
storie, la pittura, la musica, la scultura in terracotta.
Così è possibile che il bambino apprenda elementi di vita
sociale utili per la preparazione al grande gioco della
vita. In questo periodo essi maturano gusti e preferenze e
si inoltrano all’esplorazione dei sentimenti. Compare il
senso morale. A sei-sette anni, valutano ciò che è giusto e
ciò che è sbagliato più attraverso i sentimenti che
attraverso la ragione. A undici anni i bambini sono alle
soglie di una nuova fase di esperienza definita della
pubertà e dell’adolescenza, fase: “magica di insolita
grazia, di creatività e di apertura mentale che bisognerebbe
valorizzare e non avvilire con massicce esposizioni a
spettacoli televisivi stereotipati”.
Tv e
minori
Aimée Dorr, opportunamente,
ricorda che i minori: “Si configurano come pubblico
speciale, dotato di un grado incompleto di comprensione del
mondo… Essi non sono un gruppo monolitico e indifferenziato,
né del tutto diversi dai telespettatori adulti…” (2).
Il fatto
che il legame fra televisione e minori sia sempre più
rilevante deriva da molteplici motivi incasellati nelle
varie fasi dello sviluppo cognitivo e sensoriale.
L’incidenza di questo legame varia a seconda del
temperamento personale, delle singole famiglie, dell’età,
dell’intelligenza e della condizione socio-culturale.
Spini
sostiene che il minore per natura sia un visivo,
quindi facilmente è attratto dalle immagini, in particolare
se in movimento e colorate, il tutto è facilitato dal fatto
che il bambino di fronte allo schermo ha l’impressione di
capire il significato pieno delle immagini, senza apparente
fatica, al contrario invece della difficoltà a decodificare
un messaggio verbale, soprattutto se è stampato. È lo stesso
Spini a dichiarare che una situazione familiare dove: “La
mancanza di fratelli o di coetanei, le prolungate assenze
dei genitori, la difficoltà a divertirsi all’aperto inducono
a trovare nella televisione un surrogato comodo e tutto
sommato gratificante…”.
A. Dorr
(1990) a proposito della differenziazione delle fasi
dell’età evolutiva, sottolinea come la fruizione televisiva
cambi con il passare degli anni.
I minori in
età pre-scolare ignorano la continuità del contenuto
televisivo, ricordano invece gli avvenimenti isolati che
considerano interessanti. Raggiunti i sette anni i bambini
preferiscono i programmi a trama unica, scartando quelli a
puntate o periodici.
Sempre in
età pre-scolare essi tendono a considerare il contenuto dei
programmi televisivi completamente reale, poiché ogni cosa
sembra simile alla vita reale anche se ridotta e limitata
entro il piccolo schermo.
Intorno ai
sette-otto anni la maggior parte dei bambini capisce che i
programmi che presentano, siano essi cartoni o persone
autentiche, non sono necessariamente spezzoni della vita
reale, capacità che oramai purtroppo sta svanendo poiché a
causa dei nuovi programmi, come i reality show, messi
in produzione verso la fine degli anni novanta, si crea un
miscuglio che, associato alla vecchia programmazione, è
difficile da analizzare.
Secondo
alcune ricerche, l’immaturità maggiore o minore è rilevabile
anche nella comprensione di come i contenuti della
televisione siano prodotti e mandati in onda. Alcuni dati
rilevano che il 58% dei bambini di cinque-sei anni non
capisce che i personaggi televisivi sono interpretati da
attori, a otto anni il 29% non lo comprende affatto, il 45%
se ne rende pienamente conto e il 26% solo in parte, a
undici-dodici anni la piena comprensione sale al 65%
(3).
Per la
maggior parte dei bambini delle ultime generazioni guardare
il piccolo schermo rappresenta una delle normali attività
della vita quotidiana, come può essere mangiare o andare a
scuola. Si dice che per alcuni bambini, secondo Anna
Oliviero Ferraris teledipendenti, le ore della
settimana trascorse davanti alla televisione sono di molto
superiori a quelle trascorse a scuola. Un’osservazione fatta
nella città di Roma mette in rilievo che 89 bambini in età
compresa tra i sette e gli undici anni su un campione di 289
bambini vedono in media, nei giorni feriali, tre ore e mezzo
di televisione. In termini percentuali: il 14,5% per un
tempo che va dai trenta minuti all’ora e mezza, il 37% per
due-tre ore, il 24% per tre-quattro ore, il 24,5% per
quattro-sei ore e più. Per decifrare correttamente questi
dati occorre aggiungere che sovente il bambino, che
trascorre molte ore davanti allo strumento televisivo, vive
in quartieri privi di spazi all’aperto dove giocare, ecco
quindi emergere il fattore che giustificherebbe la
propensione della famiglia a lasciare i propri figli davanti
alla televisione, piuttosto che indirizzarli verso altre
attività (4).
In America
i bambini guardano la televisione per ventidue ore circa
settimanali. Alcuni dati dimostrano che il maggior consumo
avviene ai dodici anni, per poi decrescere leggermente
durante l’adolescenza e lasciare lo spazio ad altre passioni
giovanili come la radio e la musica. “L’adolescente
americano medio prima dei quattordici anni ha già visto la
televisione per almeno sedicimila ore…” (5).
Il consumo
televisivo in adolescenza è derivato dal portare avanti
un’abitudine ampiamente consolidata nei primi anni di vita:
non esiste, infatti, un adolescente divoratore di
televisione che non lo sia stato anche da bambino. Molte
ricerche mettono in risalto che il consumo di televisione in
adolescenza, molto o poco che sia, è un vero e proprio stile
di vita che rispecchia modelli culturali ed educativi
condivisi dal nucleo famigliare di appartenenza. In questo
contesto G. Sartori dimostra che quello che egli stesso
chiama homo videns sviluppa una struttura e modello
di mente legato al vedere più che all’esperienza, che crede
e definisce reale ciò che vede e non ciò che fa.
Ancora uno studio evidenzia che
vicino ai dieci anni di età quasi la metà dei ragazzi e
delle ragazze in Italia possono disporre di un apparecchio
televisivo nella propria camera ed amministrarsi un menù
televisivo qualitativamente e quantitativamente auto-imposto
e mai verificato, guidato e controllato dagli adulti con una
funzione educante (6). In questo modo è
possibile comprovare quel sempre più diffuso atteggiamento
di delega educativa che le figure genitoriali attivano nei
confronti della baby sitter elettronica per alcuni
studiosi, o maestra di vita per altri, ma sempre
parcheggiatrice di minori soli (7).
Volendo ora
paragonare il modo di vivere di un bambino di quarant’anni
fa con quello di un bambino di oggi è immediato cogliere
quanto la scatola magica abbia modificato i ritmi di vita. I
bambini, allora, giocavano all’aperto, nei cortili, nelle
strade, nelle piazze, o meglio nei parchi pubblici. La
cultura dominante dei bambini era quella del gioco,
trasmessa fra loro stessi in modo spontaneo. Oggi, per i
bambini è sicuramente diventato più difficile trovare i
cosiddetti compagni di gioco, ossia bambini liberi da
impegni come lezioni di musica, ginnastica o qualche
programma televisivo. La loro giornata risulta spesso
scandita dal menù televisivo quotidiano e il più delle volte
i giochi sono imitazioni di ciò che è stato visto in Tv, o
peggio ancora giochi in vendita da case produttrici che
sfruttano i modelli dei cartoni più gettonati.
Solo superata la soglia della
maggiore età la dieta quotidiana di consumo televisivo muta:
inizia un processo di disaffezione di massa dalla maggior
parte dei programmi di successo della televisione, ad
eccezione di fiction e sport (8).
Effetti
della Tv sullo spettatore in genere e sul minore
È
necessario riportare integralmente parte delle teorizzazioni
di Filippo Petruccelli (2004) sugli effetti di determinate
produzioni televisive sugli spettatori: “…Diverse ricerche
hanno evidenziato i principali vissuti del telespettatore,
suscitati da determinati tipi di programmi, quali, per
esempio, quelli di intrattenimento in onda solitamente in
prima serata.
I diversi
vissuti, sebbene siano presi in considerazione separatamente
dalle suddette ricerche, in realtà compaiono ‘mescolati’ tra
loro: ogni trasmissione veicola, generalmente, più di
un’emozione e le principali sono:
1.
ansia: tale emozione si manifesta, per esempio,
quando si assiste a una competizione sportiva, in cui si
partecipa empaticamente alla tensione della gara, oppure
giochi a quiz, confronti politici. Tutta la tensione
accumulata si converte poi in eccitazione gioiosa, scaricata
tramite una serie di movimenti, oppure in senso di
frustrazione, in cui l’energia viene deflessa verso
l’interno facendo si che il soggetto si chiuda in se stesso.
Esistono anche dei programmi che generano ansia meno
consistente ma più dannosa perché ha poche possibilità di
espressione. Si tratta di tutte quelle trasmissioni in cui
vengono proposti episodi di violenza, angoscia e
disperazione sociale: tutti aspetti di quella che è stata
definita tv del dolore, l’obiettivo principe della
telecamera costituito dalla sofferenza. Non ha assolutamente
importanza il tipo di immagine: fondamentale è che il
messaggio susciti un coinvolgimento emotivo in grado di
catturare il pubblico;
2.
aggressività e sadismo: stimolano l’aggressività
tutti quei contesti, come le pubblicità, i talk
show, i serial d’azione, in cui un comportamento
aggressivo, sia esso fisico, verbale o espresso in
atteggiamenti di arroganza, ostentazione e mancanza di
rispetto, viene approvato o non punito. I programmi che
stimolano l’istinto sadico, anche se inconsapevolmente, sono
quelli volti a mettere in primo piano il malessere, il
disagio e la sofferenza altrui. Va sottolineato come sia
presente anche una certa dose di piacere nel vedere qualcun
altro in difficoltà, innanzitutto perché ciò sancisce la
situazione in cui ci troviamo noi, esaltando così il nostro
senso di superiorità;
3.
eccitazione sessuale: su di essa si basa buona parte
della pubblicità, e sempre più frequentemente svariati
programmi, con doppi sensi e vari tipi di allusioni.
L’allusione sessuale si può riferire anche al fatto che
l’uso del prodotto aumenterà la propria capacità seduttiva,
in termini di bellezza, ricchezza o prestigio sociale, e
quindi faciliterà la conquista dell’altro sesso. Oppure è il
prodotto stesso che funge da attrattore sessuale, così che
il suo possesso garantisce un sicuro richiamo. In altri casi
il riferimento sessuale si basa invece su uno spostamento,
per cui l’uso del prodotto è uguale o, addirittura, più
gratificante di un rapporto sessuale. Un altro tipico
programma che veicola messaggi sessuali è il varietà,
le cui finalità esplicite, quali l’evasione e il
divertimento, vengono ricercate nella riproduzione di un
clima di festività dove ogni proposta genera reazioni di
entusiasmo, nel quale non traspare alcun segno di fatica e
di lavoro. Tutto ciò è, ovviamente, aiutato dallo sforzo
delle scenografie e dei costumi;
4.
frustrazione e senso di colpa: nel mezzo televisivo
la frustrazione può essere suscitata da quei contesti, come
il varietà o gli spot pubblicitari, che
propongono una realtà gioiosa, dominata dall’entusiasmo,
dall’armonia e dal benessere. Il potersi identificare con
tale realtà crea delle aspettative che vanno a incidere
soprattutto nella sfera degli ideali, costruendo modelli di
se, di vita, di partner, di lavoro cui aspirare. Spesso, il
fatto di confrontarsi con tali modelli genera un senso di
frustrazione determinato, proprio dalla consapevolezza del
divario esistente tra le reali possibilità e gli ideali
proposti. Un senso di frustrazione emerge anche in tutti
quei contesti televisivi che documentano le ingiustizie e le
sofferenze del mondo. Circa i sensi di colpa suscitati sono
gli stessi mass media a fornire gli strumenti di espiazione
consentiti negli aiuti economici di vario genere che
leniscono le colpe solo di chi si accontenta all’apparenza;
5.
narcisismo e onnipotenza: la realtà televisiva
rispecchiando i valori della cultura attuale, di cui È parte
attiva, favorisce in gran parte le componenti narcisistiche
della personalità. Lo stesso rapporto col mezzo ha una
valenza narcisistica in quanto l’individuo non è coinvolto
in un reale scambio relazionale, ma è solo con se stesso a
sperimentare i vissuti che gli vengono proposti. Egli si può
percepire, da un lato, come passivo e impotente, non potendo
interferire attivamente nella comunicazione, dall’altro,
come onnipotente nel poter scegliere le emozioni che più gli
piacciono, nel non doversi confrontare con la diversità e le
esigenze dell’altro, ma solo con se stesso;
6.
socialità: la televisione soddisfa anche i bisogni
sociali. Un ruolo estremamente importante che consente di
vivere il sentimento sociale È svolto dal processo di
identificazione che si sviluppa nei confronti dei personaggi
e delle situazioni della realtà televisiva. Il senso di
partecipazione è sempre presente, ma viene enfatizzato
soprattutto da alcuni programmi che tendono a sviluppare un
vero e proprio legame affettivo col pubblico. Tutto ciò è
particolarmente vero nei confronti delle soap opera,
in cui lo spettatore sviluppa una relazione pseudo-amicale
con gli interpreti, spesso percependoli persone reali,
parlando di loro con amici e parenti;
7.
voyeurismo: la componente voyeuristica può essere in
parte soddisfatta dalla fruizione televisiva che si basa
principalmente sulla percezione visiva. In tal caso il
voyeurismo non ha necessariamente una meta erotica, sebbene
il messaggio sessuale sia presente in buona parte della
comunicazione televisiva…”(9).
Anche il tema sugli effetti della televisione sui minori è
molto complesso e lo è ancora di più se si considera che il
parere degli esperti è spesso poco concorde. Ci sono autori
e studiosi che demonizzano la televisione, altri che la
ritengono positiva, ma prevalgono soprattutto i giudizi
negativi sull’uso eccessivo del piccolo schermo.
A seguire alcuni degli effetti negativi attribuiti a questo
strumento di comunicazione:
•
induce il minore ad estraniarsi dall’ambiente fisico e
sociale, con il rischio di compromettere l’unità familiare.
“La televisione rompe le barriere generazionali: i genitori
sono degli adulti, quegli adulti di cui i bambini imparano
spesso a conoscere non solo la scena, ma anche i retroscena
guardando la tv. I genitori non incarnano più una distanza,
né sono più depositari di quei segreti degli adulti che in
passato li circondavano di un’aura di autorevolezza…” (Dinelli,
1999);
•
rende poco chiari i confini fra la realtà e la produzione
fantastica;
•
distoglie il minore dalle esperienze dei giochi, inducendolo
ad atteggiamenti passivi. “La televisione è una ladra di
tempo: deruba i bambini di ore preziose, essenziali per
imparare qualcosa sul mondo e sul posto che ciascuno vi
occupa. E questo sarebbe già abbastanza negativo. Ma la Tv
non è soltanto ladra: è anche bugiarda. Guardando la
televisione i bambini vi scorgono una fonte ragionevole di
informazioni sul mondo. Questo non è vero, ma loro non hanno
modo di capirlo. Per quel po’ di verità che la televisione
comunica, c’è molto di falso e di distorto, sia in maniera
di valori sia di fatti reali…” (10).
•
limita lo sviluppo delle capacità di concentrazione,
proponendo troppo spesso modelli negativi di comportamento.
“A piccole dosi la televisione può rappresentare un
arricchimento per la vita dei bambini; a dosi maggiori
sottrae tempo alle esperienze culturalmente più rilevanti
che altrimenti avrebbero. Quindi, gli effetti del dedicare
tempo all’ascolto delle Tv, come quelli del contenuto
televisivo, sono meno forti e meno nefasti rispetto al
peggio immaginato, meno buoni del meglio immaginato e più
evidenti rispetto a quello che sarebbe piaciuto a chi
liquida sprezzantemente ogni preoccupazione in materia di
televisione…” (11).
•
impoverisce la specificità culturale del bambino, in cambio
di compagnia per svariate ore della giornata. “…La
televisione sta eliminando la linea divisoria tra infanzia e
età adulta in tre modi, tutti e tre in rapporto con la sua
indifferenziata accessibilità. Innanzitutto, perché essa non
richiede un’istruzione per poterne comprendere la forma; in
secondo perché non impone difficili questioni di natura
intellettuale o etica; infine, perché non separa gli uni
dagli altri i suoi spettatori… La dimensione comunicativa
che ne deriva fornisce a tutti simultaneamente le stesse
informazioni. In queste condizioni, È impossibile che i
mezzi elettrici riescano a nascondere alcun segreto. Ma
senza segreti, una dimensione come quella dell’infanzia non
può più esistere…” (12);
•
anche i genitori contemporanei sono, assieme ai critici,
seriamente preoccupati del ruolo della televisione nella
vita dei Minori, soprattutto se si considera l’opinione di
Dorr che rende note cifre sui bambini americani che guardano
dalle venticinque alle trentacinque ore di televisione ogni
settimana. Di questo numero di ore di programmazione la
maggior parte non viene programmata avendo come principale
obbiettivo il benessere del minore: “…Ben poco di ciò che
i bambini guardano È veramente edificante, idealista,
educativo o informativo…” (13).
La televisione di qualità può, però, avere anche diversi
vantaggi sul pubblico dei minori:
•
il primo vantaggio riguarda la comunicazione d’informazione,
per meglio dire lo strumento televisivo si rivela molto
efficace per insegnare ciò che accade nel pianeta, usi e
costumi di altri popoli, storia e geografia, così come certe
nozioni di medicina, biologia o antropologia, possono essere
comprese rapidamente attraverso filmati ben strutturati;
•
il secondo vantaggio è possibile ottenerlo dai programmi che
affrontano argomenti dolorosi, come la morte o il divorzio.
Questi possono rivelarsi d’aiuto ai minori per capire i loro
sentimenti qualora siano stati toccati da eventi del genere.
Anche i genitori possono trarre da tali trasmissioni utili
spunti per parlare della sfera sentimentale del Minore.
Altri programmi interessanti sotto questo punto di vista
sono gli Show, che promuovono valori sociali positivi
come l’amicizia, la compassione, la generosità. Questi
ultimi possono favorire lo sviluppo morale del bambino;
•
il terzo vantaggio è l’insegnamento alla soluzione dei
problemi. Guardando programmi in cui i protagonisti devono
impegnarsi in situazioni complesse e fare delle scelte, gli
spettatori imparano a considerare la realtà su vari risvolti
e a cercare soluzioni originali.
Altri
programmi di qualità sono quelli che non schematizzano o
stereotipizzano uomini o donne: questi aiutano i più piccoli
e gli adolescenti a capire le loro potenzialità e ciò che
potrebbero diventare nel futuro (14).
Piuttosto
interessante si rivela uno dei primi e più completi rapporti
sugli effetti di una eccessiva esposizione allo strumento
televisivo condotti nel 1980 dall’Istituto delle
comunicazioni Annemberg di Filadelfia. Bruno Lussato che
ha tradotto questi studi, mette in risalto l’effetto
maquette (modellino) ossia una forma di intossicazione
legata a un aggiustamento semplificante e costante
dell’informazione: “In televisione non è sufficiente
semplificare il mondo, darne un’immagine tronca, riduttiva,
censurata o parziale. Occorre che questa immagine sia
coerente per soddisfare il grosso pubblico…” .
Succede che
il pubblico che guarda la televisione vuole essere informato
su tutto, ma non è disposto ad impegnarsi. I problemi
complessi vengono respinti, desidera quindi un modellino
semplice, facilmente riconoscibile, così come sono i
personaggi e le storie dei teleromanzi. Questo è il
modellino a cui tutti i produttori televisivi si rifanno
in maniera conscia o inconscia. Il risultato è l’imposizione
di stereotipi, ossia i personaggi, gli slogan, le ideologie
dominanti e di minoranza.
Lussato
spiega che per capire l’effetto maquette occorre
immaginare una tavola rotonda sulla quale si pone la
maquette stessa. Attorno al tavolo stanno gli spettatori
televisivi. Ogni spettatore avrà una differente visione del
modellino, si offre così l’illusione di un
pluralismo. Da questo esempio si può capire come in
televisione il discorso di un uomo politico, un’ideologia o
immagini di un sabotaggio saranno colte in modi differenti a
seconda del commentatore o del telespettatore. La
maquette non è la realtà ed ignora una gran parte del
vissuto, del reale, dando molta importanza a falsi problemi
o presentando in modo falso i veri problemi (15).
L’effetto
maquette, in altri termini, crea un paradosso, ciò
che lo spettatore vede non È la realtà, ma un suo simulacro
e poiché la distorsione operata dalla televisione non è
visibile il pubblico prova il piacere della libertà di
interpretazione.
Il flusso
veloce delle immagini, dei colori, dei suoni rende
particolarmente affascinante il piccolo schermo, questo
accade soprattutto fra i più piccoli. La bellezza delle
immagini, le tecniche di ripresa sempre più sofisticate, gli
effetti speciali, le colonne sonore, i virtuosismi del
montaggio, che contribuiscono alla rapidità del ritmo,
costituiscono “Ulteriori fonti di incantamento…”
(16).
Occorre
riflettere sulla valenza scientifica dei criteri di
osservazione degli effetti positivi o negativi che la
televisione provoca in relazione allo sviluppo cognitivo e
sensoriale del pubblico dei Minori o negli individui in
generale. Pellai sostiene che “Non è possibile stabilire con
rigore scientifico gli effetti indotti dalla televisione sul
comportamento dell’individuo, considerata la complessità
dell’interazione fra la proposta televisiva e i suoi
fruitori e considerata inoltre la varietà e la
differenziazione dei processi con cui avviene
l’interpretazione del messaggio…”. In pratica, risulterebbe
impossibile la determinazione di un modello esatto di
apprendimento della programmazione televisiva.
Anderson e
Meyer (1988), piuttosto che studiare gli effetti della
fruizione televisiva, hanno cercato di definire i fattori
che intervengono a differenziare le singole reazioni di
spettatori diversi di fronte allo stimolo televisivo. Questo
studio ha portato all’identificazione di un modello
interattivo che analizza il tipo di violenza del programma
televisivo e la storia personale dello spettatore, che
potrebbe essere caratterizzata da esperienze infuse del
fattore violenza o aggressività. Diventa così più semplice
spiegare come, in relazione a questo modello, gesti violenti
o aggressivi siano solamente stimolati dal messaggio
televisivo di quello stesso tipo, in particolari individui
quasi fossero bombe pronte allo scoppio.
Altri studi
che si propongono come alternativi a quelli scientifici sono
gli studi naturalistici e gli studi sperimentali
anche se di difficile applicazione.
Tuttavia,
la prova più certa della capacità di influenza della
televisione sta nella costante crescita di richieste di
spazi pubblicitari che le aziende di commercio fanno al
sistema televisivo sicure di poter incrementare i loro
profitti.
Effetti
della Tv sullo sviluppo cognitivo e sull’apprendimento
scolastico
Che effetti
possono avere i media sullo sviluppo cognitivo dei bambini?
Nello specifico, in che misura influenzano l’acquisizione di
capacità fondamentali quali la lettura o la scrittura, o lo
sviluppo nelle prestazioni che vengono considerate indici
del quoziente di intelligenza raggiunto? Alcuni autori
ritengono che la relazione sia di tipo positivo, ossia che
la televisione possa costituire un fattore che facilita lo
sviluppo di tali capacità. Ma, gli effetti positivi prodotti
dall’ esposizione al mezzo televisivo sono in relazione con
il grado di sviluppo già raggiunto: a parità di età, a
beneficiare maggiormente della visione della televisione
sarebbero i bambini che già possiedono le maggiori capacità
cognitive e le superiori conoscenze. La knowledge-gap
hypothesis contempla che i soggetti inizialmente
svantaggiati, con l’esposizione alla televisione, vedano
accrescere questa loro situazione in quanto in grado di
beneficiare in misura minore delle possibilità di sviluppo
offerte dal mezzo.
È stato
individuato, ad esempio, un maggiore apprendimento in
bambini provenienti da famiglie con elevato status
socio-economico rispetto a bambini appartenenti a famiglie
di un basso status, ed attribuito tale effetto alle
differenti capacità di comprensione e ritenzione che
caratterizzerebbero i due gruppi e che deriverebbero da
differenti esperienze di apprendimento pregresse. Altre
ricerche (Roberts e Bachen, 1981) hanno, invece, evidenziato
un effetto positivo della visione televisiva nel ridurre il
gap tra gruppi con differente status sociale. Soggetti
appartenenti a gruppi con un differente background culturale
possiedono interessi e motivazioni differenziati; in secondo
luogo occorre rilevare il grado in cui lo specifico
programma è focalizzato sulle capacità cognitive già
possedute dal soggetto: programmi relativamente semplici
possono essere di aiuto per bambini svantaggiati e risultano
irrilevanti per bambini caratterizzati da uno sviluppo già
avanzato. Newman e Prowda (1981) hanno trovato che la
correlazione negativa tra visione televisiva e progressi
nella lettura diventava viepiù rilevante con il procedere
della classe scolastica di appartenenza dei bambini. In
quest’ottica, con il crescere dell’età e delle capacità
possedute, la visione televisiva produrrebbe crescenti
conseguenze negative.
Effetti
positivi sull’apprendimento scolastico sono stati
riscontrati dopo la visione di programmi appositamente
costruiti per tale scopo, quali ad esempio Sesame Street
o Mr. Rogers. In tali programmi innanzitutto si
cercava di proporre modelli positivi: ad esempio, Kermit, il
simpatico ranocchio protagonista di Sesame Street,
amava sottolineare i suoi buoni risultati scolastici e il
piacere che provava nell’andare a scuola, nonostante una
certa avversione per le ore di biologia. In secondo luogo i
contenuti erano creati in modo tale da sottoporre ad
esercizio le abilità cognitive dei bambini. In particolare,
sembra consistente l’impatto dei mezzi di comunicazione nel
produrre un arricchimento del repertorio lessicale dei
bambini. Ma, la variabile chiave sembra essere la
sollecitazione da parte di adulti durante il momento della
visione ed in seguito per discutere i contenuti visti. La
semplice visione appare, quindi, insufficiente per produrre
risultati significativi. La televisione è un mezzo facile, a
differenza della lettura. L’assistere ad un programma
televisivo non richiede un particolare sforzo cognitivo e
quindi l’apprendimento consistente che si può ottenere con
la lettura di un libro non si avrebbe con la semplice
visione. La presenza e l’intervento di adulti, mentre i
bambini guardano il programma, consente di aumentare il
grado di attenzione e di impegno rivolto al programma
stesso, rendendo di conseguenza più probabile l’acquisizione
di conoscenze e lo sviluppo di capacità.
In una
ricerca condotta in Giappone (17) è stata
valutata l’influenza dei videogames su alcune
capacità cognitive di base misurate attraverso la
complessità e il grado di astrattezza nel fornire
descrizioni di se stessi e di altri e su abilità sociali
rilevate attraverso una scala che metteva in luce le
capacità empatiche dei soggetti. La frequenza d’uso dei
videogames si rivelò, seppure debolmente, correlata
negativamente alle capacità socio-cognitive.
Gli effetti
dei media, oltre che sulle prestazioni cognitive, possono
manifestarsi anche nei confronti delle attività creative ed
immaginative. Frequentemente, personaggi e situazioni visti
in televisione vengono inclusi dai bambini nei propri giochi
(ad esempio: simulare le gesta di un supereroe); le
ipotesi che sono state testate riguardano l’impatto dei
Media sul livello generale delle attività creative ed
immaginative. Queste vengono descritte operativamente come
il grado di gioco simbolico basato sul “fare finta che”
e come la capacità di produrre soluzioni o usi alternativi
ad una medesima storia od oggetto (18).
Harrison e
Williams confrontarono le prestazioni in un test di pensiero
divergente prodotte da bambini dai 10 ai 13 anni
appartenenti a 3 comunità differenti: una in cui la
televisione non era stata introdotta, una in grado di
ricevere un unico canale e una in cui i canali ricevuti
erano invece numerosi. I bambini nella prima comunità
ottennero punteggi superiori a quelli ottenuti dai bambini
in grado di utilizzare la televisione. Dopo due anni
dall’introduzione della televisione in tale comunità le
differenze scomparvero e le prestazioni dei bambini in tale
test scese fino al livello presente nelle altre due
comunità. In parallelo, con i risultati discussi circa il
legame tra comportamenti di fruizione dei media e
apprendimento scolastico, sembrerebbe che anche gli effetti
sulle capacità creative siano ampiamente dipendenti da un
lato dalle caratteristiche del prodotto offerto (ad
esempio: il tipo di programma televisivo) e dall’altro
dalle caratteristiche del bambino che si espone alla
comunicazione.
Le
influenze dell’esposizione televisiva sui sistemi di
rappresentazione della realtà
Secondo una
prospettiva teorica molto consolidata, la funzione
principale dei mezzi di comunicazione di massa è quella di
agenti di socializzazione in grado di plasmare le
percezioni, gli atteggiamenti, i valori ed i comportamenti
dei fruitori. Quasi tutti i programmi, secondo gli autori
che si rifanno a questo approccio teorico, presentano delle
immagini del mondo relativamente uniformi e, con il tempo,
queste vengono progressivamente fatte proprie da parte degli
spettatori, i quali plasmano a partire da esse le proprie
personali immagini del mondo. I mezzi di comunicazione di
massa vengono considerati dominatori dell’ambiente
simbolico della vita moderna. Questa teoria è stata
sottoposta a verifica in due modi. Il primo si basa sulla
rilevazione dello scarto che separa le concezioni delle
persone che fanno un ampio uso del mezzo televisivo (heavy
viewers) dalle concezioni di coloro che al contrario
guardano relativamente poco la televisione (light viewers).
Si ritiene che questi due gruppi, a parità di altre
condizioni, posseggano differenti idee dovute alla dissimile
quantità di esposizione e che quanto maggiore è la
differenza nelle abitudini di fruizione tanto maggiore sarà
lo scarto.
Ad esempio:
le persone che più delle altre guardano la televisione
reputano il mondo in cui viviamo assai più violento e con
maggiori rischi di subire aggressioni e ciò viene ricondotto
alla frequente esposizione televisiva ad atti violenti
(Arcuri, 1995). Analogamente, emergono curiosi dettagli, ad
esempio: chiedendo alle persone di stimare la probabilità
che in un conflitto a fuoco la mira di un poliziotto risulti
efficace, tutti coloro che rispondono tendono ad esagerare
la valutazione, ma questo capita in misura maggiore da parte
dei più assidui consumatori televisivi (64% vs. 53%
rispettivamente per gli heavy e i light viewers).
Insomma, la percezione della realtà in ogni suo aspetto, fin
nei più sottili dettagli, viene permeata dalle proposte
televisive.
Un altro
esempio: una tematica che è stata studiata approfonditamente
riguarda l’immagine delle persone anziane presentate in
televisione. I dati di ricerca illustrano la disparità da un
punto di vista numerico, riscontrata negli Stati Uniti, tra
l’età dei personaggi televisivi nei programmi della prima
serata e l’età della popolazione. Chiedendo ad un campione
di 600 adolescenti a quale età una persona diventi vecchia,
i ragazzi appartenenti al gruppo dei light viewers
risposero mediamente 57 anni, mentre l’indicazione che
emerse dagli heavy viewers fu 51 anni. Non solo il
forte consumo televisivo fa sì che le persone vengano
considerate diventare anziane con una maggiore rapidità, ma
anche che le caratteristiche associate alla cosiddetta terza
età siano maggiormente negativi. Una visione assidua
consolida, infatti, un’immagine caratterizzata da una scarsa
salute, da problemi finanziari, da strani comportamenti, da
mancanza di attività sessuale e così via (19).
L’influenza della televisione rispetto alla violenza
Nel
tentativo di rispondere alla domanda sull’influenza della
televisione rispetto alla violenza sono state avanzate
diverse ipotesi. Tre sono assai prossime alla psicologia
sociale e basate su una visione atomizzata del pubblico.
La
catarsi: gli spettatori sarebbero resi meno violenti
perché lo spettacolo permette loro di vivere la propria
aggressività per procura.
La
stimolazione: gli spettatori diventerebbero più violenti
perché – in un’ottica comportamentista – lo spettacolo della
violenza potrebbe generare, quasi per imitazione e
automatismo, comportamenti violenti.
L’apprendimento:
gli spettatori – in particolare i più giovani – sarebbero
allo stesso tempo messi in grado di imparare tecniche di
violenza e di prendere come riferimento, come norma, eroi
violenti28.
Anche quando i comportamenti violenti sono stati
appresi in casa o per strada, la Tv violenta li rafforza in
una tragica circolarità, in cui i bambini più a rischio sono
proprio quelli più fragili e deprivati. Ne segue che molti
soggetti, sottoposti a scene o spettacoli televisivi
violenti per ore, giorni, settimane, mesi, anni, sono
desensibilizzati e anestetizzati rispetto alla violenza e
tendono poi a compiere, soprattutto nell’adolescenza, atti
di violenza fisica, atti di aggressione fisica o di
bullismo: diventano, così, soggetti che hanno bisogno di
mettersi in una situazione di grande violenza per provare
un’emozione.
Come dimostrato dallo studio condotto da Jeffrey
Johnson su 700 bambini esaminati nella pubertà e
nell’adolescenza fino all’età adulta presso la Columbia
University, la televisione per oltre un’ora il giorno può
rendere gli individui più inclini alla violenza: una volta
raggiunta la maggiore età, gli adolescenti si abbandonano,
infatti, più facilmente ad atti aggressivi verso altre
persone. I dati indicano con forza l’esistenza di un
rapporto causale tra la violenza mediatica e il
comportamento aggressivo di alcuni individui.
Ma, nonostante il consenso unanime degli esperti,
non sembra che la gente percepisca pienamente il pericolo
rappresentato dalla tv. Questo continuo rapporto senza
filtri con la realtà mediatica fa acquisire al bambino una
sorta di assuefazione alla violenza: tutti i giorni, per ore
e ore, egli si nutre di guerre, omicidi, rapine,
aggressioni, litigi, turpiloqui, situazioni limite che hanno
la forma e il linguaggio di telefilm, cartoni, fiction. Una
contaminazione del suo cuore e della sua mente che lo
destabilizza e gli fa abbassare la soglia di percezione
dell’atto ingiusto, criminale e violento.
La distruttività non necessariamente si esprime in
azioni contro gli altri. Si può essere distruttivi anche
verso se stessi. Lasciare i bambini soli davanti alla tv
significa modificare il loro modo di pensare, di comunicare,
di immaginare la realtà. È importante sottolineare, quindi,
l’importanza della presenza attiva degli adulti per evitare
che i piccoli telespettatori siano succubi di questo
invadente mezzo di comunicazione.
Per una didattica di prevenzione della violenza
televisiva, è fondamentale che i genitori adottino una
consapevolezza dei rischi della televisione: devono ridurre
e regolare i tempi di fruizione, anche in base all’età dei
figli, scegliere loro programmi adatti, guardare alcuni
programmi insieme ai figli per spiegare, tranquillizzare e
sdrammatizzare.
Si può educare i giovani a muoversi autonomamente
nell’universo dei media: è una sfida impegnativa che però
educatori consapevoli e preparati possono serenamente
raccogliere. Anche la scuola deve, perciò, educare al
linguaggio delle immagini, che richiede un’adeguata
formazione da parte degli insegnanti. Le attività
pedagogiche e di prevenzione alla violenza televisiva che
possono essere proposte sono svariate: si può, ad esempio,
far smontare un programma, analizzando le scene, la scelta
delle immagini e far conoscere i trucchi televisivi. Bisogna
far capire ai giovani utenti che la televisione, avendo come
fine l’attenzione degli spettatori, usa qualsiasi immagine
ad effetto per esercitare un grande potere di suggestione
sui telespettatori. Questa ricerca disperata dell’audience
rende gli operatori della Tv del tutto irresponsabili nei
confronti del pubblico e diviene ammissibile che immagini di
una violenza brutale invadano con una frequenza sempre più
elevata lo schermo televisivo, costituendo così un reale
pericolo per i bambini.
I bambini e la pubblicità
televisiva
Per ben comprendere il delicato
aspetto dell’influenza della Tv sui bambini in tema
pubblicitario è importante riportare, quasi integralmente,
le attente considerazioni di Valeria Verrastro (2004):
“Osservando una pubblicità un bambino può vedere immagini di
ogni genere: corpi ingigantiti o rimpiccioliti, o snodabili,
scene di violenza familiare, donne e uomini che ammiccano,
giganti e folletti, ecc. Si spazia dunque dalla violenza
alla sessualità, in tutte le sue manifestazioni, passando
per party surreali e macchine supersoniche,
mischiando spesso il reale con l’immaginario, arrivando
spesso al magico e all’onirico. Questi livelli, che sono
chiaramente distinti per un adulto, non lo sono in modo così
netto per il bambino.
Inoltre, la presentazione veloce
di comunicazioni pubblicitarie, in particolar modo quando
espone il bambino al rischio di fraintendere o trasporre
alcuni contenuti; possiamo anche osservare che le
interruzioni pubblicitarie vengono di solito inserite dopo
una scena a particolare contenuto emotivo, in modo da
attirare l’attenzione dello spettatore… Al di là di facili
demonizzazioni, si è osservato che i bambini iniziano a
discriminare la pubblicità dal programma all’interno del
quale essa è inserita, attorno ai cinque anni, ma questo non
comporta necessariamente la presenza degli elementi
necessari ad una corretta elaborazione del testo. Cavazza
(1997), individua nei bambini di circa sette-otto anni
l’esordio di un senso critico in grado di renderli
maggiormente scettici verso il messaggio pubblicitario, che
è invece considerato dai più piccoli come “divertente”, in
particolar modo quando rappresenta coetanei, animali, o
situazioni domestiche. Andando oltre l’effetto immediato di
consumo di un dato prodotto, che dipende genericamente dalla
mole delle richieste pressanti che il bambino esercita
sull’adulto, possiamo osservare che la pubblicità svolge un
ruolo più a lungo termine: essa propone modelli di
comportamento, una certa immagine del mondo e delle
relazioni e propone nuove forme linguistiche…”.
Per Juliet B. Schor (2005) la
commercializzazione odierna coincide con importanti
cambiamenti nella natura dell’infanzia stessa e spinge Neil
Postman a parlare chiaramente di scomparsa dell’infanzia.
Paragonati ai baby boomer,
i giovani entrano prima in contatto con il mondo degli
adulti e ne sono maggiormente coinvolti. Una delle prove di
quanto siano sfumati i confini tra i bambini e gli adulti è
il declino dei giochi infantili, quali le biglie o la palla
avvelenata, la scomparsa di stili di abbigliamento specifici
per bambini, la precoce attività sessuale, l’uso della droga
e dell’alcool, la diffusa erotizzazione dei bambini
attraverso concorsi di bellezza, annunci pubblicitari e
moda.
Oggi la pubblicità,
rappresentando un genere televisivo vero e proprio con le
sue logiche e caratteristiche, è entrata a far parte
integrante del palinsesto televisivo giornaliero e non è più
circoscritta all’interno di uno spazio di programmazione
definito e limitato come era nel passato (es. Carosello). Ed
è proprio per questo motivo che, nell’ambito dell’attenzione
che viene posta sul vasto tema del rapporto
bambini-televisione, la fruizione della pubblicità da parte
dei giovani telespettatori rappresenta un’importante
occasione di confronto fra gli esperti del settore.
La velocità delle immagini,
l’allegria delle musiche, la presenza di personaggi famosi
contribuiscono a far sì che la pubblicità attiri molto i
bambini di oggi.
Anna Oliverio Ferraris (1994)
sottolinea alcuni elementi che facilitano la memorizzazione
degli spot e li rendono gradevoli al pubblico dei più
piccoli. Questi sono:
•
L’identificazione: il bambino apprezza il
messaggio pubblicitario quando ci si identifica (in molte
pubblicità gli attori sono dei bambini); infatti, “quando la
rappresentazione concorda con il suo vissuto, lo spettatore
si lascerà più facilmente coinvolgere dal messaggio”.
•
Il clima: il clima di felicità, amicizia e
successo che si respira negli spot fornisce ai bambini una
visione rassicurante del mondo.
•
L’avventura: spesso negli spot ci sono
avventure eccitanti o piccoli problemi da risolvere e
sappiamo che ai bambini piacciono molto le avventure e le
sfide.
•
Il ritmo: gli spot sono brevi e si
adattano ai tempi di attenzione dei bambini e sono molto
spesso caratterizzati da rime, canzoncine, slogan semplici e
accattivanti.
•
La ripetizione: gli spot vengono
ripetuti più volte nell’arco di una giornata.
Francesca Romana Puggelli (2002),
all’interno di un’attenta analisi sui meccanismi
responsabili dell’attrazione degli spot televisivi nei
bambini, individua le caratteristiche che facilmente fanno
penetrare la pubblicità nel linguaggio e nel modo di pensare
dei bambini:
•
Attenzione – Attivazione: la pubblicità
richiede continuamente attenzione, attraverso i continui
movimenti sullo schermo che evocano una altrettanto continua
risposta dello spettatore; il sistema nervoso si attiva,
infatti, a ogni cambio di scena, di inquadratura,
all’aumento del volume della musica, ecc.
•
La mancanza di effetti di inferenza
cognitiva: non c’è alcuna possibilità per i bambini di
riflettere su quanto hanno appena visto, in quanto le
immagini e i suoni successivi sommergono immediatamente
quelli precedenti.
•
La complessità di presentazione
plurisensoriale: vista, udito e parola scritta agiscono
simultaneamente nel mezzo televisivo, sollecitando il
sistema nervoso.
•
L’orientamento visuale della
televisione: questo tipo di orientamento minimizza
l’attenzione ad altre sorgenti di informazione, impedendo
quindi la distrazione durante la visione stessa.
•
Il range emozionale evocato dalla
televisione: ogni azione presentata in televisione è molto
più forte che in qualsiasi altro medium.
Dunque la pubblicità piace molto
ai bambini che la percepiscono come un vero e proprio
spettacolo. Ma la pubblicità può anche avere effetti non del
tutto positivi sui piccoli spettatori, soprattutto nella
misura in cui essa viene fruita solo attraverso i canali
emotivi, tralasciando quelli cognitivi.
Gli esperti del settore
evidenziano come da una parte gli spot mettano in moto il
meccanismo del desiderio invogliando al possesso (e quindi
all’acquisto da parte dei genitori) del prodotto
reclamizzato, dall’altra propongano modelli di comportamento
ritenuti non adatti al pubblico dei minori.
Sempre Oliverio Ferraris (1994)
sottolinea come un’eccessiva esposizione dei bambini ai
messaggi pubblicitari possa favorire lo sviluppo di:
•
Una visione materialista del mondo e dei
rapporti umani.
•
Una visione distorta della realtà: nel
mondo degli spot tutto si muove secondo un piano prefissato,
in funzione di uno specifico prodotto.
•
Sentimenti di insoddisfazione: nella
realtà quotidiana il bambino non ritrova quelle situazioni
lineari e accattivanti che vede riprodotte negli spot.
Gli effetti della pubblicità non
sono gli stessi in tutti bambini in quanto diverse variabili
sono da tenere in considerazione: l’influenza della
pubblicità può essere maggiore o minore in funzione del
controllo esercitato dai genitori, dal livello di
istruzione, dell’età del bambino; al riguardo gli esperti
del settore sottolineano come al di sotto dei 6-7 anni i
bambini non siano ancora in grado di distinguere la
pubblicità di un prodotto rispetto ad un altro e non hanno
ancora chiaro il fatto che la pubblicità ha finalità
puramente di vendita del prodotto pubblicizzato. A partire
dai 7-8 anni, invece, entrano in un’altra fase di sviluppo
cognitivo che permette loro di acquisire il concetto di
“intenzione persuasiva” degli spot.
Cosa possono fare, dunque,
genitori ed insegnanti per limitare gli effetti negativi di
un’eccessiva esposizione alla pubblicità?
Con i bambini più piccoli è
consigliabile limitare i tempi di esposizione al
teleschermo. Con i più grandi si può lavorare cercando di
sviluppare in loro le capacità critiche e le competenze di
acquirente. Questo tipo di intervento educativo può essere
svolto aiutandoli a decodificare le immagini (molto spesso
ricche di messaggi subliminali), a capire le intenzioni dei
pubblicitari e i trucchi che questi utilizzano per catturare
l’attenzione dei potenziali acquirenti.
È inoltre importante spiegare ai
più piccoli – sottolinea ancora la Oliverio Ferraris – che
gli spot hanno lo scopo di far acquistare dei prodotti e che
portano denaro ai canali televisivi che li trasmettono e
aiutarli a capire la differenza che passa tra ciò che i vari
spot vogliono far comprare e l’effettivo bisogno di quel
prodotto. In questo modo sarà più facile far capire che la
realtà riportata negli spot è distante dalla realtà
quotidiana e che i personaggi delle pubblicità partecipano
ad una recita. Adottando questo tipo di interventi educativi
si possono aiutare i più giovani a guardare gli spot in
un’ottica differente, meno coinvolgente dal punto di vista
emotivo, facendo si che essi imparino ad acquistare in modo
razionale e consapevole.
1) “L’onnipotenza dei media: sua maestà la tv!”10
(Ed. Rubbettino, 2007). 2) Spini, 1990. 3) Cfr.
Ibidem. 4) A. O. Ferraris, 1998. 5) Murray, 1980 6)
Morcellini, 1999. 7) Pellai, 1999. 8) Pellizzari e
Perillo, 1997. 9) Petruccelli, 2004. 10 Popper e
Coundry, 1994. 11) Dorr, 1990. 12) Postman, 1982.
13) Dorr, 1990. 14) A. O. Ferraris, 1998. 15) Lussato,
1991. 16 Matilde Calligari Galli, 1999. 17) Sakamoto,
1994. 18) Van der Voort, 1994. 19) Gerbner, Gross,
Signorielli e Morgan, 1980. 20) Bourdon, 2001.
*Dice di sé.
Antonio Marziale. Sociologo, giornalista, presidente
dell’Osservatorio sui diritti dei minori. Per mantenersi gli
studi universitari, ha fatto l’assistente in orfanotrofio.
L’incontro con quei bambini ha modificato la visione della
sua vita, che ha inteso dedicare interamente alla
costruzione di una cultura globale rispettosa delle loro
esigenze. È sempre più persuaso a pubblicare un libro
autobiografico che gli piacerebbe intitolare “Io, Marziale,
bacchettone e moralista”, da dedicare a quanti pensano che
un culo e una tetta in tv lo mandino su tutte le furie.
All’Università gli è toccato stilare una tesina
sull’evoluzione del cinema porno dagli anni ’30 in poi… Ah!
Com’è ardua la vita dei critici: non c’azzeccano mai!
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CARLO VERDONE
Forse a
rovinare le mie notti è stato anche il
successo. Io che per natura sarei un
timido, sono stato gettato di fronte a
migliaia di persone. E il mio sonno, già di
per sé debole, ne ha risentito.
(Da “Ok la salute
prima di tutto”, 2010)
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