SOCIETÀ
LE ETERNE LEGGI DEL SUCCESSO
Il destino non è
necessariamente segnato e ci può sempre essere un
rovesciamento di sorti, un ribaltamento di ruoli, per cui
veramente gli ultimi potrebbero diventare i primi e non
nell’aldilà, ove tutto è più facile, ma in questa vita che,
segnata al negativo dall’inizio, potrebbe anche rivolgersi
al positivo, in seguito
Domenico Mazzullo*
“Non
è facoltà dei mortali di comandare al successo, ma faremo di
meglio, Sempronio; lo meriteremo”.
Joseph Addison
“Quaggiù il successo è il solo
metro di giudizio di ciò che è buono o cattivo”.
Adolf Hitler
“Non eventus imputari debet
cuiusque rei, sed consilium”
“Di qualsiasi cosa non si deve
biasimare o lodare l’esito, ma l’idea, il principio che han
mosso a compierla”.
Seneca
“Tutto ciò che serve per avere
successo nella vita sono ignoranza e fiducia in se stessi”.
Mark Twain
“Non si può avere successo
nella vita se non si presta alle piccole cose, la stessa
attenzione e la stessa cura che si prestano alle più
grandi”.
Charles Dickens
Quando ero poco più che bambino e
poco meno che adolescente, figlio unico, in una famiglia
piccolo-borghese, che si declinava tra la fine dei modesti
anni ’50 e l’inizio degli opulenti ’60, nella mia casa non
comparivano di frequente libri o giornali, secondo le
migliori abitudini dell’epoca, ma una rivista non mancava
mai e rappresentava una mia conquista e un mio piccolo
patrimonio, gelosamente conservato e collezionato, dopo
esser passata per le mani adulte dei miei genitori:
“Selezione dal Reader’s Digest”.
Questo era il suo nome
impronunciabile e per me incomprensibile, (lo è tutt’ora),
ma che la rendevano, ai miei occhi ingenui, ancora più
affascinante, misteriosa e come tale desiderabile. Aveva un
formato insolito per una rivista, essendo le altre di
dimensioni gigantesche, forse per contrastare e combattere
le miserie del dopoguerra, mentre questa era modesta,
piccola, maneggevole, anche per le mani di un bambino,
avvicinabile ed abbordabile, addirittura più piccola anche,
come formato, dei libri e sussidiari delle elementari; un
aureo libretto dai contenuti affascinanti e imprevedibili,
ogni mese, scritti in aggiunta anche con caratteri grandi e
poco parsimoniosi.
Gli articoli erano brevi,
modesti, non stancavano ed erano, soprattutto comprensibili,
anche per me, scritti in un italiano facile ed accessibile,
con un breve periodare ed una punteggiatura che permetteva
spesso di tirare il fiato e riposare.
Alcune rubriche erano fisse e si
ripetevano ogni mese con pedissequa continuità fornendo
anche questa, una rassicurante e familiare consuetudine ai
lettori, quasi un appuntamento mensile certo e sicuro, in un
mondo che invece cominciava a cambiare e mutare con sempre
maggiore, inquietante velocità.
Tra tutte una rubrica però era la
mia preferita e, contravvenendo al mio già allora presente
ordine mentale, che mi contraddistingue ancora, la ricercavo
e la leggevo per prima, unica trasgressione che mi
concedevo, alla ferrea legge autoimpostami di approcciarmi
agli articoli secondo la successione con cui comparivano
nella rivista.
Ma questa rubrica era troppo
affascinante, troppo importante, troppo accattivante per
essere lasciata in secondo, terzo, quarto piano, in
ottemperanza alla successione di comparizione.
Sapevo con certezza ove trovarla,
nell’ambito della rivista e la individuavo a colpo sicuro,
con una maestria mai più ritrovata e ogni volta mi
rallegravo e complimentavo con me stesso per questo piccolo
successo infantile, che ancora oggi mi riempie di orgoglio e
soddisfazione.
Ho detto successo? Forse
sono stato, ancora oggi influenzato dallo stato d’animo di
esaltazione nel ricordo e da una strana analogia
concettuale.
La rubrica in questione si
chiamava, infatti, proprio così: “Le eterne leggi del
successo” e a me sembrava già di conseguirlo, un poco,
avendone individuato l’ubicazione, al primo colpo, sempre.
Trattavasi, nei contenuti, di
storie, di vicende umane, di autentiche biografie di
persone, alcune viventi, altre decedute, che avevano
conseguito, in vita, successo e fama, nel proprio campo di
attività, spesso partendo da posizioni addirittura
svantaggiate o francamente perdenti e che mai e poi mai
avrebbero lasciato presagire il conseguimento, il
raggiungimento di obiettivi impensabili ed inimmaginabili,
per gli stessi autori di queste imprese impossibili.
E proprio questa impossibilità
presunta, proprio questa inimmaginabilità, rappresentavano
per me, bambino, il fascino e la magia di questi articoli,
di queste storie vere, di persone vere, che a dispetto di
ogni aspettativa, di ogni immaginazione, di ogni
presunzione, a dispetto di presunte inferiorità, incapacità,
inadeguatezze, deficit di ogni sorta, riuscivano a
conquistare i primi posti nella gara della vita, nella corsa
ad ostacoli che ciascuno di noi intraprende e continua,
dalla nascita alla morte, ineludibilmente ed
ineluttabilmente.
Queste persone, queste storie
rappresentavano, per me, esempi viventi di un successo, ma
soprattutto di un riscatto, di una giustizia sempre
trionfante, pur se tardiva, di una vendetta, anche forse un
poco, nei confronti degli altri, di quegli altri, più
fortunati, che orgogliosamente e stoltamente non avevano
creduto in loro.
Ovviamente in questa passione, in
questa esaltazione tutta solo mia, per questi eroi, così a
me apparivano, c’era un risvolto assolutamente personale e
che traeva lo spunto dalla situazione che mi trovavo a
vivere ed a patire.
Vittima di una incoercibile ed
incontrollabile timidezza, come giustamente si addice ad un
figlio unico di genitori anziani, secondo i più accreditati
studi e teorie psicoanalitiche, con in più il vantaggio di
una madre iperpresente e di un padre virtualmente assente,
ero condannato ad una squallida quanto inconsolabile
solitudine, essendomi i rapporti umani con gli amici ed i
compagni di scuola preclusi da detta soverchiante timidezza.
A questa dovevasi aggiungere un
pessimo successo, meglio detto risultato scolastico, che mi
permetteva di essere sempre ed incontestabilmente primo
nella classifica degli ultimi, sconsolatamente e
desolatamente vincitore sempre, nella contesa per essere
proclamato ultimo della classe, desolatamente perché ancora
non ero stato edotto ed informato del consolante e
rassicurante messaggio o promessa che dir si voglia, che
“gli ultimi saranno i primi”.
Tant’è che rimanevo ed ero ultimo
sempre, senza prospettiva o possibilità cosciente di alcun
riscatto.
E questo essere ultimo non era
conseguito con sforzo ed applicazione sana e disperata, per
esempio oziando tutto il giorno, bighellonando da una parte
all’altra, soggiornando al cinema parrocchiale, divertendomi
con compagni scellerati e che mi conducessero sulla brutta
strada, come Lucignolo fece con il povero Pinocchio, ma anzi
al contrario era spontaneo, giungeva naturale e senza
sforzo, al termine di pomeriggi, serate e nottate anche
talvolta, trascorse sui libri a cercar di far entrare nella
mia testa impenetrabile ed impermeabile, concetti astrusi,
formule matematiche incomprensibili, declinazioni latine
impossibili, dimostrazioni geometriche indimostrabili,
vocaboli tedeschi (studiavo questa lingua ) impronunciabili
e non memorizzabili, poesie anche esse per me
incomprensibili (lo sono tutt’ora), nomi e vicende di una
mitologia che mi terrorizzava e che mi era aliena.
Unica materia nella quale me la
cavavo era l’educazione fisica, perché ero esonerato dalle
lezioni, essendo riuscito a convincere il mio medico,
piangendo e disperandomi, a stilarmi certificati di comodo
per malattie inesistenti dalle quali non sono guarito mai,
fino all’ultimo anno del liceo.
Per la mia timidezza
incontrollabile mettermi in pantaloncini corti e divisa da
ginnastica davanti a tutti, arrampicandomi sulla pertica, e
distaccandomi da terra per non più mai di due millimetri,
sarebbe stata una impresa insostenibile ed impraticabile e
questo il mio dottore lo aveva compreso benissimo,
lasciandosi convincere ad esercitare la sua autorità medica
per esonerarmi da tale supplizio e salvaguardarmi dal
pubblico ludibrio.
Gli sarò grato per la sua
generosità finché vivrò.
Le mattinate a scuola erano
interminabili, esposto come ero ad ogni sorta di lazzi da
parte dei miei compagni divertiti per la mia inadeguatezza,
ma non meno interminabili erano i pomeriggi a casa, quando
cercavo di comprendere dai libri, ciò che non avevo compreso
in aula dai professori.
Unici momenti di ristoro e di
svago erano rappresentati dalle piccole pause che mi
concedevo quando, per distrarmi un poco, mi recavo, sempre
solo, sul balcone della cucina dal quale mi divertivo a
contare, con teutonica precisione e ossessiva pignoleria le
antenne della televisione che cominciavano a proliferare e
popolare i terrazzi dei palazzi vicini.
Nella rassicurante certezza dei
numeri, trovavo le mie modeste sicurezze. Ricordo che quando
mi recavo a letto, la sera, mi rallegravo perché mancavano
ancora dieci lunghe ore di pace, al ritorno a scuola
all’indomani.
I miei genitori, discordi su
tutto, concordavano però su un’unica cosa: il ritenermi
entrambi, intellettualmente, molto poco dotato e quindi
senza alcuna speranza di conquistare un seppur minimo
successo nella scuola e conseguentemente nella vita,
corroborati in questo dalle sconfortanti valutazioni dei
miei insegnanti.
Seppur con dolore non potrei oggi
dar loro torto e di queste conclusioni nei miei riguardi non
facevano mistero con me, anzi ogni occasione era propizia
per farmelo notare, secondo le più moderne regole
psicopedagogiche.
Si comprende quindi facilmente,
da quanto fin qui detto, come questa rivista di cui sopra e
in essa quella specifica rubrica, “Le eterne leggi del
successo”, fossero a me particolarmente care,
costituendo esse l’unica mia consolazione e l’ultima residua
speranza.
Le vite illustri di quei
personaggi a me sconosciuti, che mese dopo mese illuminavano
le pagine della rivista, rappresentavano per me, eternamente
sconfitto, la prova vivente di una possibilità, di una
speranza di riscatto, di una pallida fiducia in un futuro
che altrimenti si sarebbe prospettato come assolutamente
disperato, nel significato più vero e profondo di “senza
alcuna speranza”.
Le biografie di quegli uomini, le
donne erano escluse da questa galleria – mi accorgo solo ora
– mi dimostravano e raccontavano che il destino non è
necessariamente segnato, ineluttabilmente, dall’inizio, ma
che ci può sempre essere un rovesciamento di sorti, un
ribaltamento di ruoli, per cui veramente gli ultimi
potrebbero diventare i primi e non nell’aldilà, ove tutto è
più facile, ma qui, in questa vita, in questa esistenza,
che, segnata al negativo dall’inizio, potrebbe anche
rivolgersi al positivo, in seguito.
Uomini cui la sorte non aveva
certo arriso, ma anzi aveva riservato loro il suo volto più
arcigno e severo, erano riusciti, mercé la volontà e il
sacrificio, a risalire la china lentamente, ma
inesorabilmente, guadagnando le vette più elevate di una
ideale gerarchia degli esseri umani, a dispetto e noncuranti
delle posizioni di partenza, estremamente svantaggiate, da
cui muovevano.
Questi esempi mi rincuoravano un
poco e mi aprivano uno spiraglio alla speranza. Se era stato
possibile a loro, forse sarebbe stato possibile anche a me,
in un futuro non tanto lontano.
Forse allora non tutto era
perduto. Forse non sarebbe stato ineluttabilmente destinato
a me un futuro di garzone di fornaio, anelato a causa della
bicicletta per le consegne, o di aiuto-barista, o di
aiuto-meccanico, ché altre professioni artigianali mi erano
precluse anticipatamente a causa di una mia incurabile
incapacità manuale, forse avrei potuto ancora dimostrare ai
miei genitori che le loro tragiche constatazioni e
pessimistiche previsioni riguardo alla mia persona e alle
mie capacità intellettive, potevano ancora risultare errate,
potevano ancora essere ribaltate, in extremis.
La vita crudele non ci concede un
seppur minimo sguardo sul nostro futuro, non ci permette di
sbirciare furtivamente, anche per un solo attimo fuggente,
nei nostri anni a venire, per invenire in essi
un’anticipazione di ciò che saremo e di conseguenza una
consolazione per ciò che siamo.
E così, essendomi preclusa ogni
rassicurazione autonoma, mi rifugiavo nelle vite degli
altri, cercando in queste una speranza, un’ultima dea, una
conferma e una dimostrazione tangibile e concreta del fatto
che si possa anche partire per ultimi, ma con sforzo e
sacrificio, arrivare primi.
Così sembravano asserire le
biografie di questi personaggi, alcuni storici e famosi del
passato, altri meno famosi, ma altrettanto vincenti, nel
presente, che con il loro esempio stavano lì a confermare
che, nonostante tutto si può, risalire la china e
arrivare in vetta.
Leggevo avidamente queste pagine,
più e più volte per comprenderle bene, per imprimerle nella
memoria, per ricordarle nei momenti difficili e di
sconfitta, quotidiana ed inarrestabile, per ricorrere al
loro conforto nei momenti bui delle interrogazioni a scena
muta o della consegna dei compiti in classe o peggio ancora
delle pagelle trimestrali, che comportavano la firma dei
genitori, nonché nelle occasioni ancor più tragiche della
esposizione dei quadri annuali con i risultati pubblici
degli esami.
Nonostante però ogni sforzo ed
ogni analisi approfondita, la lettura di queste pagine mi
lasciava sempre un fondo indefinito, amaro di delusione e di
sconforto, di malinconica frustrazione, come una sensazione
diffusa e spiacevole di promessa non mantenuta, di
aspettativa tradita, di patto non rispettato.
Il titolo, infatti, della
rubrica, altisonante e gravido di aspettative, lo ricordo
bene, recitava così: ”Le eterne leggi del successo”
e nella mia mente ingenua e infantile, fiduciosa e
speranzosa, albergava sempre la segreta convinzione che al
termine di ogni articolo mensile avrei trovato, in calce la
descrizione, l’enumerazione, l’esplicazione di queste famose
ed eterne leggi del successo, un decalogo da
comprendere, da mandare a memoria, da applicare nella vita
con precisione e determinazione, un’istruzione da seguire
passo passo, con rigida determinazione, per conseguire, se
rispettato e compiuto, il tanto agognato e desiderato
successo.
Ma questa ingenua quanto
infantile speranza, veniva ogni volta, sistematicamente
delusa e disattesa, concludendosi sempre gli articoli con la
enumerazione e la glorificante elencazione dei successi
conseguiti dal protagonista in questione, senza però nessun
accenno esplicito alle modalità atte a conseguirne uno
simile, da applicarsi e adattarsi alla nostra vita.
Ho continuato per anni a leggere
biografie di uomini illustri senza mai riuscire a cavare da
esse una seppur minima indicazione da applicare alla mia
vita.
Un giorno mi colse alla
sprovvista, inaspettata quanto crudele, la notizia che la
rubrica sarebbe stata soppressa. Una piccola nota a piè di
pagina annunciava che la storica rubrica terminava lì e
sarebbe stata sostituita da un’altra altrettanto
interessante e che avrebbe certamente incontrato la benevola
accoglienza dei lettori. Fu questo il primo grave lutto che
dovetti sopportare nella mia vita. Lasciato solo a
dibattermi con i miei insuccessi, considerai la mia
esistenza ormai irrimediabilmente segnata e fallita.
Per mia fortuna, qualche anno
dopo, inaspettatamente, quando ormai ogni speranza era
svanita, incontrai sulla mia strada dei buoni amici, ottimi
compagni, che mi presero per mano, mi confortarono, mi
accompagnarono e mi illuminarono la via, e lo fanno ancora,
oggi che sono divenuto grande, mai stanchi o annoiati, mai
sfiduciati o delusi, mai disattenti o poco presenti nei
momenti di difficoltà, di dubbio o di sconforto, quando la
salita si fa più ripida e scoscesa, quando vien voglia di
abbandonare l’impresa, quando le forze vengono meno e si
dubita di sé stessi, sempre pronti a rassicurare e
confortare, sempre pronti a dire la parola necessaria nel
momento del bisogno, quando sembra di aver smarrito la
giusta via e di esserci perduti.
Incontrai e conobbi Platone dei
“Dialoghi”, Seneca dei “Dialoghi” e delle “Lettere a Lucilio”;
Kant del “Cielo stellato sopra di me, la legge morale entro
di me” e dello ”Imperativo categorico”, ma soprattutto,
primus inter pares, Giuseppe Mazzini, che subito mi
affascinò e rapì con il suo “I doveri dell’uomo”.
Fu un incontro, una scoperta
affascinante, folgorante, magica nella sua immediatezza e
criticità che condizionò e continua a determinare la mia
vita. Rimasi colpito e folgorato, impietrito dalla sua
frase: “Possiamo legittimamente reclamare i nostri diritti,
solo quando siamo certi di aver compiuto il nostro dovere”.
Rappresentò l’inizio di una
grande rivoluzione entro di me, silenziosa quanto
straordinaria. Compresi allora in un attimo, il significato
e il peso di una parola semplice eppure fondamentale,
determinante, drammatica nella nostra esistenza: “il
dovere”. Compresi, grazie a lui, grazie a loro che non il
successo debba esser perseguito, ma il compimento del nostro
dovere.
Compimento del nostro dovere che
non ci ripaga con il successo, la gloria, la fama, la
notorietà, il denaro, il potere, ma solo con la timida,
modesta, solitaria, autonoma, ineffabile, misteriosa,
incomunicabile, sublime soddisfazione di averlo compiuto.
Da allora, ho abbandonato
definitivamente l’idea e la speranza, il desiderio di poter
mai conseguire anche io un successo nella vita, analogo,
simile o paragonabile a quello degli uomini che avevano
popolato i miei sogni infantili e mi sono rassegnato ed
adattato ad essere un modesto psichiatra, che cerca, si
sforza, raramente riuscendoci, di compiere il proprio
dovere.
*Dice di sé.
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, specialista in
psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi
profondamente libertario. Romanticamente illuminista.
|