SOCIETÀ

GLORIA, FAMA E POPOLARITÀ
RENDONO DAVVERO FELICI?


“Ognuno avrà il suo quarto d’ora di celebrità”.
L’intuizione profetica di Andy Warhol sembra oggi
diventata un imperativo al quale nessuno vuol sottrarsi


 

Michela Altoviti*

 

Il successo è raggiungere un traguardo importante

e rendersi conto di essere sempre esattamente la stessa persona (1).

Audrey Hepburn

 

 

Successo è participio passato del verbo succedere, nell’accezione “capitare, avvenire”, gli inglesi lo chiamano happiness da to happen ovvero “ciò che accade”, in latino si rendeva con felicitas ossia “buon esito, riuscita” e volendo dare conto della storia del termine perveniamo al mondo greco dove per avere successo ed essere quindi felici era necessario avere dalla propria parte un buon demone (eu-daimon) e ciò significava corrispondere a questi tre parametri: nascere maschio, essere ricco e libero.

La recente classifica di Forbes sembra confermare la mentalità greca anche per una questione di geni: i più ricchi del mondo sono solo uomini (2) e sicuramente interessante sarebbe analizzare il perchè le donne non rientrino nella prestigiosa graduatoria, ma la domanda che primariamente mi pongo è se a tale livello di ricchezza corrisponda altrettanta felicità.

La nascita della filosofia portò alla separazione tra fortuna e felicità: fino ad allora il successo non era la conseguenza meritata di un’azione umana evidentemente ben calibrata, ma un dono divino; con Platone ed Aristotele e l’introduzione della categoria della virtù la prospettiva cambia: non sono i beni materiali quelli a cui aspirare per essere felici perché essi sono vulnerabili in quanto dipendenti dal Caso (o Fortuna, appunto).

Se Platone delinea la figura del filosofo, uomo virtuoso e felice, come colui che dopo i primi anni vissuti in comunità si stacca e vive e pensa da solo, Aristotele non crede che ci possa essere felicità senza gli altri.

Quindi Platone ritiene che ad un certo punto della vita non ci sia più il bisogno di puntare sulla politica (la vita nella polis) perché tutto ciò che dipende dagli altri dipende anche dalla Fortuna; la felicità, allora, consiste nella forza interiore e nella capacità di dominare i nostri egoismi e il nostro impulso ad accumulare beni solo apparenti, finalizzati ad una felicità ingannevole per ambire piuttosto ad una serena convivenza con se stessi.

Il mio più grande successo è stato quello di imparare a convivere con me stessa e i miei difetti: sono molto lontana dall’essere umano che vorrei essere ma ho deciso che non sono poi tanto male, dopotutto.

La visione aristotelica di felicità è invece civile: l’uomo è un animale politico, necessita di amici, parenti, di beni non solo materiali ma anche sentimentali.

L’importanza delle relazioni non strumentali è stata riscoperta come dimensione significativa anche all’interno dei mercati dagli economisti; negli ultimi trent’anni, in particolare, sono ricomparse come centrali due tematiche nell’economia: la felicità e i beni relazionali.

Uno psicologo sociale americano, Hadley Cantril, nel 1965 ha compiuto un’azione rivoluzionaria, ovvero quella di tentare la misurazione di due caratteri assolutamente soggettivi, che fino ad allora non si riteneva possibile quantificare: la felicità e la speranza. Si chiese se ci fosse una necessaria correlazione tra le possibilità economiche di una persona e il suo grado di appagamento

Egli rivolse a persone di diversi paesi del mondo, dalla Nigeria al Giappone, una semplice domanda: “Pensa alla peggiore situazione nella quale potresti trovarti: assegnale 0 punti; ora pensa alla situazione migliore in assoluto, e assegnale 10. Ora valuta la tua situazione presente con un voto tra 0 e 10”.

La provocazione di Cantril fu pensare che il “7” di un nigeriano fosse comparabile con il “7” di un americano, sulla base dell’ipotesi che quelle operazioni sono talmente primitive, che non sono alterate significativamente, e su grandi numeri, da elementi culturali. Cantril pervenne ad una conclusione oggi facilmente accettabile: la felicità non dipende dal reddito, ma dalla speranza.

A partire da questi spunti, nel 1974 Richard Easterlin (3), attualmente professore di Economia all’Università della Southern California, riprese tale dibattito ed evidenziò che nel corso della vita la felicità delle persone dipende molto poco dalle variazioni di reddito e di ricchezza: è il paradosso della felicità noto ancor oggi come Easterlin Paradox.

Questo paradosso si può spiegare osservando che quando aumenta il benessere economico, la felicità umana aumenta conseguentemente fino ad un certo punto, poi comincia a diminuire, mostrando una curva ad U. Ciò accade per motivi diversi, individuati da studi seguenti di altri psicologi e sociologi americani. Interessante è il meccanismo dell’adattamento per cui l’essere umano si adatta a situazioni sia positive sia negative e nel caso di beni materiali l’adattamento è pari al 100%: pur possedendo oggettivamente di più, dopo un certo periodo di tempo tale ricchezza non viene più percepita soggettivamente, perciò la felicità che si trae dal possedimento maggiore di beni è proporzionato alla novità del fatto.

Easterlin dimostrò fondamentalmente tre cose: che i Paesi più poveri non risultano significativamente meno felici dei Paesi più ricchi; che all’interno di un singolo Paese non c’è effettiva correlazione tra reddito e felicità; che la percezione della felicità nell’arco della vita di un individuo è indipendente dalle vicende legate al reddito. Va sottolineato che tali ricerche valutavano il grado di ricchezza laddove perdurassero altre condizioni favorevoli come la salute, l’educazione ricevuta, la famiglia di appartenenza.

Il denaro in sé non ha mai fatto la felicità di nessuno, ma a me ha sempre dato un gran senso di sicurezza, ha aumentato la mia capacità di essere felice.

Quasi tutte le ipotesi per spiegare il paradosso rimandano più o meno direttamente alla necessità di inserire nell’analisi della ricchezza un’altra categoria di beni: i beni relazionali declamati da Aristotele e quindi l’ambito affettivo, quello familiare (La miglior cosa a cui aggrapparsi nella vita sono i familiari), l’ambito civile della partecipazione alla vita sociale e politica della propria comunità fino al volontariato.

Era intitolata “Belli e Buoni” la puntata Speciale Unicef Italia de “La Storia siamo noi” andata in onda il 10 marzo scorso. Volti bellissimi (e ricchissimi!) che diventano testimonial di cause umanitarie. La trasmissione di Rai Educational ha ripercorso un’iniziativa che ha radici molto lontane: dalla comicità di Jerry Lewis ed il suo impegno per la distrofia muscolare a Audrey Hepburn tra i bambini dell’Etiopia.

Il glamour che va a braccetto con i diseredati del mondo?

La provocazione era il voler rispondere alla domanda se per tutte queste stelle si tratti di vero impegno oppure se non sia solo l’ultima frontiera di una pubblicità sempre più raffinata che oggi vuole i divi, oltre che belli, sempre più buoni. Forse la risposta, e la loro motivazione, vanno cercate altrove.

 

Ricorda, se hai bisogno di una mano, la troverai alla fine del tuo braccio e mentre diventi più grande, ricorda che hai un’altra mano: la prima serve ad aiutare te stesso, la seconda serve ad aiutare gli altri.



1) Tutte le citazioni in corsivo sono tratte da “Audrey Hepburn – L’intramontabile fascino dell’eleganza”, White Star S.p.A, a cura di Yann-Brice Dherbier (2007).
2) Dalla classifica Forbes 2010 i primi dieci uomini più ricchi del mondo: 1 Carlos Slim 2 William Gates 3 Warren Buffett 4 Mukesh Ambani 5 Lakshmi Mittal 6 Lawrence Ellison 7 Bernard Arnault 8 Eike Batista 9 Amancio Ortega 10 Karl Albrecht.
3) Le indicazioni sugli economisti sono frutto di una ricerca compiuta con particolare riferimento ad un saggio del professor Luigino Bruni “L’ethos del mercato”, Milano, Mondadori (2010).



*Dice di sé.
Michela Altoviti. Vede oltre ciò che guarda e scorge oltre ciò che trova. Scrive perchè ritiene che ogni manifestazione del pensiero sia non tanto un modo per trovare risposte quanto per condividere le domande. Scrive per curare il livello di saturità cui le pare di pervenire per le troppe idee e sensazioni. A volte crede che solo il silenzio dovrebbe essere partorito.






GIANNI MORANDI

Il successo lo capisci solo nel momento in cui lo perdi,
anche perché difficilmente ritorna più volte nel corso della vita.
Io sono stato fortunato.

(Da “genovatune.net”, 2007)






 

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