INTRODUZIONE
PUPI AVATI, FELTRI, FOÀ, MUGHINI E CONFALONIERI E ALCUNI
LIBRI, DA LEGGERE A MISURA DELLA DIETA
Cesare Lanza
In
questo Attimo troverete una mia intervista a Pupi Avati, uno
dei miei (pochi) registi veramente amati. Ho avuto il
piacere di incontrarlo nella sua bella casa in via del
Babuino, a Roma, dove abita da sempre. Anch’io, alla fine
degli anni Ottanta, ho abitato per due anni al Babuino, in
un palazzo qualche metro più avanti, rispetto al suo. Ma
allora non lo sapevo. E non mi venne in mente di chiamarlo
per un’intervista, anche se fin dai suoi primi film ero
diventato un suo fervido, convinto sostenitore. E questo mi
ha fatto riflettere, per la millesima volta, sull’importanza
del tempo, che ci sfugge e inesorabilmente si consuma giorno
per giorno, il tempo che è all’origine di tutto: delle
opportunità che ci propone, delle scelte che prendiamo per
la nostra vita, assumendoci la responsabilità di
determinare, spesso inconsapevolmente, gli indirizzi da
prendere; e dell’appuntamento con l’imprevedibile momento
finale, quando tutto sarà stato consumato.
Ho pochi amici veri, mi sarebbe
piaciuto diventare amico di Pupi Avati. Vent’anni fa
l’opportunità sarebbe stata più semplice, abitavo a pochi
passi da lui, ma non lo sapevo nè mi capitò di incontrarlo
per caso nè di chiederglielo. A quel tempo avevo un superbo
cane alano, un “arlecchino” che avevamo chiamato Romeo, mi
divertivo a portarlo a passeggio in piazza di Spagna o in
via Condotti perchè, attratti dalla sua bellezza, intorno a
lui quasi sempre si formavano nugoli di turisti, per lo più
giapponesi, desiderosi di fotografarlo. E Romeo si metteva
in posa, pavoneggiandosi immobile, statuario, come un divo
del cinema davanti ai fotografi di un Festival, o un
bellimbusto da sfilate di moda. Poi, appena cessava il
clicchìo dei flash, tornava in movimento, non prima di
avermi lanciato uno sguardo orgoglioso, partecipe, quasi a
dirmi: “Sei soddisfatto Hai visto che figurone fai, con me
al guinzaglio?”.
Ma torniamo a Pupi Avati. Non
colsi l’attimo fuggente negli anni ottanta, sono andato a
cercare l’attimo vent’anni dopo e certo non si può
escludere, alla luce della piacevolezza dell’incontro, che
nasca tra noi un buon rapporto di amicizia... ma so bene che
non sarà nè facile nè semplice, sono convinto che è molto
complicato, anche faticoso, creare amicizie vere, solide e
inaffondabili, dopo una certa età. E io, 68, e Pupi, 72,
questa linea di confine l’abbiamo superata da un bel po’.
È faticoso, lo scrivo per chi non
mi intendesse al volo, perchè invecchiando aumentano le
pigrizie, le compromissioni, le diffidenze, l’ironia, il
sarcasmo, il cinismo, il fatalismo, il pessimismo,
diminuisce l’entusiasmo... e sono sempre più rare le
possibilità di costruire, attraverso esperienze condivise e
occasioni di confronto, i forti rapporti. Ci si aggrappa a
ciò che si ha, o si ha avuto, a ciò che arriva dalle radici
della giovinezza, dalla lunga vita vissuta e sofferta,
spesso, più che goduta. Per di più in queste settimane mi
sento scottato, o ferito, dal crollo inatteso di ciò che
consideravo un rapporto di amicizia puro e fraterno con un
paio di persone, non farò i nomi, entrate nella mia vita da
pochi anni. Un’illusione. E, di conseguenza, mi si è
rafforzata la convinzione che le amicizie si costruiscono,
soprattutto se non esclusivamente, quando ci si incontra da
giovani e si condividono sogni, gioie e schiaffi in faccia.
Detto tutto ciò, benvenuto Pupi nel nostro piccolo club
dell’Attimo: ti accogliamo a braccia aperte.
Questo numero della nostra
rivista è ricco di firme e di proposte, spero, interessanti.
Riproponiamo due magnifiche interviste: una è di Stefano
Lorenzetto, pubblicata dal Giornale, a Vittorio Feltri.
L’altra è di Aldo Cazzullo, dal Corriere. Ci sono inoltre
nuovi reperti di Maurizio Costanzo, la puntuale, e
bellissima, più lunga del solito, poesia di Corrado Calabrò,
un intervento – dopo quello della regina Rania – della
principessa Wijdan Fawaz Al-Hashemi, ambasciatrice della
Giordania a Roma, sull’arte islamica. (Siamo amici della
Giordania! Ai lettori della nostra rivista abbiamo anche
proposto, per questo numero, un piccolo sondaggio su un tema
che si può riassumere nel vecchio slogan, “Chi è la più
bella del reame?”. E la regina Rania si è affermata su
tutte). Poi ancora il mio vecchio maestro Antonio
Ghirelli su Napoli, Massimo Cotto su Sandor Marai incontrato
di sfuggita a Malibu (neanche sapeva chi fosse! valgono, per
Massimo, più o meno le riflessioni che ho fatto in apertura
su Pupi Avati), Antonella Parmentola faccia a faccia con il
sempre giovane Giampiero Mughini, Barbara Leone con il
vecchio indomabile leone Arnoldo Foà, Placido Cavallaro –
uno studente della nostra Accademia – con Matteo Nucci
finalista al Premio Strega, che avrebbe meritato di vincere,
un’inchiesta tra le case discografiche (ciao, grande
Caselli!) sulla domanda-base “Quanto talento nei talent
show?, una digressione di Domenico Mazzullo sul suo adorato
Mazzini.
Ho lasciato per ultimo un
divertente articolo di Tiziana Stallone, che vi consiglia,
in piena estate, a non prendere sul serio i libri che
garantiscono diete miracolose. Prendendo spunto dal suo –
persuasivo – intervento mi è venuto in mente di proporvi un
giochino letterario per le ore di relax, in spiaggia o in
montagna. Quali sono i libri ideali, i vostri preferiti, da
leggere o rileggere “anche”, non solo ovviamente, allo scopo
di dimagrire o di (beato chi può permetterselo) di
ingrassare, comunque di tenersi in buona forma fisica?
Eccovi, se interessa, qualche mia personale supposizione.
Comincio da una biografia di Socrate, che sto leggendo in
questi giorni: è la lettura ideale per evitare, anche nel
cibo, tutto ciò che è superfluo. Anche se il grande filosofo
era amante, all’occorrenza, della buona tavola e anche del
vino (che, ahimè, all’epoca si beveva quasi sempre allungato
con l’acqua, per evitare ubriacature). E Sandor Marai, che
ho scoperto, e me ne dolgo, solo negli ultimi mesi? Se
avrete lo stesso coinvolgimento che ho vissuto io leggendo
“Le braci” e “La donna giusta”, attenzione, il vecchio
Sandor è pericolosissimo perchè vi pone di fronte a
comportamenti contraddittori: o vi dimenticate del mondo, e
quindi anche di mangiare e bere; o, distesi sul divano, o
ben comodi in poltrona, vi godrete la delizia della sua
lettura con cioccolatini, biscotti, dolcetti, champagne. La
stessa reazione è presumibile per l’infinito Proust: se
scegliete (ve la consiglio, siamo sinceri) la seconda
opzione, quella del godimento puro, non dimenticate la
mitica “madeleine”. Se leggete Hemingway, o qualcuno dei
grandi della sua stagione, Steinbeck o Caldwell o Faulkner,
difficile andare avanti senza whisky o rum. Champagne
d’obbligo per Scott Fitzgerald. Con John Fante, alternanza
di bevande e di stati d’animo. Con il grandioso Bukowski, è
prudente prepararsi acquistando (al supermercato, come
facevano lui e i suoi personaggi) birra di qualsiasi
qualità.
Ancora birra, ma anche pernod, se
scegliete Simenon e Maigret – una coppia che non tradisce
mai. Se preferite le avventure dell’agente 007, potete
azzardare anche il vino rosso col pesce ("Dalla Russia con
amore"). Il più pericoloso è il mio amatissimo Giacomo
Casanova, con la storia della sua vita: è talmente ricca del
piacere di vivere, col gusto (oltre alle partite di carte e
alle performances amorose) di organizzare pranzi sontuosi
con la complicità di cuochi, servitori e sempre graziose e
disponibili cameriere – tutti sensibili al fascino delle
generose mance che elargiva il seduttore più grande della
storia – che difficilmente riuscirete a sottrarvi
all’impulso di emularlo, almeno a tavola.
I libri sembrano, a maggioranza,
nemici di qualsiasi dieta. Però, vi ho parlato quasi
esclusivamente di romanzi. Se vi buttate sui saggi e sui
libri politici il rapporto e gli scenari con il cibo e le
bevande cambiano di colpo. Almeno per me. Non leggo l’amico
Massimo Fini senza un buon bicchiere di vino rosso, di
solito un Bordeaux, a portata di mano. Le invettive di
Travaglio tolgono l’appetito. Di solito, anche le zuccherose
biografie o autobiografie dei politici – ma Cossiga, al
contrario, esige buone bevande. L’elogio del bignè, a firma
di Maurizio Costanzo, la splendida esaltazione che abbiamo
pubblicato nell’ultimo Attimo, impone un’incursione in
pasticceria. Ma se proprio volete dimagrire, vi consiglio il
libro che sto leggendo in questi giorni, “Vedo Satana cadere
come la folgore”, di René Girard. Sul significato dei
Vangeli, le contraddizioni dei miti biblici, i misteri
religiosi. Non mi passa per la mente di prendere neanche un
bicchiere d’acqua. Si potrebbe andare avanti, farne un
libro, con indispensabili approfondimenti. Ma mi fermo qui.
Ognuno, per fortuna, può e deve vivere liberamente. Anche
nella scelta dei libri, di come sceglierli e gustarli, a
piacimento.
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I libri? Credetemi,
leggerli non basta
I libri come
un’ossessione,
un viaggio della
mente,
una finestra su
mondi sconosciuti.
In questo numero
saranno proprio loro
il leit motiv di
diversi articoli, a partire
dalle citazioni
che, come sempre,
punteggiano la
nostra rivista.
Con i libri ho un rapporto
speciale: ne colleziono assai più di quanti ne
riesca a leggere. Un pensiero stupido mi viene
sempre in mente quando rifletto sulla morte. Penso
che morire mi impedirà di leggere o rileggere i
libri che amo o semplicemente mi incuriosiscono. A
parte altre considerazioni, il pensiero è stupido
perchè, posto che riesca a leggerne un tot, nel
frattempo usciranno nuovi libri mille e mille volte
quel tot. È una corsa senza fine, un inseguimento
impari. Il grande Massimo Troisi in un suo film non
a caso diceva più o meno: “Non leggo... Che ragione
c’è di leggere? Mentre leggo un libro, ne escono
altre migliaia...”
Comunque sia, resto schiavo di
questo maniacale rapporto con i libri. E leggerli
non mi basta. Sono oggetti di desiderio e di amore.
Sentirne il profumo, che bellezza. Toccarli.
Accarezzarli. Osservare con incanto i particolari di
alcune copertine. Riporli in libreria, riprenderli
in mano. Regalarli, mai prestarli... Metterci
dentro, come segnalibro, le foglie di una pianta.
Annotare qualcosa. Apporre la propria firma, la data
dell’acquisto come un primo segno di possesso. E
così via. E, a volte, tenerli lì, in un angolo,
guardarli, in attesa di lettura.
Cesare Lanza
(Da “Mister
No – Cesare giorno per giorno”,
2010
www.lamescolanza.com
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