INTRODUZIONE

PUPI AVATI. IL CINEMA? PER ME È UNA VITA PARALLELA
E SONO MOLTO GRATO A LAURA BETTI E UGO TOGNAZZI


Il grande regista racconta frammenti della sua vita e confida:
nella vita quotidiana, a fianco della realtà, vivo un’altra esistenza,
idealmente con la macchina da presa sempre in mano


 

Cesare Lanza*

 

Mi piacciono, da sempre, i film di Pupi Avati. Ma non avevo mai avuto occasione di incontrarlo. Un giorno – rivedendo in televisione un suo vecchio film – mi è venuta voglia di conoscerlo di persona, per una intervista. Gli ho scritto un biglietto e gli ho mandato un paio di copie dell’Attimo. Mi ha risposto, gentilmente, con una telefonata. Ed eccoci qua, nella sua bella casa nel centro di Roma.

Il tuo inizio è stato difficile – gli dico subito. – Ricordo di aver sostenuto, a cena con gli amici, molte discussioni: perchè non ti erano riconosciute quelle qualità che, a mio parere, ti spettavano. È così?

“Indubbiamente, ho incontrato all’inizio grandi difficoltà. Arrivai a Roma, da Bologna, con il peso di forti pregiudizi su di me. Parliamo della fine degli anni sessanta. Avevo fatto due film, a Bologna: commercialmente, zero! I titoli ti dicono tutto: uno si chiamava “Balsamus, l’uomo di Satana”... Bisogna ricordare che era una stagione particolare del cinema italiano, c’era una sorta di frattura con il pubblico, i registi proponevano linguaggi nuovi, difficili. Prevaleva, nel pubblico, la diffidenza. Un distributore mi spiegò con lucidità: se vuoi continuare in questo mestiere, dovresti cambiare nome.

Ormai si sa che hai firmato due flop, nessuno rischierà affidandoti lavoro. Ed era vero, vissi perciò un lungo periodo buio. Il problema è che il cinema è un mezzo di espressione non libero, che si misura di continuo col denaro: un braccio di ferro. È sempre stato così. Per tutti. E oggi è anche peggio: anzi, vedo che i registi giovani, i nuovi, si preoccupano del box office assai più di quanto ne fossimo intimoriti noi”.

E poi…? Di quali anni stiamo parlando?

“’71, ’72. La mia svolta arrivò grazie a Laura Betti, il mio Virgilio. Laura, che mi prese per mano e mi condusse attraverso l’inferno romano. Fu la nostra comune bolognesità a far scattare una scintilla di simpatia. Perciò, per questa comune radice, fui accolto benevolmente, con mia moglie, nel suo salotto. Un salotto famoso e importante: sia per come si mangiava, particolare per me non trascurabile all’epoca in considerazione delle mie difficoltà, sia perchè era frequentato da tutti quelli che contavano, nell’ambiente del cinema. Quel salotto ebbe una forte influenza, su di me.

Io sono molto plagiabile, mi accorgevo di ripetere spesso ciò che si era detto la sera prima, in quelle chiacchierate. Anche se appartenevo a una famiglia, in fondo, di radice cattolica, democristiana, tradizionale, mi accorgevo di essere un replicante, una specie di Zelig che si immedesimava, senza condividerlo, nel pensiero altrui!”.

La conversazione prende altri sviluppi, poi mi scuso per la divagazione e gli chiedo quale sia stato, per lui, il rapporto con i critici.

“I critici! Non hanno mai contato nulla, o comunque granché, per il destino di un film o di un regista. Progressivamente, con gli anni, sempre meno. All’epoca, quando arrivai alla scoperta di Roma, una recensione favorevole, che so, su “Paese sera” poteva ancora dare un po’ di sostegno a un film. Oggi, le recensioni non influiscono minimamente sul successo del film. Vado a leggere le recensioni dei miei film o di altri, con curiosità. Quanti pallini di gradimento, quanti asterischi abbiamo avuto? Tutto qui: una curiosità. Importanza delle recensioni, zero. Il film vale quanto incassa. Tragicamente, è così”.

E tu quanto vali, sotto il profilo degli incassi?

“I committenti, che siano Medusa o Rai Cinema, per fortuna si fidano di me. Ho fatto 42 o 43 film, neanche ricordo quanti, e la mia media di incassi è considerata affidabile. Sì, si fidano di me. Certo non per le recensioni, Non faccio cinepanettoni, non produco ricchezze, e mai incassi da sballo, ma so di poter contare su una certa fiducia”.

Hai una società di produzione, con tuo fratello Antonio.

“Una società che vive in perenne turbolenza. Dobbiamo sempre pagare qualche debito, contratto col film precedente. Di conseguenza ci è indispensabile la continuità, garantita dall’incarico per il film successivo. Una continua rincorsa dietro la serenità economica”.

Tuo fratello, l’amministratore, ti sorveglia e ti limita in qualche modo, o ti lascia fare, con le spese?

“Con mio fratello l’accordo è perfetto. Mi conosce bene e cerca di accontentarmi in tutto e per tutto. Ma vedi, facendo un film, la nostra credibilità è uguale al rispetto che abbiamo per il budget assegnatoci. Io sono molto attento ai confini imposti dal budget”.

Mi fai un esempio concreto?

“Semplice... Se tu scrivi un racconto e la tua immaginazione ti spinge a scrivere che duecentocinquanta cavalieri stanno scendendo dalle colline, puoi farlo senza problemi, no? Tranquillamente. Non ci sono limiti, per l’immaginazione. Duecentocinquanta cavalieri. E perchè non cinquecento? O mille? Io invece, se scrivo una storia da tramutare in film, penso a duecentocinquanta cavalieri e automaticamente mi fermo. È un riflesso condizionato. Facciamo cento, mi dico subito: se no, si spende troppo. Poi faccio qualche telefonata di sondaggio con la produzione e i cavalieri diventano cinquanta, o venti”.

Quanto costa, mediamente, un tuo film?

“Quattro milioni, quattro milioni e mezzo...”.

Difficoltà?

“Le difficoltà ci sono sempre. Ma io sto attento. Pensa, girerò il mio prossimo film, come ormai fanno quasi tutti, in digitale anziché in pellicola: costa meno. Per me, sarà la prima volta. Anche alla mia bella età, 72 anni, sono molto attento alle novità tecnologiche, che consentono di risparmiare. Finchè il cervello non si spegne, è bene seguire le novità, capire e utilizzare le opportunità. Peraltro i miei film sono intimisti, non ho bisogno di effetti speciali, di apporti fantastici. Non è nel dna del cinema italiano. Per i giovani è diverso: io ho tre figli, il più piccolo ha lavorato ad Avatar”.

 

Torniamo al fortunato incontro con Laura Betti.

“Ho per lei una gratitudine totale. Mi permise di conoscere tutti, ad esempio di scrivere con Pasolini il suo ultimo film. E Bernardo Bertolucci e Giovanni Bertolucci, il produttore. E Ugo Tognazzi, ch’era una star assoluta... Per la verità a Ugo arrivai attraverso un errore della moglie, uno scherzo felice del destino. La premessa: era molto difficile indurre Tognazzi a leggere un copione! Successe che un giorno Tognazzi era in procinto di partire per Parigi e disse alla moglie. “Mettimi in valigia quel copione... Non si sa mai, se ho tempo, lo leggo”.

Si riferiva a un copione scritto da Alberto Bevilacqua. Mentre io avevo lasciato a casa sua un mio copione destinato a Paolo Villaggio... ebbene, la moglie si sbagliò e in valigia mise il mio scritto”.

Era la fortuna, che finalmente aveva deciso di sorriderti...

“Non puoi immaginare quanto ne avessi bisogno! Era un periodo ancora molto duro. A farla breve, ero praticamente alla fame, telefoni tagliati, affitto non pagato... I soliti tormenti di quando non hai soldi a sufficienza per le spese indispensabili. E Tognazzi, grazie a quell’errore, aveva letto il mio copione! Mi telefonò da Parigi per dirmi che avremmo fatto il film, non credevo alle mie orecchie!”.

E con Pasolini come andò?

“Pasolini... Il rapporto tra registi e sceneggiatori spesso è difficile. Ma con lui ci si intendeva subito. E anche con lui ci fu una fortunata coincidenza. Pasolini da due anni aspettava di fare un film su San Paolo, con Marlon Brando. “Salò o le 120 giornate di Sodoma” era stato pensato per Sergio Citti, con Pasolini lo avevamo scritto per lui, doveva farlo lui. Poi, dopo due anni, mi venne l’idea, per sbloccare il doppio stallo – Pasolini che aspettava Marlon Brando e noi che non riuscivamo a chiudere il film con Citti -, di proporlo a Pier Paolo: “Perchè non lo fai tu?” E lui sembrava incerto, disse che aveva smarrito il copione...

Prontamente replicai: “Ma io ce l’ho, te lo porto oggi stesso! E così il progetto andò in porto. Debbo dire che fu il film più brutto di Pasolini, un film estremo, ispirato a De Sade e alla Repubblica di Salò, che provocò tante polemiche”.

Tognazzi?

“Ebbi all’inizio verso di lui un rapporto di quasi totale genuflessione. Era il ‘75, gli ero troppo grato per aver scelto il mio film e di avermi dato la possibilità di dirigerlo. Si chiamava “La mazurka del barone della santa e del fico fiorone” e gli lasciai fare, in pratica, tutto ciò che voleva. Insomma, anziché stop, alla fine delle riprese gli dicevo “Grazie!”. Molti anni dopo, nel 1986, il rapporto si rovesciò. Ugo si trovava in un periodo così così, e ingaggiandolo feci qualcosa di utile per lui come lui aveva fatto qualcosa di prezioso, decisivo, per me – più di dieci anni prima. Il film era “Ultimo minuto” e finalmente diressi Tognazzi, che si confermò un attore straordinario”.

Un altro aspetto significativo del tuo lavoro è la capacità di re-inventare personaggi diventati famosi per altre attività... Katia Ricciarelli, Neri Marcorè, ultimamente Christian De Sica.

“Alla base c’è qualche buona intuizione, ma soprattutto la volontà di non rassegnarsi alla pigrizia o alle abitudini, o peggio alle mode, la volontà di non chiamare gli attori famosi del momento, quelli baciati da improvvisa popolarità, e di non correre dietro i capricci di alcune star che pretendono di ripetere sempre la stessa routine artistica, lo stesso personaggio. Con la signora Ricciarelli, per “La seconda notte di nozze”, l’intuizione arrivò una sera a cena, con mio fratello e Nichetti.

Non conoscevo Katia. Eravamo un po’ bevuti e cominciammo a passare in rassegna tutte le attrici di una certa età, che corrispondevano al personaggio. A un certo momento ebbi un’illuminazione: la Ricciarelli! Noi tre fummo subito d’accordo, ma poi trovammo forti, comprensibili pregiudizi. Katia era stimata come soprano, come attrice era un’incognita. Nel cast c’erano attori importanti, Antonio Albanese, Neri Marcorè, Angela Luce – e il ruolo era difficile. Lei si comportò in maniera eccellente. Dopo due giorni di ambientamento, capì che l’unica strada sul set era l’umiltà, la disponibilità a imparare ciò che non sapeva. Ascoltare, imparare, essere spinti dalla paura di non farcela... Risultato eccellente, con la gratificazione per lei del Nastro d’argento, preferita rispetto ad attrici importanti. Oltre ai nomi che hai ricordato, aggiungiamo almeno quelli di Ezio Greggio e Diego Abatantuono, che abbiamo inventato al posto del cliché comico, in dialetto nel caso di Diego”.

Di Carlo Delle Piane, superlativo in “Regalo di Natale”, si dice che non abbia un carattere facile.

“Non è vero e comunque sfido io! Carlo arrivò al cinema da ragazzo: fu scelto come il bambino più brutto di Roma... Sono cose che vorranno pur dire qualcosa, nella crescita di un adolescente, cose che segnano, no? E poi sono convinto che i grandi attori vengano dalla sofferenza, diano il meglio quando sono in difficoltà”.

Qual è il rapporto che instauri con i tuoi attori? C’è qualche amicizia, qualche relazione più profonda, rispetto ad altre?

“No. Mai avuto un rapporto profondo che vada al di là del film. Sono storie d’amore che si aprono e si chiudono sul set. Poi a volte si riaprono. E si richiudono. Anche con quelli con cui ho frequentazioni più assidue, come con Abatantuono e Silvio Orlando. Forse perchè non frequento gli ambienti cinematografici. E, a metà di un film, comincio a pensare al successivo”.

E qual è il tuo rapporto con le donne, nella vita? Le personalità femminili, nei tuoi film, sono un mix di amore, odio, perfidia, ironia, sarcasmo, cinismo, pessimismo... Dev’essere complesso, nella vita, il tuo rapporto con l’altro sesso.

“Neanche tanto. In un mio film l’attrice, Tiziana Pini, chiede all’attore maschio: -Tu cosa provi, con le donne. E lui: “Paura!”. Ecco, io sono così. Le donne di oggi mi fanno paura. Per fortuna ho sposato la ragazza più bella di Bologna, Nicola, e viviamo insieme da più di quarant’anni. Un rapporto fondamentale, indistruttibile”.

E qual è, se c’è, il segreto?

“Litighiamo e discutiamo ogni giorno. I litigi e le discussioni sono un legame d’acciaio, in un matrimonio”.

E perchè hai paura delle donne di oggi?

“C’è un limite sociale, culturale. Come posso dirti? Il rapporto uomo-donna durante la mia giovinezza era del tutto diverso, rispetto a oggi. Mio nonno era un autentico super “macho”. E io, da ragazzo, vedevo, a tavola, la sua mano che si allungava puntualmente sotto la gonna delle ragazze, o forse sarebbe meglio dire femmine, che servivano – impassibili – a tavola. Questa era l’impostazione culturale, all’epoca.

Un altro esempio? Quando ero giovanissimo, succedeva che mia madre mi chiedesse di accompagnare a casa, in macchina, una sua amica... Erano donne di una certa età, insomma l’età di mia madre. Eppure questo incarico mi turbava! Mi chiedevo: qual è la cosa giusta da fare adesso, quale è l’aspettativa di questa signora? Cosa devo fare, ora, devo saltarle addosso? E se non le salto addosso, non penserà per caso che sono un omosessuale?”.

Ora, lo stato d’animo di esitazione e di paura si capisce meglio.

“Sono del tutto disorientato – conclude Pupi – di fronte a un certo tipo di donna di oggi, aggressiva, forte, quella che conduce i giochi e prende l’iniziativa. Ho scoperto le donne all’epoca di mio nonno che le palpeggiava, senza alcun dubbio e nessuna incertezza”.

Sto per accomiatarmi. È quasi ora di colazione, mi piacerebbe fermarmi ancora, ma non voglio apparire un intruso. Dico dunque ad Avati che lo intervisterei volentieri per giorni e giorni, visto il gran numero di potenziali spunti di conversazione, che si sono delineati e rimasti irrisolti, in questa occasione. Ma mi è rimasta almeno un’ultima curiosità da soddisfare.

Quali sono le tue relazioni, e le opinioni, con i colleghi registi?

“Non mi piace esprimere giudizi particolari. Che ognuno pensi al suo lavoro! E debbo dirti che vedo pochi film, ne ho visti a migliaia, sono un po’ stufo, e a mia volta faccio uno o due film all’anno, non ho neanche tanto tempo”.

Ci sarà però un tuo regista di riferimento, uno che abbia influito o comunque ti sia piaciuto in modo particolare.

“Questo, sì. Il “mio” regista l’avevo scoperto a metà degli anni sessanta in “Otto 1/2”... Naturalmente lui, Federico Fellini. Purtroppo, l’ho conosciuto quando era sul viale del tramonto. Oltre che mio conterraneo abitava qui all’angolo, in via Margutta. Mia mamma e Giulietta, Giulietta Masina, andavano spesso a fare la spesa insieme. Fellini era un genio, purtroppo quando l’ho frequentato era diventato un po’ malinconico, rancoroso verso chi lo sfuggiva dopo che per tanto tempo lui era stato il Maestro, un maestro irraggiungibile. Nonostante i disagi e i risentimenti, era sempre molto spiritoso. Per me, un modello, un riferimento”.

Sarà banale chiedertelo, ma... Cosa rappresenta il cinema, nella tua vita?

“È tutto. Pensa: mi capita spesso, per non dire sempre e di continuo, di vivere due vite parallele. Una è quella reale. L’altra è condizionata dalla mia immaginazione, come se da qualsiasi spunto dovessi trarne una storia o una scena per un film. Ad esempio, ieri in casa non funzionava la caldaia, mia moglie mi spiegava qualcosa, china verso i marchingegni elettronici, poi d’improvviso mi dice: “Ma tu sei distratto, non segui ciò che ti dico”. Era vero. Stavo pensando quale potesse essere il modo migliore di riprenderla, in quel momento, come se stessimo girando un film”.

Nota che sto sorridendo. E mi chiede perchè.

“Perchè è, esattamente, quel che capita a me e, soprattutto, ciò che chiedo in continuazione agli iscritti alla mia Accademia. Vivere, come hai detto tu, due vite parallele. Sovrapporre su ciò che è reale l’idea immediata e, appunto, parallela, di una fantasia o di una storia, quanto meno di una battuta, di un dialogo... Mi sembra una esercitazione utile, per inventare cose nuove e diverse”.

Acconsente.

Penso che sia preferibile una vocazione certa. Ma indubbiamente, per tutti, è un’ottima esercitazione, per imparare a immaginare.

 



*Dice di sé.
Cesare Lanza. Ha già pronte due lapidi, che gli piacciono molto, per quando sarà. Una è firmata da un’amica, Marina Poletti: “Era un uomo tutte case e famiglie”. L’altra, pensata da un ex allievo e poi amico, Massimo Donelli: “Da ragazzo si comportava come un adulto. Da adulto, come un ragazzo”. Gli mancheranno molto i cinque figli, che in vita ha trascurato, le due mogli, gli amori vissuti o anche semplicemente sognati, il poker, le scommesse, i libri... e anche le partite del Genoa, non importa se vincenti o perdenti. Tante cose, tanti affetti: perchè morire?










Milan Kundera

 

Si pubblicano libri con caratteri sempre più piccoli.
Immagino la fine della letteratura: a poco a poco, senza che nessuno se ne
accorga, i caratteri rimpiccioliranno fino a diventare completamente invisibili.

(Da “L'arte del romanzo”, 1986)











Leonardo Sciascia

 

Il nome di uno scrittore, il titolo di un libro, possono
a volte, e per alcuni, suonare come quello di una patria.

(Da “Porte aperte”, 1987)








 

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