AMARCORD
UNA CERTA IDEA DI NAPOLI
È barocco il gesto che mima
un entusiasmo inesistente, l’ammiccamento che sottintende un
rapporto tanto stretto quanto immaginario, il diniego
che maschera la confessione, la manifestazione
magniloquente di pietà che nasconde indifferenza (1)
Antonio Ghirelli*
Il barocco
Poco meno di due secoli fa, l’abate Galiani scrisse un
piccolo, incantevole saggio sulla maniera di attraversare
tutta Napoli, nelle ore più calde della nostra caldissima
estate, senza prendere il sole. È un’idea che può venire
soltanto a un napoletano non solo per l’assiduità del bel
tempo, ma soprattutto per la straordinaria dimestichezza che
ci lega alle strade, per la necessità e la vocazione che
abbiamo a consumarvi la più grande parte della nostra
giornata. Da ragazzo, appunto, io conquistai la nostra città
e la mia adolescenza passeggiando per le strade vecchie e
nuove di Napoli. Napoli, allora, aveva confini più netti,
contorni relativamente ristretti. A nordovest, che era poi
la mia direzione favorita, le case facevano presto a
diradarsi, cedevano al verde dei giardini e dei cespugli di
roccia, mi lasciavano solo con il panorama e con me stesso.
Avevo uno strano amico, a quel tempo: il fratello di
uno scrittore abbastanza celebre, un uomo già adulto e anzi
precocemente invecchiato in conseguenza di una malattia
nervosa che gli dava l’apparenza esteriore di un imbecille.
Imbecille, tuttavia, egli non era; e a me, anzi, si svelava
con ingenua fiducia in tutta la sua bontà ed umana
esperienza.
Ne ebbi paura in principio, quindi via via imparai a
conoscerlo e a volergli bene. Sapeva molte cose di mondi
lontani, quasi che dal celebre fratello avesse derivato la
passione dei viaggi e la conoscenza di quelle terre; mentre,
probabilmente, era solo dotato dell’intuito misterioso che
nasce dalla sofferenza e dalla solitudine.
Ricordo che dedicavamo i pomeriggi e le mattine
d’estate a lunghe escursioni verso Bagnoli, in una zona che
oggi è gremita di ville e di strade asfaltate, ma che allora
rassomigliava piuttosto a una contrada agreste, con tutto il
fascino che la campagna esercita su un ragazzo. A mano a
mano, però, che andavo crescendo e maturando l’amore per la
cultura, scoprii il centro della città, e, più avanti, il
suo cuore antico, le sue viscere greco-spagnole, la
struggente abiezione dei vicoli rigurgitanti di popolo.
Dal nord, quasi senza accorgermene, passai a sud,
seguendo il declino della mia famiglia. Tra il vico
d’Affitto, dove abitava mia madre, e Cariati, dove abitavano
i miei parenti più stretti, fino al vicolo delle Nocelle,
dove stava di casa un cugino che amavo più di un fratello,
si tese come una sorta di invisibile e immenso triangolo,
entro il quale conobbi da vicino la vita, la vita napoletana
di quegli anni, in tutta la sua spietata verità.
Ero troppo povero, fortunatamente, perfino per
prendere il tram – che dominava ancora, sferragliando ogni
altro mezzo di trasporto – così camminavo senza sosta, senza
fatica, un poco assorto (secondo una dolce abitudine) nella
lettura di un libro, un poco attratto e stordito dal film
della strada.
Ricordo certe sere settembrine in cui percorrevo il
corso Vittorio Emanuele, sbirciando alla luce dei lampioni
nei volumi splendidi che un mio zio assai curioso mi veniva
dando in prestito: tutto Dumas, molto Zevaco, tante
biografie di Napoleone, dei Verne, dei Salgari.
Storia e
fantasia mi rimescolavano il sangue: passavo dinanzi alla
funicolare di Montesanto, alle “pedamentine” di San Martino,
all’Ospedale militare; sbucavo, trasognato, dinanzi al
convento di San Pasquale, sul parapetto di pietra che domina
i quartieri centrali della città, il porto, il Palazzo
reale; scivolavo che era già notte, sotto la rampa di
Sant’Orsola, il Magistero dal quale sarebbe uscita la
ragazza che dovevo sposare, dieci anni più tardi.
Le mattine d’estate, quando non
c’era scuola, andavo volentieri a fare la spesa per mia
madre. Ricordo il mercato rumoroso e allegro di Sant’Anna di
Palazzo, lo stesso posto nel quale avevo frequentato la mia
prima scuola, l’asilo Principessa Mafalda. Dinanzi alla
chiesa protestante, si accendeva la furia verde-rosso-gialla
delle “sporte” di verdura e di frutta, si alzava il
tumultuoso clamore delle grida, il fitto cicaleccio delle
contrattazioni. Di fronte alla chiesa, si aprivano
inverosimili botteghe di pasta fresca, di salumi,
mozzarelle, scatolame, pizze, dolciumi, uova, carni, polli.
Conoscevo tutti i bar del
quartiere, dove spesso la mamma mi mandava a prendere il
caffè, nelle prime ore del giorno, la caffettiera napoletana
ricoperta da un sottile foglio di carta, i pochi soldi di
bronzo in pugno, occhi e orecchie perduti nel frastuono. E
imparai a conoscere, piano piano, le edicole alle quali mia
madre mi mandava a chiedere una razione quotidiana di sogni,
di illusioni, di irresistibile passione per i giornali.
Napoli mi dava un grande
conforto, avvolgendomi nella sua beffarda comprensione,
ammiccandomi dai marciapiedi e dai balconi, spingendomi a
naufragare nel suo abbraccio indulgente, accettandomi come
uno dei suoi innumerevoli figli sventurati. A me erano
particolarmente care le strade verso Port’Alba o verso la
posta, in cui andavo a vendermi i libri; tra Costantinopoli
o Foria, girovagavo a lungo, anche dopo essermi sbarazzato
della mia merce, sottraendo una piccola parte dei guadagni
per procurarmi i piccoli piaceri dei napoletani poveri di
allora: un cartoccio di fichi secchi, un pugno di datteri,
le lunghe trecce di liquirizia, o le pizze all’olio, e le
metà, i quarti di pizza fritta. Per quanto fossi spinto
sempre più a sud, sempre più lontano dalla Napoli moderna,
ero di nuovo felice, mi riconoscevo – anzi, riconoscevo il
meglio di me stesso – nella zona intorno a Spaccanapoli.
Non che sospettassi, allora,
l’esistenza di Benedetto Croce, né che conoscessi punto per
punto le vicende dei reami normanni, aragonesi, borbonici:
ma dalle vecchie librerie passai, gradualmente, alle vecchie
chiese, al bugnato del Gesù, al chiostro di Santa Chiara,
all’obelisco di San Domenico Maggiore. Mi addentrai nella
città greca; nel budello dei tribunali; nell’inferno di
Forcella. A via del Duomo giunsi più tardi, quando facevo
lezione al figlio di Libero Bovio, Alduccio, che viveva al
quarto o al quinto piano di un antico palazzo. Doveva
passare molto tempo prima che intendessi,
retrospettivamente, la grandezza di altre vie napoletane, le
più celebri, le più importanti.
Via Caracciolo, per esempio, mi
pareva banale come una canzonetta quando la percorrevo nelle
mattinate della domenica, azzimato il meglio che potevo, già
a caccia di un sorriso, di un’occhiata, di un ritmo
femminile scandito da anche e caviglie; o, ansioso, come
capita sempre a noi napoletani, di incontrare quei due o tre
amici con cui organizzare la passeggiata secondo un’armonia
di parole, di allusioni, di fitti argomenti polemici, fino a
ora assai tarda.
Mi parevano banali lo scintillio
di sole sul lungo nastro d’asfalto, o i giochi che il sole
faceva sull’acqua, tra le undici e mezzogiorno, quando
scendevamo dall’Umberto – per l’intervallo del liceo –
turgidi di vita come i “mascoloni” della poesia di Alfonso
Gatto. Mi parevano banali le sere dell’adolescenza in cui,
di colpo, mi prendeva l’angoscia chiusa dei vicoli, e
correvo verso la grande strada marina, per misurarla in
piena solitudine con i miei pensieri, le angosce del
presente, le speranze nel futuro.
Nella memoria, naturalmente, via
Caracciolo si è decantata come una splendida veranda
sull’azzurro di quegli anni; e avverto con l’aggressività di
una presenza fisica il profumo delle alghe, il puzzo degli
scogli e delle fogne, la carezza del vento.
Toledo, invece, la amai subito
anche se capisco soltanto adesso come quella strada così
nostra vivesse in quegli anni la sua magnifica agonia, fosse
già condannata, consumata – come un personaggio della
Montagna incantata – dalla malattia che non perdona. Toledo
di giorno: la conobbi ancora prima dello sventramento dei
Guantai, vi incontrai la folla pigra dello “struscio”
pasquale e quella asfissiante, pazza, della festa di
Piedigrotta, una fiumana di popolo minuto che dai quartieri
di Materdei o di Foria si avviava a Mergellina, in sacrilego
pellegrinaggio.
La terza via importante di
Napoli, la più importante forse, la salita di Poggioreale,
la incontrai per mia fortuna soltanto dopo la guerra. Non
posso dirne, allora, nulla di mio, di vero, per quanto
riguarda quegli anni. La sola persona di famiglia che ci
morì, mia nonna, era già sepolta nella cappella con lo
stemma, quando tornammo da Milano. Non mi portavamo mai al
cimitero, ritenendomi giustamente troppo piccolo per non
esserne ferito a morte, senza intendere la sovraumana
dolcezza dei marmi e dei viali alberati. So solo che quella
notizia la udii a metà, dietro la porta della stanza da
letto in cui mio padre e mia madre si erano chiusi per
piangere. Molto più tardi, mamma mi fece leggere i versi di
Rocco Galdieri sulla via della morte; e furono le sue parole
a farmi capire, per la prima volta, che cosa sia la morte
per noi napoletani: “Me ne vogl’i, cantine cantine, / pé
copp’ ‘o Campo, a Puceriale. / Voglio campà co’ ‘e muorte pè
vicine... / Ca nun sanno fa male”.
Anni dopo, anche se fisicamente
abitavo in un’altra città e avevo un’altra occupazione, dove
realizzare il mio presente e il mio futuro, mentalmente
tornavo a Napoli, aggirandomi tra i libri e i monumenti, i
documenti e le rovine, le voci e le mura, come un visitatore
straniero che, per sublime prodigio, si riconosca nei luoghi
che credeva di indagare fuggevolmente. E poiché Napoli non è
soltanto una città, ma un’idea, un’immagine, uno spirito che
corre per il mondo, quel mio viaggio continuava dovunque
andassi per necessità o per piacere, qualunque incontro
facessi, a qualunque spettacolo assistessi, nei poveri
quartieri degli emigrati o nei grandi alberghi, a teatro o
in treno, in una redazione di un giornale o in uno stadio,
tra le pagine di un romanzo o le note di una canzone.
Così frugando, così studiando e
rievocando ed elaborando e scrivendo, miracolosamente
ricostruivo dentro di me ogni parte del mio dialetto, del
mio carattere, della mia biografia, fortunato architetto che
si trova ad utilizzare materiali indistruttibili quali il
tempo, i fatti, le gesta, le sconfitte, le epidemie, le alte
speranze e le immani disfatte di un popolo grande. Perciò,
forse, in tutti i vicoli e le piazze di Napoli, in tutti i
quartieri e bassi, le colline e le fogne, in tutti i
lupanari e le chiese della città, non c’è un suo figlio che
possa capirla meglio di me o almeno quanto i pittori che
l’hanno dipinta o i poeti che l’hanno cantata. Ogni fontana,
ogni pietra appartiene esattamente alla stessa dimensione,
astratta e realissima, in cui ho trovato scampo io e non già
per fuggire dall’esistenza quotidiana, che sarebbe
un’imperdonabile debolezza, impossibile per un figlio del
golfo, ma per sommozzare nel profondo, come il ragazzo di
Ferito a morte senza maschera né pinne, senza
respiratore né precauzioni, senza la smania di tornare in
superficie.
Nessuno meglio di noi può sapere
che questo Seicento impastato di futuro, queste visioni
fantastiche calate nel cemento e nel legno, racchiudono
un’angoscia che è limpida e festosa come la più pazza
felicità. Didone corre incontro a Enea e, nell’attimo in cui
l’eroe fa per stringerla tra le braccia, si dissolve;
certamente; ma altrettanto certamente la nostra Didone
ricompare ogni giorno, ogni ora, guizza in un grido o in un
colore, s’avventa come la tramontana da una scalinata o
imbianca come il libeccio sul filo dell’onda, ci scalda e ci
schernisce, ci fa delirare e ci placa. Si canta o si dipinge
Napoli com’è, cioè come non si può vedere; com’era, cioè
come sarà sempre, anche se tutti gli eserciti del mondo le
camminano addosso, anche se tutti gli speculatori della
terra la saccheggiano e tutti i vandali la violentano. Si
canta o dipinge la città come la si ricorda, come la si
sente nelle proprie carni, come la modellava don Salvatore,
come la urlava rauco Viviani, come la mimava Totò, come la
recitava Eduardo, con la sua voce fioca e altissima.
Questa Napoli la amo perché, come
mia madre, riposa nel sole di un cimitero ed esce con me nel
fragore della realtà. La capisco perché è indeterminata,
confusa, velata come le cose che vorremmo ancora dire al
mondo, che dicemmo al mondo per secoli e che ostinatamente
riusciremo ancora a dire, chissà fino a quando. Il barocco,
per esempio: ora mi accorgo di averlo sempre adorato,
proprio nella misura in cui lo odiavo. Il nostro barocco,
questa fuga di volute, di colonne, di riccioli, di pensieri;
questa spaventosa esagerazione di immagini e di
immaginazioni, siamo noi. Tutto il male, tutto il bene che
si può dire della nostra città è consegnato al secolo del
barocco. I Vicerè, la grande peste, la rivolta di
Masaniello, l’accademia degli Investiganti: siamo tutti lì,
tutti schiacciati nelle nostre deliranti contraddizioni,
esaltati dalle nostre virtù, eccitati dalla nostra vitalità,
sbigottiti dalle nostre sciagure; galvanizzati dai nostri
primati e, contemporaneamente, depressi dallo scialo che
abbiamo fatto, dall’imprevidenza con cui li abbiamo bruciati
e compromessi.
Il barocco è l’eloquenza alata e
capziosa dell’avvocato, la sepolcrale sapienza del giudice,
la conciliante bonarietà del patrizio, il rassegnato e
beffardo servilismo del popolano. È barocco il gesto che
mima un entusiasmo inesistente, l’ammiccamento che
sottintende un rapporto tanto stretto quanto immaginario, il
diniego che maschera la confessione, la manifestazione
magniloquente di pietà che nasconde indifferenza. È barocco
il dolore gridato, la finta partecipazione, la presunta
solidarietà, la bugia sostenuta da uno smagliante sorriso,
il sorriso velato da lagrime struggenti. È barocca l’avidità
del banchetto che segue i funerali e l’ansia che accompagna
ogni istante napoletano di felicità; barocca l’incredulità
nella fortuna, la fede dichiarata nella scaramanzia e nella
jettatura, dentro cui si cela l’amara convinzione che il
destino non può essere mai cambiato in meglio.
È barocco l’amore che dichiariamo
alla nostra donna, il sospiro in più, il giuramento in più,
la serenata in più, l’importanza eccessiva che diamo
all’amore, l’amore sviscerato che nutriamo per l’amore
indipendentemente dal suo oggetto. È barocco il
compiacimento che abbiamo per la nostra sventura, per la
nostra intelligenza, per la nostra miseria, per la nostra
città, per la nostra napoletanità. È barocca la nostra
smania di giocare con le parole, di sacrificare un amico o
un impegno a una sferzante combinazione di parole. Le parole
sono le nostre bolle di sapone, il nostro miraggio, la
nostra fata morgana, la nostra consolazione, la nostra
dannazione. È barocco il nostro bisogno di guardare sempre
dentro noi stessi, di scrutarci avidamente, di giudicarci
senza pudore e senza pietà, di sentirci sempre in primo
piano e di ritrarci sempre dietro le quinte, sempre alla
ribalta e sempre confusi nella folla, sempre sotto il fuoco
dei riflettori e sempre ricacciati nell’ombra. Ed è,
soprattutto, barocco il nostro rifiuto di scegliere tra
sogno e realtà, tra necessario e impossibile. L’ofanità,
l’epidemia, la rivolta, la scienza: il male oggettivo ed il
bene soggettivo, la volontà e la rassegnazione sono ancora
barocco. È barocca l’immagine, perché è barocca la realtà.
Qui sta il paradosso: la nostra
realtà è immaginaria, i nostri sogni sono concreti, i
giardini sono deserti e gremiti di gente, le fontane sono
aride e grondano acqua, le pietre sono ammuffite e splendono
di storia. Il Seicento sta dentro di noi, ci sbatte da
Castelcapuano al Mercato, ci parla in latino e ci urla in
dialetto, ci gonfia di broccati e ci copre di stracci, fa di
ciascuno di noi un morto di fame, un Masaniello e un grande
di Spagna, come il duca di Osuna, ci colma di dolcezza e ci
stranisce di sberleffi. È un fatto tonale, una pura
atmosfera e insieme un impasto carico di colori, di suoni,
di rumori, di salse, di protuberanze, di cavità, di gobbe,
di seni, di occhiaie, di bocche spalancate, di mani levate,
di corpi stecchiti e guizzanti.
C’è un personaggio del nostro
tardo barocco che sembra simboleggiare nel nome, nella vita,
nelle opere tutto questo ed è il principe di Sansevero. La
figura di questo nobile scienziato, alchimista, mago ci
aleggia intorno senza che nessuno di noi se ne renda conto.
“Il Principe per antonomasia” scrisse Benedetto Croce “che
cosa altro è in Napoli, per il popolino delle strade che
attorniano la Cappella dei Sangro, ricolma di barocche e
stupefacenti opere d’arte, se non l’incarnazione napoletana
del dott. Faust o del mago salernitano Pietro Barliario, che
ha fatto il patto con il diavolo, ed è divenuto un quasi
diavolo esso stesso, per padroneggiare i più riposti segreti
della natura o compiere cose che sforzano le leggi della
natura?
Ricordàti i delitti e i capricci
di Sansevero, don Benedetto passava a raccontarne i prodigi
meravigliosissimi, napoletanissimi, barocchissimi: “Tesseva
senza ordigni stoffe mai viste; con le mani riduceva in
polvere marmi e metalli; entrava in mare con la sua carrozza
e i suoi cavalli, e vi scorreva sulla superficie come sulla
terra, senza bagnare le ruote. Quando sentì non lontana la
morte, provvide a risorgere, e da uno schiavo moro si lasciò
tagliare a pezzi e bene adattare in una cassa, donde sarebbe
balzato fuori vivo e sano a tempo prefisso; senonché la
famiglia, che egli aveva procurato di tenere all’oscuro di
tutto, cercò la cassa, la scoperchiò prima del tempo, mentre
i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura, e
il principe, come risvegliato nel sonno fece per sollevarsi,
ma ricadde subito, gettando un urlo di dannato”.
In questa incredibile scena c’è
tutto il nostro presente, tutta la nostra nostalgia per il
grande secolo, tutta la fede nel macabro e nel ridicolo.
Sansevero potrebbe essere Cagliostro, ma anche Eduardo De
Filippo e Totò, e i suoi sacrileghi familiari che cosa sono:
una compagnia di guitti, una folla di megere, un senato di
stoici? Il confine tra ragione e pazzia, sulle rive del
golfo, non fu mai tracciato rigorosamente. Come stupirsi
che, nel cuore del Duemila, un pittore o un poeta sia
tentato a tornare ai giardini, alle fontane, alle pietre
della lontanissima città dove vide la luce, pochi anni dopo
l’esplosione del barocco, don Raimondo di Sangro? “Le
vecchie leggende” dice sempre Croce in quella pagina
indimenticabile “rapidamente tramontano nelltrasformazione
edilizia e sociale di Napoli, e le nuove non nascono o
piuttosto noi non ce ne avvediamo, e se ne avvedranno i
nostri posteri, quando raccoglieranno qualche frammento del
nostro presente sentire e immaginare, reso viepiù fantastico
dalle esagerazioni tradizionali, circondato dal fascino
dell’antico e del vecchio, e fissato sopra taluna delle
nostre ora tanto vilipese architetture e sculture. E coloro
che questo tempo chiameranno antico, lo chiameranno forse
anche il buon vecchio tempo”.
Già,
il buon tempo antico, il passato. Napoli come memoria: cioè,
come la sola realtà, che, alla lunga, conti.
1) Pubblichiamo per gentile
concessione dell’autore uno stralcio da “Una certa idea
di Napoli – Storia e carattere di una città (e dei suoi
abitanti)”, di Antonio Ghirelli, Mondadori 2010.
Pubblicazione riservata.
*Dice di sé.
Antonio Ghirelli. È un tipo che a dieci anni ha deciso che
avrebbe fatto il direttore di giornale ed è riuscito a
dirigerne cinque. E aggiunge: “Non avrei saputo fare
nient’altro”.
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