AMARCORD

E CHE SARÀ MAI?


In occasione dei trent’anni di televisione, l’acuto mattatore televisivo ha pubblicato un sorta di autobiografia nella quale ripercorre con ironia alcuni momenti salienti della sua vita e della sua
carriera: dal rapporto con i figli a quello con gli ospiti del suo show, senza dimenticare i tanti personaggi conosciuti (1)


 

Maurizio Costanzo

 

I figli

Andiamo in ordine di età. Camilla è la mia copia caratteriale, uguale a me nella vita come nel lavoro. Quando aveva tre anni già vedevo in lei i miei difetti. Ci litigavo come se ne avesse trenta. Ha patito molto la mia separazione da sua madre. Lo ha manifestato in vari modi, ma soprattutto prendendo le distanze da me. E considerando le mie compagne che via via si avvicendavano delle mentecatte, delle povere donne. Una volta mi azzardai a dirle qualcosa, a darle dei consigli sul suo fidanzato di allora. Mi guardò ostile e mi disse: “Parli proprio tu?”.

Negli ultimi anni abbiamo cercato di parlare di più, di confidarci, di stare più vicini. Ho ricevuto una sua mail molto bella nella quale si è lasciata andare a una confessione tenera, che mi ha riempito di gioia. Mi ha scritto che Saverio ha più l’indole di mamma, che io e lei siamo uguali e cha ha finalmente capito che si diverte solo quando lavora. La mia copia caratteriale, l’ho già detto. Confesso che questa lettera è stata come un’assoluzione liberatoria per me. Mi commuovo ancora da morire quando ci penso o ne parlo con lei. Ogni tanto, magari quando mi sento un po’ giù, corro a rileggermela.

Un giorno Saverio mi vuol vedere e mi dice: “Non ce la faccio più a stare al Mamiani”. Non si prendeva con alcuni insegnanti. Me lo disse con le lacrime agli occhi. Finisce al Nazareno, un altro liceo della Capitale. Preso il diploma si iscrive a Sociologia, assolve gli esami regolari negli anni prescritti e comincio a vedere in lui il cambiamento, la maturazione. Si dava da fare: conduzioni radiofoniche, sceneggiature per telefilm RAI, senza mai chiedermi nulla. Un giorno mi dice a bruciapelo: “Lasciami andare a Brooklyn, vorrei fare la tesi usando la telecamera digitale e filmando i nuovi emigranti italoamericani. Mi ci mandi?”. “Ti ci mando a patto che tu non faccia una vita grama”. È andato, si è piazzato in un bar di Brooklyn, ha conquistato la fiducia di tutti, impresa certo non facile, e se ne è tornato a casa con un documentario in sessanta episodi tutto girato da lui. Io ero morto di ansia perché temevo la violenza di Brooklyn. Il giorno in cui ha discusso la tesi ero lì. Ricevo i complimenti di Alberto Abruzzese che mi prende da parte e mi fa: “Tuo figlio ha fatto una tesi da perdere la testa”. Dopo due giorni Rai Net acquista il filmato per una sessantina di milioni di lire. Io non capisco. Mi si apre un mondo.

Lui dopo un po’ mi annuncia: “Voglio fare una cosa al Policlinico di Roma”. E si inventa un altro documentario meraviglioso. Conosce una persona che lavora lì, e grazie a lei riesce ad entrare nell’astanteria del Policlinico Umberto I. Si veste con l’abito verde da paramedico, sta sempre nel gruppo, va a letto con un’infermiera, diventa insomma uno di loro. Ne viene fuori Sala Rossa, quattro puntate, una sorta di diario-verità. Quando me le ha fatte vedere, quasi non credevo ai miei occhi. Gli dico: “Tu hai inventato un modo nuovo di fare cinema”. Prendo subito una decisione, quella di non togliergli nemmeno uno spicchio di luce. Basti dire che io voto sia ai Nastri d’Argento che ai David, ma per discrezione e rispetto del lavoro di Saverio non mi sono presentato, non ho votato anche se li ha vinti ambedue. Mi sono limitato a una sola dichiarazione: “Sono felice”. “Come lo vive?” mi è stato anche chiesto. “Mi sento come un autore di varietà che si ritrova un figlio genio” ho ammesso. Escono articoli anche sulla stampa internazionale e lui comincia a girare il mondo. Siccome a Brooklyn aveva imparato bene l’inglese, partecipa persino a dei talk show americani, e a un italiano che gli chiede: “Ma non conta niente il DNA?”. Lui risponde: “Conta, eccome se conta”.

Galimberti e la solitudine

Alla fine di dicembre ho registrato un Diario speciale sul tema del circo mediatico televisivo. Lo spunto era una mia lunga intervista ad Anna Maria Franzoni. In studio con me, a conversare, Umberto Galimberti, filosofo e amico di vecchia data. La puntata è andata benissimo. Un milione e 800 mila spettatori di media, con il 17,41% di share, ragionando da Vermicino a Cogne. Dopo pochi giorni mi arriva da Venezia l’ultimo libro di Galimberti, La casa di Psiche, con tanto di dedica: “Caro Maurizio, ti ho visto molto triste, mi dispiace perché ti voglio bene”.

Perché mi ha scritto questo? Lo sguardo intelligente dell’altro conta. Ti costringe a fermarti e a interrogarti. Non l’ho chiamato. Ho riletto la dedica con Maria, ci abbiamo riflettuto insieme. Torna il discorso di sempre: la solitudine. Forse quando passano gli anni, a torto o a ragione, ti senti più fragile. Poi ci sono le feste comandate che acuiscono tutto. Poi c’è che ho lavorato molto. Quando va via l’adrenalina sono cavoli. Il down è matematico, terribile. Era la prima volta dopo anni che sospendevo il lavoro d’inverno. Ma insomma, Galimberti aveva colto in quei pochi minuti una cosa intima che mi riguardava. Che cosa ha colto di inedito nel mio sguardo, nelle mie parole? Perché ha parlato di tristezza? C’è una tristezza speciale che non somiglia a quella di tutti i giorni?

Politica e tv

Mi ritorna alla mente una puntata del Costanzo Show con Francesco Saverio Borrelli e Claudio Martelli. “Le dispiace se parlo un attimo con il ministro?”, mi fece Borrelli. Li vidi confabulare dietro le quinte del Parioli, avendo la netta impressione che Borrelli gli stesse facendo una cazziata o una lezione.

Irene Pivetti ricoprì all’età di 31 anni la terza carica dello Stato. Roba da far tremare i polsi ai politici più navigati. In quei giorni, eravamo nel 1994, mi cercò Renato Farina, allora portavoce della Pivetti, oggi vice direttore di “Libero” con Vittorio Feltri. Ci vedemmo a cena a casa mia, mi propose di occuparmi dell’immagine della Camera e io accettai. Un incarico difficile, ma non pretesi una lira. Uscì la notizia sui giornali e cominciai a preoccuparmi perché mi arrivavano decine di telefonate di uomini che si dichiaravano letteralmente pazzi della Pivetti.

La Presidentessa con il foulard annodato tipo boa constrictor, il tailleur castigato, la voce roca e l’occhio carico di devozione piaceva da morire agli uomini, gli andava a “sangue”. Naturalmente nessuno osava dichiararsi. Feci incontrare la Pivetti con Letizia Moratti e Fedele Confalonieri, per crearle i primi contatti e rapporti. Irene è una donna intelligente e ha molte anime. L’unica volta che andai con lei a Porta a porta, erano ospiti anche gli alpini, aitanti giovanotti con la piuma al vento. Colsi uno sguardo dell’allora presidente della Camera rivolto a uno di questi militari. Era uno sguardo molto femminile, evaso per un istante dalla divisa di contenzione. Poi, abbandonato il mondo della politica, si è data alle mutazioni, senza più freni: dal look, agli abiti, alle scarpe, frequentando anche il dark e il fetish. Lei sa fare la televisione, è una giornalista professionista, caparbia, informata e ha i tempi giusti. Ma ora non è facile nemmeno per lei: in televisione è un periodo duro per tutti.

Ho avuto scarsissimi rapporti con Craxi, l’ho visto quattro volte in tutto. La prima volta me lo fece incontrare Giuliano Ferrara. Avevo voluto conoscerlo, Ferrara. Mi ero invaghito della sua testa. Giuliano mi lusingò: “Posso chiedere un consiglio alla persona che credo sappia di più di televisione in Italia?”. Dopo essersi già brillantemente esibito in qualche puntata del Costanzo Show, stava preparando un programma su Rai Due. Gli dissi che mi sarebbe piaciuto incontrare Bettino Craxi. Nel giro di tre giorni mi fissò un appuntamento. All’epoca mi sentivo spesso con Silvio Berlusconi. Trattandosi del mio editore, la trovavo una cosa naturale. Al momento di annunciargli la visita di Craxi, Berlusconi, non ho mai capito il perché, si preoccupò, tanto è vero che mi telefonò durante l’incontro.

Craxi mi fece nell’occasione domande molto acute. Pertinenti. Del tipo: “Come fai ogni giorno a trovare tutte quelle persone per riempire il Parioli?”. Oppure: “Come gestisci la composizione degli ospiti?”. Un’altra volta, l’ultima, lo incontrai all’Hotel Raphael. Parlammo di politica, gli feci alcune domande e ne uscii perplesso. Mi resi conto che le persone che dovevano sapere non sapevano. Era lui, a voce alta, che si poneva le stesse domande (sugli schieramenti, su cosa ne pensasse la gente, sul futuro dell’Italia), che avrei potuto farmi io, uomo della strada. E invece s’interrogava lui, forse con l’intenzione di lusingarmi. Craxi era un uomo molto intelligente ed è stato ingiusto costringerlo a rimanere in Tunisia quando si è ammalato, operato da un’équipe militare. Poteva essere curato meglio.

Il cielo in una stanza, un orgasmo

Sono amico, anche se ci siamo frequentati poco, di Gino Paoli. È un uomo che ha attraversato la vita, i sentimenti e il dolore in maniera gagliarda. Con lui ho parlato e discusso spesso di amore e di donne. “Io non mi sono mai innamorato. Forse si, una volta, mi sono innamorato di Stefania Sandrelli all’inizio della nostra storia”, mi raccontava Gino. E io: “Ti capisco, Stefania era un tale concentrato di seduzione”. Poi, lasciando cadere un attimo di lirismo, ha ammesso: “Il problema è che siamo andati avanti ed è tutto finito”. Il matrimonio, la convivenza, per restare insieme devono poter contare sull’amicizia, sulla stima, sul rispetto, sulla complicità, non sull’amore. Non basta l’amore, non dura l’amore. L’amore è passione. La passione è parente all’odio, brucia, dura quello che può durare. Non può prevedere la continuità, la gabbia di quattro camere e cucina. Su questo concetto io e Gino eravamo d’accordo.

Lui è, come si sa, un grande autore di canzoni d’amore. Come tutti i cinici è un vero sentimentale. Mi ricordava che quando si era messo in testa di raccontare in qualche modo l’orgasmo alla fine aveva scritto Il cielo in una stanza. Che, infatti, è, al di là del successo popolare, un bellissimo orgasmo e anche una splendida canzone d’amore, più attuale che mai. Gino è uno che conosce davvero la passione, in tutte le sue forme, amorosa, sessuale, civile. Un uomo generoso sotto la sfinge del disincanto. Io e lui, in fondo, proponiamo solo di non esagerare con le svenevolezze, di non sprecare frasi del cavolo come “Oh amore mio”. Stima sì, rispetto sì, affetto sì, temperature alte anche, ma per favore non diamocela a bere.

Di Funari ci si ricorda

Piero Chiambretti è diverso dagli altri, dice meravigliose cattiverie. Anche Fiorello è diverso. Una volta il grande Vittorio Caprioli voleva fare con me un programma, Il dotto e l’ignorante. Si trattava di questo. Lui diceva delle cose, filosofeggiava, io intanto dovevo grattarmi i genitali, il naso, qualunque cosa. Non si è mai fatto, forse non ha mai avuto il coraggio di proporlo, ma era bella l’idea della doppia faccia, l’una che discendeva dall’altra. Chiambretti mi diverte perché restituisce la cattiveria longanesiana e la ferocia nel dire le cose con un sorriso. Luciana Littizzetto è la sua versione al femminile. Un’altra piccoletta sulfurea, bravissima.

Gianfranco Funari è stato molto carino a venire da me, nonostante non stesse troppo bene. Lui è un talento naturale, un grandissimo talento, ha inventato un certo modo di fare la televisione. Ogni tanto il temperamento lo porta a esagerare e diventa incontrollabile. Ma sono quelli come lui di cui poi ti ricordi a distanza di anni. Tutti gli altri, parafrasando Shakespeare, si agitano, strepitano, fanno rumore, ma di loro non resta nulla.

Cardarelli, il più grande poeta morente

Mi ha inorgoglito il fatto di essere stato coinvolto in un premio dedicato a Vincenzo Cardarelli. Dalla finestra del mio ufficio, quando ero un giovane redattore alla Mondadori, spiavo dalla finestra il poeta seduto al caffé Strega di via Veneto con i suoi amici. Indossava, anche in estate, per via di non so quale malattia, un cappottone pesante. Aveva la sua corte fissa, gente come Ennio Flaiano, Ercole Patti, Sandro De Feo. Di sé diceva: “Sono il più grande poeta morente”. Una volta gli passò accanto una ragazza bellissima e lui commentò: “Speriamo almeno che puzzi”. Erano uomini intelligenti e perfidi.

1) Pubblichiamo per concessione dell’autore uno stralcio da E che sarà mai, di Maurizio Costanzo, Mondadori 2006. Riproduzione riservata.


 

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