AMARCORD

UNA SERA A MALIBU, C’ERA ANCHE MARAI


Le braci è un meraviglioso libro sulla memoria. Parla di sogni svaniti all’alba della
maturità piena per fare spazio a silenzi carichi di malinconia o a discorsi vuoti di gioia.
Avevo vent’anni e non sapevo neanche chi fosse il grande scrittore ungherese...


 

Massimo Cotto*

 

Sembrava di essere in un film, nel bene e nel male. Eri in una casa qualunque di quell’America che avevi sempre sognato, e all’improvviso arrivava qualcuno che non conoscevi o non riconoscevi. Poi scoprivi che quell’uomo che aveva parlato poco o nulla, che aveva cercato invano di nascondersi dietro i discorsi degli altri come un gigante dietro a un filo d’erba, era una parte di storia, un capitolo del nostro libro preferito.

In quegli anni Ottanta, molto accadeva, anche se noi innamorati del rock giocavamo a tirare su il naso in segno di disprezzo. I Cinquanta dei pionieri, i Sessanta del Grande Sogno, i Settanta della sperimentazione e della rabbia punk. Che cos’erano gli Ottanta? Niente di più di una nuvola bassa. Oggi, mi ritrovo a fare memoria con incontri importanti, spesso casuali. Giri di danza di musica e letteratura, poesia e dannazione.

Come quella sera, a casa di Lenny Kaye, grande chitarrista di Patti Smith e maestro di pensiero. Verso mezzanotte, avevano suonato alla porta. La moglie di Lenny era andata ad aprire, per far entrare un uomo alto e bellissimo, ma con gli occhi accesi tipici di chi si nutre di eroina. Rimase con noi, senza parlare, per alcuni minuti. Cinque, forse dieci, ma che sembrarono un’eternità. Non una parola. Solo braci negli occhi. Poi si alzò e tornò nella notte.

Era Jim Carroll, poeta e scrittore (imperdibile The Basketball Diaries, pubblicato da Frassinelli con il titolo Jim entra nel campo di basket), nonché musicista (da avere assolutamente il primo disco, Catholic Boy). La sua storia è stata raccontata nel film di Scott Kalvert Di ritorno dal nulla, con Leonardo Di Caprio nelle sue vesti maledette. Fu quella l’ultima volta in cui si vide in giro a New York. Partì per San Francisco, per disintossicarsi. Tornò pulito, ma la magia era sparita. Come si dice, the thrill is gone. Se n’è andato anche lui, qualche mese fa, a ­ scrivere al piano di sopra.

O come quell’altra sera, costa Ovest. Anche lì incontri senza parole, di puro fascino. Sera magica, appena una brezza a rinfrescare le camicie messicane che, coraggiosi fino alla follia, avevamo comprato la settimana prima nel barrio di Los Angeles, nel market più ricco di suggestioni cromatiche che abbia mai visitato. Le onde di Malibu, le canzoni di Neil Young che emergevano dal passato e facevano surf da un gracchiante giradischi (già, c’è stato un tempo in cui lo chiamavano così, mica piatto o compatto stereo). Aperitivo nudi in Jacuzzi, che per noi era ancora roba da odissea nello spazio.

Andiamo da Jack, disse uno. Chi è questo Jack, chiesi io. “Who cares?”, rispose Kevin. Aveva ragione lui. A chi importava? Mi tornò in mente quel Jack, e uno dei passaggi che amavo di più dei suoi scritti: “Dove vai?”. “A Los Angeles”. “Vado matto per come dicono Los Angeles sulla costa”. Non dissi nulla. Solo noi europei continuavamo a rincorrere Kerouac e la beat generation; in America erano altri i non luoghi dove si andava alla ricerca di se stessi.

Si parte. Si arriva dopo molto vento nei capelli e gli Eagles alla radio. Jack è simpatico e beve come una Ferrari, sua moglie Terry gira a piedi nudi, è bellissima, giovane e bionda come sono bionde solo le ragazze della costa. C’è un mare di gente, eppure non è una festa, almeno non dichiarata.

Giro per la casa con il mio bicchiere di rosso della Napa Valley. Non è il mio barolo, ma va bene uguale. In fondo, siamo a migliaia di chilometri da casa e ogni bicchiere è un brindisi all’altrove.

Esco in veranda. La moglie di Jack è una calamita. La vedo da lontano, la raggiungo sotto gli alberi. Fantastico un po’. Anche questo, mi dico, è il Sogno Americano.

Sorride, mi prende sottobraccio e mi dice che è meglio allontanarci.

Gli ormoni impazziscono come la maionese.

Poi vedo un signore seduto su una sedia. Di fronte a lui un altro signore. Entrambi hanno la giacca e sembrano fuori posto. Sono silenziosi come tombe. Terry mi dice che uno di loro è Sandor Marai. Io, che ho vent’anni o giù di lì, dico: “Sandor Who?”.

La moglie di Jack continua a sorridere e a tenermi sottobraccio. Io non riesco a staccare gli occhi dai suoi piedi e smetto di interessarmi a Sandor Chi.

Quando, pochi anni dopo si toglie la vita come estremo atto di ribellione contro la vita che gli ha tolto tutto – la moglie, due fratelli, la sorella e il figlio adottivo, forse anche la scrittura come centro di gravità – continuo a non sapere chi sia. Dimentico quel breve incontro, conservando intatti altri frammenti di quella serata.

Al tramonto dello scorso millennio, un amico mi regala Le braci. Resto incantato, faccio tesoro di quella parte spettacolare in cui dice: “Si sacrifica volentieri agli dei una parte di felicità, perché essi sono invidiosi, e se regalano a un comune mortale un anno di felicità, si può essere certi che prenderanno immediatamente nota di quel debito per poi esigerne la restituzione alla fine della vita, praticando tassi da usurai”.

Chiamo il mio amico Kevin, per consigliargli il libro, perché non c’è niente di più bello di condividere una scoperta letteraria con un amico.

“Dovresti correre a comprarlo. È bellissimo”, gli dico. “Si respira il dolore quasi fino a toccarlo”.

Kevin dice che lo farà. Poi aggiunge: “Te lo ricordi, a quella festa?”.

All’inizio non capisco, poi, a fatica, i tasselli vanno a posto. E lì, quasi mi commuovo.

Perché Le braci è un meraviglioso libro sulla memoria, su una Vienna scomparsa, su un amore morto, su un’amicizia perduta, sul ricordo di un tradimento che non accenna a spegnersi. Un triangolo alla Jules e Jim ma capovolto di segno. E ho la conferma che in qualche modo parla anche di me, di noi (dicevamo sempre che la nostra era la generazione al plurale, la We Generation), di sogni che sono svaniti all’alba della maturità piena per fare spazio a silenzi carichi di malinconia o a discorsi vuoti di gioia.

E lì, stranamente, mi sembra quasi di avergli parlato, quella sera, di averlo respirato. E lì, ancora più stranamente, sento che non rimpiango di non averlo fatto, io che vorrei parlare con gli altri fino a svenire, io convinto che la vita sia l’arte dell’incontro. A volte, invece, certi non incontri hanno più peso di mille notti passate a scandagliarsi.

Sandor Marai, che della morte diceva di sentirne l’alito addosso, ha scritto pagine bellissime di solitudine e rimpianto per il non vissuto, non solo per ciò che è stato, ma anche per quello che poteva accadere. Quando uscì il mio primo romanzo, Hobo, diedi al protagonista il nome di Sandor Marlav, un evidente omaggio a chi avevo conosciuto bene pur senza averlo mai incontrato. Quando Hobo vinse il premio speciale Cesare Pavese, pensai che mi aveva portato fortuna. Più di quanta ne avesse avuta lui, artigiano della parola sconfitto dall’esistenza. Da anni ci guarda dall’alto e a volte mi chiedo come si stia lassù. E come stia Terry, uno dei tanti lampi che hanno illuminato il cielo della mia adolescenza.



*Dice di sé.
Massimo Cotto, 48 anni, vive levigando la parola: giornalista, critico musicale, voce radiofonica, autore televisivo, scrittore.






ALESSANDRO BARICCO

Non sembra, ma questo è un libro. Ho pensato che mi

sarebbe piaciuto scriverne uno, a puntate, sul giornale,
in mezzo alle frattaglie di mondo che quotidianamente
passano da lì. Mi attirava la fragilità della cosa:
è come scrivere allo scoperto, in piedi su un torrione, tutti
che ti guardano e il vento che tira, tutti che passano,
pieni di cose da fare.

(Da “I Barbari”, 2006)







GESUALDO BUFALINO

Si scrive per guarire se stessi, per sfogarsi, per lavarsi il
cuore. Si scrive per dialogare anche con un lettore
sconosciuto. Ritengo che nessuno senza memoria possa
scrivere un libro, che l’uomo sia nessuno senza memoria.
Io credo di essere un collezionista di ricordi, un seduttore
di spettri. La realtà e la finzione sono due facce
intercambiabili della vita e della letteratura. Ogni
sguardo dello scrittore diventa visione, e viceversa: ogni
visione diventa uno sguardo. In sostanza è la vita che si
trasforma in sogno e il sogno che si trasforma in vita, così
come avviene per la memoria. La realtà è così
sfuggente ed effimera... Non esiste l’attimo in sé, ma
esiste l’attimo nel momento in cui è già passato. Piuttosto
che vagheggiare un futuro vaporoso ed elusivo,
preferisco curvarmi sui fantasmi di ieri senza che però mi
impediscano di vivere l’oggi nella sua pienezza.
(Da “Bufalino: io, collezionista di ricordi, seduttore di
spettri”, Il Messaggero, 2002)





 

Copyright © 2007-2010

www.lamescolanza.com

Tutti i diritti riservati

disclamer