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GLI SCHIAFFONI DI VITTORIO FELTRI. PERÒ, AI FIGLI MAI


Per la puntata speciale numero 500 della rubrica Tipi italiani di Stefano Lorenzetto su Il Giornale, il giornalista ha dedicato una lunga intervista al direttore del quotidiano, svelandone aneddoti e curiosità legati alla sua vita privata e alla sua professione


 

Stefano Lorenzetto*

 

L’ho fatto nel 2001 per il suo successore, Mario Cervi, che lasciava la direzione del Giornale al compimento degli 80 anni. Ho pensato che potevo rifarlo per Vittorio Feltri, che è tornato alla direzione del Giornale dopo 12 anni e ne ha festeggiati 67 il 25 giugno. La vera sorpresa, semmai, è che abbia accettato di lasciarsi intervistare sul quotidiano che dirige. Mai visto nulla di simile nella storia della stampa.

Tutta e solo colpa mia. Confesso d’avergliela venduta bene: per questa puntata dei Tipi italiani, la numero 500, ci voleva qualcosa di assolutamente anomalo. E chi meglio di Feltri, l’anomalia fatta persona? Si dà per scontato che sappiate chi è, quindi vi risparmio il preambolo. Giusto per riassumere: due mogli, quattro figli (Laura e Saba dal primo matrimonio, Fiorenza e Mattia dal secondo), esordio all’Eco di Bergamo, prima assunzione alla Notte, per 15 anni inviato al Corriere della Sera, otto direzioni (Bergamo Oggi, L’Europeo, L’Indipendente, Il Giornale, Il Borghese, Quotidiano Nazionale, Libero, di nuovo Il Giornale). Come la pensa, lo leggete in prima pagina. Quindi niente politica. Qui interessa l’uomo Feltri, il tipo. Più bergamasco che italiano.

Posso dirti che rispetto a 15 anni fa, quando mi assumesti come tuo vicario, ti trovo molto meno burbero e assai più paterno. Che ti è successo?

“Anch’io mi sono accorto d’essere cambiato, ma non so perché. Soprattutto non capisco se ero meglio prima o se sono meglio adesso”.

Adesso. E da che cosa te ne sei accorto?

“Non mi nasce più l’ira dentro. Ho compreso che gli uomini sono fatti così, non puoi cambiarli. Ho tanti difetti anch’io”.

L’accettazione del limite.

“Non mi è costato niente. Ero sferzante e sarcastico persino con i figli. Però non gli ho mai tirato uno schiaffone”.

Come si vive sapendo d’essere amati e odiati dal pubblico in eguale misura?

“Il conforto dei lettori è gratificante, ti dà la sensazione che la tua vita abbia un senso. Un tempo quando scoprivo d’essere detestato, il che avveniva tutti i giorni, soffrivo molto. Oggi è subentrata l’indifferenza. Non leggo nemmeno più i ritagli dei giornali che mi arrivano con L’Eco della stampa.

Magari vedo il mio nome nel titolo, li conservo ripromettendomi di darci un’occhiata più tardi ma poi me ne dimentico. Tanto sul mio conto scrivono sempre le stesse cose: killer, cattivo, cinico. Non è vero, tu ne sei testimone. Ma va bene così, non c’è problema”.

Da quanti anni vivi sotto scorta?

“Otto”.

Ti senti impedito nella tua libertà di movimento?

“All’inizio parecchio. Non sopportavo l’idea che, mentre io ero al ristorante, gli agenti addetti alla mia sicurezza fossero costretti a starsene fuori, sul marciapiede. Ho risolto a modo mio: adesso vado a cena con loro anziché con gli amici. Sono ragazzi in gamba, preparatissimi. La gente ha un’idea sbagliata dei poliziotti, li vede come marmittoni. Pensa che uno di loro è geologo. Sono diventati come dei nipoti, per me, abbiamo instaurato un bellissimo rapporto”.

Giri ancora con la pistola?

“No, la tengo in casa. Ne ho due, una a Milano e una a Ponteranica. Smith & Wesson”.

Una 44 magnum per l’ispettore Callaghan.

“Eh, adesso non ti saprei dire se è una 44 o una calibro 38. Me l’hanno consigliata gli uomini della scorta. Ma dopo un po’ mi sono rotto i coglioni a portarla sempre nella fondina sotto la giacca. Spesso me la dimenticavo a casa, così ce l’ho lasciata”.

A sparare chi ti ha insegnato?

“Avevo imparato sotto la naia, al Car di Orvieto. Granatieri di Sardegna”.

Tiratore scelto?

“Dattilografo. A quel tempo, 1964, chi sapeva usare la macchina per scrivere era considerato un astronauta, un padreterno. Fui trasferito a Roma, in ufficio, direzione Posto sosta e ristoro. Avevo persino l’appartamento privato”.

Hai paura d’essere aggredito?

“No. Oddio, magari non ho paura perché non mi è mai capitato... Fra l’altro io sono piuttosto reattivo, purtroppo. Quindi finirebbe male”.

Sei una contraddizione vivente: il tuo cognome ricorda qualcosa di felpato che attenua i colpi. A che età ti sei reso conto che l’omen non corrispondeva al nomen?

“Non ho mai fatto a botte o litigato con gli amici, per cui mi considero tutto sommato un mite. Senonché mi capita una cosa strana: mi trovo in questa stanza, con la mia macchinetta (la Olivetti Lettera 22, ndr), i miei libri, i miei dizionari e capisco che in quel momento, davanti al foglio bianco infilato nel rullo, sono fuori dalla realtà. La testa è in ciò che devo dire. Mi sembra di non avere nemmeno i piedi per terra. Perdo ogni timidezza e bado solo a mettere sulla carta il mio pensiero in modo tale che susciti nel lettore le stesse sensazioni che sto provando io mentre scrivo”.

Il tuo primo direttore, monsignor Andrea Spada, che intervistai nel 1998 a Schilpario, in Val di Scalve, dove s’era ritirato a vivere ormai ultranovantenne dopo aver diretto per più di mezzo secolo L’Eco di Bergamo, mi confidò, tessendo peraltro le tue lodi: “Feltri l’è svergo”. Che avrà inteso dire?

“Be’, tu l’hai capito, perché si dice così anche dalle tue parti, è la lingua della Serenissima. Scentrato, sghembo. Un giudizio che condivido. Solo che non ti ha raccontato l’episodio più divertente. Una mattina entro in redazione, un corridoio lungo, sembrava quello di un albergo. Esce da una delle stanze il monsignore e comincia a coprirmi d’improperi, urlando come un ossesso, per un articolo uscito quel giorno. Dopo un attimo di smarrimento, intuisco che si riferisce a qualcosa che non avevo scritto io, solo che non ero nemmeno in grado di farglielo presente, non riuscivo a infilarmi nella sua intemerata. Alla fine, balbettante, mi discolpo. E lui, senza abbassare il tono di voce: “Fa negòtt! Perché te se bambo anca te come tuti i òter!”, fa niente, perché sei sciocco anche tu come tutti gli altri”.

Svèrgol, scentrato, rispetto a che cosa?

“Do quest’impressione, di non essere affidabile. È quello che ripete sempre anche Silvio Berlusconi: “Bisogna stare attenti, perché a questo qui non si può dire niente, si offende. Se gli girano le balle, va a casa e fa un altro giornale”.

Riconosci d’avere una morale adattiva, che modifichi a seconda degli incarichi e delle circostanze?

“Sì. Uno spirito camaleontico. Non lo faccio per interesse: solo per adattarmi al lavoro che mi è richiesto. Però alle linee fondamentali della mia morale, che sono la lealtà e la franchezza, non ho mai derogato. Mi dicono: ma tu eri segretario provinciale dei giovani socialisti e sei diventato anticraxiano. Per forza, mi sono accorto che il Psi s’era chiuso in una torre d’avorio e tutti rubavano. Mi dicono: poi sei diventato leghista. In quel momento era giusto esserlo, oggi vedo che Umberto Bossi difende le Province e allora lo sono molto meno. Mi dicono: adesso come mai sei berlusconiano? Non è che sono berlusconiano, ma se non faccio il tifo per Berlusconi per chi dovrei farlo? Per Bersani? Per Veltroni?

In politica non puoi combinare nulla, ha ragione il Cavaliere. Qualunque cosa tu faccia, scontenti sempre qualcuno e perdi consensi. Ti ritrovi contro l’opposizione, i sindacati, il presidente della Repubblica, la Corte costituzionale. Insomma, non riesci a muoverti. Parte una legge viola e torna indietro bianconera: obiezioni, compromessi, limature. La Prima repubblica mi faceva schifo, speravo che la Seconda fosse migliore. Adesso mi rendo conto che non lo è”.

Dirigeresti Il Manifesto o L’Unità? Oppure c’è qualcos’altro nella tua vita che non faresti mai, assolutamente mai, per nessun motivo?

“Più che Il Manifesto, m’intriga L’Unità. Dal punto di vista professionale sarebbe un divertimento pazzesco. Chiaro che non lo potrei fare, i lettori mi sommergerebbero di insulti. Però mi piacerebbe dirigerla. Che cosa non farei mai... Boh, non so, a volte temo d’essere onesto per paura, per viltà. Solo la violenza fisica per me è inconcepibile”.

Feltri direttore dell’Unità. Riaffiora il vecchio bolscevico che è in te.

“La storia della mia predilezione infantile per l’Urss è una leggenda metropolitana. Semplicemente vivevo a Bergamo, dove tutti votavano per la Dc. A 13-14 anni il concetto teorico dell’uguaglianza mi affascinava, così mi parve giusto schierarmi con gli indiani, anziché con i cowboy, come facevano i bambini al cinema parrocchiale. Poi cominciai a leggere che in Russia non c’erano i partiti, imperava la dittatura del proletariato, vigeva la tetraggine. La simpatia per gli indiani svanì”.

La vocazione al giornalismo a che età è arrivata?

“Fin dalle elementari. Portavo a scuola L’Eco e anche Il Giornale di Bergamo e li leggevo di nascosto durante le lezioni, tenendoli sotto il banco. Mi piaceva la cronaca nera”.

Eppure nel 1962 cominciasti a collaborare all’Eco come critico cinematografico.

“Non perché m’interessasse il cinema. Pur di entrare in un quotidiano mi sarei ingegnato anche a seguire la musica sinfonica o la pallacanestro. Per primo mi diedero da recensire un film di Jean Luc Godard, non chiedermi il titolo, non me lo ricordo. Poi Il posto di Ermanno Olmi. Ero un fanatico di Olmi, bergamasco come me. Una volta arrivò in città Pietro Bianchi, detto Pietrino, leggendario critico del Giorno, che mi disse: “Ah, tu sei Feltri? Come critico non vali una cicca, però sei un cronista di razza”.

Mi sarei sparato. Non mi rendevo conto che m’aveva fatto un grande complimento”.

Dimmi la verità: da quanti anni non vai al cinema?

“Per un sacco di tempo sono rimasto fermo a Ben-Hur. Ora due volte l’anno riesco ad andarci. L’ultimo film che ho visto è stato Gomorra. Meno noioso del libro, devo dire”.

Al giornale della Curia chi ti presentò?

“Monsignor Angelo Meli, il priore di Santa Maria Mag­ giore che aveva scoperto i resti mortali del condottiero Bartolomeo Colleoni. Mi preparò all’esame di maturità magistrale da privatista. Italiano, latino, filosofia, storia: m’insegnò tutto lui. Un giorno sbottò: “Te podereset fa ol giornalista”. A me tremavano le ginocchia: era il sogno della mia vita. D’istinto sarei portato a detestare i preti. Invece mi considero l’unico miscredente clericale. Provo una tale venerazione per monsignor Meli che per estensione la riverso su tutti i sacerdoti. Sai, a volte capita che ti venga voglia di scrivere: questi preti bisognerebbe prenderli a calci in culo... E lì, zac, mi mordo la lingua. Perché rivedo il priore con le calze rosse, piccolo, magro, sempre elegantissimo, fisicamente fragile. Un uccellino simile al cardinal Tonini”.

Poi s’accorse di te Nino Nutrizio, il fondatore della Notte.

“Mi ricevette in piazza Cavour, a Milano, nel Palazzo dei giornali. Già t’intimoriva dando del voi. Fu di una concisione spietata, come nel suo stile: “Se L’Eco di Bergamo, che è il giornale più brutto del mondo, non vi ha ancora assunto, mi viene il sospetto che siate cretino. Vi terrò in prova per tre mesi. Se vi dimostrerete all’altezza, e lo ritengo assai improbabile, sarete assunto. Altrimenti tornerete a fare il collaboratore dell’Eco, nell’interesse vostro e soprattutto nostro”.

Uscii tramortito dal suo ufficio. L’antivigilia di Natale una prostituta venne sgozzata mentre tagliava una fetta di panettone per la figlioletta di due anni. La bimba fu trovata accanto al cadavere della madre a paciugare col sangue. Ci scrissi una storiona. Alle 14 mi precipitai in edicola a comprare La Notte. Guardai subito l’ultima pagina, quella di Bergamo Notte. Niente, nella cronaca locale non c’era traccia del mio pezzo. Tornai in redazione affranto: il giorno più triste della mia vita. Dopo un po’ squillò il telefono di bachelite nera, alzai la cornetta: era Nutrizio. Mi mancava il respiro. “Non siete cretino. Vi assumo”. Non m’ero accorto che in prima pagina campeggiava il titolone “Delitto di Natale”, con sotto il mio articolo e la mia firma”.

Qual è stato il momento più emozionante della tua carriera?

“Sono stati due, entrambi al Corriere: l’arresto di Enzo Tortora, del quale presi subito le difese, e l’alluvione in Valtellina”.

Pensavo la prima nomina a direttore di una testata nazionale.

“Quando Giorgio Fattori, amministratore delegato della Rcs, nel 1989 mi offrì la direzione dell’Europeo, ero molto perplesso. Per me fare l’inviato speciale del Corriere rappresentava già il massimo. Non ho la libidine del potere. Che poi quello di direttore è un potere del menga, lo sai bene anche tu. Il settimanale mi servì per mettermi alla prova, ma ero condizionato dall’ambiente ideologicamente ostile, ricorderai che accoglienza ebbi: due mesi e mezzo di sciopero. Solo all’Indipendente riuscii a scatenarmi: da 18.000 a 126.000 copie. Vedevo la tiratura che saliva, saliva, saliva e avevo la conferma d’essere nel giusto. Conosco l’obiezione: “Feltri fa i giornali in un certo modo solo per vendere tanto”. Non trovo nemmeno l’argomento per replicare. Mi sembra un’accusa talmente imbecille. Mai conosciuto nessuno che faccia i giornali per lasciarli invenduti in edicola”.

Quando ti definiscono l’erede di Indro Montanelli, nel tuo intimo quale reazione hai?

“Non provo soddisfazione, perché non è così. Lui aveva qualità che io non ho. Dire che mi dispiaccia sarebbe ipocrita. Ma dentro di me so che non è vero”.

Nel 1995, dopo che lo avevi sostituito alla direzione di questo quotidiano, Montanelli ebbe a dire di te: “Il suo Giornale confesso che non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferisce non vedere. Comunque, non è la formula ad avere successo, è la posizione: Feltri asseconda il peggio della borghesia italiana. Sfido che trova i clienti!”.

“È esattamente quello che fece Montanelli per tutta la vita, tant’è che riuscì persino a diventare un’icona della sinistra. Io mi sono limitato ad adottare la sua formula giornalistica. Ma l’ho realizzata meglio perché mi sono sempre esposto, ci ho messo la faccia. Lui invece era come Veltroni: “Sì ma anche”. Non si schierava nettamente, il suo editoriale era così in chiaroscuro che alla fine non capivi mai se fosse chiaro o scuro. Il che non significa che non resti il migliore di tutti noi. Ho venduto più di lui solo perché a me la gente non fa schifo”.

Che cosa pensi che apprezzino in te i lettori? La capacità di far stecca nel coro? La cadenza pressoché quotidiana degli editoriali? Il parlar chiaro? La scrittura piana?

“Il fatto di non considerarmi superiore a loro, il tono colloquiale, il trattarli da pari a pari. Mi viene naturale”.

Hai mai pensato di monetizzare la tua popolarità mettendoti in politica, come fece Guglielmo Giannini col Fronte dell’Uomo qualunque nel 1944?

“Non è che qui al Giornale non faccia politica. Ma almeno posso farla da padrone in casa mia, non da peone”.

Fondando un movimento tuo, intendevo dire.

“No, no, no”. (Espressione di disgusto). “Ma come t’è saltato in mente? Le riunioni, i convegni, le assemblee, i congressi, le liste elettorali... Mi romperei i coglioni, diventerei matto”.

Non mi hai mai parlato della tua infanzia.

“C’è poco da dire. Da adolescente non legavo con i miei coetanei, ero sempre solo. Le domeniche diventavano interminabili”.

Che ricordo hai di tuo padre?

“Si chiamava Angelo, era funzionario in Provincia. Morì a 43 anni, morbo di Addison, una malattia della corteccia surrenale. Io ne avevo 7. Me lo ricordo alto, magro, elegante, severo nell’aspetto. Era un avido lettore di quotidiani. Al momento del giornale radio noi figli – Ariel, il primogenito, Mariella e io – dovevamo stare zitti ed era una dura prova. Entrai nella sua camera mezz’ora prima che spirasse. Mi salutò con un cenno della mano, mi baciò. Anche se ero solo un bambino, capii subito che sarebbe morto. Non so perché, ma lo capii”.

Raccontami di tua madre.

“Si chiamava Adele. Doveva lavorare fuori casa per mantenere i tre figli. Era responsabile dell’Associazione commercianti, la sera rincasava tardi. Ricordo ancora la sofferenza tremenda di quelle lunghe attese. A ogni scampanellata che risuonava nel palazzo dove abitavamo correvo ai vetri appannati della finestra per vedere chi stesse entrando. Ma lei non tornava mai. È morta a 89 anni. In assenza di mia madre, sono stato allevato dalla zia Tina, sua sorella, una figura che ancor oggi resta scolpita nella mia mente. Le ho voluto molto bene”.

Sei rimasto vedovo a 24 anni.

“Sì, con due gemelline di pochi mesi. Una conseguenza del parto. La mia prima moglie si chiamava Maria Luisa, eravamo coetanei. A quel tempo lavoravo all’Ipami, l’Istituto provinciale di assistenza materna e infantile, cioè al brefotrofio. Impiegato, assunto per concorso. Tenevo i registri degli “infanti esposti all’abbandono”. In pratica davo i nomi ai trovatelli. La lettera iniziale corrispondeva all’anno di nascita, come per i cavalli. Esempio: nel 1959 i nomi cominciavano per A, nel 1960 per B, e così via. Avrei anche dovuto controllare l’orario d’ingresso e d’uscita di infermiere, puericultrici e maestre, ma non lo facevo mai. Un giorno presi a calci il timbra cartellini”.

Ma no.

“Ma sì, e perciò fui trasferito in Provincia a occuparmi delle rette dei manicomi. Metti che la minima fosse 200 lire, da aumentare in base alla fascia di reddito. I parenti dei malati mi facevano pena. E siccome con 200 lire i conti mi venivano anche più facili, applicai la minima a tutti, indistintamente. Quando il segretario generale Livio Mondini se ne accorse, mi convocò nel suo ufficio: “Senti, io volevo molto bene a tuo padre. Sarai anche un ragazzo intelligente, non dico di no, ma la tua intelligenza la usi male. Qui non posso tenerti. Cercati qualcos’altro”. E io, che già collaboravo all’Eco, lo presi in parola”.

Con grande apprensione di tua madre e di tua zia, suppongo.

“Be’, sai, i vecchi di una volta non capivano che razza di mestiere fosse quello del giornalista, lo consideravano una via di mezzo fra il commesso viaggiatore e l’attore. Ma come? Hai un posto fisso, di ruolo, e lo lasci? Ragionavano così”.

Il giorno che tu mi assumesti al Giornale, eri ansioso di conoscere il commento di mia madre. Te lo riferii: “Vanità, tutta vanità”. Mi parve che ne fossi rimasto molto colpito.

(Ride). “Stupendo. Era lo stesso clima che si respirava in casa mia”.

L’acme della tua vanità sarebbe tornare al Corriere come direttore, confessa.

“In passato avevo questa fissa, lo ammetto. Resta il giornale più grande, ci ho passato una parte della mia vita. Nel 1996 stava per accadere. Era settembre, mi pare. Una domenica Luca Cordero di Montezemolo venne a trovarmi a Bergamo. Fra di noi non c’era frequentazione. Andammo a pranzo al Pianone, un ristorante in città alta. E lì mi fece la proposta. Credo che avesse avuto un preciso mandato, perché entrammo nei dettagli. Avrei dovuto essere nominato agli inizi del 1997, quando in effetti Paolo Mieli se ne andò. Poi qualcuno del giro dell’Avvocato mi riferì che la Fiat ci aveva ripensato: in quel momento non potevano permettersi un direttore che non fosse appiattito sulle Procure”.

E oggi per quale motivo, se resti il più bravo a rimettere in sesto i bilanci, non ti chiamano al Corriere, calato di 178.000 copie al giorno rispetto al 2007?

“Capirai, lì ci sono 15 editori, io già fatico ad andare d’accordo con uno solo. Per sistemare i conti devi far del male: in via Solferino ci vorrebbe la Rivoluzione d’ottobre. La crisi dell’editoria, accentuata da quella economica, è diventata strutturale. Il giornale supermercato è finito. Bisogna passare al giornale boutique, un oggetto di lusso con poche pagine, pochi redattori fissi e molti collaboratori esterni ben pagati. Il Corriere non sfugge alla regola”.

Hai confessato che di notte sognavi di tornare in via Solferino e cominciavi a sudare. Ti capita ancora?

“Sempre. Torno al Corriere, mi rimettono al tavolone che Luigi Albertini aveva copiato da quello del Times e provo una profonda afflizione. Allora chiedo d’essere ricevuto dal direttore e protesto timidamente: in fin dei conti ho guidato otto giornali, promuovetemi almeno inviato. Ma lui mi rimanda nel salone Albertini a fare un lavoro che non mi piace”.

L’ultima volta che faccia aveva il direttore apparso nel sogno?

“Quella di Ferruccio de Bortoli, che però non è mai stato mio direttore, era solo mio compagno di banco al Corriere d’Informazione. A Ferruccio non l’ho detto. Non vorrei che si montasse la testa”.

Facciamo un’ipotesi da fantascienza: Carlo De Benedetti piglia un colpo di sole, oppure si accorda col Cavaliere per interessi di bottega, e decide di chiamarti a Repubblica al posto di Ezio Mauro. Primo: tu ci vai? Secondo: che Repubblica faresti?

“Ti sembrerà ridicolo, ma ho sempre avuto simpatia per Carlo De Benedetti, sono stato ospite varie volte a casa sua in via Ciovassino, qui a Milano.

Nel 1995, o forse era il 1996, fui invitato a pranzo nell’abitazione romana del suo socio Carlo Caracciolo. Il quale fu prodigo di elogi. Non mi offrì niente, ma dal tono dei discorsi si capiva che il colloquio era mirato a studiarmi da vicino. Io me la cavai dicendo che, se fossi diventato direttore di Repubblica, avrei finalmente provato l’emozione di perdere copie. Anche se tu sai benissimo come si dovrebbe fare un giornale come La Repubblica”.

No, non lo so. Come si dovrebbe fare?

“Esattamente come lo stanno facendo”.

Ti ho visto fotografato con Mauro e tutti i capintesta della Federazione nazionale della stampa, dell’Ordine dei giornalisti e dell’informazione libera, democratica, laica e pluralista a protestare contro la legge sulle intercettazioni. Facevi impressione.

“Immagino bene, faceva impressione anche a me. Ma quella legge è un pasticcio. Perché nella filiera dello sputtanamento bisogna punire solo il terminale rappresentato dai giornalisti? Le telefonate private, ininfluenti per le indagini, devono essere distrutte, non entrare nei fascicoli giudiziari. Punto e basta”.

Quindici anni fa le copie, come dimostrasti al Giornale, si potevano raddoppiare. Adesso non più. Che cos’è cambiato?

“Quindici anni fa non c’erano Ballarò, il Tg24 di Sky ogni mezz’ora, il Tgcom, Internet, i blog, i social network e tutte quelle menate lì. Oggi la mattina, quando ti presenti all’edicola, hai la sensazione d’avere fra le mani il giornale di due giorni prima”.

Se tutte le energie che dedichiamo alla politica le applicassimo a indagare sui raggiri delle banche, sulle porcherie degli speculatori di Borsa, sul prezzo della benzina che resta alto anche quando le quotazioni del barile di petrolio precipitano, sui nemici dei nostri figli, sugli inganni alimentari e anche sulle cose buone della vita, secondo te riusciremmo a vendere qualche copia in più?

“No. Però faremmo un giornale più completo, migliore. Solo che qui ormai ti querelano non appena intingi la penna nel calamaio”.

Hai sempre diretto quotidiani d’opinione, che i lettori comprano soprattutto per il tuo editoriale. A che serve aggiungerci tante pagine? Avresti dovuto precedere Giuliano Ferrara e fondare Il Feltro al posto del Foglio.

“A parte che Giuliano è bravissimo, e sottolineo tre volte bravissimo, al massimo avrei venduto 1.000 copie in più”.

Tra i mostri sacri del giornalismo italiano, chi ti sta di più sullo stomaco?

“Barbara Spinelli. La uso al posto del Tavor. Al terzo capoverso del suo editoriale domenicale sulla Stampa casco in coma profondo”.

Chi vorresti portarti al Giornale?

“Tre firme, sempre della Stampa: Massimo Gramellini, Luca Ricolfi e mio figlio Mattia, che però non verrebbe mai. Poi mi prenderei Ernesto Galli della Loggia, Angelo Panebianco, Paolo Mieli e Piero Ostellino dal Corriere e con un investimento di pochi milioni fotterei la corazzata di via Solferino”.

Daresti un posto da editorialista all’ex direttore di Avvenire, Dino Boffo?

“Subito. È un profondo conoscitore del mondo cattolico e un sociologo della religione. Scriverebbe editoriali eccellenti”.

Il nostro amico Renato Farina che fa?

“Fa il deputato. L’Ordine dei giornalisti ne ha decretato la morte professionale. Io non capisco: Adriano Sofri, condannato per omicidio, può scrivere dappertutto, da Repubblica al Foglio. Farina no. Ma perché? Chi ha ammazzato? E Piero Marrazzo? Ti risulta che sia stato censurato dall’Ordine?”.

Dopo grandi infatuazioni, in te subentrano rapidissimi disincanti. Nel giro di sei mesi ti annoi di tutto e di tutti: direzioni, giornali, giornalisti, amicizie, politici. Come mai? Che cosa ti servirebbe per non farti appannare il sensorio?

“A Libero sono rimasto 9 anni, un caso limite. La ripetitività dopo un po’ mi stronca”.

On fait toujours la même chose, come dice il cinese della Condizione umana di André Malraux, si fa sempre la stessa cosa. Dovresti saperlo, ormai.

“Sì, ma non riesco a rassegnarmi. Per cui se oggi venissero a propormi la direzione della Gazzetta del Sud o del Messaggero, chiaro che non accetterei, ma la tentazione di farlo sarebbe forte”.

Ti annoia anche nutrirti?

“Mi siedo a tavola con appetito. Dopo due forchettate vorrei alzarmi e andarmene. Proseguo per noia. Di mio sarei vegetariano, tranne che per il salame. Lo mangio perché non mi ricorda il povero maialino, ma una zucchina”.

C’è almeno un sapore di cui non ti sei ancora stufato?

“Mah, cosa vuoi, a volte mi rompono i coglioni persino le sigarette”.

(Indica il posacenere). “L’acqua, forse. Mentre scrivo il mio editoriale faccio fuori a sorsate una bottiglia di minerale, ma è un movimento meccanico della mano, afferro e ingollo, senza rendermi conto. Meno male che non è vino: sarei perennemente ciucco”.

Sei stufo di tutto, eppure non vuoi smettere di fare giornali.

“Il giornale è la vita. Noi viviamo attraverso le vite degli altri. Smettere di fare i giornali equivarrebbe a smettere di vivere”.

Non riesci a immaginarti a far la spesa spingendo il carrello dell’Esselunga. Guarda che tocca a tutti, che c’è di strano?

“Lo so. Non riesco a immaginarmi a fare solo quello. È ben diverso”.

Perché non hai mai voluto imparare a usare il computer? Cervi, a 80 e passa anni, c’è riuscito e non tornerebbe indietro.

“Non ho mai avuto questa esigenza d’imparare a farlo. Figurati, fino al 1989 i pezzi li dettavo al telefono. E poi mi danno fastidio le lucine. Io devo vedere la materia. Sul monitor è tutto vago: c’è, non c’è, schiacci un bottone e sparisce tutto. Una follia. Con la fatica che faccio, non posso neanche palpare il foglio? Ma scusami! Vuoi mettere la Olivetti? M’incazzo, sacramento, mi s’incastrano i martelletti, s’attorciglia il nastro, la scuoto... Se mi viene male l’articolo, do la colpa a lei. Una fisicità che col computer va persa”.

In compenso utilizzi moltissimo gli sms.

“Sono talmente pigro, che preferisco scrivere piuttosto di telefonare. Mi ha insegnato mia figlia Fiorenza. Siccome il dizionario automatico non prende tutte le parole, è un esercizio fantastico per trovare i sinonimi”.

L’amicizia esiste?

“Io ci credo. Nella vita contano la forza e l’amore. Il resto non conta”.

Passi per essere un tombeur de femmes.

“È vero, ma io non me ne sono mai accorto”.

Tua moglie, Enoe Bonfanti, se n’è fatta una ragione o ci sta male?

“A mia moglie ho dato tutto quello che potevo dare sul piano del sentimento e della gratitudine. Era maestra all’Ipami, ci sposammo un anno dopo che ero rimasto vedovo. Anche sul piano materiale non le ho mai fatto mancare nulla. Io non ho niente. È tutto suo. E non spende un soldo”.

Quanti nipotini hai?

“Cinque, da 1 a 25 anni. Se la prima nipote fosse stata stupida come me, che mi sposai a 22, e come sua madre Laura, che si maritò a 19 appena finita la maturità, sarei già bisnonno”.

Che rapporto hai con i nipoti?

“Mi piacciono molto per 15-16 minuti. Poi mi rompono. Con i figli no, è diverso, il rapporto è paritario”.

Ricordo male oppure a uno dei tuoi bimbi facesti mangiare il pepe, ingannandolo, per insegnargli a non fidarsi di nessuno, nemmeno del proprio padre?

“Ricordi bene. A Fiorenza. Insisteva nel giocare a tavola col macinino. Alla fine, spazientito, la invitai ad assaggiare il pepe. Scoppiò a piangere per il bruciore. Però non se l’è più scordato”.

Non è bello non avere nessuno di cui fidarsi.

“Eh, lo so, ma in quel momento mi veniva a pennello”.

Di quante persone ti fidi veramente?

(Ci pensa). “Sei o sette”.

Quante qui in redazione?

“Cazzo, che brutta domanda. Non le ho mai contate”.

Hai due vite parallele: dal lunedì al venerdì abiti a Milano, il sabato e la domenica torni a Ponteranica. Che cosa ti ha impedito di trasferirti definitivamente a Milano?

“Niente. Anzi, l’ho sempre considerata la capitale del giornalismo e vado molto fiero del mio Ambrogino d’oro. Ho ricevuto da Milano molto più di quello che le ho dato. Ma quando sono qui mi viene la nostalgia di Bergamo e quando sono a Bergamo mi viene la nostalgia di Milano”.

Ponteranica com’è?

“Un paese modello. Perfettamente pulito. Funziona tutto. Ora c’è un sindaco della Lega, ma era così anche quando lo governava la sinistra. I miei sondaggi vado a farli alla trattoria Falconi, un covo di leghisti e di comunisti. C’è chi frequenta la Bocconi e chi la Falconi”.

Sei davvero parsimonioso come ti dipingono?

“I capricci me li sono tolti tutti. Ora mi piace fare regali. Spendo parecchio in abbigliamento. Si vede che ho bisogno di apparire meglio di quello che sono”.

Hai perso molti soldi per colpa della crisi?

“Non ho ben controllato. Sono ancora fermo agli anni Sessanta, quando a fine mese mi davano lo stipendio in banconote, dentro una busta color nocciola in cui mettevano anche gli spiccioli. Appena ho accumulato un po’ di risparmi, compro una casa. Almeno i mattoni posso toccarli, anche se cadono per terra restano miei. Una volta il direttore del Credito bergamasco mi costrinse a fare i... come si chiamano... contro pronti...”.

I pronti contro termine.

“Ecco, quelli. Un’altra volta mi fece perdere una barcata di quattrini investendo 120 milioni di lire in azioni della new economy. Adesso quando mi si avvicina un funzionario della banca per propormi questo o quel prodotto, gli rispondo secco: ma perché non si fa i cazzi suoi, che ai miei so pensarci benissimo da solo, come può constatare dal conto? Bei tempi quando le banche erano come le chiese, tutti zitti e al loro posto”.

Sei fiero d’essere italiano?

“Sì. Be’, fiero...”. (Si stringe nelle spalle). “Non mi dispiace. Se fossi neozelandese, mi accontenterei”.

Che cosa pensi dei tuoi connazionali?

“Sono convinto che lo Stato sia povero e gli italiani ricchi. Mangiano meglio, si vestono meglio, vivono meglio di tutti gli altri europei. In Germania alla sera cenano con pane e formaggio giallo. Per me di giallo c’è solo la polenta. Invece da noi ristoranti, trattorie, pizzerie a ogni angolo, sempre pieni. Il problema semmai è il Sud che non riesce a integrarsi”.

Come mai la secessione viene chiesta soltanto dal Nord, anziché dal Sud?

“Me lo chiedo anch’io. Servirebbe nei meridionali uno scatto d’orgoglio. Sostengono che siamo egoisti? Lo siano anche loro. Via, ce ne andiamo! Perché stare insieme per forza? Che assurdità: si può divorziare tre volte dalla propria moglie, ma non da Platì o da Caltagirone”.

Qual è la cosa più bella che hai fatto nella tua vita?

“Rendermi utile a qualche estraneo con la consapevolezza che non mi avrebbe dimostrato alcuna riconoscenza”.

Una volta hai confessato di non essere mai stato felice. Quand’è che ti sei avvicinato di più alla felicità?

“La felicità è fatta di lampi che però illuminano tutta la vita. Non puoi godertela: solo ricordartela. Già tanto. Bisogna sapere che il resto è una macinazione di passi”.

Illuminami con uno di questi lampi.

“Ero felice il giorno in cui fui assunto alla Notte. Più ancora il giorno in cui Mattia guarì. Aveva 7 o 8 anni quando diagnosticarono che sarebbe morto. Con due anni di cure, un medico omeopata lo salvò”.

Perché non vai mai in vacanza?

“Perché riesco ad annoiarmi benissimo qui senza andare in ferie. E poi ci sono sempre, in vacanza. Il mio lavoro coincide col mio hobby. Nel fine settimana mi affaccio alla finestra e vedo la Maresana (un monte, ndr). Ma dove vuoi che vada?”.

Rammento quando ti recasti ad Arcore per lamentarti del fatto che, nonostante la Mondadori fosse entrata nell’azionariato del Giornale, languivano gli investimenti, avevamo un minimo garantito pubblicitario da foglio di provincia, non si decidevano a darci le rotative a colori. Berlusconi osservò che eri troppo stressato e si offrì di prenotarti un resort in Messico.

“No, mi mise a disposizione una delle sue ville in Sarde­ gna. Imbarazzato, evitai di rifiutare per non offenderlo. Presi tempo. Lui è fatto così. “Usi il mio aereo come fosse il suo”, mi ha persino detto. Ma ti pare? Ha insistito così tanto che una volta ho voluto provarlo per volare fino a Roma a vedere il derby di galoppo. Sedili in pelle, radica dappertutto, champagne appena salito a bordo. Ho giocato a fare il signore per un giorno”.

Che cosa ti piace dei tuoi adorati cavalli?

“L’eleganza. Senza di loro, l’uomo vivrebbe ancora nelle caverne. E noi come li ripaghiamo? Facendone bistecche quando sono stanchi di galoppare. Lo stesso con le mucche che ci hanno nutrito del loro latte. Che barbarie! Guarda, mi piacciono tutti gli animali, a parte le zanzare. Ho qualche perplessità sul coccodrillo”.

Mi ha sorpreso vedere che tieni la foto del tuo micione Ciccio come sfondo del telefonino.

“Non parlarmene. È morto la vigilia di Pasqua. Aveva 17 anni. Era un trovatello. Io l’avevo chiamato Fausto in onore a Bertinotti, ma fino all’ultimo giorno in casa è stato per tutti Ciccio. Me lo sono sognato la notte scorsa”.

Hai anche la passione per la civetta. Mi toccò dissuaderti: la volevi mettere nella testata del Giornale in occasione di una riforma grafica. Ti obiettai che l’uccello notturno ha fama di portare iella e tu soprassedesti, perché all’argomento sfiga sei sensibile.

“Civette, gufi... Una passione irrazionale”.

Se non fossi diventato giornalista, che professione avresti potuto fare?

“L’avvocato penalista. Il giudice no, meglio di no: avrei assolto tutti”.

Il coraggio è una virtù importante per un giornalista?

“Sai che non lo so? Io non so se sono coraggioso. Forse sono soltanto sfrontato”.

Una dote indispensabile per far bene questo mestiere?

“La curiosità”.

La tua paura più grande qual è?

“Non la morte in sé, ma l’itinerario per arrivarci: le flebo, il prete che tenta di farmi fare quello che non intendo fare, le facce addolorate di quei pirla intorno al letto. Almeno quando morirò non vorrei avere rotture di balle”.

So che ti piacerebbe morire d’infarto o, meglio ancora, fucilato, modalità per la quale ti stai dando parecchio da fare.

“Comunque di un colpo secco”.

L’ho chiesto a Dagospia e ha svicolato. Ci riprovo con te: dimmi una cosa che non hai mai rivelato a nessuno.

(Riflette). “Ne avrei due. Da ragazzo mi sono preso una fucilata per davvero. Mi arrampicavo con i miei amici su un ciliegio. Alla fine il contadino perse la pazienza e mi sparò con lo schioppo caricato a sale. Mi colpì a un polpaccio. Tu non hai idea del dolore bestiale. Per paura non dissi nulla in casa e mi curai da solo”.

E la seconda?

“Non so se posso raccontartela”.

Dài, magari la metto nel titolo.

“Avevo 12 anni. Rovesciai una scrivania per sfilare 5.000 lire da un cassetto chiuso a chiave. Non se ne accorse nessuno. Ma io a distanza di 55 anni provo ancora vergogna di me stesso. Ho fatto molta fatica a dirtelo”.

La cinquecentesima puntata dei Tipi italiani è finita. La vogliamo chiudere qui, questa serie, che dici?

“Io andrei avanti. È troppo bella”.



*Dice di sé.
Stefano Lorenzetto. Sono rimasto un provinciale nell’Italia che nostalgia del bucato della nonna, quello che si faceva con la cenere (cioè col destino di ciascuno di noi).




 

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