INTERVISTE
ARNOLDO FOÀ, 94 ANNI, CON LA SOLITA PERFIDIA
Una lunga vita con
innumerevoli successi, molti amori – “Ho scopato come un
criceto! Adesso ce ne ho una sola che mi piace” – e qualche
lacerante ferita. Mattatore travolgente, ironico e sagace,
disse ad Orson Welles: “L’Italia ha insegnato il teatro al
mondo”
Barbara Leone*
“Questa
è una buona ragazza. Io le fo del bene molto volentieri. Se
avesse anche avuta qualche inclinazione, mi sarei sforzato,
di compiacerla, ma non ne ha alcuna... Vedrò io... cercherò
io... Ma, che diavolo fa questo Dorval che non vien mai? Io
muojo di voglia di tentare un’altra volta questa maledetta
combinazione che mi fece perdere la partita. Certamente io
doveva guadagnare. Avrebbe abbisognato che avessi perduta la
testa. Vediamo un poco. Ecco la disposizione dei miei
scacchi. Ecco quella di Dorval. Io avanzo il re alla casa
della sua torre. Dorval pone il suo matto alla seconda casa
del suo re. Io... scacco... sì, e prendo la pedina. Dorval...
egli ha preso il mio matto... Dorval? Sì, egli ha preso il
mio matto, ed io... Doppio scacco col cavaliere. Per bacco!
Dorval ha perduto la sua dama.
Egli
giuoca il suo re, io prendo la sua dama. Questo sciagurato
col suo re ha preso il mio cavaliere. Ma tanto peggio per
lui; eccolo nelle mie reti; eccolo vinto con il suo re. Ecco
la mia dama; sì, eccola. Scacco matto, questa è chiara.
Scacco matto, questa è guadagnata... Ah! se Dorval venisse,
glie la farei vedere. Piccardo?”.
Parigi: si dischiude il sipario. Sulle tavole del
palcoscenico scorgiamo tre personaggi: Martuccia, Angelica e
Valerio. Tre sono anche le porte. In scena qualche sedia,
dei sofà ed un tavolino con uno scacchiere. Passatempo
prediletto di Geronte, “uomo di un carattere stravagante, di
buonissimo fondo, ma assai burbero, e fantastico al sommo”.
Ma, soprattutto, protagonista de Le bourru bienfaisant
(“Il burbero benefico”) di Carlo Goldoni. La commedia –
pensata e scritta in francese – viene rappresentata per la
prima volta il 4 novembre del 1771 al teatro della
Comédie francaise. È un trionfo! Tanto che Goldoni,
notoriamente schivo e ritroso, è costretto a presentarsi sul
palco per incassare i fragorosi applausi del pubblico
parigino. Un’opera acuta e divertente, che nei primi anni
Settanta viene riadattata da Carlo Lodovici per il piccolo
schermo. Il ruolo di Geronte è affidato a Cesco Baseggio.
Mentre Dorval, suo grande amico nonché avversario all’amato
damiere, viene interpretato da Arnoldo Foà...
Arnoldo Foà oggi, però, potrebbe impeccabilmente vestire i
panni del protagonista. Burbero sì, ma dal cuore tenero. Lo
abbiamo incontrato per ripercorrere insieme le tappe
salienti della sua intensa vita. Novantaquattro anni lambiti
da innumerevoli successi, molti amori e qualche lacerante
ferita. L’età c’è, qualche acciacco è inevitabile. Eppure il
fascino di questo mattatore è travolgente. Come la sua
pungente, sagace ironia. Che, a dispetto della bizzosa
maschera, ci disvela un animo raffinato e squisito. Più che
un’intervista, è stata una partita a scacchi. Vinta, manco a
dirlo, dall’ineguagliabile Maestro. Touché!
Maestro Lei è un mito vivente...
“Metà, non un mito. Sarò un quadruplico!”.
Sulla
carta ha 94 anni. Ma Lei quanti se ne sente?
“Faccia vedere la mano... Lì sul polso... Che disegno è?”.
Questa è una rosa. Poi ho anche due delfini sulla spalla ed
un tribal tattoo sulla caviglia. Quello mi ha fatto
malissimo...
“Ah
sì? E perché li ha fatti? Perché è cretina!”.
Colpita e affondata! Non ricordo Maestro... avevo
vent’anni... A proposito di anni allora, lei quanti se ne
sente?
“Due... Sono completamente rincoglionito!”.
Esagerato... Ciò che conta è lo spirito! Sul serio... Quanti
anni si sente?
“Quattro!”.
Quattro... L’accettiamo! Ma lei che bambino era?
“Ero... intelligente! Cercavo di sapere, ho sempre cercato
di sapere. Quello che i giovani non fanno più adesso.
Cercavo di riempirmi di cultura. Questo per me era molto
importante... Molto! Adesso i giovani... fanno schifo!
Vero?”.
Beh... Insomma... Dipende... Lei è nato a Ferrara ma ha
trascorso la sua infanzia a Firenze. Cosa ricorda di quel
periodo?
“A
Firenze ci sono stato fino a diciotto anni. Quindi tutti gli
studi li ho fatti a Firenze”.
Da
ragazzo la chiamavano Maciste, vero?
“Sì!
Ero forte! C’era papà che mi picchiava sempre. Mi picchiava
anche quando doveva picchiare mio fratello, perché siccome
lui aveva l’otite e gli faceva male, allora quando doveva
picchiare mio fratello picchiava me... E io ero talmente
forte che vincevo a braccio di ferro tutti i miei compagni.
E un giorno ho vinto anche mio padre... Da quel momento non
mi ha mai più picchiato!”.
Che
rapporto aveva con i suoi genitori?
“Papà
mi piaceva... Mia mamma poco, non so perché. Lei andava
molto d’accordo con mio fratello, poco con me... Vuole un
caffè?”.
No
grazie, l’ho preso da poco.
“Meno
male! Scusi se non mi sono alzato”.
Ci
mancherebbe... Cosa l’ha spinta a intraprendere la carriera
di attore?
“Mi
piaceva. E poi... Ho avuto dei tali successi quand’ero
ragazzino, che ho continuato a farlo. Ma devo dire che per
me non era importante essere bravo, essere applaudito,
essere congratulato. Ma conoscere, leggere... Il teatro è
sempre stato una ricerca di qualcosa. Di sapere. È un
qualcosa di importante. Il teatro è una ricerca della
conoscenza. Una ricerca di cose, di pensieri, di fatti
dell’anima. È sempre e comunque una ricerca umana. Ed è
bello il teatro. Il teatro è importante”.
È
anche una ricerca di se stessi?
“Per
lei... Per me no”.
Lei
si conosce?
“Abbastanza, oggi. Mi sono dimenticato di me molte cose. È
l’età... Ma... Mi conosco”.
A
diciotto anni lascia Firenze e viene a Roma per frequentare
il Centro sperimentale di cinematografia...
“Sì.
È stato abbastanza divertente l’incontro con Blasetti, che
mi ha detto: “Lascia perdere, ce ne sono tanti di ragazzi
che cercano di fare gli attori. Lascia perdere. Non è il
caso”. E mi ha guardato così, come guardavano allora,
incrociando due dita della destra e due dita della sinistra
per fare il fotogramma del film. Mi ha guardato e m’ha
detto: lascia perdere. Allora io l’ho guardato e ho detto:
“Senta, con tutta la stima che ho per lei e per quello che
ha fatto, penso che guardare uno così non chiarisca bene se
ha possibilità di fare l’attore o no”. Gli ho fatto capire
che guardare così uno non era un chiarire se poteva fare
l’attore o no. Ho detto: “Mi scusi, mi faccia vedere da
qualcun altro perché non mi sembra che lei possa giudicare
se io sono un bravo attore o no”. Devo dire che è rimasto
colpito da questo. Poi sono stato accettato al Centro
sperimentale... però sono stato pochissimo perché è venuta
tutta la faccenda contro gli ebrei ed io, ebreo, sono stato
buttato fuori... devo dire con dolore dal direttore del
Centro sperimentale che m’ha guardato e m’ha detto: “Mi
dispiace tanto”. Perché ero stato apprezzato abbastanza... e
sono uscito... e ho passato quel periodo di merda”.
Che
poi lei è ateo. Conferma?
“Sì.
Non è Dio che ha creato l’uomo, è l’uomo che ha creato Dio”.
Davvero pensa che finisca tutto qui?
“Sì.
Pensa che possa essere vero che le anime sopravvivono? Ci
sarebbero miliardi e miliardi di anime che si trovano al di
là della morte... No, non c’è nessuno”.
In
quel periodo ha mai avuto paura?
“Io
ho passato dei momenti abbastanza spaventosi. Un po’ perché
c’era la faccenda ebraica... E devo dire che la prima cosa
che dicevo quando incontravo della gente era: io sono ebreo.
E gli italiani proprio... questa antiebraicità non la
sentivano per niente. Ho incontrato gente straordinaria...
Per dirne una. Stavo in una pensione e c’era a un tavolo una
signora sempre sola. Quando veniva il marito stava col
marito, sennò era sempre sola. Non era la bellezza morbida
della donna attraente, era la bellezza quasi maschile di una
donna molto intelligente.
Credo
d’averle detto che era bella, ma non per farle un
complimento. Ma perché era bella, strana, interessante... E
lei quando le ho detto che era bella m’ha guardato e ha
detto: “C’è un mio ritratto nel museo...” non mi ricordo
dove... Me lo disse per levarmi di torno. Però non l’avevo
fatto per introdurmi, l’avevo detto perché era strana, più
maschile... due belle spalle e un’aria intelligente. Ho
capito che lei aveva potuto pensare che le avessi fatto
questo complimento per un’avance. Le ho fatto capire
che non era così. Quindi lei mangiava sola e io mangiavo
solo. Un giorno mi dice: “Le dispiace signor Foà di venire
al mio tavolo?”.
Devo
dire che è stata buffa la cosa, perché dopo mi ha confessato
che altri ospiti di questa pensione avevano detto che
mangiare con un ebreo era una cosa che dava fastidio. E
allora lei da quel momento mi ha chiamato e mi ha voluto
vicino a lei. Quella sera stessa siamo andati a letto
insieme... Era bella, intelligente... Il marito faceva il
cameriere sui treni, nei vagoni ristorante. Adorava la
moglie. E stranamente gli ero simpatico. Lui veniva quando
poteva e ha accettato che io fossi amico della moglie...
tranquillamente.
Adorava la moglie, ma stranamente non era geloso di me. Lei
era curiosissima... Mi ha invitato, quella sera stessa siamo
andati a letto insieme... Non so se era merito mio o merito
suo... Ma lei era bella, bella. Di una bellezza... Non
graziosa come una fanciulla desiderabile, era
intelligentemente bella. Il marito l’adorava. A un certo
momento ha capito che io ero l’amante della moglie, credo
che l’abbia capito. Tanto che ci diede una villa vuota...
perché all’epoca non si potevano vendere le case vuote, che
dovevano servire per quelli che avevano perso la casa a
causa della guerra... Il marito ha accettato che noi due
diventassimo custodi della sua villa. È stranissimo... Lei
ha avuto un figlio, nato morto... E l’ha sotterrato lì... Ha
avuto questo figlio dopo che eravamo stati insieme...
Izoletta... Si chiamava così”.
Un
nome presente anche nella sua autobiografia...
“Sì,
di lei ho parlato nel libro. Ma questa storia che le ho
raccontato io l’ho scritta ma alla fine non l’ho pubblicata.
Poi sono rimasto solo in questa villa e mi vennero a cercare
dei gendarmi... Che cazzo d’altro vuol sapere?”.
Ah,
ma io vorrei sapere tutto! Siamo solo agli anni quaranta e
dobbiamo arrivare al 2010! Senta, nel 1943 lei si è
rifugiato a Napoli. Come ci è arrivato?
“È
stata dura perché ho preso il treno e il treno si è fermato
a Cisterna di Littoria e da Cisterna di Littoria sono andato
a piedi. Arrivato a Napoli sono diventato speaker and
writer della radio... che non veniva sentita a Napoli
perché non c’era elettricità... ed ero stato messo come
speaker and writer da un ufficiale americano di origine
tedesca. Buffo. A Napoli mi sono anche sposato... bella
Napoli!”.
Qual
è stata la più grande soddisfazione della sua carriera?
“Incontrare una come lei!”.
Su,
seriamente...
“È
difficile dirlo... Il teatro. Nel teatro ero soddisfatto, ma
non per me, per come ero bravo e piripìeparapà... Ma perché
il teatro mi piace”.
Cosa
significa recitare sul palco davanti ad un pubblico che
cambia tutte le sere?
“Non
mi interessa il pubblico! Mi interessa quello che faccio e
quello che mi viene dato da fare. I personaggi che faccio
sono persone, non attori”.
Il
personaggio che ha amato di più?
“Non
lo so”.
E
l’autore che ha amato di più?
“Io!”.
Maestro ma cos’è il talento?
“È la
soddisfazione che ha l’attore di fare la sua parte, non
tanto il pubblico quanto se stesso”.
La
sua più grande virtù, come attore intendo...
“Ma
io ho sempre pensato a quello che mi riusciva di fare dei
personaggi, e di ogni personaggio cercavo di essere il
personaggio. Quindi, stranamente, la soddisfazione che
poteva darmi il pubblico era diretta al personaggio non a
me”.
Ha
amato ogni personaggio?
“Sì,
devo dire sì!”.
Come
entra un attore dentro un personaggio?
“Non
glielo dico perché lei non lo potrà mai capire... Devo dire
che effettivamente è un po’ difficile spiegarlo. C’è un
lavoro psicologico... Ma come fai a spiegare qual è questo
lavoro? Perché la psicologia è talmente varia, cambia da un
personaggio all’altro, da una commedia scritta in un modo o
scritta in un altro... È un talento che c’è o non c’è”.
Gli
attori di oggi ce l’hanno questo talento?
“Alcuni sì e alcuni no”.
Chi
le piace?
“Non
lo so!”.
Chi
non le piace?
“Non
lo so!”.
Lo
scorso anno è uscita la sua “Autobiografia di un artista
burbero”...
“Burbero non ce l’ho messo io”.
Allora non è vero che è burbero?
“No.
Sono contrario ai burberi. Io adoro l’umanità. Tutti. Anche
i cattivi. L’uomo è quello che cerca di essere, perché
ognuno di noi cerca di essere quello che si sente di dover
essere. E quindi anche il cattivo si sente di dover essere
cattivo, ma evidentemente c’è qualcosa che lo spinge. Ci può
essere una rivendicazione... di che poi non lo so... Ognuno
c’ha le sue”.
Nel
suo libro ripercorre tutta la sua storia, artistica e umana.
Qual è l’incontro che le ha cambiato la vita?
“Quello che ho avuto con lei!”.
Però
io nel libro non ci sono! Ne dovrà scrivere un altro.
Parliamo dei litigi: Visconti, Stravinskij, ha litigato
anche con Orson Welles... Ha un caratteraccio!
“Ma
no, di litigi ne ho avuti pochi. Discussioni, questo sì. I
litigi non mi piacciono. Con Orson Welles c’è stata, per
esempio, una discussione stupida perché lui a un certo
momento ha detto che l’italiano non era una lingua per poter
fare teatro. Allora lì ci ho discusso. Ho detto: “Guarda
l’Italia ha insegnato il teatro al mondo”. Ed è vero! Prima la Grecia e poi l’Italia hanno
insegnato il teatro al mondo. Questa è la verità: l’italiano
ha insegnato il teatro al mondo!”.
E
oggi come sta il teatro italiano?
“Adesso quelli che scrivono per il teatro non scrivono più
come si scriveva una volta. Non ci sono più grandi autori. E
non ci sono grandi commedie”.
E ci
sono grandi attori?
“Io
ci sono!”.
Quando la rivediamo sul palcoscenico?
“Spero che non venga a vedermi!”.
Sarò
in prima fila! Lei ha avuto quattro mogli e quattro figlie.
Una vita piena di donne! È stato un Don Giovanni?
“Ho
avuto parecchie donne. Ho scopato come un criceto! Quelle
che mi piacevano, mi piacevano! Adesso ce ne ho una sola che
mi piace”.
Sua
moglie Anna. Vi siete sposati da poco, giusto?
“Mica
tanto poco... (guarda Anna) Quanti anni sono?”.
“Siamo sposati da cinque, però sono tredici anni che stiamo
insieme”, gli ricorda lei.
E
come vi siete conosciuti?
“In
una trattoria... No.. In casa di... (guarda ancora Anna, che
gli suggerisce qualcosa) Eh?? E dillo!”.
Libreria Maestro, l’ho sentito pure io. Mannaggia, mi sa che
in trattoria era un’altra...
“Troppe donne!”.
È
stato un colpo di fulmine?
“È
lei alla quale sono piaciuto”.
Cosa
le è piaciuto di Anna?
“È la
donna più meravigliosa che ho conosciuto. Veramente”.
Però
vi dividono tanti anni. Più di quaranta. Non l’ha mai
spaventata la differenza d’età?
“A me
no, a lei doveva spaventare!”.
Qual
è il segreto del vostro amore?
“È la
donna più bella che ho conosciuto in vita mia. La più brava,
mi vuole un bene... ed è lei che mi aiuta a vivere”.
Un
velo di tenerezza attraversa gli occhi del matador... Ma
dica la verità, nella vita l’ha aiutata questa sua innata
ironia?
(... tace... Faccio finta di niente e passo alla domanda
successiva, e su questa mi paralizza con lo sguardo).
Maestro, Arnoldo è mai stato prigioniero di Foà?
“Ma
che cazzo di domanda è?”.
(Calma e sangue freddo... Mi sento Marzullo in gonnella!) Ho
quasi finito...
“Oh
meno male... mi sono proprio rotto i coglioni! Ha finito!
Ringraziamo a Dio... se c’è”.
Ma
come, ha detto che è ateo! Maestro lei ha attraversato quasi
un secolo di storia italiana. Oggi l’Italia è un Paese
libero?
“Sì.
È libero di fare tutte le cazzate che vuole”.
Segue
la politica?
“Lasciamo perdere”.
Guarda la tv?
“Poco, per colpa della pubblicità e della politica. Sono le
due cose che non sopporto”.
I
novantenni di domani come saranno?
“Credo che saranno dei poveri imbecilli, perché i giovani di
oggi tutto cercano meno la cultura e il sapere. Sono
stupidi, come raramente li ho visti in vita mia!”.
La
nostra società tende un po’ a rincretinire la gente...
“Lei
ha detto quello che avrei detto io. È vero!”.
Quindi è responsabilità fino a un certo punto dei singoli.
Magari ci sono giovani che vorrebbero...
“No,
no, no! Non vogliono. Lo vedo. Vedo i giovani che parlano
tra di loro, sento quello che dicono, vedo come si
comportano. Non c’è quello che c’era alla mia età con i
giovani. Si parlava di cultura. Si cercava di sapere quello
che non si sapeva. Sono le teste che sono vuote”.
Sono
davvero alle ultime battute... Maestro, la nostra rivista si
chiama “L’attimo fuggente”. Lei ha sempre colto l’attimo o
qualche occasione le è sfuggita?
“Se
m’è sfuggita, non me ne sono accorto”.
Facendo un bilancio della sua vita ha più dato o ricevuto?
“Nun
glie risponno!”.
Come
si vede a cent’anni?
“Devo
dire che mi sento un po’ rincretinito a 94 anni... Non sono
più com’ero una volta. Non ho gli stessi pensieri, le stesse
volontà di sapere che avevo una volta. Sono un po’ più
stupido. Anche per colpa sua!”.
*Dice di sé.
Barbara Leone. Facevo la violinista e mi divertivo pure. Ma
mi diverto di più a scrivere. Amo gli autori russi e i poeti
maledetti. Il mio compagno di vita e di avventure è un cane
nero chiamato Maffino.
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