INTERVISTE
MUGHINI: POLEMISTA IO? NIENTE AFFATTO. SONO UN BONACCIONE
Personaggio poliedrico e
complesso in tv e nei giornali, appassionato bibliofilo,
collezionista attento di quadri, opere di design, foto e
stampe: si entra nella sua casa come in un museo di arte
moderna...
Antonella Parmentola*
Arrivo
puntuale all’appuntamento. Il taxi mi lascia davanti ad un
palazzetto color giallo paglierino. Giampiero Mughini è al
balcone e, sarà stato l’effetto del sole, la visione del
totale mi fa tornare alla mente uno di quei dipinti di
Edward Hopper, nei quali il protagonista si staglia
solitario su un paesaggio costituito il più delle volte dal
parziale di una tipica villa americana.
All’ingresso mi accolgono quadri ed opere
coloratissime di design: la sensazione è quella di
entrare in un museo di arte moderna, per la qualità degli
oggetti esposti. Ci accomodiamo nella stanza biblioteca,
nome non dato a caso considerata la quantità di libri che
fanno capolino dappertutto. La mia sedia sulle prime mi
mette a disagio: è anch’essa un pezzo di design molto
originale, composto da grossi rettangoli colorati, di un
materiale che azzardo sia plexiglass. Una volta seduta,
però, devo riconoscere che è molto comoda a dispetto
dell’aspetto. Mughini si accomoda invece su un lettino a
metà tra il triclinio che gli antichi romani utilizzavano
per i loro lauti pranzi, e quello più prosaico di uno
psicanalista. E l’idea che, per come siamo seduti, io sia
quella che psicanalizza Mughini mi fa sorridere.
Facciamo un patto, durante la chiacchierata non
parleremo di Juventus, perché, mi confessa “è un fatto
davvero privato, personale”. Sebbene, ammetto, mi fossi
preparata diverse domande sull’argomento, accetto di buon
grado l’accordo.
Alla nostra conversazione assisterà B.B., magnifico
cane entrato in casa Mughini da poco più di un anno. Sarà
lei, alla fine, a darmi il time out reclamando il suo
padrone per la passeggiata giornaliera.
Partiamo con una domanda a bruciapelo. Qual è la
realtà del giornalismo oggi?
“È una realtà amara, a cominciare dal fatto che il
giornalismo italiano è attraversato dallo scontro furibondo
tra due fazioni politiche. E tanto più è amara perché una
buona parte dei giornalisti in campo riceve lo stipendio da
aziende editoriali di proprietà del capo del governo. Per
quel che mi riguarda, quando lavoravo a Panorama, e dunque
nella Mondadori di cui Silvio Berlusconi divenne il
proprietario e mentre stava assumendo un ruolo politico, non
ho mai più scritto un solo articolo di politica. Non che mi
manchi minimamente lo scrivere, come fanno in molti, “a
morte Silvio” o “viva Silvio”.
Se è questo che pensa dei giornalisti, perché è
diventato giornalista?
“Provengo da una famiglia di borghesia impoverita. Che
cosa avrei potuto fare? Forse l’avvocato, o l’avvocaticchio.
Il professore mai, nemmeno sotto tortura. Ho frequentato la
scuola dei preti, dei veri e propri aguzzini degni di un
campo di Auschwitz. Qualcuno di loro, lo ricordo bene, ci
“provava” con qualcuno di noi. Da loro ho subito una
barbarie culturale. Il che non toglie che
la Chiesa cattolica sia qualcosa di più
nobile e di più importante.
All’università ho frequentato la facoltà di lingue e
letterature moderne, ma avevo dei professori
rompicoglioni, che insistevano sul greco e sul latino.
Niente cinema, rock and roll, fumetti, design
che invece erano e sono la mia passione.
Sono diventato giornalista in un’epoca in cui la gente
leggeva e sapeva, comprendeva. Tutto questo è finito più di
quanto non sembri. La generazione dei venti-trentenni è
totalmente analfabeta, e più questi supporti tecnologici
avanzeranno più aumenterà l’analfabetismo. Sapere significa
comprendere e questo non esiste più. La verità è che sono
animato da un senso di profondo disprezzo verso tutto,
derivato da questo cannibalismo dei rapporti, delle etnie,
dei salotti culturali, delle fazioni politiche...”.
Per questo di solito
presentandola, aggiungono al suo nome l’aggettivo
polemista?
“Io polemista? Ma niente affatto. Sono un bonaccione.
Non parlo mai male di un libro o di un film. Se un libro non
mi piace non lo leggo, se un film non mi attira non vado a
vederlo. Che io appaia un polemista viene dal fatto che in
televisione quando dico acqua mi riferisco ll’acqua e pane
quando voglio riferirmi al pane. È un modo di parlare non
talmente frequente.
Le racconto un aneddoto. Era il 1991, il film di
Salvatores Mediterraneo aveva vinto l’Oscar come
migliore film straniero. Partecipavo ad una trasmissione
Mediaset ed un giornalista si rivolse a me dicendo: “Il
Presidente Berlusconi ha vinto l’Oscar”. Al che risposi,
precisando, che Salvatores aveva vinto l’Oscar, e non
Berlusconi. Berlusconi chiamò ringraziandomi per la
precisazione. Per questo non potrei mai dire una parola
contro di lui, anche se la pensassi. E del resto se
Berlusconi se ne andasse per molti la vita diventerebbe un
problema, perché lui dà da mangiare sia a quelli che dicono
“a morte Silvio” sia a quelli che dicono “viva Silvio”.
Una mattina mi trovavo alle Cinque Terre e faceva
molto caldo. Da lontano avevo visto in bacheca la prima
pagina dell’Unità, diretta allora da Antonio Padellaro.
Scommisi con me stesso, facendo quel lungo tratto di strada
sotto il sole, che almeno 4 titoli di quella prima pagina
sarebbero stati contro Berlusconi. Mi avvicinai e indovini?
I titoli contro erano sei”.
Se la situazione è questa, quali sono i giornali che
legge tutte le mattine?
“Il Corriere, la Repubblica, la Stampa e Libero. Se me lo
potessi permettere, da lavoratore autonomo che deve fare i
conti con i fine mese, aggiungerei nell’ordine Il Foglio, Il
Fatto e Il Giornale. Comunque nella nostra professione
l’aria si è fatta davvero pesante. L’ho detto all’inizio.
C’è stato un progressivo avvelenamento della situazione
politica da quando c’è stato l’avvento di questa sciagurata
seconda Repubblica, nella quale due armate Brancaleone si
fronteggiano alla disperata”.
E in tv, di Travaglio, Santoro cosa pensa?
“Ho molta stima di Marco Travaglio, perché è un uomo
libero. Non risparmia nessuno e non è un conformista.
Santoro è un ottimo professionista. Partito come un
impiegatuccio del Pci, venne assunto a Rai 3 grazie al
favore di Sandro Curzi, comunista fra i più settari del
Novecento, ma che suscitava in molti tanta simpatia perché
era calvo. Santoro ha dato vita in tv al comizio moderno,
ben costruito, ben scandito. Anche se in tutta la mia vita
avrò visto al massimo 3 puntate di Santoro. L’errore è che
si considera il bene assoluto. E con tutta quella storia di
Bella Ciao, una canzone di quelli che andavano in
montagna a rischiare la vita, è caduto nel grottesco”.
Per il discorso che faceva prima, molti comici
rimarrebbero disoccupati...
“Anche qui, dov’è la comicità nel parodiare,
costantemente, Berlusconi o
La Russa o Maurizio Gasparri? Totò, Buster
Keaton, Rascel creavano dei tipi. Esiste un italiano che
abbia veramente riso alle battute di Daniele Luttazzi? Una
volta mi è capitato di andare a vederlo a teatro, dopo tre
minuti ha iniziato ad insultare Sgarbi e Ferrara, che non
c’entravano niente. Mi chiedo ancora cosa ci fosse di
divertente”.
Cosa pensa dell’imitazione che
David Pratelli ha fatto di lei a Quelli che il calcio
e...?
“Guardo raramente la tv, non ho mai visto il mio
imitatore. Mi hanno detto tutti che è molto bravo. Ricordo
un’altra imitazione, molto ben fatta, di Tullio Solenghi.
Quello di guardare poco la tv non è un atteggiamento snob:
il fatto è che considero la tv lenta. Se prendo per esempio
una pagina dell’ultimo libro che ho letto, l’Intrigo
internazionale di Fasanella e Priore, dalla prima
all’ultima riga è come fare un viaggio dal polo nord al polo
sud, una scalata dell’Everest. In tv, invece, se un ospite
si sposta da una postazione all’altra ci vogliono cinque
minuti”.
La situazione editoriale come è, invece?
“Anche lì ci sono cose grottesche, tipo gli attacchi
contro Roberto Saviano, attacchi mossi in buona sostanza
dall’invidia per i suoi alti diritti d’autore. Ovvio che
Saviano da Gomorra ha portato a casa più soldi di
quanti ne abbia portati Montale in tutta la sua vita, ma
questa è l’industria editoriale. In Italia, però, paese
catto-comunista per eccellenza parlare dei soldi è come
parlare dello sterco del diavolo. Abbiamo eletto a sistema
l’invidia sociale”.
Ha mai pensato per questo di lasciare l’Italia?
“No. Sono italiano, parlo italiano, i miei libri sono
italianisti. Ma è certo che a Parigi, Zurigo, Barcellona,
Amsterdam mi sento più a casa che in Italia. E poi non c’è
l’Italia, ma ce ne sono due o tre. A Brunico la strada è più
pulita del pavimento di questa stanza. A Roma no”.
Dicevamo dell’industria editoriale. È pensabile che
tutti ormai scrivano libri?
“È giusto che in libreria ci siano prodotti articolati
e che ciascuno possa comprare quello che vuole. Totti ha
fatto benissimo con il libro sulle barzellette. I libri di
Antonella Clerici hanno consentito a Mondadori di pubblicare
libri meno commerciali. Quello che trovo sbagliato è che il
criterio del successo commerciale sia stato eletto a
criterio fondante. E questo viene applicato non solo ai
libri, ma anche ai film, ai quadri... così facendo andiamo
incontro alla catastrofe!
Facciamo un esempio, il francese Jean Echenoz,
pubblicato da Adelphi, avrà venduto in Italia 600 copie al
massimo. Eppure lo considero uno dei più grandi scrittori
contemporanei. E in Francia non gli è andata tanto meglio...
Negli ultimi sei-sette mesi ho scritto un libro che
volevo scrivere, consapevole che non sarebbe stato un
successo di vendite, ma ritenevo che un editore sarebbe
stato felice di pubblicarlo. Invece ho fatto una gran fatica
a trovare un editore e questo mi ha offeso. So bene che sarà
un libro il cui arco di vendita oscillerà tra le 12 e le 20
copie, ma un editore dovrebbe essere orgoglioso di averlo in
catalogo. O forse no, forse contano solo le cifre delle
vendite fatte”.
Le dà più piacere leggere un libro o scriverlo?
“Scrivere è la cosa più importante delle mia vita,
anche se oggi scrivere non ti fa comunicare più con nessuno,
perché nessuno legge.
Un esempio? Qualche settimana fa abbiamo scoperto che
l’intervista a Philip Roth fatta da Tommaso Debenedetti
(figlio di Antonio Debenedetti e nipote del grande critico
Giacomo Debenedetti) era una bufala, non solo: risalendo a
tutte le interviste, si è scoperto che erano tutte dei
falsi. È grave che nessuno tra gli addetti ai lavori se ne
sia subito accorto”.
Veniamo alla sua collezione. Quanti libri possiede?
“Bisogna fare un distinguo tra i libri di lavoro e di
studio e quelli da collezione, che pure mi servono per il
mio lavoro. In totale direi 16.000 libri di cui 3-4.000 da
collezione”.
Ha mai pensato cosa sarà dei suoi libri quando lei non
ci sarà più?
“Allo Stato non donerò nulla. Quanto alla creazione di
una fondazione se lei mi dà i soldi, la faccio volentieri...
Ma i libri vivono fra le mani e nella mente di chi legge, le
mostre di libri sono noiose, non come i quadri che puoi
ammirare... Venderli? Potrebbe darsi, ma se escono i libri
da casa mia non so che senso potrebbe mai avere la mia vita.
Tutti pensano a fare grandi viaggi. Il grande viaggio della
mia vita va dalla camera da letto alla biblioteca”.
La passione per i libri l’accompagna da sempre? È
un’abitudine acquisita a casa da ragazzo?
“A casa dei miei nonni materni ci saranno stati al
massimo 7-8 libri, stavano nell’ammezzato e nessuno ne
parlava. Ce li ho ancora tutti. Nella casa di mio padre (i
miei erano divorziati) c’era un’edizione degli anni ‘30 dei
Discorsi di Mussolini e una serie di libri della
Utet, niente di più. A 12-13 anni ho iniziato a leggere
Salgari. Allora ho scoperto la lettura come viaggio della
mente. Salgari parlava della Malesia e non c’era mai stato.
Risale alla mia stanza da studente la prima paretina di
libri, alla quale si è poi aggiunta una seconda, una terza e
una quarta.
Nella mia precedente casa, dove ho vissuto per 32
anni, tre stanze erano dedicate ai libri. In questa, che ho
comprato innanzitutto per avere i libri a portata di mano e
in ordine, le stanze dedicate ai libri sono sei: ho
impiegato più di un mese per riordinarli.
Le racconto un altro aneddoto: ero all’Isola dei
famosi. Prese la parola un ragazzo cortese, Raffaello
Tonon che mi manifestò la propria simpatia per i miei
commenti sportivi. A quell’epoca avevo già al mio attivo 16
libri e lo sottolineai. Quelli delle Iene, mi
mandarono uno dei loro per sfottermi: un poveraccio che non
avrebbe superato nemmeno l’esame di quinta ginnasio... l’ho
trattato come una merda o peggio, perché la merda ha una sua
funzione. Per essere spiritosi bisogna sapere di cosa si sta
parlando e solo dopo puoi innalzarti all’ironia”.
Come sceglie i suoi libri?
“Mi interesso di molte cose. Quando entro in una
libreria comprerei 200 libri, ma poi opto per 3-4. A questo deve aggiungere i
libri che quasi quotidianamente mi vengono spediti e il
rifornimento in antiquariato. E poi acquisto riviste, foto,
stampe. I fratelli Tonini, antiquari di Ravenna ed ormai
miei amici, hanno da poco celebrato il loro ventennale.
Nell’occasione ho acquistato queste due foto (mi si
avvicina e me le mostra) di Tano D’Amico fotografo che ha
raccontato il popolo di sinistra anno dopo anno e scatto
dopo scatto. Queste foto sono del 1977, ritraggono Paolo e
Daddo, due militanti dell’estrema sinistra che rimasero
coinvolti in una sparatoria di piazza e che quelli della
sinistra avevano descritto come eroi e santi. Come vede
dalle foto, avevano due pistole in due. Che razza di eroi e
santi sono quelli che vanno a un corteo con due pistole in
mano?”.
Crede che la storia italiana farà mai pace con quegli
anni?
“No, mai. Il dramma della mia vita è stato senza
dubbio la rottura con la mia generazione. Da quando avevo
urlato a tutti loro, con un mio libro del 1987, che la
smettessero di dire stronzate. A sinistra il mio nome è
impronunciabile. Ma bene così”.
L’atmosfera si è fatta improvvisamente
molto seria. Le risate ironiche che hanno accompagnato
costantemente l’intervista sono finite. Gli rendo le foto
che vengono riposte religiosamente nella loro custodia. Sono
trascorse quasi due ore dall’inizio della nostra
chiacchierata.
*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il
fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso
originale e della successiva evoluzione. È profondamente
convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e
detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la
differenza.
|
Carlo Lucarelli
Alla fine la storia finisce come piace al
libro. Il libro ti prende la mano. Io
non so mai che cosa succede alla fine.
All’inizio ignoro perfino chi sia
l’assassino.
Lo scopro mentre scrivo.
(Da “L’Adige, a cura di Claudio
Sabelli Fioretti”, 2003)
|
|