INTERVISTE

MATTEO NUCCI, PLATONISTA INNAMORATO DELLA CORRIDA


Lo scrittore di Sono comuni le cose degli amici, uno dei cinque finalisti del premio Strega 2010, si racconta: “L’amicizia virile è un rapporto strettissimo basato sulla fiducia, sulla lealtà e sul rispetto. Qualcosa di più forte dell’amore”


 

Placido Cavallaro*

 

Nella prima giornata di sole di questa pazza estate 2010 abbiamo incontrato e conosciuto l’autore di Sono comuni le cose degli amici, romanzo candidato al premio Strega 2010.

Matteo Nucci, questo è il suo nome, una persona mai sentimentale anche se piena di sentimenti; l’amicizia, l’amore, la famiglia, la città, la Spagna, le isole greche, la cultura sono le cose che contano davvero per lui e che nel romanzo trovano un’opportuna sintesi narrativa.

Allora Matteo, chi è secondo te Matteo Nucci?

“O Dio mio no... sono romano, nato a Roma e cresciuto a Roma, amo la Grecia e la Spagna. Roma mi piace moltissimo, anche se è in una sorta di disfacimento... e ho un po’ di difficoltà a vivere nel nostro paese dove è crollato tutto il tessuto di rispetto per la cosa pubblica. Ho fatto le scuole tra Flaminio e Parioli, sono stato fortunatissimo, ho avuto maestri e insegnanti bravissimi e credo molto nella scuola, nell’educazione. Sono uno che scrive, che ama scrivere, che ama viaggiare e ama conoscere. Fondamentalmente cerco di capire e mettere in discussione le cose che conosco e di non fermarmi mai alle apparenze”.

Per gli esami di maturità quest’anno la prova di italiano prevedeva Primo Levi per l’analisi del testo, le foibe per il tema storico, il ruolo dei giovani nella politica. Tu cosa avresti scelto?

“Forse le Foibe visto che non se ne sa niente e in questi ultimi tempi sono state al centro di discussioni assolutamente grottesche, secondo me. Un revisionismo storico che non tiene conto di quello che era successo in quel periodo: basato sull’ignoranza generalizzata che porta molti a pensare che le Foibe hanno a che fare con la fobia senza neanche sapere che una foiba è una cavità naturale. Se fossi stato un liceale probabilmente non lo avrei fatto perché è complicato”.

La seconda prova al classico prevedeva invece una versione di Platone intitolata “Socrate e la politica”.

“Siii... Io sono un platonista che ha tradotto Platone per anni, ci sarei andato a nozze...”.

Che cosa importeresti in questa società dalla Grecia classica?

“In Grecia, nel V secolo a.C., matura quella che è la democrazia. In tutta la Grecia matura, anche a Sparta dove non c’è democrazia, un rispetto per la cosa pubblica che porta i greci a definire chi non dà importanza al bene comune con un termine ben preciso, idiæth& (idiota). L’idiota nella Grecia antica è chi si occupa solo delle cose private. Chi si occupa delle cose sue è destinato a soccombere perché solo il rispetto per le cose di tutti rende la vita migliore. Oggi nella nostra società non si capisce che quando fai del male alla cosa pubblica lo fai a te stesso ecco perché importerei dal mondo antico il concetto di comunità. Il dominio del pubblico sul privato”.

Credi sia ancora importante per i giovani studiare le lingue antiche e la cultura classica?

“Assolutamente sì. Lo studio delle lingue antiche sviluppa una capacità analitica e sintetica che non dà neanche lo studio della matematica. Bisogna assolutamente conoscere la letteratura greca e romana, roba eterna e indispensabile per capire quello che succede oggi”.

Qual è l’ultimo libro che hai letto?

“Adesso sto leggendo l’ultimo di MacCarthy”.

Il primo libro che hai letto?

“A 14 anni ho letto il Processo di Kafka. Mi fu dato dalla mia insegnante del ginnasio e mi ha segnato molto”.

Cosa consiglieresti ai giovani che vogliono fare il tuo lavoro?

“Leggere e lavorare con disciplina. Scrivere è un mestiere: l’artigianato della scrittura... l’ispirazione è una boiata. Soprattutto bisogna raccontare, sporcarsi le mani, bisogna narrare: confrontarsi con il mondo”.

Nel tuo libro racconti i sentimenti senza dirlo apertamente.

“Sì, è una tecnica di scrittura. Credo che il sentimento non debba essere detto, ma suscitato. Quando leggo le cose voglio provarle non voglio che mi siano raccontate”.

Il libro è dedicato a Costanza e Giulia, chi sono?

“Le mie sorelle”.

Si può andare oltre il rapporto di fratellanza e essere amici tra fratelli?

“Sì assolutamente!!”.

Che cosa è l’amicizia?

“Una cosa è l’amicizia virile, che racconto nel libro, un’altra è l’amicizia tra un uomo e una donna o tra 2 donne. Quella che è per me più importante è l’amicizia virile, un rapporto strettissimo basato sulla fiducia, sulla lealtà e sul rispetto. Condivisione di un percorso di conoscenza. Qualcosa anche più forte dell’amore”.

Come nasce questo romanzo “Sono comuni le cose degli amici”?

“È una storia che volevo raccontare. Una storia sul tradimento, sugli affetti e sulla necessità di scegliere. Raccontare l’importanza di affrontare il dolore pur di conoscere”.

Il tradimento di un amico è più doloroso del tradimento di una donna?

“Sì. Ti distrugge per sempre”.

Possono esistere nella società di oggi delle amicizie vere?

“Non sono un sociologo. Se vogliamo fare un discorso tera tera, oggi l’amicizia è un rapporto in crisi perché sono sopravvalutati altri rapporti e spesso l’amicizia virile è tacciata di omosessualità”.

Quanto un amico aiuta a diventare ciò che si è, come diceva Nietzsche?

“Ti aiuta se l’amicizia non si vive in maniera simbiotica. Se il tuo amico è un vero amico ti aiuta ad esaltare quello che tu sei. Platone diceva che nell’occhio dell’amico vedi te stesso”.

La trama del romanzo?

“Un uomo perde il padre e deve affrontare questo lutto. Il lutto lo mette di fronte alla necessità di cambiare. Il padre quando ha tentato di cambiare è morto e il figlio si chiede se sia possibile cambiare e se ci riuscirà veramente. Di qui la necessità di affrontare la crisi. Crisi in greco antico vuol dire scelta, quindi scegliere e affrontare il dolore che qualsiasi scelta comporta”.

L’amicizia può essere anche tra un padre e un figlio?

“Sì, sì certo. Anzi, quando un figlio riesce ad essere amico del padre ha completato gran parte del percorso”.

Tu ci sei riuscito?

“Mi sembra che ci stia riuscendo. Ci sono state tante fasi con mio padre: amore, ribellione, scontro. Adesso siamo in una fase di progressiva amicizia, di rapporto adulto”.

Ha detto che ami la Grecia, ma anche la Spagna?

“Si, sono due paesi latini dove si mantengono degli spazi non segnati dalla globalizzazione. Spazi in cui si conservano tradizioni autentiche, antiche, vere e profonde. Come in Spagna la corrida. Per me la corrida è un arte straordinaria e trovo grottesco che venga continuamente attaccata”.

Cosa hai provato quando hai saputo che il tuo libro era in cinquina, candidato al Premio Strega 2010?

“Sono stato contentissimo. Per arrivare a scrivere un libro dignitoso ci sono stati anni, anni e anni di scrittura e di lavoro con nessuno che mi si filava... Ti senti ripagato di tanta fatica”.

A chi hai dato per prima la notizia?

“Ai miei genitori”.

Ricordi il primo guadagno che hai avuto con il tuo lavoro?

“Sì... un articolo per un sito orribile dove mi hanno dato pochi euro... anzi promessi perché mi sono arrivati molto tempo dopo!”.

I tre libri assolutamente da leggere nella vita?

“L’Orestea di Eschilo, Fiesta di Hemingway e la Bibbia”.

Un autore italiano che torneresti a leggere?

“Fenoglio”.

Il viaggio che non hai ancora fatto?

“Cuba, per vedere un posto dove non ci sono le pubblicità per strada. Un mondo diverso, ma non faccio l’apologia del comunismo cubano”.

La copertina del libro?

“Volevo una copertina originale, chiara con un disegno. L’editor Vincenzo Stuni, persona bravissima, mi ha proposto questa di Matisse e ho subito accettato perché è bellissima. C’è la donna, che è al centro del libro e poi se si guarda il disegno è veramente bello. Come diceva Wittgenstein: Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere. Parla da sola”.

Una frase del libro che ti piace?

Il tavolo sotto la pergola di vite era pieno di sole, l’incerata sul tavolo scottava, e lui guardava i nodi disegnati sull’incerata e sentiva l’odore di caffè che copriva il profumo del bucato e vedeva suo padre che compariva sulla soglia assonnato con le occhiaie profonde e i capelli arruffati”.

Una giornata particolare da ricordare?

“Trattoria, chiacchiere, sole”.

Vorresti diventare padre? E che padre saresti?

“Penso sarei un buon padre. Spererei di non essere un padre eccessivamente asfissiante”.

Stai scrivendo qualcosa adesso?

“Sì, è una cosa a metà tra il romanzo e il viaggio. Sto pensando anche al prossimo romanzo, ma ancora sto solo raccogliendo informazioni. Sto scrivendo quello che gli inglesi chiamano narrative nonfiction, un viaggio in un certo mondo però narrativo, romanzato”.

Mi descrivi il tuo migliore amico?

“Ho tre migliori amici. In particolare uno lo reputo veramente straordinario fedele e onesto. Una persona esuberante, ma di una serietà assoluta: preciso e puntuale sempre. Per me l’amicizia è fondata sulla lealtà e la fedeltà a certi valori condivisi. Quando si tradiscono quelli è terribile”.

Perché in libreria uno tra tanti libri dovrebbe scegliere il tuo libro?

“Perché è bello!”.



*Dice di sé.
Placido Cavallaro. Romano da quindici anni, siciliano da sempre. Dopo la laurea in psicologia inizia a lavorare come consulente ma la sua vera passione è scrivere per la televisione. Ama la natura, i cavalli, la buona cucina e stare in compagnia della famiglia e dei suoi amici. Appassionato di subacquea è un instancabile viaggiatore. I suoi viaggi preferiti sono on the road senza meta e senza itinerario: per scoprire e imparare. Lettore insaziabile considera i sui romanzi preferiti le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar e Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.







GUIDO CERONETTI


Quanti di noi sarebbero naufraghi senza speranza in una

notte atlantica, senza le voci che si levano e ci

chiamano dai libri.

(Da “Insetti senza frontiere”, 2009)









NICCOLÒ AMMANITI


Libro e film sono due opere diverse e il regista interpreta

il testo come vuole lui. A volte, raramente, succede che

i film siano migliori dei libri perché rimaneggiano la storia

che in quel modo migliora.

(Da “Intervista a cura di Giulia Mozzato”, 2001)








 

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