ARTE

PRINCIPESSA, AMBASCIATRICE, ESPERTA DI ARTE...


Wijdan Fawaz Al-Hashemi, appassionata conoscitrice dell’estetica islamica, sottolinea in questo saggio le peculiarità di un mondo forse poco conosciuto: molti artisti islamici, infatti, vissero e morirono in totale oscurità; per loro l’autorealizzazione veniva attraverso la creatività e non attraverso la fama personale


 

Wijdan Fawaz Al-Hashemi*

 

Sin dall’inizio, l’arte islamica ha seguito un processo selettivo che preferiva certamente alcuni motivi e stili ad altri. Questo processo è stato intrapreso dagli artisti stessi, molti dei quali erano convertiti alla nuova religione e, quindi, in accordo con i nuovi criteri etici ed estetici e con le necessità dei nuovi patroni ai quali l’arte, da qui in avanti, doveva compiacere. Tra queste esigenze, quelle di culto giocarono un ruolo predominante. Fu nell’architettura religiosa che l’arte islamica espresse in primo luogo la sua genialità, per aver integrato le tradizioni artistiche preesistenti e adattate ai suoi ambiti e richieste. I migliori esempi di questo tipo di rapida integrazione sono la Cupola della roccia a Gerusalemme – il primo monumento dell’Islam (688-692 AD) – e Grande moschea degli Omayyadi a Damasco (ca. 706-716 AD).

Il processo selettivo seguito dai primi patroni e artisti in Islam fu una definizione nello sviluppo della prima arte islamica. Essa nacque dall’esigenza di una nuova estetica diversa rispetto alle tradizioni straniere greco-romane e alle culture elleniche che erano state esercitate per secoli nell’est semitico. I nuovi musulmani avevano bisogno di canoni estetici che potessero soddisfare la natura spirituale e contemplativa della loro religione, per rinforzare la sua ideologia di fondo e la sua struttura sociale ed essere un costante riferimento dei suoi principi, le cui radici tornarono al monoteismo abramitico.

Una tale arte doveva rinforzare la consapevolezza di Dio, l’adempimento della cui volontà era l’essere e la fine di tutto, la ragion d’essere dell’esistenza umana. La sfida fu ripresa dai primi musulmani, che operarono con gli antichi motivi e le tecniche conosciute dai loro predecessori semitici, bizantini e sassanidi, sviluppandone di nuovi in base alle esigenze e all’ispirazione.

Poiché l’influenza dell’Islam si diffuse dalla Spagna alle Filippine, le tendenze recentemente sviluppate dell’espressione artistica furono adottate e adattate in varie parti del mondo. Il nuovo stile fornì un’unità estetica di base all’interno del mondo musulmano, senza sopprimere, proibire o minare le varianti regionali (4).

L’incontro della mentalità arabo-islamica con le tradizioni classiche e locali generò nuove tendenze e stili artistici nell’arte islamica, come nell’Umayyad Qusayr Amra nel deserto giordano (c. 712-715 AD). Comunque, questo tipo di parentela non durò a lungo e presto l’arte islamica abbandonò le norme acquisite per crearne di sue proprie, basate sui suoi concetti interiori e credenze. Con il passare del tempo, furono create forme d’arte distintive e furono sviluppati modelli e stili ben definiti, furono eliminate tutte le influenze straniere e l’arte islamica emerse con le sue individuali caratteristiche.

Centocinquanta anni dopo l’avvento dell’Islam, l’arte islamica aveva formato il proprio linguaggio e la propria estetica. Per esempio, la grande moschea di Cordova (785 AD) in Al-Andalus e la Ibn Tulun moschea (879 AD) in Egitto, non rappresentavano più fasi di evoluzione sperimentale, ma erano insuperabili capolavori, che brandivano le loro regole ed estetica (5).

Nelle sue fasi creative, l’arte del mondo musulmano era il prodotto di una nuova sintassi e di un nuovo ordine semantico per una struttura visiva più antica. Per i musulmani questa non era una nuova invenzione, ma una ricombinazione, con modifiche interne della loro esperienza e della loro conoscenza. Il mondo musulmano, al di là dei secoli, mantenne questa relazione simbiotica con le culture precedenti o circostanti. Fino al XIII secolo, l’Islam rimase l’unica cultura predominante che era in contatto fisico con ogni altro vicino centro di civilizzazione e di vita in Asia, Africa ed Europa, con l’intensità dei contatti che varia da luogo a luogo e di secolo in secolo (6).

Tutto il creato riflette l’intelligenza cosmica, ma solo l’uomo, che è l’essere centrale nel mondo terrestre che abita, riflette ciò nel senso attivo e creativo. La ragione ha a che fare con il mondo sensoriale e l’intelletto con il mondo metafisico. Quando viene raggiunta una relazione complementare tra ragione e intelletto, essa può diventare la guida che in definitiva conduce l’uomo alla forma di “conoscenza” più alta possibile (7). Per un musulmano, l’arte Islamica è uno dei mezzi con cui l’uomo può raggiungere questa “conoscenza”, sia attraverso la sua creazione sia attraverso la contemplazione della sua bellezza.

Dal punto di vista spirituale ed etico, l’arte Islamica ha origine essenzialmente dal messaggio del Corano, di cui si propone di tradurre i valori sul piano delle forme fisiche (8). Ogni immagine esterna è completata da una realtà interna, che è la sua essenza interna nascosta. La forma esteriore, o dhahir, sottolinea l’aspetto fisico, quantitativo che è ovvio, facilmente e prontamente comprensibile. È rappresentato nella forma di un palazzo, di un guscio di una nave, di un corpo di un uomo, o nella forma esterna di riti religiosi. Per contro, l’aspetto essenziale, qualitativo è il nascosto o l’interno batin, che è presente in tutti gli esseri e in tutte le cose. Al fine di conoscere nella sua completezza, si deve cercare la conoscenza e la comprensione della sua realtà esterna e temporale, così come la sua corporeità essenziale e interna, dove risiede l’eterna bellezza di ogni cosa (9). È la persona erudita che comprende la logica della composizione, mentre la persona non colta apprezza soltanto il suo valore estetico (10). Questo concetto interpretativo costituisce l’aspetto filosofico più importante dell’estetica islamica.

Nell’arabo classico c’è soltanto una parola che indica un uomo che lavora con le proprie mani, sani (pl. sunna) e significa lavoratore, artigiano, qualcuno che pratica un mestiere o un commercio ed è inoltre creativo nel suo lavoro.

È la combinazione tra un artigiano addestrato e un artista creativo, per definire il quale non c’è corrispondente traduzione in inglese. Il lavoro dell’artista tradizionale o dell’artigiano è di fare oggetti che funzionerebbero così come soddisferebbero l’occhio. La bellezza dell’artefatto dipende dalla perfezione del lavoro artistico e non solo dalla sua apparenza. Un bellissimo oggetto è tale perché è perfetto; non è perfetto perché è bello. Per l’artista tradizionale, l’arte non è un regalo, ma conoscenza da acquisire e, inoltre, l’arte tradizionale non è “auto-espressiva” nel senso comune della parola. Chiunque insista sul suo modo di essere, non è un artista ma un egoista. Nell’arte medioevale europea e nell’arte orientale, per l’artista apporre il suo nome sul proprio lavoro era l’eccezione e non la regola. La personalità dell’artista non era una preoccupazione per il mecenate, tutto ciò che egli chiedeva era un uomo in possesso del proprio lavoro come artista-artigiano. Una tale filosofia ha come scopo la più grande libertà possibile da se stessi (11). Quindi, l’artista tradizionale islamico era anonimo e raramente firmava il proprio lavoro, era il risultato del suo lavoro che interessava, non la sua persona. Ciò che contava era il risultato e non colui che operava.

Molti artisti islamici vissero e morirono in totale oscurità. Dei pochi i cui i nomi erano stati conservati, si sapeva molto poco. Per l’artista musulmano, l’autorealizzazione veniva attraverso l’atto della creatività e non attraverso la fama personale (12). Solo in periodi più recenti, quando aumentarono i contatti con le culture materialistiche straniere e il materialismo permeò le società tradizionali islamiche, allora gli artisti cominciarono a cercare il loro riconoscimento personale. Nessuno conoscerà mai i nomi di ­ coloro che progettarono ed eseguirono gli innumerevoli e bellissimi lavori ricamati ottomani fatti tra il XVI e il XVIII secolo. Comunque, molti li utilizzarono non come isolate opere d’arte, ma come copricapo per giovani donne, da indossare nell’Hammam o come tovaglioli per le mani per asciugare le dita dei commensali dopo un pasto. Venivano utilizzati come parte del corredo o dote di una sposa ed erano contemporaneamente funzionali e visibilmente piacevoli. Tuttavia, questi pezzi che mostravano ingenuità nel design e perfezione nell’esecuzione, non possono essere considerati lavori di arte.

L’anonimato dell’artista islamico non mitiga il valore del suo lavoro, ma appartiene a un tipo di cultura dominata dall’ideale di liberazione da se stessi. La forza di questa filosofia va contro l’illusione di essere l’artefice, quando nei fatti egli rappresenta solo lo strumento del reale “Artefice”. Qui, l’ individualità umana diventa un mezzo e non un fine. Infatti, tutte le religioni condividono questo concetto. Nel Cristianesimo Cristo disse ai suoi discepoli: “Io non faccio nulla da me stesso”. Il Hindu Krishna disse: “Colui che ha raggiunto la completa conoscenza non può formulare il concetto “io sono colui che fa”, mentre per un buddista, “augurarsi di essere conosciuto come – io sono l’autore – è il pensiero di un uomo non ancora adulto”. Ognuno che aderisca a questa filosofia, senza riguardo alla sua fede, avrebbe fortemente contemplato di firmare la propria opera (13). Per una tale persona, la creatività è parte del suo sistema di credenze e ciò che dovrebbe essere riconosciuto è il prodotto finale di quella creatività e non il suo strumento, l’artista creatore, sani.

Per l’artista musulmano, il fondamento dottrinale dell’estetica islamica risiede nelle seguenti parole del profeta: “Dio ha inscritto la bellezza in tutte le cose”; “Dio desidera che se tu fai qualcosa, tu la perfezioni”; “Il lavoro è una forma di culto”; e “Dio è bellezza ed egli ama la bellezza”. Quindi, perfezionare il lavoro attraverso la creazione di oggetti attraenti e ben fatti che servono a un fine, diventa una forma di culto e un obbligo religioso facilmente soddisfatto dall’artista attraverso l’aderenza alla fede e alle sue convinzioni. Gli artisti islamici erano costantemente alla ricerca di nuove idee e tecniche che potessero ulteriormente intensificare il loro incanto e fascino abbellendo l’intera vita e facendo del godimento della sua bellezza un’azione coerentemente privata (14).

Qui ci dobbiamo fermare per un momento per capire chi è colui che interpreta la bellezza nella sua opera, quindi la domanda: chi è un artista tradizionale? È umile, onesto, pio, conscio del valore affidatogli che egli si sforza di mantenere vivo, spesso senza riguardo alle proprie circostanze sfavorevoli (15). Egli crea la forma d’arte esteriore alla luce dell’ispirazione che riceve dal divino e in questo modo la forma artistica è in grado di condurre l’uomo a uno stato più alto dell’essere e, in definitiva, di unirlo a Dio (16).

Attraverso la sua disponibilità a seguire le leggi della tradizione, evitando tutto ciò che è superfluo e non funzionale e racchiudendo la sua identificazione con uno scopo primario, l’artista tradizionale diventa lo strumento anonimo del Creatore, senza esprimere consapevolmente se stesso. La sua originalità risiede nella sua abilità nel realizzare una profonda sintesi di materiali, tecniche e funzioni quantitative in ciò che crea. Nel senso tradizionale, l’originalità concilia i due aspetti di permanenza e cambiamento. La permanenza è realizzata attraverso il mondo degli archetipi e attraverso le seguenti regole degli stili artistici tradizionali, mentre l’elemento di cambiamento viene dalla capacità di immaginazione creativa di produrre una nuova sintesi di materiali, tecniche e funzioni. In altre parole, il significato delle arti creative dipende dall’illuminazione dell’artista e dall’uso sapiente di spazio, forma, superficie, colore e materia (17).

Ciò che nelle altre tradizioni artistiche viene chiamato talento, nell’arte islamica è la combinazione di ragione, intelletto, abilità, formazione e intuito. È l’abilità dell’artista di proiettare il proprio io, aderendo alla tradizione, al fine di creare una forma che rifletta al mondo esterno alcuni valori spirituali ed estetici. Quando la mente ricettiva dell’osservatore preleva la forma e la assorbe, il circolo di comunicazione si completa. La creatività artistica, in accordo alla prospettiva islamica, non è nient’altro che una pre-disposizione, o isti dad, che Dio ha dato all’uomo per permettergli di seguire il sentiero che lo conduce a Lui. Al fine di completare il suo ruolo, l’artista diventa, per mezzo di obliterazione e di servizio disinteressato, un interprete il più trasparente possibile delle tradizioni alle quali appartiene. Quindi, la relazione che l’artista musulmano ha sempre, è tra la pratica delle virtù e l’eccellenza del lavoro professionale (18).

Di conseguenza, tutta l’arte islamica è creata come il risultato dell’unione di scienze formali e dei mestieri. Qui scienze significano il processo della natura e la conoscenza delle leggi e dei principi che il governo emette e che sono in loro stesse legate all’ordine metafisico. Come per i mestieri, esse non sono modi temporanei ad hoc per fare le cose, ma sono incarnazioni nel mondo delle forme di consegne della scienza che possiedono le loro leggi e regolamenti. Entrambi questi ordini di conoscenza connessi con le scienze e i mestieri furono incorporate nelle gilde del mestiere, che furono i corpi organizzativi che crearono l’arte tradizionale (19). Fino al XIX secolo, gli artigiani delle gilde e le confraternite seguirono alla lettera le parole del Profeta “Dio desidera che se tu fai qualcosa, la faccia perfetta”. Per loro il patto artigianale era un codice d’onore professionale rispettato all’unanimità. Il tramandare da padre in figlio o da maestro ad apprendista ruoli e pratiche immutabili non implicò né stagnazione né ripetizione, ma assicurò una costante fonte di ispirazione all’artista e stabilità del livello tecnico (20).

L’arte islamica non ricevette mai il patrocinio delle autorità religiose, per la semplice ragione che in Islam non c’è tale dicotomia tra il religioso e il laico. I cosiddetti poteri laici nella società tradizionale islamica possedettero sempre tale significato religioso all’interno di una legge divina che le abbraccia tutte come fecero gli elementi specificamente religiosi. Comunque, c’erano e ci sono arti come la salmodia coranica, la sacra architettura e la calligrafia, che possiamo dire siano derivate dalla moschea, al contrario delle arti della musica, poesia e pittura in miniatura, che sono riferite alla corte. Ancora in vista della sottile interrelazione tra la corte e la moschea, la spiritualità era un attributo della musica e della pittura in miniatura così come della calligrafia.

Il termine estetica non è mai esistito nella cultura islamica e la società tradizionale non usava né questo né altro termine che potrebbe implicare lo stesso significato. Il termine arabo contemporaneo jamaliya, che è il sinonimo di estetica, è preso in prestito dall’Occidente ed è definito come la “scienza della bellezza”, ilm al-jamal. In islam, né il Corano né le tradizioni del Profeta (sunna) si riferiscono all’arte. Non c’erano trattati scritti espressamente sull’estetica islamica, né c’erano delle regole stabilite per ciò che i principi islamici costituivano in arte e cosa no. Comunque, non è difficile per i musulmani trarre le loro conclusioni da entrambe le fonti. Le parole del Profeta, “Dio è bellezza ed egli ama la bellezza”, possono essere considerate il principio fondante dell’estetica musulmana.

In Islam, arte e fede sono indissolubilmente legate. All’interno di questa cornice di rigide regole, all’artista viene lasciata sufficiente libertà per realizzare opere creative. Poiché l’arte islamica esegue una funzione spirituale e a causa della sua intima relazione con la forma e il contenuto della rivelazione islamica, qualsiasi connessione esistente tra essa e la rivelazione islamica non può semplicemente essere sul piano di cambiamenti socio-politici portati dall’Islam. La risposta deve essere trovata nella religione stessa.

L’arte e l’architettura islamica tradizionalmente ripongono la maggiore attenzione nella realizzazione della bellezza. Questo interpreta una naturale conseguenza del Corano che enfatizza la bontà, la verità e la conoscenza mentre pone la maggiore enfasi sulle Gesta della Bellezza, al-a-mal al-hasana. Un altro esempio di questa enfasi sulla bellezza si trova nel novantanovesimo Holy Attributes di Dio che in arabo sono i bellissimi Nomi di Dio (asma Allah al-husna). Il mandato base dell’arte e dell’architettura islamica, oltre a soddisfare i requisiti funzionali necessari, è quello di visualizzare un senso propositivo della bellezza. La bellezza nell’arte islamica richiese sia una dimensione quantitativa di interesse, realizzata principalmente attraverso un processo di adattamenti pragmatici ambientali, sia una dimensione qualitativa, espressa essenzialmente attraverso l’estetica islamica (21).

Esteticamente parlando, l’arte islamica e in particolare l’architettura rappresentano gli aspetti fisici e spirituali nelle vite dei Musulmani e ruotano intorno al Concetto di Unità (tawhid). L’idea di un centro o di un asse è la chiave principale per comprendere l’arte islamica e il mondo dell’islam, con le sue componenti fisiche e spirituali. La centralità di Dio nell’universo e il mondo spirituale è riecheggiato nel tema centrale del Ka ba (22) sulla terra (impostato con gli angoli nelle direzioni cardinali), della moschea nella città islamica e il suo allineamento terrestre verso la Mecca e del mihrab (23) sul muro qibla (24). Così, la vita spirituale e temporale dei Musulmani è regolata in cerchi, che ruotano intorno a un asse e rappresentano il costante movimento di rotazione della vita del credente verso Dio. Esso si riflette, tra le altre cose, nei passi del vorticoso Mevlevi Dervishes, il tawaf del pellegrino intorno al Ka ba e le unità circolari nelle composizioni arabe; quindi l’idea di centralità rimane immutata.

Dunque, comprendere l’arte islamica analizzando soltanto la manifestazione esteriore delle sue caratteristiche quantitative e ignorando la sua fusione all’interno della cornice spirituale generale che la definisce, è inutile. Poiché l’estetica islamica si concentra sulla rappresentazione spirituale degli esseri e degli oggetti, invece che sui loro valori materiali, l’aspetto esteriore di un oggetto non comprende in alcun modo la sua essenza e il suo vero sé. Ogni dhahir, o aspetto esteriore quantitativo e fisico, differisce dal suo batin, o essenza qualitativa e spirituale interiore, mentre la perfezione può essere solo attribuita a Dio il Creatore. Quindi, riprodurre dalla natura figure viventi, sebbene mai intese come rappresentazione di Dio, è considerato un modo futile di dirigere l’osservatore alla contemplazione della trascendenza e delle verità incarnate nel tawhid, la dottrina di unità. Per un musulmano, la bellezza non è una raffigurazione estetica dell’umanità o delle caratteristiche umane, e non è neanche uno stato di natura ideale, il concetto che i cristiani del Rinascimento copiarono dagli antichi greci.

 La cultura di ossessione per la trascendenza dei musulmani cerca di stimolare in colui che osserva o ascolta, attraverso la creazione del bello, un’intuizione di, e una visita alla natura di Dio e la relazione dell’uomo con Lui. Pertanto, l’artista tradizionale musulmano ha scelto una stilizzazione bidimensionale per rappresentare le sue forme ed ha totalmente trascurato l’esatta imitazione della natura, con i suoi limiti.

Per concludere, vorrei citare un tradizionale maestro sani (artista-artigiano) della città di Fez: “Gli uccelli, i cavalli, le donnole e ogni altro quadrupede si trovano dappertutto. Dobbiamo soltanto guardarci intorno e imitare. Ciò non richiede conoscenza. Ma se vi dico, schierate quattro rosette (tasatir) cominciando alternatamente in una stella a otto raggi e in una stella a dieci raggi, così che fianco a fianco, e non lasciando alcuno spazio, esse completano l’intero muro, sarebbe una questione differente. E questa è arte! (25)”.



*Dice di sé.
Wijdan Fawaz Al-Hashemi. Fondatrice del Dean of the College of Arts and Design, University of Jordan, and President of the Royal Society of Fine Arts, Jordan. Ad oggi, è ambasciatrice di Giordania in Italia.

 

 

 

Bibliografia:

Al-Faruqi, I and L. L. Faruqi. The Cultural Atlas of Islam. New York, 1986.

Al-Faruqi, L. L. Islam and Art, Islamabad, 1988.

Ardalan, N. “On Mosque Architecture”. In Architecture and Community: Building in the Islamic World Today, New York, 1983.

Bakhtiar, L. and Ardalan, N. The Sense of Unity. Chicago, 1973.

Burckhardt, T. Art of Islam. London, 1976.

Burckhardt, T. Fez City of Islam. Cambridge, 1992.

Coomaraswamy, A. Christian and Oriental Philosophy of Art. New York, n.d.

Coomaraswamy, A. “The Philosophy of Mediaeval and Oriental Art”. In Cooma­ raswamy I: Selected Papers Traditional Art and Symbolism. Princeton, 1977.

Grabar, O. “Introduction”. In Treasures of Islam. London, 1985.

Michon, J-L. “The Message of Islamic Art”. In Studies in Comparative Religion. n.d.

Nasr, S.H. Islamic Art and Spirituality. Ipswich, 1987.

 

4) Al-Faruqi and al-Faruqi, The Cultural Atlas of Islam, p. 163.

5) Burckhardt, Art of Islam, p. 44.

6) Grabar, “Introduction”. In Treasures of Islam, pp. 16-7.

7) Ibid. p. 5.

8) Michon, “The Message of Islamic Art”, p. 74.

9) Nasr, Islamic Art and Spirituality, p. 5.

10) Coomaraswamy, Christian and Oriental Philosophy of Art, p. 41.

11) Coomaraswamy, “The Philosophy of Mediaeval and Oriental Art”, pp. 49-50.

12) Bakhtiar and Ardalan, The Sense of Unity, p. 9.

13) Coomaraswamy, Christian and Oriental Philosophy of Art, pp. 41-2.

14) Grabar, “Introduction”, p. 19.

15) Michon, “The Message of Islamic Art”, p. 71.

16) Nasr, Islamic Art and Spirituality, p. 8.

17) Ibid. pp. 9-10.

18) Nasr, Islamic Art and Spirituality, p. 7.

19) Bakhtiar and Ardalan, p. 5.

20) Michon, pp. 73-4.

21) Ardalan, “On Mosque Architecture”. In Architecture and Community, p. 55.

22) Kacba letteralmente significa cubo, il punto più sacro in Islam situato nella Mecca dove I Musulmani si riuniscono per svolgere il pellegrinaggio con movimento circolare, tawaf, intorno ad esso.

23) Mihrab: un punto nella moschea che indica la direzione verso la Mecca, dove si rivolgono i visi mentre si prega.

24) Qibla: la direzione verso la Mecca.

25) L’articolo, originariamente in inglese, con il titolo di “Beauty in Islamic Aesthetics” è stato tradotto da Cinzia Canafoglia.









ROBERTO SAVIANO

Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo

tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non

fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto

intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido – oltre

che indecente – rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare

da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che

pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è

nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non

vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo

modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del

mio successo. ‘Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco.

Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in

pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro

leggendo la quarta di copertina.

(Da “Intervista a cura di Giuseppe D’Avanzo”, 2008)









 

Copyright © 2007-2010

www.lamescolanza.com

Tutti i diritti riservati

disclamer