ARTE
PRINCIPESSA, AMBASCIATRICE, ESPERTA DI ARTE...
Wijdan Fawaz Al-Hashemi,
appassionata conoscitrice dell’estetica islamica, sottolinea
in questo saggio le peculiarità di un mondo forse poco
conosciuto: molti artisti islamici, infatti, vissero e
morirono in totale oscurità; per loro l’autorealizzazione
veniva attraverso la creatività e non attraverso la fama
personale
Wijdan Fawaz Al-Hashemi*
Sin
dall’inizio, l’arte islamica ha seguito un processo
selettivo che preferiva certamente alcuni motivi e stili ad
altri. Questo processo è stato intrapreso dagli artisti
stessi, molti dei quali erano convertiti alla nuova
religione e, quindi, in accordo con i nuovi criteri etici ed
estetici e con le necessità dei nuovi patroni ai quali
l’arte, da qui in avanti, doveva compiacere. Tra queste
esigenze, quelle di culto giocarono un ruolo predominante.
Fu nell’architettura religiosa che l’arte islamica espresse
in primo luogo la sua genialità, per aver integrato le
tradizioni artistiche preesistenti e adattate ai suoi ambiti
e richieste. I migliori esempi di questo tipo di rapida
integrazione sono la Cupola della roccia a Gerusalemme – il
primo monumento dell’Islam (688-692 AD) – e Grande moschea
degli Omayyadi a Damasco (ca. 706-716 AD).
Il
processo selettivo seguito dai primi patroni e artisti in
Islam fu una definizione nello sviluppo della prima arte
islamica. Essa nacque dall’esigenza di una nuova estetica
diversa rispetto alle tradizioni straniere greco-romane e
alle culture elleniche che erano state esercitate per secoli
nell’est semitico. I nuovi musulmani avevano bisogno di
canoni estetici che potessero soddisfare la natura
spirituale e contemplativa della loro religione, per
rinforzare la sua ideologia di fondo e la sua struttura
sociale ed essere un costante riferimento dei suoi principi,
le cui radici tornarono al monoteismo abramitico.
Una
tale arte doveva rinforzare la consapevolezza di Dio,
l’adempimento della cui volontà era l’essere e la fine di
tutto, la ragion d’essere dell’esistenza umana. La sfida fu
ripresa dai primi musulmani, che operarono con gli antichi
motivi e le tecniche conosciute dai loro predecessori
semitici, bizantini e sassanidi, sviluppandone di nuovi in
base alle esigenze e all’ispirazione.
Poiché
l’influenza dell’Islam si diffuse dalla Spagna alle
Filippine, le tendenze recentemente sviluppate
dell’espressione artistica furono adottate e adattate in
varie parti del mondo. Il nuovo stile fornì un’unità
estetica di base all’interno del mondo musulmano, senza
sopprimere, proibire o minare le varianti regionali (4).
L’incontro della mentalità
arabo-islamica con le tradizioni classiche e locali generò
nuove tendenze e stili artistici nell’arte islamica, come
nell’Umayyad Qusayr Amra nel deserto giordano (c. 712-715
AD). Comunque, questo tipo di parentela non durò a lungo e
presto l’arte islamica abbandonò le norme acquisite per
crearne di sue proprie, basate sui suoi concetti interiori e
credenze. Con il passare del tempo, furono create forme
d’arte distintive e furono sviluppati modelli e stili ben
definiti, furono eliminate tutte le influenze straniere e
l’arte islamica emerse con le sue individuali
caratteristiche.
Centocinquanta anni dopo
l’avvento dell’Islam, l’arte islamica aveva formato il
proprio linguaggio e la propria estetica. Per esempio, la
grande moschea di Cordova (785 AD) in Al-Andalus e la Ibn
Tulun moschea (879 AD) in Egitto, non rappresentavano più
fasi di evoluzione sperimentale, ma erano insuperabili
capolavori, che brandivano le loro regole ed estetica (5).
Nelle sue fasi creative, l’arte
del mondo musulmano era il prodotto di una nuova sintassi e
di un nuovo ordine semantico per una struttura visiva più
antica. Per i musulmani questa non era una nuova invenzione,
ma una ricombinazione, con modifiche interne della loro
esperienza e della loro conoscenza. Il mondo musulmano, al
di là dei secoli, mantenne questa relazione simbiotica con
le culture precedenti o circostanti. Fino al XIII secolo,
l’Islam rimase l’unica cultura predominante che era in
contatto fisico con ogni altro vicino centro di
civilizzazione e di vita in Asia, Africa ed Europa, con
l’intensità dei contatti che varia da luogo a luogo e di
secolo in secolo (6).
Tutto il creato riflette
l’intelligenza cosmica, ma solo l’uomo, che è l’essere
centrale nel mondo terrestre che abita, riflette ciò nel
senso attivo e creativo. La ragione ha a che fare con il
mondo sensoriale e l’intelletto con il mondo metafisico.
Quando viene raggiunta una relazione complementare tra
ragione e intelletto, essa può diventare la guida che in
definitiva conduce l’uomo alla forma di “conoscenza” più
alta possibile (7). Per un musulmano, l’arte Islamica è uno
dei mezzi con cui l’uomo può raggiungere questa
“conoscenza”, sia attraverso la sua creazione sia attraverso
la contemplazione della sua bellezza.
Dal punto di vista spirituale ed
etico, l’arte Islamica ha origine essenzialmente dal
messaggio del Corano, di cui si propone di tradurre i valori
sul piano delle forme fisiche (8). Ogni immagine esterna è
completata da una realtà interna, che è la sua essenza
interna nascosta. La forma esteriore, o dhahir,
sottolinea l’aspetto fisico, quantitativo che è ovvio,
facilmente e prontamente comprensibile. È rappresentato
nella forma di un palazzo, di un guscio di una nave, di un
corpo di un uomo, o nella forma esterna di riti religiosi.
Per contro, l’aspetto essenziale, qualitativo è il nascosto
o l’interno batin, che è presente in tutti gli esseri
e in tutte le cose. Al fine di conoscere nella sua
completezza, si deve cercare la conoscenza e la comprensione
della sua realtà esterna e temporale, così come la sua
corporeità essenziale e interna, dove risiede l’eterna
bellezza di ogni cosa (9). È la persona erudita che
comprende la logica della composizione, mentre la persona
non colta apprezza soltanto il suo valore estetico (10).
Questo concetto interpretativo costituisce l’aspetto
filosofico più importante dell’estetica islamica.
Nell’arabo classico c’è soltanto
una parola che indica un uomo che lavora con le proprie
mani, sani (pl. sunna) e significa lavoratore,
artigiano, qualcuno che pratica un mestiere o un commercio
ed è inoltre creativo nel suo lavoro.
È la combinazione tra un
artigiano addestrato e un artista creativo, per definire il
quale non c’è corrispondente traduzione in inglese. Il
lavoro dell’artista tradizionale o dell’artigiano è di fare
oggetti che funzionerebbero così come soddisferebbero
l’occhio. La bellezza dell’artefatto dipende dalla
perfezione del lavoro artistico e non solo dalla sua
apparenza. Un bellissimo oggetto è tale perché è perfetto;
non è perfetto perché è bello. Per l’artista tradizionale,
l’arte non è un regalo, ma conoscenza da acquisire e,
inoltre, l’arte tradizionale non è “auto-espressiva” nel
senso comune della parola. Chiunque insista sul suo modo di
essere, non è un artista ma un egoista. Nell’arte medioevale
europea e nell’arte orientale, per l’artista apporre il suo
nome sul proprio lavoro era l’eccezione e non la regola. La
personalità dell’artista non era una preoccupazione per il
mecenate, tutto ciò che egli chiedeva era un uomo in
possesso del proprio lavoro come artista-artigiano. Una tale
filosofia ha come scopo la più grande libertà possibile da
se stessi (11). Quindi, l’artista tradizionale islamico era
anonimo e raramente firmava il proprio lavoro, era il
risultato del suo lavoro che interessava, non la sua
persona. Ciò che contava era il risultato e non colui che
operava.
Molti artisti islamici vissero e
morirono in totale oscurità. Dei pochi i cui i nomi erano
stati conservati, si sapeva molto poco. Per l’artista
musulmano, l’autorealizzazione veniva attraverso l’atto
della creatività e non attraverso la fama personale (12).
Solo in periodi più recenti, quando aumentarono i contatti
con le culture materialistiche straniere e il materialismo
permeò le società tradizionali islamiche, allora gli artisti
cominciarono a cercare il loro riconoscimento personale.
Nessuno conoscerà mai i nomi di coloro che progettarono ed
eseguirono gli innumerevoli e bellissimi lavori ricamati
ottomani fatti tra il XVI e il XVIII secolo. Comunque, molti
li utilizzarono non come isolate opere d’arte, ma come
copricapo per giovani donne, da indossare nell’Hammam
o come tovaglioli per le mani per asciugare le dita dei
commensali dopo un pasto. Venivano utilizzati come parte del
corredo o dote di una sposa ed erano contemporaneamente
funzionali e visibilmente piacevoli. Tuttavia, questi pezzi
che mostravano ingenuità nel design e perfezione
nell’esecuzione, non possono essere considerati lavori di
arte.
L’anonimato dell’artista islamico
non mitiga il valore del suo lavoro, ma appartiene a un tipo
di cultura dominata dall’ideale di liberazione da se stessi.
La forza di questa filosofia va contro l’illusione di essere
l’artefice, quando nei fatti egli rappresenta solo lo
strumento del reale “Artefice”. Qui, l’ individualità umana
diventa un mezzo e non un fine. Infatti, tutte le religioni
condividono questo concetto. Nel Cristianesimo Cristo disse
ai suoi discepoli: “Io non faccio nulla da me stesso”. Il
Hindu Krishna disse: “Colui che ha raggiunto la completa
conoscenza non può formulare il concetto “io sono colui che
fa”, mentre per un buddista, “augurarsi di essere conosciuto
come – io sono l’autore – è il pensiero di un uomo non
ancora adulto”. Ognuno che aderisca a questa filosofia,
senza riguardo alla sua fede, avrebbe fortemente contemplato
di firmare la propria opera (13). Per una tale persona, la
creatività è parte del suo sistema di credenze e ciò che
dovrebbe essere riconosciuto è il prodotto finale di quella
creatività e non il suo strumento, l’artista creatore,
sani.
Per l’artista musulmano, il
fondamento dottrinale dell’estetica islamica risiede nelle
seguenti parole del profeta: “Dio ha inscritto la bellezza
in tutte le cose”; “Dio desidera che se tu fai qualcosa, tu
la perfezioni”; “Il lavoro è una forma di culto”; e “Dio è
bellezza ed egli ama la bellezza”. Quindi, perfezionare il
lavoro attraverso la creazione di oggetti attraenti e ben
fatti che servono a un fine, diventa una forma di culto e un
obbligo religioso facilmente soddisfatto dall’artista
attraverso l’aderenza alla fede e alle sue convinzioni. Gli
artisti islamici erano costantemente alla ricerca di nuove
idee e tecniche che potessero ulteriormente intensificare il
loro incanto e fascino abbellendo l’intera vita e facendo
del godimento della sua bellezza un’azione coerentemente
privata (14).
Qui ci dobbiamo fermare per un
momento per capire chi è colui che interpreta la bellezza
nella sua opera, quindi la domanda: chi è un artista
tradizionale? È umile, onesto, pio, conscio del valore
affidatogli che egli si sforza di mantenere vivo, spesso
senza riguardo alle proprie circostanze sfavorevoli (15).
Egli crea la forma d’arte esteriore alla luce
dell’ispirazione che riceve dal divino e in questo modo la
forma artistica è in grado di condurre l’uomo a uno stato
più alto dell’essere e, in definitiva, di unirlo a Dio (16).
Attraverso la sua disponibilità a
seguire le leggi della tradizione, evitando tutto ciò che è
superfluo e non funzionale e racchiudendo la sua
identificazione con uno scopo primario, l’artista
tradizionale diventa lo strumento anonimo del Creatore,
senza esprimere consapevolmente se stesso. La sua
originalità risiede nella sua abilità nel realizzare una
profonda sintesi di materiali, tecniche e funzioni
quantitative in ciò che crea. Nel senso tradizionale,
l’originalità concilia i due aspetti di permanenza e
cambiamento. La permanenza è realizzata attraverso il mondo
degli archetipi e attraverso le seguenti regole degli stili
artistici tradizionali, mentre l’elemento di cambiamento
viene dalla capacità di immaginazione creativa di produrre
una nuova sintesi di materiali, tecniche e funzioni. In
altre parole, il significato delle arti creative dipende
dall’illuminazione dell’artista e dall’uso sapiente di
spazio, forma, superficie, colore e materia (17).
Ciò che nelle altre tradizioni
artistiche viene chiamato talento, nell’arte islamica è la
combinazione di ragione, intelletto, abilità, formazione e
intuito. È l’abilità dell’artista di proiettare il proprio
io, aderendo alla tradizione, al fine di creare una forma
che rifletta al mondo esterno alcuni valori spirituali ed
estetici. Quando la mente ricettiva dell’osservatore preleva
la forma e la assorbe, il circolo di comunicazione si
completa. La creatività artistica, in accordo alla
prospettiva islamica, non è nient’altro che una
pre-disposizione, o isti dad, che Dio ha dato
all’uomo per permettergli di seguire il sentiero che lo
conduce a Lui. Al fine di completare il suo ruolo, l’artista
diventa, per mezzo di obliterazione e di servizio
disinteressato, un interprete il più trasparente possibile
delle tradizioni alle quali appartiene. Quindi, la relazione
che l’artista musulmano ha sempre, è tra la pratica delle
virtù e l’eccellenza del lavoro professionale (18).
Di conseguenza, tutta l’arte
islamica è creata come il risultato dell’unione di scienze
formali e dei mestieri. Qui scienze significano il processo
della natura e la conoscenza delle leggi e dei principi che
il governo emette e che sono in loro stesse legate
all’ordine metafisico. Come per i mestieri, esse non sono
modi temporanei ad hoc per fare le cose, ma sono
incarnazioni nel mondo delle forme di consegne della scienza
che possiedono le loro leggi e regolamenti. Entrambi questi
ordini di conoscenza connessi con le scienze e i mestieri
furono incorporate nelle gilde del mestiere, che furono i
corpi organizzativi che crearono l’arte tradizionale (19).
Fino al XIX secolo, gli artigiani delle gilde e le
confraternite seguirono alla lettera le parole del Profeta
“Dio desidera che se tu fai qualcosa, la faccia perfetta”.
Per loro il patto artigianale era un codice d’onore
professionale rispettato all’unanimità. Il tramandare da
padre in figlio o da maestro ad apprendista ruoli e pratiche
immutabili non implicò né stagnazione né ripetizione, ma
assicurò una costante fonte di ispirazione all’artista e
stabilità del livello tecnico (20).
L’arte islamica non ricevette mai
il patrocinio delle autorità religiose, per la semplice
ragione che in Islam non c’è tale dicotomia tra il religioso
e il laico. I cosiddetti poteri laici nella società
tradizionale islamica possedettero sempre tale significato
religioso all’interno di una legge divina che le abbraccia
tutte come fecero gli elementi specificamente religiosi.
Comunque, c’erano e ci sono arti come la salmodia coranica,
la sacra architettura e la calligrafia, che possiamo dire
siano derivate dalla moschea, al contrario delle arti della
musica, poesia e pittura in miniatura, che sono riferite
alla corte. Ancora in vista della sottile interrelazione tra
la corte e la moschea, la spiritualità era un attributo
della musica e della pittura in miniatura così come della
calligrafia.
Il termine estetica non è mai
esistito nella cultura islamica e la società tradizionale
non usava né questo né altro termine che potrebbe implicare
lo stesso significato. Il termine arabo contemporaneo
jamaliya, che è il sinonimo di estetica, è preso in
prestito dall’Occidente ed è definito come la “scienza della
bellezza”, ilm al-jamal. In islam, né il Corano né le
tradizioni del Profeta (sunna) si riferiscono
all’arte. Non c’erano trattati scritti espressamente
sull’estetica islamica, né c’erano delle regole stabilite
per ciò che i principi islamici costituivano in arte e cosa
no. Comunque, non è difficile per i musulmani trarre le loro
conclusioni da entrambe le fonti. Le parole del Profeta,
“Dio è bellezza ed egli ama la bellezza”, possono essere
considerate il principio fondante dell’estetica musulmana.
In Islam, arte e fede sono
indissolubilmente legate. All’interno di questa cornice di
rigide regole, all’artista viene lasciata sufficiente
libertà per realizzare opere creative. Poiché l’arte
islamica esegue una funzione spirituale e a causa della sua
intima relazione con la forma e il contenuto della
rivelazione islamica, qualsiasi connessione esistente tra
essa e la rivelazione islamica non può semplicemente essere
sul piano di cambiamenti socio-politici portati dall’Islam.
La risposta deve essere trovata nella religione stessa.
L’arte e l’architettura islamica
tradizionalmente ripongono la maggiore attenzione nella
realizzazione della bellezza. Questo interpreta una naturale
conseguenza del Corano che enfatizza la bontà, la verità e
la conoscenza mentre pone la maggiore enfasi sulle Gesta
della Bellezza, al-a-mal al-hasana. Un altro esempio
di questa enfasi sulla bellezza si trova nel novantanovesimo
Holy Attributes di Dio che in arabo sono i bellissimi
Nomi di Dio (asma Allah al-husna). Il mandato base
dell’arte e dell’architettura islamica, oltre a soddisfare i
requisiti funzionali necessari, è quello di visualizzare un
senso propositivo della bellezza. La bellezza nell’arte
islamica richiese sia una dimensione quantitativa di
interesse, realizzata principalmente attraverso un processo
di adattamenti pragmatici ambientali, sia una dimensione
qualitativa, espressa essenzialmente attraverso l’estetica
islamica (21).
Esteticamente parlando, l’arte
islamica e in particolare l’architettura rappresentano gli
aspetti fisici e spirituali nelle vite dei Musulmani e
ruotano intorno al Concetto di Unità (tawhid). L’idea
di un centro o di un asse è la chiave principale per
comprendere l’arte islamica e il mondo dell’islam, con le
sue componenti fisiche e spirituali. La centralità di Dio
nell’universo e il mondo spirituale è riecheggiato nel tema
centrale del Ka ba (22) sulla terra (impostato con gli
angoli nelle direzioni cardinali), della moschea nella città
islamica e il suo allineamento terrestre verso la Mecca e
del mihrab (23) sul muro qibla (24). Così, la
vita spirituale e temporale dei Musulmani è regolata in
cerchi, che ruotano intorno a un asse e rappresentano il
costante movimento di rotazione della vita del credente
verso Dio. Esso si riflette, tra le altre cose, nei passi
del vorticoso Mevlevi Dervishes, il tawaf del
pellegrino intorno al Ka ba e le unità circolari nelle
composizioni arabe; quindi l’idea di centralità rimane
immutata.
Dunque, comprendere l’arte
islamica analizzando soltanto la manifestazione esteriore
delle sue caratteristiche quantitative e ignorando la sua
fusione all’interno della cornice spirituale generale che la
definisce, è inutile. Poiché l’estetica islamica si
concentra sulla rappresentazione spirituale degli esseri e
degli oggetti, invece che sui loro valori materiali,
l’aspetto esteriore di un oggetto non comprende in alcun
modo la sua essenza e il suo vero sé. Ogni dhahir, o
aspetto esteriore quantitativo e fisico, differisce dal suo
batin, o essenza qualitativa e spirituale interiore,
mentre la perfezione può essere solo attribuita a Dio il
Creatore. Quindi, riprodurre dalla natura figure viventi,
sebbene mai intese come rappresentazione di Dio, è
considerato un modo futile di dirigere l’osservatore alla
contemplazione della trascendenza e delle verità incarnate
nel tawhid, la dottrina di unità. Per un musulmano,
la bellezza non è una raffigurazione estetica dell’umanità o
delle caratteristiche umane, e non è neanche uno stato di
natura ideale, il concetto che i cristiani del Rinascimento
copiarono dagli antichi greci.
La cultura di ossessione per la
trascendenza dei musulmani cerca di stimolare in colui che
osserva o ascolta, attraverso la creazione del bello,
un’intuizione di, e una visita alla natura di Dio e la
relazione dell’uomo con Lui. Pertanto, l’artista
tradizionale musulmano ha scelto una stilizzazione
bidimensionale per rappresentare le sue forme ed ha
totalmente trascurato l’esatta imitazione della natura, con
i suoi limiti.
Per
concludere, vorrei citare un tradizionale maestro sani
(artista-artigiano) della città di Fez: “Gli uccelli, i
cavalli, le donnole e ogni altro quadrupede si trovano
dappertutto. Dobbiamo soltanto guardarci intorno e imitare.
Ciò non richiede conoscenza. Ma se vi dico, schierate
quattro rosette (tasatir) cominciando alternatamente
in una stella a otto raggi e in una stella a dieci raggi,
così che fianco a fianco, e non lasciando alcuno spazio,
esse completano l’intero muro, sarebbe una questione
differente. E questa è arte! (25)”.
*Dice di sé.
Wijdan Fawaz Al-Hashemi. Fondatrice del Dean of the
College of Arts and Design, University of Jordan, and
President of the Royal Society of Fine Arts, Jordan. Ad
oggi, è ambasciatrice di Giordania in Italia.
Bibliografia:
Al-Faruqi, I and L. L. Faruqi. The Cultural Atlas of
Islam. New York, 1986.
Al-Faruqi, L. L. Islam and Art, Islamabad, 1988.
Ardalan, N. “On Mosque Architecture”. In Architecture and
Community: Building in the Islamic World Today, New
York, 1983.
Bakhtiar, L. and Ardalan, N. The Sense of Unity.
Chicago, 1973.
Burckhardt, T. Art of Islam. London, 1976.
Burckhardt, T. Fez City of Islam. Cambridge, 1992.
Coomaraswamy, A. Christian and Oriental Philosophy of Art.
New York, n.d.
Coomaraswamy, A. “The Philosophy of Mediaeval and Oriental
Art”. In Cooma raswamy I: Selected Papers Traditional
Art and Symbolism. Princeton, 1977.
Grabar, O. “Introduction”. In Treasures of Islam.
London, 1985.
Michon, J-L. “The Message of Islamic Art”. In Studies in
Comparative Religion. n.d.
Nasr, S.H. Islamic Art and Spirituality. Ipswich,
1987.
4) Al-Faruqi and al-Faruqi, The Cultural Atlas of
Islam, p. 163.
5) Burckhardt, Art of Islam, p. 44.
6) Grabar, “Introduction”. In Treasures of Islam,
pp. 16-7.
7) Ibid. p. 5.
8) Michon, “The Message of Islamic Art”, p. 74.
9) Nasr, Islamic Art and Spirituality, p. 5.
10) Coomaraswamy, Christian and Oriental Philosophy of
Art, p. 41.
11) Coomaraswamy, “The Philosophy of Mediaeval and
Oriental Art”, pp. 49-50.
12) Bakhtiar and Ardalan, The Sense of Unity, p. 9.
13) Coomaraswamy, Christian and Oriental Philosophy
of Art, pp. 41-2.
14) Grabar, “Introduction”, p. 19.
15) Michon, “The Message of Islamic Art”, p. 71.
16) Nasr, Islamic Art and Spirituality, p. 8.
17) Ibid. pp. 9-10.
18) Nasr, Islamic Art and Spirituality, p. 7.
19) Bakhtiar and Ardalan, p. 5.
20) Michon, pp. 73-4.
21) Ardalan, “On Mosque Architecture”. In
Architecture and Community, p. 55.
22) Kacba letteralmente significa cubo, il punto più sacro
in Islam situato nella Mecca dove I Musulmani si riuniscono
per svolgere il pellegrinaggio con movimento circolare,
tawaf, intorno ad esso.
23) Mihrab: un punto nella moschea che indica la
direzione verso la Mecca, dove si rivolgono i visi mentre si
prega.
24) Qibla: la direzione verso la Mecca.
25) L’articolo, originariamente in inglese, con il
titolo di “Beauty in Islamic Aesthetics” è stato
tradotto da Cinzia Canafoglia.
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ROBERTO SAVIANO
Penso di aver diritto a una pausa. Ho
pensato, in questo
tempo, che cedere alla
tentazione di indietreggiare non
fosse una gran buona
idea, non fosse soprattutto
intelligente. Ho creduto
che fosse assai stupido – oltre
che indecente –
rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare
da uomini di niente,
gente che disprezzi per quel che
pensa, per come agisce,
per come vive, per quel che è
nella più intima delle
fibre ma, in questo momento, non
vedo alcuna ragione per
ostinarmi a vivere in questo
modo, come prigioniero di
me stesso, del mio libro, del
mio successo. ‘Fanculo il
successo. Voglio una vita, ecco.
Voglio una casa. Voglio
innamorarmi, bere una birra in
pubblico, andare in
libreria e scegliermi un libro
leggendo la quarta di
copertina.
(Da
“ Intervista
a cura di Giuseppe D’Avanzo”, 2008)
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