MUSICA
QUANTO TALENTO NEI TALENT SHOW?
In un mercato discografico
che negli ultimi tre anni ha perso più della metà del suo
valore a dispetto di una crescita esponenziale del consumo
di musica, i programmi che ricercano talenti sembrano essere
diventati l’unico antidoto alla crisi. Per verificare se
questo sia vero abbiamo chiesto di capirne di più a tre
pilastri del panorama discografico italiano: Caterina
Caselli della Sugar Music, Marcello Balestra della Warner e
Roberto Rossi della Sony
Clap*
Prima
che il fenomeno dei talent-show esplodesse in
televisione – a partire dalla metà degli anni novanta –
diventando per le reti dove sono programmati le galline
dalle uova d’oro dei palinsesti tv, non credo che la parola
talento, in inglese talent of course, godesse di una
tale popolarità. Probabilmente, nel sapere comune richiamava
al massimo la parabola dei talenti, monete d’oro, appunto,
che un ricco padrone decide di distribuire tra i propri
servi in occasione di un’imminente partenza.
Non
ci soffermeremo qui a fare esegesi biblica, cercando di
spiegare il valore metaforico della parabola, ma è fuor di
dubbio che il talento, inteso come attitudine, capacità di
riuscire bene in una particolare attività facendola fruttare
sia come diventato un imperativo categorico per chi voglia
provare ad emergere nel mondo della musica e più in generale
dello spettacolo. Probabilmente ha giocato a favore anche il
proliferare di personaggi che di contro, totalmente privi di
talento, almeno all’apparenza, hanno e continuano ad avere
l’attenzione particolare di programmi televisivi, pagine di
giornali e riviste.
Ma
cosa è realmente il talento? Come lo si riconosce? Basta,
per esempio, avere un’estensione vocale di quattro ottave o
eseguire alla perfezione un fouetté en tournant per
assicurarsi un futuro di successo e popolarità? E i
famigerati talent show, luoghi deputati per
eccellenza all’esibizione e alla ricerca del talento,
possono essere davvero utili per gli aspiranti artisti e per
le case discografiche che, in questa partita, giocano un
ruolo di primissimo piano?
Interrogativi certamente non semplici, per rispondere ai
quali, però, abbiamo pensato di farci aiutare da alcune
eccellenze del mondo musicale che, per carriera personale e
professione, sono quotidianamente alle prese con
problematiche di questo genere: Caterina Caselli, artista
indimenticabile, per Sugar Music, Marcello Balestra per
Warner Music Italia e Roberto Rossi per Sony Music Italia.
Qui di seguito vi proponiamo, inoltre, una breve scheda
delle tre etichette discografiche coinvolte nella
riflessione e la carica societaria dei tre referenti.
SugarMusic è la storia di una
famiglia-impresa, una delle poche rimaste in Europa, che ha
saputo resistere e crescere, investire capitali e
tecnologie, ma soprattutto entusiasmo e competenze,
ritrovando ogni volta nuovi equilibri in mezzo ai
cambiamenti epocali che hanno interessato il mondo della
musica e dei media negli ultimi settanta anni (26).
Caterina Caselli, amministratore
unico di SugarMusic spa.
Warner Music è una società
statunitense che rappresenta una delle quattro principali
etichette discografiche del mercato musicale mondiale. Dal
2004 è l’unica major indipendente quotata al NYSE. È
presente in Italia come Warner Music Italia e Warner
Chappell Music Italiana (27).
Marcello Balestra, direttore
artistico di Warner Music Italy.
Sony Music Entertainment è una
società discografica multinazionale dotata sia di un vasto
repertorio di artisti contemporanei che comprende un gran
numero di superstar locali e internazionali, sia di un
amplissimo catalogo che annovera molti dei più importanti
artisti, album e brani della storia della musica di tutti i
tempi (28).
Roberto Rossi, direttore
artistico di Sony Music Italy.
Come
si scopre oggi un talento? Quali sono i canali per fare
scouting in Italia?
Caterina Caselli: “In modo non
troppo diverso da dieci o vent’anni fa. È un percorso
artigianale molto lungo e faticoso, lontano mille miglia
dallo sfavillio di luci degli show. Prima che un
soggetto potenzialmente interessante arrivi alla nostra
attenzione affronta un processo di selezione che passa
attraverso il lavoro di tanti professionisti: editori,
produttori, organizzatori di spettacoli dal vivo... E quando
arriva alla nostra attenzione inizia un altro percorso,
perché la scoperta di un talento solido e possibilmente
durevole richiede un grande investimento di risorse, tempo e
attenzione oltre che di capitali che devono potersi
remunerare sul mercato.
Un
mercato, è bene ricordarlo, che in tre anni ha perso il 58%
del suo valore e che ormai è ridotto a dimensioni quasi
ridicole se si pensa alla quantità di musica che viene
sistematicamente consumata attraverso il sistema dei media e
tutte le varie piattaforme della telefonia e di Internet...
Per
quanto riguarda i canali non ci sono limiti, vanno bene sia
quelli tradizionali (pub, discoteche, feste di piazza,
scuole di musica...) che quelli nuovi come i social media,
ma l’importante è che ci siano un occhio e un orecchio
professionali che fanno la prima scrematura”.
Marcello Balestra: “Ancora oggi
il talento si rivela con le stesse caratteristiche di
sempre: qualità e originalità vocale, effetto sorpresa,
immagine e forza comunicativa dell’artista. Per cui ogni
volta che ci si trova di fronte ad un nuovo potenziale
talento, lo si valuta sugli stessi elementi aggiungendo la “futuribilità”.
I
canali dello scouting sono semplicemente lievitati:
oltre ai concorsi, agli ambienti dove si suona live e
alle segnalazioni di produttori indipendenti, si cerca su
Internet e si guardano i talent show. Ovviamente
qualcosa è cambiato in termini di opportunità di lancio dei
nuovi talenti, essendoci paradossalmente minori spazi
promozionali che in passato, la selezione dei talenti da
lanciare diventa sempre più oculata e prospettica”.
Roberto Rossi: “Chiaramente chi
fa scouting, oggi, viene necessariamente coinvolto
dall’interesse per i talent show. Le case
discografiche hanno i propri focus rispetto ai talent,
perché il loro potere promozionale è enorme, ma questa non è
l’unica strada. Continuiamo a ricevere tantissimo materiale,
ma è sempre più difficile trovare del talento in quelli che
noi chiamiamo “cassettari”. Quando non siamo al lavoro con i
talent continuiamo a guardarci attorno, per
approfondire e verificare le segnalazioni che ci arrivano da
chi lavora sul campo e dagli addetti ai lavori.
I
criteri che ci guidano nell’individuazione di un talento
sono le sue caratteristiche umane, l’espressività,
l’energia, il carisma. E grande importanza diamo alle
canzoni, alla loro scrittura: più che nel passato questo è
un aspetto fondamentale per un artista. Noemi e Giusy sono
esplose proprio grazie a bellissime canzoni (rispettivamente
“Briciole” e “Non ti scordar mai di me”). E forse quello che
oggi manca, rispetto ai decenni ‘70, ‘80 e ‘90 è la presenza
di artisti che cantano le canzoni che scrivono. È venuta
meno quella che potremmo definire la scuola dei cantautori,
e sono davvero pochi quelli che sanno scrivere, rispetto ad
un moltiplicarsi di interpreti”.
Le
nuove piattaforme digitali e i cosiddetti social network
possono essere una strada per scovare nuovi talenti?
Caterina Caselli: “L’ho detto
prima, nessun canale può essere escluso, ma nessun canale da
solo permette di identificare il talento. Molti fenomeni
virtuali da social network svaniscono al sole non
appena si devono confrontare con la realtà. Nonostante
l’enfasi che accompagna la rete, gli artisti che negli
ultimi dieci anni sono riusciti a confermare sul mercato le
promesse fatte in rete si contano sulle dita di una mano. E
parlo del mondo, non dell’Italia”.
Marcello Balestra: “Sia le
piattaforme digitali che i social network hanno un
ruolo importante, ma non fondamentale nella ricerca di un
talento. Luoghi nei quali si scambiano opinioni su nuovi
artisti, forniscono sicuramente elementi di valutazione
ulteriori rispetto a quelli utili a chi produce musica, ma
possono diventare un utile panel con cui confrontarsi
appena si realizza un progetto”.
Roberto Rossi: “Certamente sono
prese in considerazione, ma nella misura in cui potremmo
considerarle la versione moderna dei “cassettari”. Chi fa
scouting non può limitarsi al trovare nuovi cantanti, ma
deve andare anche alla ricerca di bravi musicisti, perché è
dalla sinergia e dalla collaborazione di tutte queste figure
che scaturisce un successo”.
Come
si accennava prima, i talent show sembrano essere
diventati i luoghi deputati a scoprire e lanciare nuovi
talenti. È Vero? E quanto questo condiziona o influenza il
lavoro delle case discografiche?
Caterina Caselli: “Sarebbe
ingenuo negare che il talento può saltar fuori anche da lì,
anche se cominciano a essercene veramente troppi se calcola
anche i cloni che hanno per protagonisti i bambini. E quando
il pubblico si sarà stancato potrebbero sgonfiarsi tutti
insieme come una bolla di sapone.
Poi
c’è l’enorme rischio di confondere la scoperta di talenti
genuini con le esigenze e la meccanica di programmi
televisivi che investono su possibili talenti per fare
successo in quanto tali, cioè come programmi. Questi per
sopravvivere nella battaglia quotidiana dell’audience devono
sfornare ogni anno un nuovo campione che fatalmente andrà a
sottrarre spazio ai vecchi campioni in una rincorsa
forsennata al successo istantaneo che rischia di creare
molte illusioni e poca o nessuna certezza.
Anche
perché il meccanismo del televoto che decide la sorte di
questi ragazzi affida il compito di selezionare i vari
vincitori non tanto al pubblico generico (che tende a
non-votare), e tanto meno a commissioni di esperti con il
tempo e i modi per valutare, ma alla community dei
fan, una platea di appassionati, ma proprio per questo
non necessariamente competenti e disposti a tutto. In questo
modo però si rischia di mettere in piedi un circuito
infernale dove a talenti tutti da verificare corrispondono
una serie di grandi nicchie di pubblico fedele che
l’industria deve sperare di intercettare in tempi
rapidissimi se vuole che agli investimenti produttivi e
promozionali seguano gli atti di acquisto necessari a
remunerarli.
Comunque il lavoro delle case discografiche non può non
essere influenzato da questi fenomeni. Non a caso ad
Amici, che almeno si sforza di fare un percorso anche
formativo abbastanza selettivo, più case sono presenti
istituzionalmente e partecipano al processo. In altri casi (X-Factor
nel servizio pubblico, Italia’s Got Talent su
Mediaset) prevale sempre lo stesso soggetto
imprenditoriale”.
Marcello Balestra: “Il talent show
ha la forza di rendere noti personaggi sconosciuti e va da
sè che tra i giovani resi noti ce ne sia qualcuno che possa
avere talento e possa partire con una propria carriera
professionale. I talent show sono unici nel loro
genere, ma non gli unici spazi per scoprire e lanciare nuovi
talenti.
Basti pensare a quanto successo a
Sanremo 2009, quando Arisa ha stravinto nei giovani,
provenendo lei stessa da Sanremolab e da una
produzione indipendente, che con il nostro apporto ha
prodotto questo risultato eclatante. Sicuramente le case
discografiche hanno capito l’importanza e la specificità
della visibilità creata dai talent sui giovani e
cercano di essere presenti il più possibile in questi
ultimi. La
Warner è stata la prima azienda a crederci
e a proporre l’introduzione dei brani inediti ad Amici,
decidendo poi in totale controtendenza di produrre Marco
Carta”.
Roberto Rossi: “Le
case discografiche hanno intuito un po’ per volta il valore
dei talent show e del resto i talent senza
l’apporto delle case discografiche non avrebbero avuto
senso. Per capirci: Alessandra Amoruso e Giusy Ferreri
avevano ottime caratteristiche, ma dietro di loro c’è stato
e c’è un grande lavoro. Se così non fosse le cose sarebbero
andate diversamente”.
Però
il festival di Sanremo, che è un programma profondamente
diverso dai talent show, negli ultimi due anni ha
premiato proprio due ragazzi provenienti dai talent. Questo
è motivo di maggior interesse per un’etichetta discografica
o no?
Caterina Caselli: “Si e no. Sono
almeno dieci anni che il Festival è soprattutto uno show
televisivo, cioè un programma che deve fare audience
a livelli stratosferici per alzare la media di raccolta
pubblicitaria annua della RAI. È un obbiettivo legittimo, ma
c’entra poco con la promozione della musica italiana. Negli
ultimi due anni, a fronte di risultati di ascolto molto
lusinghieri dovuti soprattutto alla professionalità e alla
simpatia di conduttori come Bonolis e
la Clerici, la trasmissione è riuscita
anche a richiamare l’attenzione delle community dei
talent show con l’inevitabile conclusione che ha
prevalso non tanto la logica di quegli spettacoli quanto il
meccanismo del tele-voto in sé e per sé.
Tanto
è vero che quando sono stati introdotti correttivi
“qualitativi” non solo non sono stati sufficienti a far
prevalere un giudizio professionale, ma sono stati
allegramente beffati. La scena che si è vista nell’ultima
edizione, con i professori dell(che erano stati chiamati per
la prima volta a comporre una giuria di qualità) che
rumoreggiano e gettano a terra gli spartiti all’annuncio
della eliminazione di Malika Ayane può anche essere
consolante dal punto di vista professionale per l’artista e
per chi la produce, ma non è stata una bella scena e
quell’immagine rimane scolpita nella storia di Sanremo”.
Marcello Balestra: “Il Festival di
Sanremo è la sorgente e l’amplificatore storico della musica
italiana e ancora oggi riesce ad avere un ruolo importante
per le novità musicali. Anche il Festival si adegua ai tempi
che corrono e comincia a riconoscere il valore popolare
delle nuove proposte nate dai talent show, che vivono di
partecipazione attiva del pubblico attraverso lo strumento
del televoto, unico sistema per poter esprimere il proprio
parere e sostegno da casa, facendo diventare il pubblico il
vero protagonista pagante.
Nel 2009 a Sanremo hanno vinto
Marco Carta ed Arisa, con il consenso di tutti: giurie
demoscopiche, pubblico in sala, critica e televotanti.
Quest’anno Scanu e Maiello hanno confermato il potere dei
televotanti in prima battuta, lasciando poi spazio ad altri
come artisti come Mengoni, Ayane, Grandi e Zilli”.
Roberto Rossi: “Il
Festival rimane un’icona, una vetrina promozionale enorme,
importantissima sia per i giovani sia per i big. Ho trovato
molto bella l’edizione di quest’anno, non solo per l’innesto
vitale dato dai talent, ma anche per la presenza di
tanti talenti artistici nuovi. E soprattutto da segnalare il
grande interesse della gente che accompagna i propri
beniamini e poi compra i loro dischi. Dunque,
necessariamente, il mercato segue questo andamento”.
Se le
cose stanno così, quale è, secondo lei, il futuro del
Festival della canzone italiana?
Caterina Caselli: “La domanda va
girata alla RAI. Per l’industria è un evento sempre meno
comprensibile, o meglio inutile dal punto di vista
commerciale, ma nello stesso tempo sempre interessante dal
punto di vista promozionale per la capacità di attirare su
di sé tutte le attenzioni del mondo dei media. Abbiamo
provato in tutti i modi a farci sentire proponendo
correttivi che riportassero in auge il brand di
Sanremo come testimonial della musica italiana di
qualità com’era tantissimi anni fa. Ma l’impressione è che
in realtà non interessi a nessuno”.
Marcello Balestra: “Il Festival dovrà
sempre più essere lo specchio del reale fermento musicale
italiano del momento, lasciando uno spazio al nuovo e
all’ambizione propria del festival di “scoprire” qualcuno.
Ciò è possibile solo con un’organizzazione che si occupi
dell’edizione successiva del festival appena terminata
l’edizione precedente e non all’ultimo istante o pochi
giorni prima, cercando di dare uno spazio vero alla
presentazione delle giovani proposte, selezionando
principalmente cantautori e band con brani fortissimi”.
Roberto Rossi: “Un
futuro roseo se continuerà ad essere organizzato e seguito
nel modo giusto”.
Mengoni, Noemi, Ferreri, Scanu, Amoroso, provenienti dai
talent, sembrano aver oscurato, non solo a Sanremo, artisti
di più lunga esperienza e fama. I loro dischi sono ai primi
posti per vendite e download. C’è qualcosa da modificare
nella promozione classica di un cantante?
Caterina Caselli: “Questi
successi sono figli di una catena: lunga esposizione nei
palinsesti televisivi accompagnata da meccanismi di
coinvolgimento di segmenti di pubblico in forma di
community tele-votante. Su questa strada non c’è
partita. In ogni caso quello che esce dai talent,
salvo eccezioni, nella migliore delle ipotesi è un
interprete nudo e crudo, per il quale bisognerà inventare e
costruire un repertorio. Ed è qui che le cose si
complicano... perché questa parte, che costituisce l’area di
rischio più grande del lavoro discografico, alla televisione
interessa poco...
Poi
c’è il difficile rapporto con le radio commerciali che usano
la musica come materia prima per l’80% della loro
programmazione, ma riservano alla musica italiana,
soprattutto agli artisti emergenti, quote irrisorie dei loro
palinsesti. E invece bisognerebbe che ci fossero più
opportunità di promozione per la musica italiana in senso
lato. La televisione e la radio, soprattutto quelle di
servizio pubblico, non dovrebbero limitarsi a sfruttare la
musica per fare audience, ma impegnarsi per statuto a
promuovere la musica italiana, soprattutto quella
indipendente, con programmi ad hoc in orari di
ascolto decenti”.
Marcello Balestra: “Aggiungerei anche
Marco Carta, il primo di tutti questi a rompere gli schemi e
colui che ha aperto la strada ai talenti da talent show.
Finalmente c’è una nuova generazione di interpreti, che
mancava da tempo e grazie alla formula dei talent,
che propone quasi esclusivamente interpreti, rende popolari
nuovi repertori, nuovi autori e specialmente nuove voci. Il
cantante-interprete deve approfittare oggi dell’occasione
per mettersi in mostra, anche attraverso i talent per
giovanissimi come “Ti lascio una canzone” e i produttori e
le aziende discografiche devono saper cucire i giusti
repertori per le nuove voci uscenti. La promozione si potrà
suddividere tra classica e alternativa, ma senza l’abbinata
talento/canzone è difficile qualsiasi attività
promozionale”.
Roberto Rossi:
“Sono tutti artisti che percorrono, in qualche modo, strade
parallele. Come dicevo prima, quello che fa la differenza è
la canzone. Se un artista scrive o esegue belle canzoni non
perde il focus e l’affetto del proprio pubblico.
Diversamente, se le canzoni non sono alla sua altezza il
pubblico si disaffeziona.
Indubbiamente i nomi che lei ha citato hanno goduto di un
bombardamento mediatico fortissimo. E questo dovrebbe far
riflettere sulla programmazione di trasmissioni che parlino
di musica, perché oggi queste aiutano in modo importante la
promozione di nuove e vecchie realtà musicali. Una volta
terminata la parabola televisiva, si rientra nei canali
promozionali tradizionali e a quel punto, come ho già
ribadito, è la canzone che fa la differenza. Noemi, dopo
X Factor, ha duettato con Fiorella Mannoia ne “L’amore
si odia”: in quel momento lei ha smesso di essere “quella di
X Factor” ed ha cominciato ad essere un’artista”.
Certamente la prolungata visibilità televisiva è stata per
loro un dato importante, ma hanno alle spalle una
progettualità a lungo termine o saranno fagocitati dai nuovi
talenti sfornati dai prossimi talent?
Caterina Caselli: “Credo di
averle già risposto. Il tempo sarà giudice... Vedremo alla
prova del tempo quanti dei nomi citati sapranno
sopravvivere. Certo una progettualità a lungo termine
richiede un investimento sempre più difficile da sostenere
nelle attuali condizioni di mercato che paradossalmente non
ricevono alcun aiuto dalla proliferazione dei talent”.
Marcello Balestra: “Come sempre chi ha
alle spalle una squadra che lavori al progetto artistico nel
medio-lungo periodo e che non raccolga i semplici frutti del
lavoro di partenza svolto dai talent show, avrà vita
lunga, anche se i nuovi nomi derivanti dai prossimi
talent, rappresenteranno una naturale e stimolante
concorrenza”.
Roberto Rossi:
“Gli artisti su cui decidiamo di lavorare e di investire,
non li programmiamo certo a breve termine. Sarebbe folle
spingere fino a quando sia possibile per poi lasciarli
perdere. È una progettualità a lungo termine, che ci
consente di conoscere meglio l’artista e di rimodulare nel
modo più adeguato il percorso da compiere insieme.
Immagino, però, che quelli che hanno meno potenzialità e
talento possano rischiare maggiormente con l’arrivo di nuovi
talenti”.
In un
contesto come questo, quanta importanza riveste la scrittura
di una canzone?
Caterina Caselli: “Rimane un
fattore decisivo. Noi della Sugar abbiamo ormai
conquistato un posto rilevante nel panorama musicale
internazionale dove ci riconoscono la capacità di lavorare i
progetti musicali nella loro integrità. Andrea Bocelli è
ormai da tempo nel ristretto gruppo dei grandissimi a
livello mondiale, ma tanto ha pesato anche la capacità
editoriale di scegliere con lui quei brani (tra gli altri
Con te partirò, Time to say goodbye, Sogno,
The prayer e altri...) che ancora oggi provocano i
brividi alle platee del mondo intero”.
Marcello Balestra: “Come dicevo prima
un merito dei talent show è senz’altro quello di
stimolare la scrittura e la pubblicazione di tanti brani
inediti, magari da anni rimasti nei cassetti di autori ed
editori. La scrittura su misura dei brani o l’abbinamento
ideale sono la base di questo mestiere ed è indubbio che il
saper riconoscere la canzone adatta ad un nuovo potenziale
talento risulti essere la caratteristica necessaria per chi
svolge questo mestiere.
Purtroppo i talent show,
per il loro naturale svolgimento, impongono scelte
frettolose sui brani con il rischio che qualche potenziale
talento con il brano sbagliato rimanga in ombra, salvo
talenti come Mengoni che dimostrano quanto il talento a
volte possa, provvisoriamente, fare a meno della canzone
ideale o popolare”.
Roberto Rossi:
“L’ho ribadito più volte. La canzone è fondamentale, fa la
differenza tra un cantante e un artista. Il contesto,
dunque, è assolutamente positivo. Lavoriamo moltissimo, con
positività ed energia allo scopo di continuare a fare sempre
bella musica”.
Chiunque ha talento. Ciò che è raro è
il coraggio di seguire quel talento nel luogo oscuro a cui
conduce.
Erica
Jong
26) Da http://www.sugarmusic.com/it/gruppo.
27) Da http://it.wikipedia.org/wiki/Warner_Music_Group.
28) Da http://www.sonymusic.it/chi-siamo.
*Dice di sé.
Clap. La sua vita è in un battito d’ali, nell’applauso del
pubblico.
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DACIA MARAINI
Lessi “Gente di
Dublino” sentendomi presa per mano da
un autore stravagante e intelligentissimo
che mi portò
lungo le strade strette e puzzolenti di
Dublino, facendomi
incontrare le teste ubriache, le donne
infedeli, i bambini
terribili di una Irlanda messa a nudo.
(Da “ Il
Messaggero”, 2010)
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