LIBRI
L’ASCETICO MAZZINI HA SEGNATO LA MIA VITA
Ci sono libri che vivono
attraverso di noi e per noi, e noi spesso, per tutta
risposta, ci dimentichiamo di loro e li consideriamo oggetti
senza anima
Domenico Mazzullo*
Quando
ci si riferisce e si nomina il termine di eredità, la mente
vola, naturalmente, a beni economici, a beni materiali, che
non ulteriormente fruibili da chi non è più, passano di
diritto ai suoi eredi, innescando spesso lotte fratricide e
squallidamente all’ultimo sangue, che non danno luogo a
vincitori e vinti, come si conviene, ma esitano sempre con
la sconfitta di tutti i contendenti, per l’egoismo e il
materialismo che spesso dimostrano e manifestano.
Raramente, e di questi tempi direi rarissimamente, si pensa
ad un concetto diverso e molto più nobile di eredità,
seppure molto meno comune e noto, ossia alla eredità
spirituale, alla eredità morale, che una persona non più
vivente materialmente, lascia dietro di sé ai suoi allievi,
amici, familiari, alle persone che lo hanno conosciuto e
hanno avuto modo di scoprirne e apprezzarne il valore umano.
Ricordo un vecchio film di molti anni addietro in cui alcuni
amici, avanti con gli anni piangevano addolorati la morte di
uno di loro, improvvisamente scomparso. Solo un ultimo
amico, giunto in ritardo, ebbe in dono la capacità di
pronunciare una di quelle frasi che nella loro semplicità e
quasi ovvietà, colpiscono e vanno dritte al cuore: “Noi
piangiamo la sua scomparsa, la sua perdita, ma in fondo noi
siamo più fortunati di tanti altri, perché abbiamo il
privilegio di averlo conosciuto e di poterlo ricordare, nei
momenti difficili, di potergli chiedere idealmente consiglio
e conforto”.
Questa frase mi è rimasta impressa, stampata nella mente,
perché questo privilegio l’ho avuto, mi è stato donato, nei
confronti di una persona che ormai da molti anni non è più,
ma è sempre qui presente, accanto a me, al mio fianco, nei
momenti difficili, nei momenti di dubbio, quando il cammino
si fa oscuro e sembra di aver smarrito la giusta via, quando
un dilemma morale mi tormenta e quando imperiosa e
angosciante si pone la domanda che più temo: “Che debbo
fare?” Allora penso a cosa egli farebbe al mio posto, a che
consiglio mi avrebbe fornito in tale circostanza e sempre
trovo una sua risposta a soccorrermi.
Questa persona, un medico, un chirurgo fu adottata da
me come padre, quando giovane studente mi affacciavo agli
studi di medicina ed egli mi adottò come figlio e come tale
sempre mi ha considerato. Questa persona mi ha insegnato ad
essere un medico, ma soprattutto ha cercato di insegnarmi,
non so se riuscendoci, ad essere un uomo, come egli
intendeva che un uomo dovesse essere.
Questa persona ha lasciato, ma non abbandonato, me, i suoi
pazienti, i suoi amici, i suoi familiari, nel lontano 1984,
lasciando un vuoto incolmabile, rapito da un cancro al
polmone che spettò proprio a me diagnosticargli, ma è sempre
presente tra noi, oggi, ancor più di prima, con il suo
insegnamento morale e umano, con il suo esempio.
All’indomani della sua morte, scrissi per i suoi familiari
una breve memoria, una paginetta, per ricordarlo, come io
l’ho conosciuto, come il l’ho vissuto, per quello che egli
mi ha rivelato del proprio intimo, della propria
interiorità.
Quella paginetta, letta ai legittimi destinatari, è poi
rimasta sempre chiusa nel mio cassetto, fino ad oggi,
quando, avendo raggiunto un’età che egli non raggiunse, la
consegno a voi, incauti lettori, perché vi parli di lui, che
non avete conosciuto e del suo amore per i libri:
Quando un libro mi chiama
Pur
non essendo uno psichiatra, bensì un chirurgo, il mio
maestro, colui che mi ha insegnato ad essere medico, ed
attraverso questo anche a vivere, era una persona strana, o
meglio cosi appariva a me, allora studente poco più che
ventenne affascinato ed intimorito dalla sua abilità
professionale e dalla profonda umanità che lo distingueva da
tanti altri.
Ora
egli non è più fisicamente, ma continua ad esistere dentro
di me, nel mio ricordo e nella mia gratitudine, per quanto
mi ha insegnato ed ancora mi insegna e suggerisce, quando
con il pensiero a lui mi rivolgo, nei momenti difficili e di
dubbio; ma a distanza di anni, con un po’ più di maturità ed
esperienza acquisite grazie ai suoi insegnamenti, ed essendo
divenuto uno psichiatra, quelle sue stravaganze e bizzarrie
di pensiero e di comportamento, che si perdonavano e si
giustificavano facilmente ad una persona di genio, non mi
appaiono più come tali, ma piuttosto l’espressione e la
testimonianza di una profonda e vissuta saggezza, di un
rapporto con l’esistenza, con la vita e con il mondo,
diverso e superiore al comune ed all’usuale.
Ricorderò sempre quella volta che, recandoci assieme
dall’ospedale in clinica ad operare, ed accingendoci ad
utilizzare la sua vecchia automobile che per gli anni,
chiunque altro avrebbe già sostituito da tempo, ma lui si
ostinava a conservare quasi fosse una persona di famiglia,
quest’ultima ingrata ed irriconoscente per tante attenzioni,
rifiutava irrimediabilmente di mettersi in moto
permettendoci, come suo dovere, di recarci a destinazione.
Grande fu il mio stupore quando vidi lui, non arrabbiarsi,
inveire, affannarsi in inutili quanto disperati tentativi,
dire parolacce, aprire il cofano per guardarci dentro,
spingere, o chiedere aiuto, come invece naturalmente avrei
fatto io, ma invece iniziò ad accarezzare il volante
dell’automobile con attenta ed affettuosa delicatezza,
lentamente, come si farebbe con il capo di un bambino.
Vedendo le sue mani, che facevano miracoli, nei corpi aperti
dei pazienti operati, spesso per devastanti malattie,
scorrere invece con altrettanta sollecitudine lungo
quell’oggetto inanimato, dubitai per la prima volta della
sua salute mentale, ed i miei dubbi e preoccupazioni si
accrebbero, quando lo udii addirittura parlare con
l’automobile: “Non ti preoccupare –le diceva – ti capisco,
sei stanca, hai lavorato tanto e vorresti riposare, ma devi
comprendere, tu sei l’automobile di un medico e come tale
hai delle responsabilità particolari, superiori a quelle di
tutte le altre; se io fossi un impiegato qualsiasi potrei
telefonare in ufficio ed avvisare che oggi non vado, perché
l’auto non mi parte, e tutto si risolverebbe, così
facilmente, ma purtroppo sono un medico, e in clinica mi
attende un malato molto grave che deve assolutamente essere
operato, subito, altrimenti morirà; cerca di comprendere”.
Inserita la chiave di accensione e fattala ruotare, la
macchina partì immediatamente. Per nulla sorpreso o
spaventato, l’autore di questa magia o di questo miracolo,
come a me appariva, si diresse di gran carriera verso la
clinica, non prima di aver ringraziato calorosamente ed
affettuosamente colei che gli permetteva di compiere il
proprio dovere. Ricordandosi, ad un certo punto del
tragitto, della mia presenza, che si era fatta attonita e
silenziosa, ritengo, si sentì in dovere di fornirmi delle
spiegazioni ed insegnamenti su quanto era poc’anzi accaduto,
consegnando nelle mie mani di inesperto, incapace ed inabile
aspirante alla vita, delle perle di saggezza, frutto della
sua esperienza, il cui valore scopro solo ora, che egli non
è più:
“Vedi
caro – mi disse con aria accondiscendente e naturale, – le
cose, gli oggetti che ci circondano, che ci appartengono e
di cui ci serviamo tutti i giorni, senza prestar loro
attenzione, e dimenticandoli, non appena cessano di essere
utili, non sono inanimati, come la maggior parte di noi
crede, ma hanno un’anima, dei sentimenti, delle passioni
come noi, vivono, gioiscono e soffrono esattamente come noi.
Sono
felici quando li amiamo, li utilizziamo e li apprezziamo nel
loro lavoro, soffrono invece quando li dimentichiamo da una
parte, quando non li facciamo vivere accanto a noi e con
noi, quando non ci rendiamo conto dei loro sforzi e delle
loro fatiche per renderci la vita più facile ed a volte
addirittura possibile. Essi vivono attraverso di noi e per
noi, e noi spesso, per tutta risposta, ci dimentichiamo di
loro e li consideriamo addirittura oggetti, senza anima né
vita propria.
Pensi, per esempio, che la macchinetta del caffè non sia
felice di essere il primo oggetto che utilizzi dopo il
risveglio e con il quale apri la giornata? E lo spazzolino
da denti? E il giornale al quale immediatamente chiedi il
resoconto di quanto è avvenuto nel mondo mentre tu dormivi?
Non pensi che sia felice nel comunicarti notizie liete che
ti rallegrano, e al contrario triste e cupo quando con
circospezione ed ansiosa attenzione ti annuncia la morte di
qualcuno che conoscevi e forse amavi? E non pensi che forse
qualche volta ti nasconda appositamente ed accuratamente
notizie troppo spiacevoli per esserti immediatamente
annunciate, e che nella tua ingenua superficialità, credevi
di esserti lasciato sfuggire? lo so per certo che il mio
bisturi è orgoglioso di salvare delle vite umane, di
asportare e tagliare via da queste, quei tumori che
altrimenti le ucciderebbero devastandole orribilmente, ed
alla fine dell’intervento, dopo aver ringraziato tutti i
collaboratori, l’anestesista, la strumentista e gli
infermieri, ringrazio lui, il protagonista, primo artefice
del successo, ma in silenzio naturalmente, perché altrimenti
mi prendereste per pazzo e non mi permettereste più di
operare.
Lo
stesso avviene al mattino, quando innanzi al guardaroba,
giaccio, indeciso sull’abito da indossare e attendo che sia
uno di questi a scegliermi, e non piuttosto io a scegliere
lui, attendo di percepire la sua voce, flebile, perché essi
parlano piano, timidamente, come tutte le cose, che mi
sussurri, quasi mi bisbigli che oggi è il suo giorno, che
oggi tocca a lui, di essermi vicino e confortarmi con la sua
presenza ed il suo accogliente abbraccio.
Ma
sempre, questo mi accade con i libri, con i quali vi è
naturalmente un rapporto più personale, più intimo,
superiore a quello che si stabilisce con molti esseri umani,
più profondo e coinvolgente e legato a quanto essi mi danno
e mi insegnano sempre. Essi sono amici fedelissimi, e quando
la sera torno a casa, spesso stanco ed amareggiato dalle
brutture della vita di fuori, sono felice di trovare sempre
uno di loro ad accogliermi ed a consolarmi, attendendomi sul
comodino.
Quando termino di leggerne uno, e sono imbarazzato nello
sceglierne un altro, dalla mia biblioteca, cui affidare
l’ingrato compito di farmi compagnia ed alleviare la
tristezza delle mie ore di solitudine, non faccio altro che
pararmi immobile davanti a questi schierati in bell’ordine
come soldati, negli scaffali e attendo che uno mi chiami;
allora sono certo di aver scelto quello giusto, di leggere
il libro di cui avevo bisogno in quel preciso momento. È un
metodo che non fallisce mai”.
Caro
dottor S., ripenso spesso alle sue parole e la ricordo
sempre nei momenti difficili della mia vita quando
idealmente le chiedo lumi, ma la vedo al mio fianco, sempre,
vicino a me, quando un libro mi chiama.
Credo
che quelle famose sigarette “con il filtro”, di questo
accessorio inspiegabilmente deprivate, prima di essere
consumate in voluttuose boccate di fumo, quelle sigarette
Nazionali, che lei orrendamente mutilava, asportando loro,
inspiegabilmente per me, il filtro, prima di fumarle, si
sono, alla fine vendicate, producendole quel cancro al
polmone, che l’ha sottratta a noi; ma in fondo, e meno
egoisticamente, penso, che forse abbiano avuto pietà di lei,
sottraendola ad un mondo e ad una società che produce
oggetti “usa e getta”, alla quale non si sarebbe mai
adattato; proprio lei, che vedeva l’anima delle cose.
Ora nel
rileggere queste righe, dimenticate in un cassetto, a
distanza di tanti anni, ancora provo emozione e commozione
ricordando quei tempi ormai lontani, ma sempre vividi e
presenti nella mia memoria e nei miei affetti.
Ciò che egli mi ha donato, mi ha
insegnato, in ambito professionale e non, in ambito umano è
sempre con me, chiaro, netto ed evidente, ma forse del dono
importantissimo, non mi resi conto sul momento, nel momento
in cui mi fu consegnato, ma me ne rendo conto solo oggi, a
distanza di anni dalla sua scomparsa: l’amore quasi
religioso, la venerazione sacra nei confronti dei libri, i
suoi compagni di vita più fedeli, più insostituibili, gli
amici che non tradiscono mai, che sono sempre presenti
quando hai bisogno, quando cerchi un conforto, quando
desideri una parola che ti illumini il cammino, che ti
sciolga un dubbio che ti assilla e che ti rende le notti
insonni.
Egli che vedeva l’anima delle
cose e le considerava esseri viventi e forse anche animati,
capaci di vita propria e autonoma, di sentimenti, di
emozioni, di tristezze profonde e gioie sublimi, considerava
i libri, tra queste, primi inter pares, dotati di una
vita e di una dignità superiore, capaci di una doppia, anzi
tripla anima, quella loro propria, ma anche quella di chi li
aveva scritti, donandoli a noi ed in ultimo quella di chi li
aveva letti, possedendoli ed amandoli.
Per questo motivo e certo non per
egoismo e desiderio di possesso, non imprestava mai i suoi
libri, perché le anime non si confondessero, ma casomai li
regalava, perché alle prime se ne aggiungesse un’altra,
quella del fortunato destinatario del suo dono.
Con questo spirito, per questo
motivo e con questa finalità, conoscendo la mia passione per
Giuseppe Mazzini e la sua opera, mi donò un giorno la sua
copia de I doveri dell’uomo, a sua volta donatagli
dal padre, quando era adolescente.
Solo oggi, tardivamente, mi rendo
conto della preziosità del dono e del profondo significato
intrinseco in esso contenuto. Egli che del dovere aveva
fatto una ragione di vita, mi donava il libro che meglio lo
rappresentava, perché da questo imparassi. Un ideale
passaggio del testimone, in un’ideale corsa, o meglio
percorso a staffetta, nel quale ognuno di noi è chiamato a
fare la sua parte, a giocare il proprio ruolo, a compiere il
proprio dovere, nei compiti che la vita gli assegna.
Assieme al libro, entro il libro
una lettera, vergata a mano con la sua scrittura minuta che
ben conoscevo, avendola vista tante volte, un suo messaggio,
forse un suo testamento spirituale a me rivolto:
“Spesso, ahimè, si pensa a
Giuseppe Mazzini, come ad un personaggio storico, lugubre,
ascetico, poco pratico, sempre vestito di nero, artefice
assieme ad altri del nostro Risorgimento e della nostra
Unità d’Italia. Tutto ciò è senza dubbio vero, ma si farebbe
un torto enorme alla sua memoria e al suo significato, se lo
si relegasse nei libri di storia, nel capitolo Risorgimento.
La sua presenza, la sua
importanza, la sua indispensabilità, nel cammino della
umanità, va ben oltre, travalica ampiamente quanto, seppur
vero, poc’anzi detto. Giuseppe Mazzini è presente e vivo tra
noi, ogni qual volta si pronuncia la parola “dovere”, ogni
qual volta questa magica parola, che spaventa e terrorizza
per la sua enorme responsabilità, viene pronunciata da
chiunque, grande o piccolo, adulto o bambino, importante o
meno, ma tutti siamo, in fine, importanti comunque, ogni
qual volta nella nostra coscienza, in silenzio, o a gran
voce, sorge spontanea e imperiosa la domanda: “Qual è il mio
dovere?”. E spesso stentiamo a dare una risposta. La gente
pensa che sia difficile fare ciò che è giusto. Non è
difficile fare quello che è giusto. Difficile è sapere, cosa
è giusto fare. Quando si sa, cosa è giusto, è difficile non
farlo”.
In questo, proprio in questo,
consiste la grandissima attualità di Giuseppe Mazzini. Egli
non ci rivela, non ci comunica, non ci impone cosa sia
giusto. Egli ci insegna a ragionare su cosa sia giusto, ci
insegna a sentire cosa sia giusto, ci suggerisce di trovare,
col nostro libero pensiero, cosa sia giusto, in totale
autonomia e nella solitudine di noi stessi. Ci consegna
intera la responsabilità della risposta a questa domanda, a
questo interrogativo.
Forse non aveva letto le opere
di Giuseppe Mazzini, forse non le conosceva neppure, ma
certamente aveva compreso, aveva deciso entro di sé, cosa
fosse giusto, Salvo D’Acquisto e con lui tutti coloro i
quali, postisi l’interrogativo di quale fosse il proprio
dovere, lo hanno compiuto.
In una società quale quella
attuale, in cui i principi di riferimento, gli ideali,
sembrano, sono persi, in cui ognuno persegue il proprio bene
materiale, incurante degli altri e dei propri doveri, in cui
siamo accecati dalla sete di guadagno a tutti i costi, suona
quasi anacronistico, ma indispensabile il motto di Giuseppe
Mazzini in questo Libro che ti consegno e ti affido:
“Ciascuno può legittimamente reclamare i propri diritti,
solo nel momento in cui sia assolutamente sicuro di aver
compiuto i propri doveri”.
Molte volte ho preso in mano
questa lettera, molte volte in questi anni l’ho riletta,
sempre con emozione e grande commozione, ogni qual volta la
vita mi ha proposto l’interrogativo perentorio di cosa fosse
giusto fare, di quale fosse il mio dovere.
Un ultimo pensiero, che oggi mi
conforta, nel dolore sempre vivo per la sua scomparsa, mai
assenza: in un mondo e in un’epoca che prospetta, che sogna,
che preannuncia la scomparsa dei libri cartacei, con il loro
profumo, le loro pagine ingiallite dal tempo, le loro
copertine colorate, maneggiate dalle mani di tanti lettori,
le dediche di chi li ha donati, pensando di barattarli, di
sostituirli con asettici ed impersonali libri elettronici,
lei dottor S. non sarebbe sopravvissuto al dolore, allo
sdegno, alla delusione, allo sgomento, di non poter più
accarezzare, con le sue mani preziose un libro vero, il suo
libro, che in quel momento lo avesse “chiamato” per essere
da lei letto.
Forse la morte è stata pietosa nell’averla sottratta,
nell’averla risparmiata a questo dolore.
*Dice di sé.
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, specialista in
psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi
profondamente libertario. Romanticamente illuminista.
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