COSTUME

MA CHE COS’È, L’ATTIMO FUGGENTE?


Il tema della fugacità del tempo accompagna da sempre l’esistenza umana, diventando il leit- motiv di tanta poesia ed arte: a confronto la caducità contro l’eternità, attraverso l’opera di Orazio, Daguerre, Pasternak, Doisneau, senza dimenticare Lorenzo il Magnifico, Watteau e Wilder...


 

Michela Altoviti*

 

“Voler fissare visioni fuggitive confina con il sacrilegio”. Questo il giudizio della Chiesa all’alba dell’invenzione della fotografia. Siamo a Parigi, è il 6 gennaio 1839, all’accademia delle Scienze viene annunciata la scoperta di Daguerre. “Voler fissare visioni fuggitive, non soltanto è una cosa impossibile, come hanno dimostrato esperimenti assai seri, ma confina con il sacrilegio. Dio ha creato l’uomo a propria immagine e nessuna macchina umana può fissare l’immagine di Dio. Egli dovrebbe tradire improvvisamente i suoi principi per permettere che un francese lanciasse nel mondo un’invenzione così diabolica”. E anche il mondo della cultura in genere tacciò la fotografia di inferiorità rispetto alla pittura.

Poteva uno strumento tecnico esprimere una sensazione individuale? Forse no, o forse non esiste risposta. Di certo ogni singolo scatto ha avuto, ed ha tutt’oggi, il potere di fermare il tempo, e fermare il tempo è da sempre uno dei sogni titanici dell’uomo: arrestare l’inesorabile panta rei delle cose, trovare soluzione alla caducità delle cose, renderle in qualche modo immortali ed esorcizzare così la paura della morte: ciò che solo un Dio potrebbe fare, o un fotografo particolarmente dotato, appunto. Non tanto lo scatto compiuto, l’immagine finita e stampata, quanto il gesto spontaneo o studiato, quel click evanescente diviene il mezzo per cogliere l’attimo fuggente, strumento per attuare la filosofia saggia e antica del carpe diem.

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Nel 1989 esce nelle sale uno di quei film destinati a divenire pietra miliare nella storia del cinema e pellicola del cuore per molti: “L’attimo fuggente”, del regista Peter Weir e con un intenso Robin Williams quale protagonista. Ambientato negli Stati Uniti nel 1959, racconta del professor John Keating, insegnante di lettere, trasferito nel severo e tradizionalista collegio maschile “Welton”. Fin dal primo contatto con i giovani allievi traspare il suo originale e innovativo metodo di insegnamento, ma anche il suo approccio colloquiale e spontaneo; la sua prima lezione è in un’esortazione ai ragazzi a trovare la propria strada, a realizzare i propri sogni prima che il tempo possa tarpare le loro ali, bloccando il loro volo. Keating insegnerà ad un gruppo di 17enni a librarsi al di fuori dei rigidi schemi di un grigio edificio, a tentare, a rischiare per poterne essere poi fieri.

Tra lezioni all’aria aperta e calci ad un pallone recitando versi di Whitman, quei ragazzi scopriranno qualcosa che rimarrà impressa in loro per tutto il resto della loro esistenza e che la renderà migliore, più intensa, più piena. Il monito dell’insegnate ai suoi alunni è un monito per ciascuno spettatore; non è un semplice richiamo a nozioni di una certa cultura classica latina e greca, ma un tributo alla pienezza della vita quando essa sia assaporata davvero, quando se ne succhi tutto il midollo, come si recita nel film, quando, come afferma sempre il protagonista, si scelga di sbaragliare tutto ciò che non è vita per non scoprire in punto di morte, di non essere vissuti.

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“Viviamo per vivere, non per prepararci a vivere”. Le parole illuminanti sono di Jurij Zivago, protagonista dell’opera dello scrittore russo Boris Leonodovic Pasternak, pubblicata in anteprima mondiale in Italia nel 1957 dalla casa editrice Feltrinelli. In Russia andò alle stampe solo nel 1988 perché a lungo osteggiata dal regime comunista. Grazie al suo unico romanzo, l’autore meritò il premio Nobel per la letteratura pochi anni prima della sua morte, che però non poté mai ritirare per l’opposizione del governo. “Il dottor Zivago” non è un libro politico, come fu detto, e la presa di posizione dell’Unione degli Scrittori, che arrivò a definire il romanzo “controrivoluzionario”, è da ritenersi erronea. Pasternak ha saputo rappresentare un uomo, come molti, che ha tentato invano di conquistare la propria libertà, per poter dare vita alle proprie sensazioni, ai propri pensieri. Il romanzo finisce con l’essere religioso: non nel senso, però, di adesione ad una religione positiva, ma ad una presa di coscienza del rapporto che lega l’uomo e il mondo, l’immanente e il trascendente, il cotidie e il semper.

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Nel 1950 viene commissionato al fotografo Robert Doisneau un reportage sugli innamorati a Parigi. In quell’occasione egli realizza “Le baiser de l’Hôtel de Ville”, la sua opera più conosciuta; la foto rappresenta una coppia di ragazzi che si baciano, lungo le caotiche vie di Parigi. Avrà una risonanza mondiale e diventerà il simbolo dell’amore romantico perché viene presentata come “un’istantanea colta al volo, un attimo fuggente pieno di magia catturato casualmente dall’abilità del fotografo”.

Nonostante la sua indiscutibile bellezza, l’immagine appare debitrice della sua fama al solo fatto di essere rubata: non sembra esserci, infatti, né volontà dei soggetti di mettersi in posa, né del fotografo di aver calibrato e studiato l’angolazione migliore: è stato il caso, un fortunato qui ed ora a bloccare l’attimo fuggente, a fermare il tempo e a suggellare il fascino di questo scatto. Sarà lo stesso autore, decenni dopo, a svelare invece l’inganno: la scena era completamente costruita. E tuttavia, per quanto sia stata definita bugiarda, falsificata, manieristica, esagerata e melensa, la foto è comunque perfetta per l’equilibrio, per la grafica e per la sensibilità nella scelta del soggetto e della volontà della resa finale.

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Thornton Wilder vinse il premio Pulitzer per il teatro nel 1938 con l’opera “Our Town” (Piccola città). Con queste parole egli definì la sua commedia:

“La piccola città non vuole essere il quadro della vita in una comunità del New Hampshire, né un’ipotesi sulle condizioni di esistenza dopo la morte (quello è semplicemente un elemento che ho preso dal Purgatorio di Dante). È il tentativo di trovare un valore supremo per tutti i piccoli eventi della nostra vita quotidiana. È una pretesa, una rivendicazione, cui ho cercato di dare la massima assurdità possibile, mettendo la cittadina sullo sfondo delle sterminate dimensioni del tempo e dello spazio”.

Nell’opera, specie nel terzo atto, Wilder descrive, infatti, il senso della vita che scorre in maniera monotona ed immutabile, in una, appunto piccola, cittadina. Protagonista è Emily, della quale si narra la vicenda dalla giovinezza alla morte di parto, passando attraverso le fasi dell’innamoramento e gli anni felici del matrimonio.

Una volta morta, Emily impersona la memoria e la nostalgia per ciò che è stato: ottiene dall’aldilà il permesso di rivivere una sua giornata terrena, e lei sceglie il giorno del suo dodicesimo compleanno. Amara e commovente la consapevolezza con cui riflette una volta giunta al termine delle 24 ore regalate: “Accadeva tutto questo, tutte queste cose, e noi le vivevamo senza neanche accorgersene! Ah, riportatemi lassù, sulla collina, nella mia tomba. C’è nessuno, nessun essere umano che sappia quello che sta vivendo mentre lo vive? Nessuno?” Il regista, che è poi il narratore della vicenda, risponde perentorio: “No!” e dopo una pausa aggiunge, quasi a voler aprire uno spiraglio di speranza: “I santi e i poeti forse, forse un poco...”.

Tornata al cimitero sulla collina un vecchio, anch’esso defunto, svela ad Emily il segreto semplice ma quasi impalpabile dell’esistenza: “Adesso lo sai! Ecco cosa significa essere vivi. Aggirarsi in una nuvola d’ignoranza; andare attorno calpestando i sentimenti di quelli, di quelli che avete vicino...Sprecare il tempo, buttarlo via come se gli anni da vivere fossero milioni!"

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Consultando i manuali di storia dell’arte è facile trovare una definizione di Impressionismo: un movimento pittorico che nasce intorno al 1860 a Parigi. Deriva direttamente dal realismo e come quest’ultimo si interessa soprattutto della rappresentazione della realtà quotidiana. Ma, per contro, non ne condivide l’impegno ideologico o politico: non si occupa dei problemi ma solo dei lati gradevoli della società del tempo.

La grande rivoluzione dell’Impressionismo è soprattutto la tecnica, anche se molta della sua fortuna presso il grande pubblico deriva dalla sua poetica, dall’ispirazione di fondo. La scelta dei pittori impressionisti fu quella di rappresentare la realtà cogliendone le impressioni proprie del singolo momento, e ciò comportò l’esaltazione, da parte di questo stile, della sensazione dell’attimo fuggente. Secondo i pittori impressionisti la realtà muta continuamente di aspetto. La luce varia ad ogni istante, le cose si muovono: la visione di un momento è già diversa nel momento successivo. Parmenide è palesemente qui recuperato con il suo tutto scorre.

Nella pittura impressionista le immagini trasmettono, infatti, sempre una sensazione di mobilità. L’attimo fuggente della pittura impressionista non è il momento statico e da immortalare, significativamente, della pittura neoclassica o romantica: l’attimo fuggente non ha nulla a che fare con le vicende, esso coglie le sensazioni e le emozioni. E le impressioni rappresentate, quasi afferrate, dagli artisti di questo movimento, sono sempre sensazioni felici e positive. L’Impressionismo, per la prima volta dopo la scomparsa della pittura rococò, si allontana da ciò che è tragedia o dramma e rappresenta un mondo felice e gioioso.

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Sarà sempre necessario ricorrere ad un manuale per dare una giusta definizione del movimento artistico denominato Rococò e per delinearne i tratti essenziali: “Ciò che più caratterizza questo stile ornamentale sviluppatosi in Francia nella prima metà del Settecento come evoluzione del tardo-barocco, è l’uso dell’attimo fuggente. L’immagine non vuole raccontare una storia, quanto rappresentare un’emozione”.

Il pittore che inaugura questo genere è il francese Jean-Antoine Watteau. Le sensazioni o emozioni cui si fa riferimento sono quelle derivate da collocazioni spazio-temporali precise: ambientazioni tipiche sono notturni in riva ad un lago, boschi ombreggiati che regalano le condizioni ideali per una piacevole convivialità. Queste sensazioni sono per lo più di carattere mondano: raffigurano l’ozio degli aristocratici.

Feste, balletti, concerti, spettacoli, pranzi all’aperto, battute di caccia, momenti di corteggiamento, sono questi i soggetti che più frequentemente si trovano nei quadri rococò. Più volte compaiono anche rovine di edifici antichi come frammenti architettonici, statue, pezzi di colonne: il resto antico ha sempre il suo fascino, esso è la testimonianza di una grandezza passata ed è elemento di raccordo tra un passato lontano ed un presente che si volge indietro conscio dello scorrere del tempo. Natura e rovine finiscono in tal modo per rappresentare simbolicamente l’eternità e la fugacità: la natura, quasi sembra di sentire un’eco leopardiana, non teme il passare del tempo, mentre le rovine danno voce alla transitorietà delle cose umane.

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La “Canzone di Bacco e Arianna”, celebre componimento carnevalesco di Lorenzo il Magnifico, è emblema della forma mentis rinascimentale.

Il tema centrale che vi si sviluppa è senza dubbio la fugacità e la necessità di immortalare il presente, cogliendo fino in fondo il senso autentico dell’esperienza, della bellezza, del piacere. Una rilettura dell’oraziano carpe diem, con una maggiore attenzione alla componente estetico-edonistica e al tema della giovinezza.

Ciò che si teme e che viene sentito come avversità è il futuro ignoto e spaventevole, portatore di incertezza. Come è ovvio, la valorizzazione esclusiva del presente, porta a riservare minore rilevanza all’idea di trascendenza. L’arte rinascimentale rifletté, infatti, una secolarizzazione dei canoni estetici, cui corrispondeva un movimento di profonda laicizzazione in ambito filosofico e culturale. Il tema della fugacità del tempo diventerà non a caso un leit-motiv di tanta poesia ed arte contemporanee: primario è il momento caduco e contingente rispetto all’eternità infinita; centrale l’elemento terreno, meno rilevante il tema del divino. Tutto ha senso solo hic et nunc.

“Chi vuol esser lieto, sia

di doman non c’è certezza”.

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Spesso associato ad un banale opportunismo o ad un superficiale edonismo, il carpe diem oraziano mira invece ad affermare l’impossibilità, per l’uomo, di conoscere e combattere il futuro. Solo sul presente egli può intervenire e solo sul presente, quindi, deve concentrarsi il suo agire: non può che cercare di cogliere le occasioni, le opportunità, le gioie che si presentano oggi, senza alcun condizionamento derivante da ipotetiche speranze o ansiosi timori per il futuro.

La locuzione tratta dalle Odi (Odi 1, 11, 8) viene solitamente citata in questa forma tronca, sarebbe tuttavia più corretto completarla con il seguito del verso oraziano: quam minimum credula postero (“confidando il meno possibile nel domani”). Tale concezione della vita e del tempo, famosissima, è legata al poeta latino e alla straordinaria efficacia con cui l’ha espressa e tuttavia egli è debitore nei confronti di Alceo: lo spunto iniziale viene senza dubbio da uno dei frammenti del poeta greco ma poi la descrizione dell’impressione di un momento di vita, Orazio la assurge a simbolo e ad oggetto di riflessione.

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Dice Wikipedia alla voce “kairÒ&”:

Parola che nell’antica Grecia significa “momento giusto o opportuno” o “tempo di Dio”. Gli antichi greci avevano due parole per il tempo: kronos e kairòs. Mentre la prima si riferisce al tempo logico e sequenziale, la seconda significa “un tempo nel mezzo”, un momento di un periodo di tempo indeterminato nel quale “qualcosa” di speciale accade. Ciò che è la cosa speciale dipende da chi usa la parola. Chi usa la parola definisce la cosa, l’essere della cosa. Chi definisce la cosa speciale definisce l’essere speciale della cosa. Mentre kronos è quantitativo, kairos ha una natura qualitativa. Nella lotta tra kairòs e kronos, kairòs è sempre perdente.

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Deriva da un’antichissima pratica meditativa dal nome vipassana, risalente a Buddha, la mindfulness ossia una pratica psicologica utilizzata per il trattamento di molti disturbi e problemi di salute. La definizione più efficace del termine è da attribuire a Jon Kabat-Zinn, pioniere delle applicazioni della mindfulness alla psicoterapia e alla medicina, ed è la seguente: prestare deliberata attenzione in modo non giudicante al momento presente.

L’attenzione al presente – si legge nel sito dell’associazione – svolge, infatti, molte funzioni: rende la propria vita più intensa, profonda e vera, fornisce una modalità di stabilizzazione che consente di sganciarsi da contenuti mentali distruttivi, ruminativi e tossici, e consente inoltre di ancorarsi saldamente ad un elemento concreto della propria esperienza per osservare ed esplorare i propri contenuti mentali senza perdersi in essi.

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Amare la vita non significa forse godersela appieno? Non equivale a carpere il famoso diem? Essere proiettati troppo in avanti, o rimanere arenati nei ricordi del passato, temo sia il modo migliore per contraddire il motto latino. Ambire a traguardi collocati nel futuro o rimpiangere successi ottenuti nel passato, è non-vivere.

Il traguardo può essere tanto una vittoria quanto una sconfitta, il maratoneta, l’atleta, il ciclista o motociclista, e qualsiasi altro campione lo superi, è arrivato. Che poi lo faccia con le lacrime agli occhi per la soddisfazione o la delusione è altro, il punto è che ha concluso la corsa e sta per trarne le conseguenze, sta per esultare dei sacrifici, sta per recriminarsi per lo scarso impegno, sta per rammaricarsi delle condizioni non favorevoli, ma sta tagliando quel traguardo e in quel traguardo sta concludendo l’allenamento che è stato preclusivo e finalizzato unicamente a quel momento.

Potrebbe anche stare per arrivare al traguardo e, soddisfatto per una vittoria, ma anche deluso per una sconfitta, essere desideroso di riprovarci, questo è umano e possibile, certamente.

Però ogni gara è unica e il podio calcato alla prossima occasione non avrà mai e non potrà mai avere lo stesso sapore di un premio conquistato o non conquistato in precedenza.



*Dice di sé.
Michela Altoviti. Vede oltre ciò che guarda e scorge oltre ciò che trova. Scrive perchè ritiene che ogni manifestazione del pensiero sia non tanto un modo per trovare risposte quanto per condividere le domande. Scrive per curare il livello di saturità cui le pare di pervenire per le troppe idee e sensazioni. A volte crede che solo il silenzio dovrebbe essere partorito.








ANDREA CAMILLERI

Nel mercato italiano c'è bisogno di sfornare libri che

abbiano acquirenti e lettori. Giova all'intero settore,

anche perché da noi si legge poco. E avere tanti lettori

non vuol dire necessariamente abbassare il livello.

(Da “Intervista a cura di Renzo Raffaelli”, 2005)










BRUNO VESPA


Il fatto che i miei libri abbiano successo dà fastidio

ai miei colleghi.

Scrivere va bene, ma vendere è insopportabile.

(Da “Corsera Magazine”, 2005)








 

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