LIBRI DA LEGGERE: DA SHAKESPEARE A CECHOV,
SULLE ALI DEL GABBIANO JONATHAN LIVINGSTON


Abbiamo raccolto in questa sezione le recensioni che alcuni allievi di Studio 254 hanno scritto sui libri che considerano particolarmente importanti nel cammino della loro crescita personale. Ne viene fuori una carrellata variegata che va a ripescare capisaldi della letteratura italiana ed internazionale


 

Dieci

di Andrej Longo

 

Dieci è un libro, per me, davvero eccezionale.  Lo scrittore Andrej Longo è nato ad Ischia. Si divide tra la scrittura di testi per la radio, il teatro, il cinema e il lavoro di pizzaiolo.

L’autore racconta 10 storie, ambientate tutte nel capoluogo partenopeo, dando ad ognuna il nome di uno dei 10 comandamenti (di qui il titolo).

Dieci comandamenti, dieci storie, appunto, di chi nasce e vive in una realtà di emarginazione. È Napoli, ma potrebbe essere qualsiasi posto dove una volta nati bisogna lottare fin da bambini per cambiare il proprio destino.

Il libro scritto nel 2007 racconta con estrema verità e semplicità quello che sappiamo capita nelle nostre città, ma che tante volte ci ostiniamo a non vedere o prendere in considerazione. La caratteristica che mi ha colpito è il linguaggio che è molto semplice ed immediato, senza fronzoli ed esagerazioni, molto vicino a quello della realtà partenopea; infatti, leggendo le dieci storie è facile imbattersi in espressioni tipicamente dialettali.

Si racconta di Vanessa che “quando si mette le calze nere e la gonna corta di pelle pare proprio ‘na femmina”, del ragazzino tredicenne che uccide la madre “perché qualcuno doveva farlo”, oppure di una ragazza che può raccontare solo ad un animale la sua maternità e l’esser costretta ad abortire clandestinamente; o ancora si narrano le vicende di un gruppo di bulli, “rolex, reiban e panzarotto” questi i loro soprannomi che in una notte di follia e di trasgressioni perdono la vita.

Lo stile è asciutto ed essenziale, ma estremamente incisivo, veramente come si dice da leggere tutto di un fiato.

 

Simone Bucciero

*Iscritto al corso di recitazione avanzato, anno accademico 2009-2010

Il gabbiano Jonathan Livingston

di Richard David Bach

 

Il gabbiano Jonathan Livingston è un uccello particolare perché, mentre lo stormo di cui fa parte si stacca da terra soltanto per procurarsi il cibo, lui vola per il piacere di volare. I suoi simili, infatti, non intendono imparare le tecniche di volo, ma si accontentano di riuscire a procurarsi il nutrimento necessario alla loro sopravvivenza e, quindi, inseguono i pescherecci e si azzuffano fra di loro anche soltanto per una mollica di pane.

Jonathan, invece, si stacca dal gruppo perché desideroso di imparare a volare superando i limiti che tutti i gabbiani sono convinti di avere: passa ore ed ore a sperimentare nuove tecniche e migliora di prova in prova, divenendo sempre più abile nel battere i propri limiti. I genitori provano a convincerlo della necessità di essere un gabbiano come gli altri, ma senza esito.

Egli crede di essere nel giusto e persevera nelle sue imprese. Così Jon viene esiliato dallo stormo, ma non si perde d’animo e continua a cercare la sua strada.

Iniziando a sfogliare questo libro si può leggere la dedica che recita così: “Al vero Gabbiano Jonathan che vive nel profondo di noi tutti”. Questo racconto è, infatti, una metafora che, se compresa, può esser d’aiuto nella vita reale di ciascuno.

Spesso ci viene insegnato che è pericoloso sognare perché si può rimanere delusi, non ci si deve differenziare dagli altri perché altrimenti si rischia di essere esclusi. Il gabbiano Jonathan ci vuole far capire che se abbiamo fiducia in noi stessi anche gli obiettivi che sembrano più impossibili possono essere raggiunti. Il segreto per riuscirci è soltanto uno: crederci. Anzi, occorre comportarsi come se l’obiettivo che vogliamo raggiungere sia già a portata di mano, sia già raggiunto. Non omologarsi per paura della solitudine e credere in se stessi per progredire.

 

Roberto Caldara

Iscritto corso Personaggi nuovi per la tv, anno accademico 2009-2010

Abbiate coraggio

di Francesco Alberoni

 

Uno dei libri che mi ha maggiormente colpita è Abbiate coraggio del sociologo Francesco Alberoni.

In questo testo il coraggio viene analizzato in chiave sociologica e definito dallo stesso autore come virtù morale e sociale. Questa virtù, che non deve essere confusa con l’inconsapevolezza o l’incoscienza, viene esaminata alla luce di tutti gli aspetti dell’esistenza umana, quali amore, amicizia, lavoro, famiglia e, secondo l’autore, ci permette di plasmare il nostro destino.

Partendo dal presupposto che ogni essere umano ha una missione da scoprire e compiere nell’arco della vita, il coraggio va esercitato per cercare di capire ed essere fedeli a se stessi, per non farsi confondere nelle scelte dalla complessità del reale, e a volte per superare se stessi.

Lo considero un testo molto significativo perché credo che la scelta più importante dell’essere umano sia tra il vivere e il sopravvivere. Intendo il vivere come cercare di capire chi siamo, ascoltarci, seguire le nostre inclinazioni, i nostri sogni e aspirazioni. Al contrario per sopravvivere intendo il trascorrere la propria vita seguendo gli schemi e le convenzioni sociali, che comunque esercitano un forte potere su di noi.

Attraverso il coraggio possiamo andare oltre, vedere noi stessi per chi siamo e dove stiamo andando, vincere la paura, compiere scelte spesso dolorose o non convenzionali, che a volte possono risultare vincenti solo nel lungo periodo e in nome di queste scelte affrontare delusioni, solitudine, dolore.

Attraverso il coraggio diventiamo responsabili della nostra vita, non attribuiamo ad altri la colpa delle nostre sconfitte, possiamo gioire pienamente delle nostre vittorie. Attraverso il coraggio possiamo imparare a non essere giudicanti, a capire che gli altri esperiscono il mondo per la prima volta, proprio come noi.

Attraverso il coraggio possiamo considerare l’ipotesi che le nostre idee non sono assolute e metterci in gioco con la consapevolezza che non avremo mai a priori la certezza che la nostra scelta sia quella giusta nel ventaglio delle possibilità che la vita ci offre.

 

Cinzia Canafoglia

Iscritta al corso di giornalismo, anno accademico 2009-2010

Siddharta

di Hermann Hesse

 

“La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca, che si libra e si rigira nell’aria e scende ondeggiando. Ma altri, pochi, sono come stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso e non c’è vento che litocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino”.

Siddharta non è il migliore romanzo di Hermann Hesse (1877-1962), ma sicuramente il più conosciuto. Scrittore tedesco naturalizzato svizzero compie parecchi viaggi, tra cui, nel 1911, quello in India, paese da cui trasse l’ispirazione appunto per questo racconto.

Il libro incominciò ad avere veramente successo solo dopo un ventennio dalla sua prima pubblicazione nel 22, probabilmente sulla scia del premio Nobel conferito ad Hesse nel 1946.

Narra del giovane Siddharta, liberatosi dalle ricchezze e dalla religione intesa come dottrina unica ed esclusiva, che va alla ricerca di sè attraverso il perfezionamento interiore da realizzarsi nella unificazione completa con l’universo e che si compie attraverso la propria esperienza personale, che non è solo puramente intellettuale e astratta, ma riguarda la vita nella sua totalità e abbraccia anche le esperienze del corpo e dei sensi. Il tutto immerso in un’atmosfera esotica molto abilmente delineata in un’India arcaica, favolosa e metafisica, talvolta sfumata, in cui tutti sono alla ricerca del senso dell’esistenza.

Racconto breve ed evocativo non sempre di facile lettura, ha però il fascino del viaggio iniziatico che può assumere un gusto diverso in epoche diverse di lettura nella vita di ognuno e che asserisce che in fondo siamo tutto e il contrario di tutto e che bisogna perdersi per ritrovarsi: la saggezza non si può trasmettere come le conoscenze.

Un libro che può essere apprezzato pienamente solo se si è disposti a liberarsi da tutti i preconcetti, aspettative e i cliché della letteratura tradizionale. Siddharta in realtà è ciascuno di noi alla ricerca della propria verità.

La rivelazione che si cerca nelle ultime pagine, senza successo, non sta scritta se non nella propria vita e si coglie solo se si è disposti a coglierla. Sconsigliato a chi pigramente cerca risposte o verità assolute o a chi non intende fare percorsi personali.

L’ho letto molte volte ed ogni volta mi è parso diverso.

 

Jeane Contini

Iscritta al corso autori tv-giornalismo anno accademico 2009-2010

I miei martedì col professore

di Mitch Albom

 

Mitch Albom nato nel 1954 è uno scrittore, sceneggiatore e giornalista sportivo statunitense. Questo libro è una sorta di documentario su incontri veri avvenuti tra Mitch, lo stesso autore del libro e Morrie, un professore universitario, purtroppo malato terminale.

Mitch è un apprezzato cronista sportivo, ha molti soldi, fama, successo, una moglie che lo ama, ma, arrivato ai 40 anni scopre di non aver assaporato la vera felicità, che i soldi non sono tutto, che i sentimenti veri, le relazioni forti e le esperienze uniche che provava ai tempi del college erano ormai storia passata e quello che era diventato non somigliava molto a quello che sognava di essere.

Il destino allora gli lancia un segnale: nel periodo in cui Mitch è fermo dal lavoro per uno sciopero, scopre che Morrie, il suo professore dell’università dal quale aveva imparato molto, era in tv a parlare di sè e della sua malattia che pian piano gli stava rubando la vita. Mitch e Morrie avevano un’abitudine: il giovane, non contento dei soliti e formali insegnamenti, aveva come rito quello di trascorrere il martedì con il suo professore ed approfondire le lezioni; questa volta non sulle materie scolastiche, bensì sul significato della vita, sulle piccole cose che essa ci propone.

Infatti, nei martedì in cui Mitch va a fare visita al vecchio professore, i due parleranno di molte cose: della vita, della morte, del modo in cui un individuo trascorre la sua esistenza, il tutto confezionato con grande saggezza dal professore malato ed ascoltato con molto interesse da parte dell’ex allievo, che rivede in lui il caro vecchio professore a cui era tanto affezionato ed al quale cerca in tutti i modi di rendere meno dolorosi gli ultimi giorni di vita.

Questo libro che è uno dei miei preferiti è stato acquistato per caso. L’ho letto tutto d’un fiato perché è talmente denso di significato, insegna a capire ed apprezzare le cose belle della vita, piccole o grandi che siano. A chiunque abbia voglia di leggere questo meraviglioso libro consiglio di tenere a portata di mano i fazzoletti perché è molto commovente.

 

Veronica Costantino

Iscritta al corso di recitazione avanzato, anno accademico 2009-2010

I racconti

di Anton Cechov

 

Anton Cechov è stato uno dei più grandi scrittori e drammaturghi dell’ottocento russo. Questa edizione dei Racconti comprende sei storie scritte tra la fine del 1880 e l’inizio del 1890. In ognuno di essi, il tema pregnante è la lotta dello spirito contro la realtà. Gli uomini e le donne sono esseri complessi perché sembrano schiavi di una perenne immobilità mentale e fisica: la pigrizia e l’inerzia sono sentimenti dilaganti, frenano la vita delle persone e nessuno è consapevole del fatto che sta sprecando la propria esistenza.

Cechov individua nella realtà, sotto forma di metafora, la decadenza della dinastia dei Romanov che, legata ad ataviche tradizioni e dogmi secolari, opprimeva e soffocava il progresso economico, culturale e sociale della Russia. D’altro canto, il popolo russo è rappresentato con sentimento fraterno, amorevole, anche quando si parla del personaggio più abietto. Cechov arricchisce le storie con personaggi eterogenei, descritti con un’attenzione minuziosa verso i particolari: sembrano fotografati. La sua conoscenza della  psicologia umana gli permette di creare uomini e donne unici, irripetibili, di una bellezza interiore che lascia sbigottiti.

Nello stile è discorsivo, asciutto, poeticamente sintetico e la sua amara ironia è spesso spunto di riflessioni. I Racconti sembrano semplici storie di vita quotidiana che invece denunciano una società malata e le sofferenze sopportate dal popolo russo. Colpisce profondamente che ciò che è narrato sia vero, limpido, sincero: nella semplicità, nella monotonia, Cechov cerca e trova la verità. Quando termini di leggere il libro, senti di avere la Russia che ti scorre dentro.

 

Niccolò Francisci

Iscritto al corso di recitazione base, anno accademico 2009-2010

Il diario di Anna Frank

Anna Frank

 

Anna Frank inizia a scrivere il suo diario nel giugno del 1942. è una ragazza ebrea di tredici anni, figlia di un ricco banchiere tedesco.

Dopo le leggi razziali, emanate da Hitler nel 1933, la famiglia Frank emigra in Olanda, ad Amsterdam. Nell’estate del 1942, insieme ad alcuni amici, si chiudono in un alloggio segreto, fino a che la polizia nazista vi fa irruzione e arresta tutti i rifugiati. Nell’ottobre del 1944, Anna e la sorella vengono condotte a Bergen Belsen, dove muoiono di tifo.

Il diario di Anna viene ritrovato tre settimane dopo, quando le truppe inglesi liberano Bergen Belsen. Nel diario, Anna afferma di conoscere il linguaggio dei perseguitati: sa che lei e i suoi debbono portare la stella giudaica, che non possono frequentare locali pubblici, che non possono prendere il tram. Inoltre, racconta le sue gioie, i suoi dolori, le sue speranze. Racconta fatti spesso banali come le discussioni sul cibo o sull’uso dei bagni.

Ogni lettera è scritta per un’amica immaginaria di nome Kitty.

Nel suo scrivere emerge una ragazza fiduciosa nell’avvenire, nella bontà dell’uomo. Spesso parla di Peter, il ragazzo di cui si accorge di essersi innamorata, del suo gattino Moffi e delle sue amiche Elli e Miep. Costretta a dividere la stanza con il dottor Dussel non ha più un suo spazio, le rimane solo il suo diario.

Questo romanzo mi ha insegnato che bisogna avere sempre speranza e fiducia nella vita: infatti, è proprio attraverso queste che Anna riuscirà a superare incubi e paure incessanti, malgrado gli orrori della guerra, continua a credere nell’intima bontà dell’uomo e ad un futuro di ordine, pace e serenità.

 

Jai Carol Gigli

Iscritta al corso personaggi nuovi per la tv, anno accademico 2009-2010

Se questo è un uomo

di Primo Levi

 

Primo Levi nasce a Torino nel 1919, a ventiquattro anni, essendo entrato in un gruppo partigiano, viene arrestato e poi deportato, in quanto ebreo, ad Auschwitz, in territorio polacco. Lì rimane per un anno fino alla sua liberazione.

Nel 1947 pubblica Se questo è un uomo, testo scritto in un linguaggio semplice e con uno stile lineare, simile a quello di un diario, che esprime la condizione di disperazione e la miseria degli ebrei rinchiusi nel campo di sterminio. Tutto è giustificato dall’obbiettivo terribile e ripugnante al quale tende l’organizzazione dei campi di lavoro: umiliarli e sterminarli. L’annullamento totale dell’uomo, la sua distruzione sono simboleggiati nel tatuaggio che viene fatto sul braccio degli ebrei. Non hanno diritto ad essere uomini, sono solo numeri.

Il testo si apre con la descrizione dei deportati che, confusi e spauriti, scendono dal vagone ferroviario che li ha portati a destinazione. Essi vengono accolti dai “visi di pietra” delle S.S che provvedono a smistare i detenuti: i più forti e i più sani sono destinati al duro lavoro nel campo, i deboli e i malati sono avviati verso le camere a gas. Nella prima strofa della sua poesia, il poeta si rivolge a chi vive nel benessere delle proprie case ed è circondato dall’affetto dei suoi cari.

L’uomo è descritto come colui che lavora nel fango, che si azzuffa per accaparrarsi un pezzo di pane, la donna rappresentata senza capelli e senza nome, con gli occhi incavati e il ventre freddo perché spoglio, paragonato ad una rana in inverno. Gli uomini, dice Levi, devono riflettere sul fatto che ciò è realmente accaduto un messaggio che gli uomini dovrebbero scolpire nei propri cuori.

Durante la lettura ho provato grande commozione e partecipazione. Incredula nel pensare che tutto ciò sia realmente accaduto, e consapevole che anche oggi accadono atrocità simili in varie parti del mondo. Questo libro ha catturato totalmente la mia attenzione facendomi immedesimare nelle situazioni e nei personaggi, mi ha avvicinato a capire quel che è accaduto, dico avvicinato perché nessuno potrà mai realmente capire quei momenti di atrocità e sofferenze che possono testimoniare solo  coloro che le hanno vissute.

 

Jasmine Gigli

Iscritta corso personaggi nuovi per la tv, anno accademico 2009-2010

Uno nessuno e centomila

di Luigi Pirandello

 

Questa è l’ultima opera di Pirandello; un romanzo dal quale si evince chiaramente la sintesi del pensiero dell’autore. Non è possibile addentrarsi però nell’analisi della storia senza premettere che alla base dell’idea pirandelliana c’è una concezione vitalistica della realtà, secondo cui essa, nella sua interezza e nella sua complessità, è relativa e dinamica, in un perpetuo movimento vitale, inteso come eterno divenire, incessante trasformazione da uno stato all’altro. Tutto ciò che prescinde da questa metamorfosi si aliena dal mondo in cui è collocato, si distacca dalla realtà, in una sola parola muore.

Occorre quindi rimuovere la maschera, intesa come persona, con la quale ognuno di noi si presenta a sé stesso e agli altri, perché probabilmente quella stessa maschera non avrà lo stesso colore che noi le vediamo dipinto; più verosimilmente ne avrà centomila, o forse addirittura nessuno.

Ed è proprio in questa moltiplicazione che l’io perde la propria individualità, ovvero la concezione di sé stesso, fino a che non sopraggiunge la follia. Che nell’opera di Pirandello è proprio l’ancora di salvezza a cui si aggrappa il protagonista, Vitangelo Moscarda, che rinunciando al proprio nome di battesimo coglie quel rifiuto di una staticità profonda che imprigiona lui e noi tutti in un prisma dove le direzioni di una stessa luce sono infinite.

 

Leonardo Imperi

Iscritto corso recitazione avanzato, anno accademico 2009-2010

Colomba

di Dacia Maraini

 

Una nonna che ricerca la nipote scomparsa non è un punto di partenza avvincente. Lo dice la “romanziera dai capelli corti” a Zaira, la signora anonima e comune presentatasi a chiederle aiuto. Eppure, anche quando le premesse non sono appetibili, basta un po’ di interesse e curiosità per far risorgere un mondo imbavagliato dal tempo.

La donna che ricerca la nipote scopre ben presto di essere alla ricerca anche delle proprie radici; attraverso le vicende che hanno intessuto la sua famiglia, una ragnatela di biografie misteriose e contraddittorie, la testarda Zaira mette a nudo a poco a poco anche il proprio essere, tra piacevoli scoperte e agghiaccianti conclusioni.

Tralasciando lo sviluppo narrativo, le trovate letterarie più o meno convincenti e lo stile dell’autrice, ciò che resta è un messaggio forte e universale: per migliorare la vita nostra e di chi ci sta a cuore, dobbiamo prima di tutto partire da noi stessi. Come fa Zaira quando, ogni mattina, si mette in cammino per perlustrare i boschi innevati: con umiltà, testardaggine e ottimismo.

 

Fabio Marson

Iscritto al corso di autori tv, anno accademico 2009-2010

Romeo e Giulietta

di William Shakespeare

 

La storia si svolge a Verona dove due grandi famiglie, i Montecchi e i Capuleti, vivono segnati da un reciproco grande odio. Romeo è innamorato della bella Rosalina e viene spesso deriso dai suoi amici Benvolio e Mercuzio.

Capuleti si prepara a dare una grande festa in maschera per permettere a Giulietta, sua figlia, di incontrare il nobile Paride, uomo che il padre è intenzionato a darle in sposo.

Romeo che crede di incontrare Rosalina a questa festa si autoinvita con gli amici, ma rimane folgorato dalla bellezza di Giulietta e il colpo di fulmine è reciproco. Romeo e Giulietta scoprono la loro identità e disperati si rendono conto di essere innamorati ciascuno del proprio nemico.

Durante la notte, Romeo si nasconde nel giardino dei Capuleti e sotto il balcone di Giulietta le dichiara il suo amore.

Innamorato, Romeo, si confida con padre Lorenzo che, inizialmente, incredulo promette di aiutare Romeo e di celebrare il matrimonio con la giovane nutrendo la speranza che da questa unione possa cessare l’odio tra le due famiglie.

Intanto Tebaldo, cugino di Giulietta, decide di sfidare Romeo a duello che però non si batte per rispetto della sua amata. Romeo è sostituito da Mercuzio, migliore amico di Romeo, che , proprio nel combattimento, trova la morte. Romeo rivendica l’amico Mercuzio e uccide Tebaldo; ormai ricercato viene bandito da Verona.

Giulietta è in preda al dolore e suo padre, intanto, anticipa le nozze con il conte Paride. Giulietta si rifiuta e corre da frate Lorenzo per chiedere il suo aiuto. Il frate le propone di bere un filtro che può darle l’aspetto di morta per quaranta ore. A Mantova, Romeo riceve la visita di Baldassarre, suo servo, che gli annuncia la morte di Giulietta. Ora ha soltanto un pensiero: procurarsi del veleno, ritornare a Verona e morire accanto a Giulietta.

Durante questo tempo, frate Lorenzo apprende che un imprevisto ha impedito al suo messaggero di informare Romeo del piano. Decide, allora, di recarsi alla tomba dei Capuleti per liberare Giulietta, ma il dramma precipita: Romeo beve il veleno. Giulietta si risveglia, scopre il corpo senza vita di Romeo e si pugnala con la spada del suo amante morendo suo fianco.

Porterei sempre con me questa tragedia perché voglio credere che un amore puro e senza condizioni sia ancora possibile. I sentimenti non hanno tempo e un amore vero può condizionare la vita di due persone.

 

Roberta Stefani

Iscritta corso autori tv, anno accademico 2009/2010







PIETRO CITATI

Un grande libro è composto di tanti strati: si tratta di

scoprire quello più nascosto. Il libro è una superficie

composta da più strati.

(Da “Intervista a cura di Pierluigi Pietricola”, 2005)







 

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