INTRODUZIONE

CORRADO CALABRÒ: “IL POETA
NON DEVE AVER PAURA DELLE PAROLE,
NEMMENO DI QUELLE DIFFICILI”


Dove è finita la poesia? Schiacciata, spesso, dai linguaggi dei talk show. Ne è convinto il Presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, appassionato e riconosciuto scrittore di versi, che compone appena ne ha la possibilità


 

Luca Mastrantonio*

 

“Berlusconi è un grande comunicatore, non un grande parlatore. Bondi è un poeta posteffusivo e neocontratto, meglio l’ultima versione. I versi incivili di Andrea Camilleri su Bossi? Volgari, meglio allora Nichi Vendola. I talk show sono arrivati addirittura a sostituire il Parlamento. I poeti d’oggi dovrebbero combattere l’omologazione del linguaggio televisivo”.

Parola di Corrado Calabrò, una vita divisa tra due muse: la legge e la poesia. La prima è sottomessa alla ragione, la seconda alla tirannia. La legge determina inesorabilmente il Calabrò presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni; la poesia tiene in vita il ragazzo che, già adolescente, scriveva versi e ventenne esordisce con un libro di successo, pubblicato da Guanda, che provocò polemiche tra opposte scuole di pensiero letterario.

Per fare carriera in magistratura e nel Consiglio di Stato, Corrado Calabrò ha dovuto a lungo celare di essere l’autore di quelle poesie, spesso intrise di un eros che prende alla gola.

“Finchè non fai carriera, il rischio è che ti dicano che come magistrato sei un buon poeta e come poeta un buon magistrato. Una volta ero in treno – racconta Calabrò ad “A” – con un mio collega del Consiglio di Stato, Alberto De Roberto. Stava leggendo il mio libro Vuoto d’aria e mi chiese se conoscevo quel poeta che si chiamava come me. Io risposi di no, ma che conoscevo le poesie ed erano bellissime”.

Fino al 1981, quando ha fatto outing.

Incontriamo Corrado Calabrò nel suo studio in via Isonzo, a Roma, sede dell’AgCom. Dietro la scrivania, piena di carte, faldoni e rassegne stampa, ha una decina di dizionari di varie lingue. Ha ricevuto da poco il premio Capri e il premio Carducci e, nonostante gli impegni dell’AgCom, dedica alla poesia i momenti più intensi della sua vita. “Se sono in macchina scrivo sulle ginocchia – racconta – se sono in riunione mi ritiro, con la scusa di una telefonata, se sono a letto, se non scrivo non dormo, e nell’intimità, l’ispirazione sottrae qualche momento all’amore...”.

Calabrò si descrive come un uomo scisso in due. L’uomo di legge “parte da una tesi e fa un ragionamento rigoroso, matematico, per arrivare a una conclusione. Il poeta scrive in libertà asintotica. Io sono magistrato da quasi mezzo secolo, ma sono nato prima poeta, avevo 14 anni, vivevo in riva al mare di Calabria, leggevo poesia e astrofisica e guardavo il mare”. Il racconto di Calabrò è sudamericaneggiante, tra Neruda e Márquez.

“Passavo intere estati a Bocale, vicino a Reggio Calabria, in una casa sulla spiaggia. La mia Macondo. Dormivo con i cani e i fucili di mio padre. Andavo a caccia e poi mangiavo dove mi trovavo, con i coloni. Altre volte andavo a pesca. Il porto d’armi? No, non ce l’avevo, avevo 12 anni, ma i carabinieri chiudevano un occhio”.

 

La differenza tra un comunicatore e un poeta?

“Un comunicatore è chi cerca di dire in modo coinvolgente quello che l’uditorio si aspetta. Il poeta scrive qualcosa di inaspettato e allo stesso tempo profondamente nostro, che viene fuori in rari momenti di felicità espressiva”.

 

Un comunicatore efficace?

“Berlusconi, grandissime. Le sue frasi diventano slogan”.

 

Come autore di canzoni è abbastanza poetico?

“Cos’è? Una provocazione?”.

 

I poeti antichi, a lei tanto cari, come Catullo e i neoteroi, avevano come grande avversario Cicerone. Oggi chi è il nostro Cicerone, il re dei retori, Marzullo?

“Perché no? D’altronde in tv anche le persone più intelligenti, ospiti e conduttori, si omologano. Anch’io, in tv, non sono poeta, ma comunicatore. I poeti devono fare la resistenza al linguaggio dei talk show”.

Come?

“Non avendo paura delle parole, neanche di quelle scientifiche, vanno rese necessarie. Io uso in poesia anche effetto doppler, password, equazioni di Dirac...”.

 

I poeti in politica aiutano? Calabrò è cauto. Di Bondi dice:

“Ha cambiato modo di poetare, prima scriveva in maniera diversa. Ora è ellittico, migliorato rispetto a 5 anni fa; lessi per caso le sue poesie, c’incontrammo, non ci fu un seguito. Non so se s’è risentito. Comunque ora le sue poesie si sono contratte, con modi più trendy e paraermetici. Una carezza di mano che si ritira. Io, se non avessi pubblicato poesie già da giovanissimo, poi non le avrei più pubblicate”.

 

Delle poesie “incivili” di Camilleri cosa pensa?

“Indulge a un uso strumentale della poesia per dire, tra virgolette poeticamente, qualcosa. Ma è pseudopoesia. Non spiazza, non saetta, come facevano un Marziale o un Aretino”.

 

Rispettiamo la par condicio fino in fondo: Vendola?

“La sua poesia non mi dispiace. Quando non usa termini come donzella, che sono vecchi, suonano falsi. Ha un modo di poetare alla Evtushenko. Una poesia molto effusiva e comunicativa, non trattenuta”.

 

E un suo verso?

“L’ultimo, mi è venuto stanotte: Ti svestirò di luna sulla grande terrazza”.

 

 

* Intervista tratta dal settimanale Anna del 3/9/2010

 

 

N.B. Si segnala nella sez. Documenti la relazione annuale 2010 dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni



 

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