COPERTINA
UN’IDEA PER IL CENTOCINQUANTENARIO. FACCIAMO L’HIT
PARADE DELL’UNITÀ D’ITALIA
Un programma musicale (il
Festival di Sanremo o altrove) e i grandi successi del
passato per celebrare l'Unità d'Italia. Giovani e big
potrebbero cantare le più belle canzoni della nostra storia.
E ricordare miti come Carlo Buti, il Trio Lescano e Alberto
Rabagliati
Cesare Lanza*
Avevo
scritto sul Giornale, a settembre, una “modesta
proposta”, come si dice letterariamente, per il Festival di
Sanremo (o per altra trasmissione incentrata sulla storia
d’Italia e della nostra straordinaria musica leggera). La
proposta non è poi andata in porto, per Sanremo, perchè i
prepotenti – e anche un po’ ingrati – organizzatori, in
altre faccende affaccendati, non hanno tenuto conto della
mia volenterosa collaborazione.
Penso che, al di là delle
divergenze e di qualsiasi retorica, i due soli fattori
unificanti per il nostro variopinto e umorale, incostante
popolo siano la Nazionale di calcio e le canzonette. Quando
la Nazionale vince partite importanti, anche la gente
disinteressata al calcio partecipa con entusiasmo al
successo e i tifosi, sventolando la nostra bandiera,
dimenticano le faziosità del tifo per la squadra del cuore.
E quando una buona canzone si impone (ad esempio Nel blu
dipinto di blu, che si è affermata in tutto il mondo),
diventa popolare e amata a Milano come a Roma, in Piemonte
come in Friuli o in Puglia, o in Sicilia.
Mi sembrava dunque che il
prossimo anno, in occasione del centocinquantenario
dell’unità d’Italia, per il Festival di Sanremo sarebbe
stata una buona idea raccontare la storia italiana
attraverso le sue canzoni, quelle che hanno emozionato le
più remote e più recenti generazioni. Mi permetto di
ricordare, correttamente ma sempre sommessamente, che sono
stato per tre volte uno degli autori della manifestazione
ligure e mi considero nulla di più – al massimo – che un
portafortuna: tutte e tre le edizioni, infatti, hanno avuto
un esito trionfale. Il merito è soprattutto dei conduttori,
Paolo Bonolis (2005 e 2009) e Antonella Clerici (2010), e
della formidabile squadra tecnica – la cosiddetta struttura
– che la Rai, spesso incolpevolmente al centro di tempeste,
puntualmente riesce a mettere in campo.
Non volevo dunque che la mia
sortita fosse considerata come un’invasione di campo, o come
una candidatura! Mi consideravo e mi considero,
semplicemente, come un portafortuna, ripeto, e come autore
di programmi di intrattenimento ho accumulato una certa
esperienza, ma in questo caso prioritariamente mi considero
un italiano come tanti, coinvolto nell’attesissima
celebrazione dell’imminente centocinquantesimo anniversario
dell’unità d’Italia, un telespettatore che ama Sanremo la
musica e gli riconosce, non solo nel territorio musicale,
una primazia televisiva.
Alcune delle più belle canzoni
della storia italiana – nell’anno fatidico 2011 – potevano
essere selezionate e cantate (a mio gusto senza variazioni,
aggiustamenti o, peggio, stravolgimenti) dai giovani nella
parte della manifestazione a loro dedicata, ed
eventualmente, come usa da un po’ di tempo, accompagnati dai
big.
Ovviamente, con queste inedite
esecuzioni, si doveva pensare a immagini e a idee per
proporre un affresco del costume italiano, e delle
condizioni sociali d’epoca, da fine Ottocento al Novecento,
con testimonianze significative – sempre e tutte con valenze
spettacolari. La selezione sarebbe stata assai ardua,
certamente. Ognuno di noi è legato a emozioni e sentimenti
diversi, di fronte alle canzoni del cuore! Per quanto mi
riguarda, penso a ciò che canticchiavano i miei nonni e i
miei genitori... Provo a stuzzicare la vostra opinione, i
vostri ricordi e i vostri gusti. Addio mia bella addio
e Tu che mi hai preso il cuor, Ninì Tirabusciò
e ’O surdato ‘nnamurato..., Creola e
Balocchi e profumi, Parlami d’amore Mariù e Ma
le gambe... E Mille lire al mese? E ancora:
Pippo non lo sa, Ba ba baciami piccina!, Ti
parlerò d’amor...
Le suggestioni arrivano e sono
tramandate da lontano, ma le canzoni seriamente candidabili
sono decine: solo rileggendo questi pochi titoli, mi accorgo
della dimenticanza di ’O sole mio! Mentre nella mente
riaffiorano nomi celebri, tutti da ricordare, come Enrico
Caruso, Vittorio De Sica, Carlo Buti, il Trio Lescano,
Alberto Rabagliati, Wanda Osiris... Mi sono fermato prima
degli anni Cinquanta: tutti ricordano bene le canzoni
(comunque alcune da inserire, anche se recenti) dalla
nascita del Festival in poi. Sì, mi sarebbe piaciuto
organizzare o assistere a un Sanremo così. E a voi?
Ma poi, per Sanremo, si è pensato
ad altro, e verificheremo cosa (le indiscrezioni sono
inquietanti: temo un pastrocchio, per fortuna contenuto in
una sola serata). E vabbè, non rinuncio alla mia idea:
dietro le quinte come autore o come telespettatore in
poltrona, mi piacerebbe allestire o seguire un altro
programma, comunque fondato sull’intreccio tra la nostra
storia e le canzonette via via più popolari (sono solo
canzonette?).
Forse non tutti sanno che sono in
buona compagnia: il Presidente della Repubblica, Napolitano,
ha lasciato intendere con discrezione che gli piacerebbe che
la musica, nell’edizione di Sanremo 2011, fosse proposta e
utilizzata anche come collante per unificare simbolicamente
un’Italia quanto meno confusa (di fatto, raramente unita).
Perciò, di seguito, volentieri riprendiamo due interventi,
schietti e persuasivi ancorché di rigore istituzionale,
dell’inquilino del Quirinale.
11 maggio 2010
Le celebrazioni del 150° siano
l’occasione per un clima nuovo nel rapporto tra le diverse
realtà del Paese
“Siano le celebrazioni del 150°
del nostro Stato nazionale, l’occasione per determinare un
clima nuovo nel rapporto tra le diverse realtà del paese,
nel modo in cui ciascuna guarda alle altre, con l’obbiettivo
supremo di una rinnovata e più salda unità. Unità che è,
siamone certi, la sola garanzia per il nostro comune
futuro”. Lo ha affermato il Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano a Marsala nel discorso celebrativo del
150° anniversario dello sbarco del Mille.
“Oggi – ha detto il Presidente
Napolitano – siamo qui per rievocare il ruolo della Sicilia
nel compimento del processo di unificazione nazionale. Senza
la Sicilia e il Mezzogiorno non si sarebbe certo potuto
considerare compiuto quel processo, non si sarebbe potuto
far nascere uno Stato che rappresentasse pienamente la
nazione italiana e che si ponesse, in pieno Ottocento, tra i
maggiori Stati europei”.
Il Capo dello Stato ha ricordato
che “le celebrazioni del 150° anniversario della fondazione
del nostro Stato nazionale offrono l’occasione per mettere
in luce gli apporti della Sicilia e del Mezzogiorno a una
storia comune e ad una comune cultura, che affondano le loro
radici in un passato plurisecolare, ben precedente lo
sviluppo del processo di unificazione statuale della nazione
italiana. Di quel patrimonio, culminato nelle conquiste del
1860-1861, possiamo come meridionali essere fieri: non c’è
spazio, a questo proposito, per pregiudizi e luoghi comuni
che purtroppo ancora o nuovamente circolano, nell’ignoranza
di quel che il Mezzogiorno, dando il meglio di sé, ha dato
all’Italia in momenti storici essenziali”.
Il Presidente ha poi rilevato che
“in un bilancio critico del lungo periodo che ha seguito
l’unificazione d’Italia, non si coltivino nel Mezzogiorno
rappresentazioni semplicistiche delle difficoltà che esso ha
incontrato, dei prezzi che ha pagato, per errori e storture
delle politiche dello Stato nazionale nella fase della sua
formazione e del suo consolidamento. Il ripescare le
vecchissime tesi (perché vecchissime sono) – come qualche
volta si sente fare – di un Mezzogiorno ricco,
economicamente avanzato a metà ‘800, che con l’Unità sarebbe
stato bloccato e spinto indietro sulla via del progresso,
non è degno di un approccio serio alla riflessione storica
pur necessaria. E non vale nemmeno la pena di commentare
tendenze, che per la verità non si ha coraggio di formulare
apertamente, a un nostalgico idoleggiamento del Regno
borbonico”.
“Si può considerare solo penoso
che da qualunque parte, nel Sud o nel Nord, si balbettino
giudizi liquidatori sul conseguimento dell’Unità, negando il
salto di qualità che l’Italia tutta, unendosi, fece verso
l’ingresso a vele spiegate nell’Europa moderna. Mentre chi
si prova a immaginare o prospettare una nuova frammentazione
dello Stato nazionale, attraverso secessioni o separazioni
comunque concepite, coltiva un autentico salto nel buio. Nel
buio, intendo dire, di un mondo globalizzato, che richiede
coesione degli Stati nazionali europei entro un’Unione più
fortemente integrata e non macroregioni allo sbando.
Lasciamo scherzare con queste cose qualche spregiudicato
giornale straniero”.
“Non è la prima volta che lo dico
– ha affermato il Presidente Napolitano – e sento il bisogno
di ripeterlo; le critiche che è legittimo muovere in modo
argomentato e costruttivo agli indirizzi della politica
nazionale, per scarsa sensibilità o aderenza ai bisogni
della Sicilia e del Mezzogiorno, non possono essere
accompagnate da reticenze e silenzi su quel che va corretto,
anche profondamente, qui nel Mezzogiorno, sia nella gestione
dei poteri regionali e locali e nel funzionamento delle
amministrazioni pubbliche, sia negli atteggiamenti del
settore privato, sia nei comportamenti collettivi. E parlo
di correzioni essenziali anche al fine di debellare la piaga
mortale della criminalità organizzata che è diventata una
vera e propria palla di piombo al piede della vita civile e
dello sviluppo del Mezzogiorno”.
3 novembre 2010
Saluto del Presidente
Napolitano in occasione dell’inaugurazione della Mostra
“Gioventù Ribelle. L’Italia del Risorgimento”
Sono molto contento di poter
testimoniare il mio vivo apprezzamento per questa iniziativa
molto originale, molto suggestiva e molto ricca di
significato. D’altronde sono qui insieme con il ministro
Giorgia Meloni perché siamo tra quelli che credono
fortemente nelle celebrazioni del 150° anniversario come
occasione da non perdere per rinnovare e diffondere la
consapevolezza della nostra identità come Nazione e della
nostra storia come Stato nazionale unitario.
Dobbiamo impegnarci a portare in
profondità il programma delle celebrazioni senza complessi e
senza cedimenti. Siamo un paese nel quale, per tante
ragioni, si è diffuso l’orrore per la retorica: io non sarò
qui a farvi l’elogio della retorica, ma sotto questa
etichetta si sono messe troppe cose, si è teso a buttar via
troppe cose. Per esempio, si è diffusa una riluttanza a
parlare di eroi: ma che cosa è la storia del Risorgimento se
non una storia costellata di episodi di eroismo? Che cosa
sono questi giovani che hanno sacrificato la loro vita per
la causa della libertà, dell’indipendenza e dell’Unità se
non degli eroi? Se guardiamo anche ad altri paesi, vediamo
che lì si è molto più attenti a non deprimere il proprio
patrimonio storico-nazionale, il proprio patrimonio ideale.
Io sono stato a Parigi, invitato a parlare alla Scuola
Normale Superiore che ha dedicato, qualche settimana fa, una
giornata a “Cavour l’Europeo”, richiamando noi tutti allo
straordinario valore che per l’Europa ha rappresentato il
movimento per l’Unità d’Italia, e il conseguimento
dell’Unità. Quindi, liberiamoci da questi complessi, e
stiamo attenti ai cedimenti ad una rappresentazione
sterilmente polemica e distruttiva del Risorgimento e del
processo unitario: una rappresentazione del Risorgimento, in
particolare, come rivoluzione mancata o fallita.
Si potrebbe continuare a citare
esempi di queste tendenze perniciose che danno una
interpretazione unilaterale e anche spesso storicamente
falsa. Per esempio quella secondo cui il brigantaggio
meridionale ha rappresentato una semplice reazione di
rigetto dell’Unità d’Italia per i modi in cui l’Unità si era
conseguita. Il brigantaggio ha afflitto l’Italia meridionale
ben prima della realizzazione dell’Unità sotto l’egida dei
Savoia, sotto l’ègida della monarchia sabauda; è stato un
fenomeno diffuso per decenni nel Mezzogiorno, ed è stato in
gran parte rivolta sociale, rivolta contro l’oppressione
sociale e politica innanzitutto del regno dei Borboni.
Invece, affiorano perfino venature di nostalgismo borbonico
nella discussione che, in qualche modo, circola nel nostro
paese. Quindi, ripeto, attenti a questi cedimenti.
Il Risorgimento è stata una
vicenda molto complicata, molto sofferta, molto
contraddittoria. Ci sono stati errori e, soprattutto
successivamente all’Unità, ci sono state gravi insufficienze
dello Stato unitario, ma non mettiamo sul conto di Goffredo
Mameli o degli eroi che hanno sacrificato la loro vita, e in
generale degli artefici del grande processo che ha portato
alla nascita dello Stato nazionale unitario, gli errori e le
responsabilità delle classi dirigenti che si sono succedute
dopo l’Unità, fino ai nostri giorni. Se il problema del
Mezzogiorno è rimasto la più grave incompiutezza del
movimento nazionale unitario, non è responsabilità né di
Mazzini né di Garibaldi e nemmeno di Cavour.
E a proposito di Cavour va detto
che egli certamente impersonò l’egemonia moderata sul
movimento per l’Unità, ma questa egemonia non si sarebbe
realizzata se egli non avesse saputo interpretare le istanze
ideali del movimento nazionale. Ho avuto modo di dire, e mi
piace ripetere, che la grandezza del processo unitario è
consistita nella pluralità e ricchezza delle sue
ispirazioni, delle sue componenti ideali e delle sue forze
reali, e la grandezza di Cavour è consistita nella capacità
di far confluire questa pluralità di ispirazioni e di
componenti in una azione politica che ha potuto condurre al
conseguimento del risultato possibile.
C’è poi anche un parlare di
continuo delle tensioni personali, perfino violente, tra i
protagonisti del Risorgimento, ma la cosa fondamentale è
che, nonostante quelle differenze e quelle tensioni,
prevalse il senso dell’obiettivo da raggiungere, il senso
dell’unità. E vorremmo che anche nell’Italia di oggi su
tante tensioni che si possono comprendere – in qualche
misura (ma non esageriamo), sono fisiologiche – prevalesse
sempre il senso dell’unità che oggi c’è, il senso dell’unità
che abbiamo conquistato.
L’on. Giorgia Meloni ha ricordato
il concetto di piccole patrie, e c’è una bellissima
pagina della Storia d’Europa di Benedetto Croce che
prefigura per l’Europa il processo verificatosi in Italia
con l’Unità quando il napoletano e il piemontese si fecero
italiani “non dimenticando le patrie più piccole, ma meglio
amandole”. Ecco, noi dovremmo riuscire a dare questa
consapevolezza ai giovani d’oggi.
Naturalmente, se il nostro
impegno per le celebrazioni si esaurisse nei convegni
accademici o nelle cerimonie ufficiali, non conseguirebbe
l’obiettivo che vogliamo conseguire. Le celebrazioni devono
raggiungere innanzitutto le nuove generazioni, e perciò
apprezzo moltissimo tutto il programma che il ministro
Meloni ha esposto, apprezzo moltissimo il lavoro che è stato
fatto da studiosi e da tecnici, e anche il ricorso a nuovi
strumenti di rappresentazione e comunicazione.
È essenziale che ci sia questa
partecipazione, ce la dobbiamo mettere tutta con molta
tenacia, senza scetticismi e senza tergiversazioni, fino al
17 marzo del prossimo anno, e oltre. E dobbiamo dire ai
giovani, a voi che siete già coinvolti in questo movimento
celebrativo, dateci una mano, fate catena, trasmettete tra i
vostri coetanei, nelle scuole, nelle università, nei luoghi
di studio e nei luoghi di incontro, il messaggio dell’Unità
nazionale, dell’identità italiana, della causa comune e del
patto che deve legare gli italiani del futuro.
Da quirinale.it
*Dice di sé.
Cesare Lanza. Ha già pronte due lapidi, che gli piacciono
molto, per quando sarà. Una è firmata da un’amica, Marina
Poletti: “Era un uomo tutte case e famiglie”. L’altra,
pensata da un ex allievo e poi amico, Massimo Donelli: “Da
ragazzo si comportava come un adulto. Da adulto, come un
ragazzo”. Gli mancheranno molto i cinque figli, che in vita
ha trascurato, le due mogli, gli amori vissuti o anche
semplicemente sognati, il poker, le scommesse, i libri... e
anche le partite del Genoa, non importa se vincenti o
perdenti. Tante cose, tanti affetti: perchè morire?
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