MONDO

LE TRACCE ITALIANE SUL MAR NERO


In principio soprattutto veneziani e genovesi, ma poi anche napoletani e livornesi hanno contribuito, nei secoli, alla costruzione e all’arricchimento culturale di diverse città del’Ucraina, in particolare Odessa


 

Heorhii Cherniavskiy*



Esistono prove di antiche relazioni tra gli italiani e gli ucraini? Probabilmente non se ne parla spesso, eppure, se torniamo al passato, è possibile verificare come gli italiani si siano recati nella parte settentrionale del Mar Nero sin da tempi remoti. Cacciati, ritornarono nuovamente in quelle terre piene di fascino.

Le prime penetrazioni dei romani sul basso Danubio (la frontiera meridionale dell’attuale Ucraina) sono datate intorno al primo secolo a.C. Nondimeno dopo il tramonto dell’Impero romano, gli italiani sono tornati nella regione del Mar Nero soltanto verso la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, quando i genovesi, facendo concorrenza ai veneziani, cercavano di ampliare le proprie rotte commerciali attraverso lo stretto di Bosforo e dei Dardanelli, con lo scopo di fondare nuove colonie sulle rive della penisola della Crimea e nel nord del Mar Nero.

Dopo le crociate, accrescendo l’ambito delle proprie operazioni commerciali, i genovesi, nel 1266, ottennero dal knan dell’Orda d’oro, a Crimea, la città di Caffa (l’attuale Feodosia). Più tardi si impossessarono di altre città della penisola di Crimea, dando loro nomi italiani: Cembalo (l’attuale Balaklàva), Cherchinitida (Eupatòria, subito diventata centro commerciale che competeva con Feodosia), Soldaia (l’attuale Sudak, dopo aver cacciato i veneziani), Vosporo o Cerchio (sul territorio dell’attuale città di Kerc), Gialite (Yalta) e Ginestra (oggi nel comprensorio di Odessa).

Del periodo genovese in Crimea sono rimasti conservati fino ad oggi i resti delle mura di fortezze a Caffa, a Cembalo, una fortezza a Soldaia e a Bilgorod-Dnistrovski (Moncastro), che si trova nelle vicinanze di Odessa.

Di queste e di altre bellezze dell’attuale Ucraina si tratta in questo saggio.

La città di Sudak (Soldaia) fu fondata, presumibilmente, nel 212 dalle tribù venute dall’Iran. Facendo parte di Bisanzio, Soldaia all’inizio del XIII secolo si trovava sotto il controllo del regno dell’Orda d’oro, essendo già iniziata la rivalità per i porti sulle rive del Mar Nero tra Venezia e Genova.

Alla fine del XIII secolo i veneziani si stanziarono a Soldaia, cionondimeno dopo l’affermazione della religione musulmana nell’Orda nella prima metà del XIV, la popolazione cristiana fu cacciata dalla città e le mura furono distrutte.

Approfittando delle guerre intestine dell’Orda nella prima metà del XIV secolo, nel 1365 a Sudak giunsero i genovesi, che cominciarono a ricostruire la città, dandole il nome “Soldaia”. Il posto rinacque: bisogna tener presente che attraverso la baia di Soldaia passava la Via della seta, e dunque numerose attività vennero avviate e questo favorì un veloce sviluppo della regione.

La storia, tuttavia,  portò i genovesi a lasciare la penisola verso fine del Quattrocento. Soldaia diventò parte dell’Impero osmano, conservando, però, una memoria indimenticabile dei genovesi: la sua fortezza, in quegli anni, era la più sicura del Mar Nero.

L’ubicazione ben scelta e le fortificazioni della costruzione, che aveva due file di torri e una superficie di circa 30 ettari, la resero inaccessibile: irraggiungibile dall’ovest, protetta da sud e da est dalle montagne a strapiombo che scendevano verso il mare e cinta a nord-est da un fossato. Una delle pareti è fortificata con 14 torri, ciascuna delle quali è stata nominata secondo il nome del console incaricato da Genova: abbiamo conferma di ciò da alcune tavolette con lo stemma di Genova e l’iscrizione in latino.

La fila superiore della linea difensiva comprendeva ancora altre torri e un Castello consolare con una torre di pattuglia. Tra le due file della fortezza si ubicava la città.

Un atro complesso di tipo militare e ben conservato sino ai giorni nostri è la fortezza alla città di Bilgorod-Dnistrovski, chiamata dai genovesi Mon(te)castro. Chissà se al modo c’è un altro posto che nella sua millenaria storia abbia cambiato tante volte il proprio nome: Ophius, Tiras, Ak-Libo, Chetatea-Alba, Alba-Iulia, Album Castum, Feger-Var, Ak-Kerman...

La città risale al VI secolo a.C. e dapprima fu nominata Ophius. Quando l’Impero romano conquistò la Dacia, avanzò fino al Danubio, facendone la frontiera settentrionale. L’avamposto dell’Impero diventò Alba-Iulia (il nome della città dell’epoca), qui svolgevano il servizio militare i soldati della Quinta legio Macedonica e della Prima legio Italica.

Il periodo dell’impero stava per finire e ondate di popoli nomadi cominciarono spesso ad attraversare le frontiere romane, per incrinare il grande impero e distruggerlo. Nella prima metà del III secolo Alba-Iulia fu conquistata dai barbari goti, che in breve cominciarono a costruire a Moncastro la loro flotta, continuando le scorrerie nelle province romane.

Dal 1241 la città fu presa dai tatari che, però, non si trattennero a lungo. Avendo necessità di mezzi per lottare contro le altre tribù, la vendettero ai genovesi che col tempo cominciarono a costruire la fortezza, nominandola Moncastro. Alla fine del Quattrocento Bilgorod (il nuovo nome fu Chetatia Albe, o Feger Var) faceva parte del Principato di Moldova i cui padroni assicurarono il rinnovo delle vecchie e la costruzione di nuove fortificazioni. Sulle pietre delle mura sono incisi gli anni 1399 e 1432.

All’infuori di queste due strutture di natura unicamente militare, costruite dai genovesi, bisogna dire che anche nei secoli successivi gli italiani non dimenticarono la regione di Mar Nero.

La perla genuina del Mar Nero, la cui storia è strettamente legata all’Italia, è la città di Odessa.

Per la prima volta gli italiani sono menzionati nei secoli XIII–XIV, quando sul territorio della città odierna fu ubicato l’ancoraggio delle navi genovesi chiamato Ginestra, forse per la pianta di ginestra molto diffusa nelle steppe del Mar Nero.

La nuova affluenza degli italiani nel Sud dell’Ucraina crebbe particolarmente con la fondazione di Odessa. Tutto questo fu facilitato del fatto che alla guida dell’appena fondata capitale del bacino del Mar Nero c’era un cittadino italiano di origine spagnola Jose De Ribas, in carica fino al 1797.

Nei primi anni del Novecento la diaspora italiana cominciò ad avere un ruolo importante nella vita pubblica e commerciale della città. La lingua italiana iniziò a diffondersi e con il passare del tempo entrò nella sfera delle comunicazioni degli uomini d’affare: conti, cambiali, assegni, contratti, corrispondenza commerciale, contabilità – tutto era scritto in italiano. Inoltre, il bisogno di conoscere le lingue straniere – tra cui l’italiano – portò all’insegnamento di russo, greco e italiano nella prima scuola di Odessa fondata in 1800.

All’inizio del XIX secolo la colonia italiana era composta in primo luogo da commercianti, marinai e militari in servizio nell’Armata russa. Principalmente napoletani, genovesi e livornesi. Seguirono rappresentanti dell’arte, artigiani, farmacisti e insegnanti di varie materie.

Dal 1798 ad Odessa erano presenti i consoli di Napoli, della Sardegna e della Corsica. Successivamente il consolato di Sardegna fu trasformato in consolato italiano.

Ad Odessa gli italiani furono anche proprietari di panifici, fabbriche di pasta e gallette e più tardi nel periodo 1794-1802 sorsero le prime società commerciali di proprietà italiana. In seguito gli italiani diventarono titolari di ristoranti, caffetterie, pasticcerie, casinò, alberghi. Alcuni di loro operarono fino all’inizio del Novecento. Per esempio, il lussuoso locale Fanconi, caffetteria-pasticceria, fondata ad Odessa negli anni ‘70 del XIX secolo, conquistò un enorme prestigio.

I gioiellieri, gli scultori e i marmisti italiani furono celebri ad Odessa sin dalla sua fondazione e fino alla rivoluzione del 1917. I cognomi italiani, ancora oggi, vengono spesso associati agli architetti. Molti edifici meravigliosi di Odessa furono costruiti appunto da italiani, e non solo architetti ma anche appaltatori, costruttori, carpentieri ebbero una parte importante. Senza di loro il genio dell’architetto non poteva trovare forma.

Gli italiani giocarono una parte importante anche nell’avvio del teatro ad Odessa. Persino oggi, guardando il repertorio del teatro lirico e del balletto di Odessa, si mantiene il tributo alla tradizione italica.

L’insegnamento ampiamente praticato della lingua italiana contribuì alla comparsa di una serie di manuali e testi scolastici e si può sicuramente dire che Odessa procurò non solo per l’Ucraina ma anche per la Russia i mezzi di studio della lingua italiana.

Nel 1905 Sperandeo (professore dell’Università di Novorosiysk, insegnante di italiano e presidente dal 1901 del comitato di Odessa della società nazionale italiana di Dante Alighieri, rimasto in città fino alla rivoluzione del 1917) contò ad Odessa 50 cittadini italiani: altri 600 secondo lui furono gli italiani soltanto di nome.

La rivoluzione di 1917 fece ripartire molti italiani per l’Italia, o per altre città dell’Europa. In epoca sovietica solo poche decine erano gli italiani ad Odessa, la maggior parte dei quali quasi non conosceva la propria lingua.

Riassumendo bisogna dire che la cultura italiana ha notevolmente inciso sullo sviluppo del sud del’Ucraina e che tali informazioni sono diventate la base di ricerche degli storici contemporanei dedicate proprio alle colonie italiane sul Mar Nero.



*Dice di sé.
Heorhii Cherniavskiy. Ambasciatore plenipotenziario e straordinario di Ucraina nella Repubblica Italiana, San Marino e Malta (2005). Nel corso della sua carriera ha ricoperto diverse cariche nella Verkhovna Rada (Parlamento ucraino). Nell’amministrazione del Presidente di Stato ha ricoperto la carica del Capoufficio del Servizio di Protocollo nel gabinetto dei tre primi presidenti del Paese. Si appassiona agli argomenti nell’ambito culturale, relazioni internazionali, storia, filatelia.



 

Copyright © 2007-2011

www.lamescolanza.com

Tutti i diritti riservati

disclamer