INTERVISTE
SERGIO DONATI: “QUANDO SERGIO LEONE RICHIAMA DIGLI CHE
NON CI SONO”
Romanziere ed affermato
pubblicitario diventerà, poi, lo sceneggiatore di alcuni dei
migliori spaghetti western. “Gli americani hanno cercato di
imitarci, con risultati scadenti perché si vedeva che dietro
l’angolo del saloon c’era la Cadillac parcheggiata”
Gisella Sevardi*
Sergio Donati. Romano, classe 1933, scrittore e sceneggiatore. All’esordio
giovanile nella veste di autore di romanzi (i suoi primi lavori, L’altra
faccia della Luna, Il sepolcro di carta, Mr. Sharkey torna a casa
vengono pubblicati nella collana dei Gialli Mondadori), segue una gratificante
parentesi come supervisore creativo di una grande agenzia pubblicitaria di
Milano, città dove incontrerà la donna della sua vita, madre dei suoi due figli.
Quindi la chiamata al cinema del grande Sergio Leone, lungo
e intenso sodalizio che frutta al cinema italiano gli
indimenticabili capolavori del genere spaghetti western
Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto e il
cattivo, C’era una volta il West, Giù la testa.
Affermatosi nel ruolo di
sceneggiatore, il suo talento gli vale importanti
collaborazioni con grandi registi del panorama italiano e
straniero (Sergio Sollima, Marco Bellocchio, Michele Lupo,
Michael Anderson, John Irvin, Tony Scott, Billy Wilder).
Con il suo ultimo libro C’era
una volta il west (ma c’ero anch’io), Donati offre ai
suoi fan una divertente e significativa raccolta di
aneddoti, brillanti metafore della sua ricca esperienza
professionale.
Un giorno dell’inverno 1963
squillò il telefono nella mia casa di Milano. “È un tale che
chiama da Roma”, disse mia moglie “un certo Sergio Leone”.
(...) Saranno stati tre anni che non lo sentivo. Presi il
ricevitore e mi esplose nell’orecchio il suo romanesco
vocione baritonale: “A Se’, ma che cazzo stai a fa’ lassù
tra le nebbie?”.
(...) “Ma al cinema non ce
pensi più?” chiese lui.
“Beh, scrivo caroselli...”.
Riappesi e mia moglie mi
guardò curiosa: “Ma chi è questo Leone?”.
“Uno del cinema,” dissi “è
molto in gamba, ma un po’ troppo trafficone per il carattere
mio, ha sempre mille progetti uno più sballato dell’altro...
Tipo un western italiano, figurati! Senti, amore, quando
questo Sergio Leone richiama digli che non ci sono, che sono
all’estero per lavoro, che non si sa quando torno”.
E fu così che non scrissi la
sceneggiatura di “Per un pugno di dollari”.
Poche battute tratte dalle prime
pagine del suo C’era una volta il West (ma c’ero anch’io)
esprimono forse meglio di ogni artefatta biografia la
carriera di Sergio Donati, scrittore e sceneggiatore, che
abbiamo incontrato nella sua casa alle porte di Roma, dove
vive da diversi anni, lontano dal trambusto della
Capitale...
Roma, Milano, un’affermata
agenzia pubblicitaria, la sua giovane famiglia. Quindi la
“chiamata al cinema” di Sergio Leone; cosa l’ha convinta ad
avvicinarsi al mondo del cinema?
“L’interesse per il cinema c’era
stato già prima di trasferirmi a Milano, e quindi prima
della chiamata di Leone.
Tra le varie proposte mi venne
offerta un’occasione dal regista Riccardo Freda:
l’adattamento cinematografico di un thriller di James Hadley
Chase. L’ingaggio era sulla parola: non era previsto
per me nessun soldo, ma solo la gratificazione di lavorare
sotto la guida di un grande maestro.
L’ingresso nel mondo del cinema,
una volta a Milano, sposato e padre dei miei due figli, la
devo sì alla chiamata di Sergio Leone il quale, con ripetuti
tentativi, mi convinse a tornare nella Capitale per lavorare
al suo fianco. Passò del tempo prima che decidessi di
lasciare Milano.
Il produttore Alberto Grimaldi,
con cui Leone aveva iniziato a lavorare e per il quale avevo
già in passato scritto il western La resa dei conti
con la regia di Sergio Sollima (titolo del duello finale di
Per qualche dollaro in più), per convincermi a
tornare mi aveva offerto lo stesso trattamento economico per
un anno e qualcosa in più per ogni sceneggiatura che
scrivevo. A quel punto non esitai, feci le valigie e me ne
tornai nella mia città natale”.
A quando risale il suo primo
incontro con Leone?
“Sergio l’ho conosciuto nel 1956.
Venivo fuori da una prima esperienza come scrittore di tre
romanzi poi editi nei Gialli Mondadori: L’altra faccia
della Luna, Il sepolcro di carta e Mr. Sharkey
torna a casa. Fu proprio la lettura di uno di questi
racconti che incuriosì Leone, allora aiuto-regista, che di
lì a poco mi volle conoscere. Aveva quattro anni più di me,
anche se ne dimostrava molti di più. Era magro, con un gran
naso. Ci siamo subito trovati, avevamo le stesse idee sul
cinema. Mi propose di scrivere un giallo, ambientato sulla
neve. Io mi ritirai subito a casa per scrivere. L’idea gli
era subito piaciuta, ma anziché dentro una baita, la
location doveva essere un albergo del Sestriere, anche
perché i soldi per il film ce li avrebbe messi il
proprietario... che oltre alla pubblicità per l’albergo,
“calcolava pure de fasse qualche attrice...”.
Disgustato da un tale approccio
al cinema, per non parlare del fatto che non avevo visto
ancora una lira come scrittore, fu proprio in quei giorni
che lessi un annuncio su Il Giorno di una grande
agenzia di Milano: “Avete mai pensato a una carriera in
pubblicità?”. Risposi, fui scelto ed in poco tempo diventai
copywriter, copychief e creative supervisor della seconda
agenzia pubblicitaria italiana.
Quanto deve Donati a Leone,
quanto deve Leone a Donati... le va di parlarne?
“Sicuramente a Sergio devo
l’entrata al cinema. Se non fosse stato per la sua
insistenza sarei rimasto a Milano, visto che la mia carriera
nel campo pubblicitario andava a gonfie vele.
Con Sergio ci intendevamo
moltissimo, ma sempre nel rispetto dei ruoli. Lui era il
regista. Tu esistevi in quanto “in funzione” del film. Al
termine di ogni lavoro, Leone neanche guardandoti negli
occhi, ti diceva: “vabbè, buonanotte”. Il modo in cui si
rivolgeva faceva parte del suo personaggio. A forza di dire:
“a Sé, a’ sta sceneggiatura je serve na sistemata” feci la
revisione di Per qualche dollaro in più, del Il
buono, il brutto, il cattivo, di C’era una volta il
west.
Un discorso a parte merita Giù
la testa, film che sento molto più mio che di Leone; al
principio doveva segnare l’esordio del neoproduttore Leone,
poi le cose andarono diversamente e “qualcuno” dovette
riprendere a girare”.
Torniamo agli esordi: lei ha
iniziato la sua carriera come scrittore di romanzi. Ne ha
scritti tre e sono stati tutti pubblicati nei Gialli
Mondadori. Due di questi hanno avuto un seguito
cinematografico... Cosa l’ha allontanata da questo suo
percorso professionale?
“Giorgio Mondadori. La mia
carriera come scrittore di gialli iniziò così: ero un
ragazzo di 21 anni, avevo bisogno di soldi, iniziai a
scrivere gialli. Dopo aver scritto il primo romanzo mi
proposi ad Anna Garzanti, la quale mi rispose dicendo che
pubblicavano solo autori americani. Mi rivolsi così alla
Mondadori. Ricevetti una lettera del mitico Alberto
Tedeschi, che aveva inventato il Giallo Mondadori ed è così
che cominciai.
Dopo la pubblicazione dei tre
romanzi, diversi produttori cinematografici, tra cui Dino De
Laurentiis, si erano fatti avanti per ottenere delle opzioni
per un’eventuale trasposizione sullo schermo. Per le opzioni
non avevo visto come al solito una lira (solo dieci anni
dopo due di questi romanzi, L’altra faccia della Luna
e Il sepolcro di carta, sono diventati dei film). Nel
frattempo, era successo che alla guida della Mondadori non
c’era più il grande Alberto, ma il fratello Giorgio,
ispiratore di una differente linea editoriale, diciamo più
orientata alle tirature... ed è così che la mia carriera di
giallista fu stroncata sul nascere”.
Secondo la sua esperienza,
quali sono gli ingredienti originali per una buona
sceneggiatura? Dove attinge di solito la sua creatività?
“A proposito degli ingredienti
necessari per una buona sceneggiatura, mi rimane difficile
non citare il grande Ennio Flaiano ed il suo noto pensiero
“a noi ce frega l’anticipo...”.
Considerazioni economiche a
parte, differentemente da ciò che accade nella scrittura di
un romanzo in cui l’autore è libero e padrone dell’opera
dall’inizio alla fine, nella sceneggiatura il genio creativo
deve necessariamente scendere a compromessi con diversi
fattori, vedi le urgenze, i tempi dettati dalla produzione,
talune esigenze degli attori, ma soprattutto del regista.
Non a caso, la cosa più importante in questo mestiere è
avere un’ottima intesa con il regista; scrivi e lavori per
lui. Personalmente, degli ottanta film che ho scritto, i
titoli che amo di più e che sento più miei in quanto sono
Il mostro (diretto da Luigi Zampa, interpretato da
Johnny Dorelli) e Il giocattolo (diretto da Giuliano
Montaldo, interpretato da Nino Manfredi). Per quest’ultimo,
ad esempio, l’ispirazione era nata da un fatto autentico: il
fratello di Luciano Salce, allora mio amico, mi raccontò che
il suo gioielliere aveva sparato, uccidendolo, Luciano Re
Cecconi, noto calciatore della Lazio negli anni ’70, il
quale aveva finto per scherzo di essere un malvivente. La
cosa che più mi aveva affascinato di quella storia era il
fatto che la gente allora, per difendersi dalla violenza
dilagante, comprava come niente fosse la pistola, andava al
poligono e voleva a tutti i costi imparare a sparare...”.
Mi parli dei suoi generi
preferiti...
“Il mio genere è sempre stato
quello che gli americani chiamano action comedy, cioè
film di azione con risvolti ironici. Ne ho fatti molti
insieme al regista Michele Lupo, tra cui Sette volte
sette, che mi regalò un enorme successo.
Questo non toglie che negli anni
ho dato sfogo anche a generi diversi. Ho scritto Il cane
sciolto con Castellitto, L’Achille Lauro con Burt
Lancaster. Ad esempio, nel 2008 ho scritto
La Siciliana ribelle di Marco
Amenta che, nonostante la pessima distribuzione sofferta in
Italia, ha girato il mondo ed esce ora nel circuito
cinematografico degli Stati Uniti”.
Che progetti ha?
“Insieme ad Amenta siamo pronti a
girare Il banchiere dei poveri. Il film è
tratto dalla storia di Muhammad Yunus, premio Nobel per aver
fondato nel 1976 la Grameen Bank nel
Bangladesh, la banca dei poveri appunto.
Un secondo progetto mi vede al
fianco di Bud Spencer, mio caro amico, che qualche settimana
fa mi ha telefonato, dicendomi che ha una storia che
vorrebbe mettere su con il mio aiuto, dal titolo Il nonno
di Gesù. È il racconto di un saltimbanco, imbroglione,
mago che gira per le strade della Palestina facendo giochi e
scherzi; ad un certo punto un casuale incontro... con questa
collaborazione, ho anche la scusa di rileggere qualche passo
dei Vangeli apocrifi”.
Per un pugno di dollari,
C’era una volta il West, Giù la testa, si
possono definire film epici. In quel periodo il cinema
italiano era senz’altro in auge e a Cinecittà venivano
girati i grandi kolossal. Che cosa è successo dopo?
“Il
cambiamento tra ieri e oggi è legato ad un discorso
industriale. Mi spiego meglio: il cinema italiano, fino agli
anni ’70, produceva film di genere che avevano poi una presa
internazionale, dove la qualità e la creatività erano
ingredienti che non mancavano mai. Si giravano duecento film
all’anno!
Ad un certo punto è come se
questa potente macchina si fosse fermata. Si è smesso di
fare il cinema, con la “C” maiuscola. A mio avviso, il
cinema italiano era finito come fatto produttivo: i grandi
produttori, tra cui Ponti, De Laurentiis, Grimaldi si erano
trasferiti a lavorare all’estero. Qui erano rimasti i cd. “produttorini”,
quelli che giravano per i corridoi Rai e Mediaset nel
tentativo di riuscire a trovare qualche finanziamento,
spesso con inutile successo. Il cinema italiano con gli anni
è diventato sempre più piccolo, succube oramai della
televisione, vera padrona del mercato (del tipo “Questo film
non si può fare perché poi non va in televisione...”).
Peccato che la televisione
italiana sia ben lontana dal livello di scrittura e qualità
raggiunti dalla televisione americana (basti pensare alle
fortunate serie Desperate Housewives, Private
Practice per citarne alcune); gli attori del piccolo
schermo, assai gratificati in quel contesto, talvolta non
aspirano al fatidico passaggio cinematografico, quasi fosse
diventato un interesse secondario”.
Come mai non si girano più
spaghetti western? Crede che oramai sia un genere da
antologia?
“Spaghetti western è un
genere in via d’estinzione. Ha avuto inizialmente un
rimbalzo americano: hanno cercato di imitarci, ma con
risultati del tutto scadenti. Come dicevo io “si vede che
dietro l’angolo del saloon c’è
la Cadillac parcheggiata”. Gli attori,
secondo me, non hanno neanche più le facce giuste. Gli
stessi produttori, anche quando realizzano di avere sotto
mano un’idea carina e originale, si scoraggiano e non vanno
avanti. Mi posso ritenere fortunato, ho vissuto gli anni
d’oro del cinema italiano, quelli in cui se avevi un’idea
originale potevi esprimerti e lavorare”.
C’è un attore che le è rimasto
nel cuore?
“Burt Lancaster, Kirk Douglas, ma
sicuramente quello che più mi aveva colpito per la sua
grande umanità, anche se non ho mai avuto occasione di
lavorarci, è Paul Newman. Incontrato in occasione di una
cena, il suo magnetismo mi aveva spinto a confessargli,
anche se per gioco, che non gli avrei negato qualche
avances se un giorno avessi deciso di tradire la mia
eterosessualità”.
Lei che ha conosciuto tanti
registi oltreoceano, come spiegherebbe la differenza di
approccio, sempre che esista, tra un regista americano e uno
italiano?
“Sicuramente
il metodo di lavoro è completamente diverso: la struttura
del cinema hollywoodiano era assolutamente ministeriale e
schematica. Il regista italiano, invece, era uno sempre
abituato a improvvisare. Fellini, ad esempio, era uno che
improvvisava tutto. Se conosceva uno dall’oggi al domani,
adatto al ruolo, non esitava a farlo entrare subito in
scena. Il doppiaggio, poi, in Italia era fondamentale, la
presa diretta un miraggio lontano. Questo era fare il
cinema. All’estero, senza arrivare ad Hollywood, c’era un
metodo più rigido.
Billy Wilder, austriaco, per me
forse il più grande regista della storia del cinema, doveva
fare un film con Gassman che alla fine decise di non fare
perché, come ripeteva, mancava a suo dire il fatidico “terzo
atto” (il film sarà poi girato con il titolo di Scent of
a woman e con la “faccia” di Al Pacino).
Anche Leone, personaggio atipico
e notoriamente fuori dagli schemi, prediligeva in realtà una
sceneggiatura di ferro e senza alcun margine di
improvvisazione. La sua era una sceneggiatura completa,
arricchita dall’atmosfera, dai sentimenti, ma soprattutto
dalle musiche che Ennio Morricone scrupolosamente ritagliava
per ciascuna scena richiesta”.
Se Sergio Donati non avesse
fatto lo sceneggiatore chi sarebbe oggi?
“Penso che alla fine avrei
comunque realizzato il mio sogno, quello di fare lo
sceneggiatore. Fin da bambino disegnavo fumetti. Le racconto
un aneddoto simpatico: quando andavo con mia madre in
vacanza, durante il soggiorno negli hotel prendevo il
bollettino di guerra, lo illustravo, lo rielaboravo e ci
ricavavo un giornalino, vendendolo tra i villeggianti. La
creatività è sempre stato il mio forte. Anche quando
lavoravo nell’agenzia milanese mi occupavo sempre di
caroselli e di pubblicità”.
Ho letto di alcune passate
divergenze tra lei e Dario Argento, le va di dire qualcosa?
“Voglio precisare che tra noi due
non ci sono mai state divergenze. Faccio un passo indietro e
le spiego come sono andate le cose. Sergio Leone ad un certo
punto mi dice “tu sei il mio sceneggiatore, devi sapere
tutto di me” e così passo otto mesi accanto a lui,
occupandomi del montaggio, dell’edizione de Il buono, il
brutto e il cattivo. Terminato il lavoro Leone mi saluta
come era solito fare, “beh, buonanotte!”. Vado a casa e
aspetto la sua chiamata per il prossimo film. Passano le
settimane, i mesi, il mio telefono non squilla. Per fortuna
nel frattempo lavoravo con Alberto Grimaldi e Sergio Sollima.
Un bel giorno mi arriva la notizia che Leone sta lavorando
con Bernardo Bertolucci e Dario Argento. Insomma, per farla
breve, dopo due-tre mesi mi chiama e mi dice “a Sé, i due
intellettuali non funzionano. Viè qua che scriviamo stò
film”. È stato Leone, durante la lavorazione del film, a
sentire la necessità di sostituire i due collaboratori,
rielaborare la storia ed arrivare ad una sceneggiatura con
qualcun altro (io), con cui aveva una grande affinità
creativa ed abbondantemente sperimentata.
Dopo la morte di Leone, accadde
che il buon Argento, in più occasioni, tentasse di ottenere
crediti importanti quale sceneggiatore di C’era una volta
il west, quando invece il suo contributo sul punto, come
riportato in una nota intervista, era stato soprattutto la
bonne compagnie...”.
Dal suo racconto viene fuori
la predilezione per la correttezza e la professionalità.
Quali principi l’hanno guidata nella sua vita?
“I valori a cui ho dato e do’
importanza sono sicuramente l’amicizia e la lealtà, spesso
traditi. Ad esempio con Leone stavo benissimo. Durante la
lavorazione di un film eravamo pappa e ciccia, andavamo a
cena fuori e si scherzava insieme. Poi nel momento in cui
non gli servivi più, non c’eri più. Questa è una cosa che mi
feriva molto, ma che col tempo avevo imparato ad accettare”.
Si dice che dietro un grande
uomo c’è sempre una grande donna...lei ha avuto questa
fortuna?
“Sì. Un grazie per tutto quello
che ho fatto e per dove sono arrivato va a mia moglie
Lorena, che da 47 anni mi sta accanto con la sua infinita
tolleranza e pazienza”.
*Dice di sé.
Gisella Sevardi. Consulente legale specializzata in diritto
d’autore, con un trascorso nella cronaca rosa per una nota
rivista di gossip. Collabora stabilmente con lo studio
legale fondato dal fratello, offrendo assistenza e
consulenza nell’ambito del diritto d’autore e della
legislazione dello spettacolo nelle sue varie declinazioni
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