INTERVISTE
FRANCESCO PANNOFINO: “HO INTERPRETATO TANTE VOLTE
L’ASSASSINO, MICA VUOL DIRE CHE SONO UN KILLER!”
Tra i migliori doppiatori
italiani, grazie alla serie Boris e allo spot tormentone di
una nota compagnia telefonica è uno degli attori più
popolari del momento. “Recitare è un mestiere faticoso e se
non hai talento e capacità ti sembra di scalare una
montagna”
Vincenzo Scardapane*
Angiola Codacci Pisanelli sostiene sul suo blog dell’Espresso che la Tim per il suo spot tv avrebbe
fatto un grosso affare arruolando Francesco Pannofino, al fianco di John
Travolta e Michelle Hunziker. La spiegazione consisterebbe nel fatto che “da
George Clooney a Denzel Washington ad Antonio Banderas, nei cinema italiani la
voce è sempre sua. Così l’azienda che lo scrittura per affidargli un claim,
conquista la voce – e quindi la suggestione – di una quantità di testimonial
che sarebbero sicuramente infinite volte più costosi di lui”. Non è una
teoria trascurabile, soprattutto se consideriamo l’importanza che la voce
ricopre, per conquistare i consumatori in tv e in radio.
Oggi se parliamo di Francesco Pannofino,
probabilmente siamo costretti a citare il suddetto spot e
specificare che è quello che irrompe con le cuffie nel
dialogo tra la nazional-popolare Michelle Hunziker e la star
hollywoodiana di Pulp fiction. Oppure potremmo
indicarlo come “quello che interpreta Sonsei nei Cesaroni”.
E se volessimo approfondire ancora, potremmo specificare che
si tratta di uno dei migliori doppiatori italiani, voce
ufficiale di George Clooney, Denzel Washington, Antonio
Banderas, Tom Hanks in Forrest Gump, Kevin Spacey in
Seven, Michael Madsen in Kill Bill e tutta
una serie infinita di doppiaggi in tutti i generi e in tutti
i ruoli.
Pannofino raccoglie oggi, a 52
anni, i frutti della carriera di doppiatore e attore
brillante di cinema, teatro, fiction e radio. Una carriera
che ha visto un’impennata improvvisa anche grazie a Boris
e alla sua interpretazione del famigerato personaggio Renè
Ferretti. Per chi non avesse ancora scoperto questa serie
prodotta da Wilder e Fox, Boris è l’anti-serie che utilizza
il metalinguaggio della fiction. Racconta cosa accade
dietro il set di Occhi del cuore, una serie di
fantasia che fa il verso a Incantesimo. Tutte quelle
che potrebbero sembrare follie da set, dinamiche politiche
assurde e trame torbide di potere, altro non sono che una
fedele rappresentazione della realtà di Rai e dirigenti
costretti a piazzare attori e attrici, protetti dalle alte
sfere e poco talentuosi.
Una feroce critica alla tivu di
stato e per estensione alla società italiana. I personaggi
di Boris tutto sommato sono cattivi, anche soltanto
in parte. Renè Ferretti, personaggio interpretato da
Francesco Pannofino, è un regista cosciente di realizzare
una fiction di bassa qualità, frustrato proprio da
quelle che sono le sue velleità artistiche e potenzialità.
Celebri i suoi tormentoni, quando ad esempio carica la
troupe al fine di portare a casa la scena dicendo dai dai
dai, o quando sottovoce dà della cagna maledetta
a Corinna, l’attrice raccomandata, o ancora quando esorta
tutti gli attori, quelli bravi soprattutto, a recitare a
cazzo di cane, per evitare che i cani diano
troppo nell’occhio, riuscendo così a livellare il tutto.
Trasmessa da Sky, e ora anche su
Cielo, il successo di Boris tra i giovani è dovuto
soprattutto al download da internet. Fenomeno
unico in Italia, diventato cult dopo tre stagioni, ha
convinto Rai Cinema e la Wildside a produrre Boris–Il film, in
uscita a marzo 2011 nei cinema.
Chi è ancora Francesco Pannofino?
Per saperne di più lo abbiamo incontrato. A fine ottobre è
stato al cinema in Maschi contro femmine di Fausto
Brizzi. Reduce da un’esperienza, in luglio, a Cuba per le
riprese di un altro film, Cuba te espera, questa
volta insieme con Enrico Brignano di cui interpreterà suo
fratello, si lascia andare a racconti sulla situazione
sociopolitica, la popolazione, la povertà e allo stesso
tempo la spensieratezza del luogo, e di tutte le varie
contraddizioni del regime castrista. Non nega di essere un
po’ vittima del mal di Cuba. Dal 29 dicembre 2010 al 23
gennaio 2011 sarà alla Sala Umberto di Roma per Ladro di
razza, una commedia tragi-comica con Rodolfo Laganà e
Francesca Reggiani.
Non si può non ricordare anche un
progetto importante per Pannofino, che ha ottenuto critiche
lusinghiere e che ha fatto il giro di rassegne italiane e
internazionali: L’uomo fiammifero, un film
low-cost uscito nel febbraio scorso, che lo vede
protagonista e che ha qualificato il regista Marco Chiarini
come il Tim Burton italiano. La presenza del doppiatore avrà
certamente dato maggiore credibilità all’opera prima del
giovane cineasta italiano. A tavola Pannofino sfoggia la sua
romanità ordinando un trittico ignorante, assaggi di
bucatini all’amatriciana, alla carbonara e con cacio e pepe.
Dà l’idea di essere una persona che lavora tanto in un
settore che gli concede notorietà, ma che non si lascia
cadere nella trappola del divismo.
Partiamo dal film di Boris.
Senza dubbio Boris è la serie tv italiana più
intelligente in circolazione, che riesce ad attirare un
pubblico che solitamente non guarda la tv. Sei orgoglioso di
aver creduto a questo progetto fin dall’inizio?
“Certo. Il film oltretutto è
serio. So che è la serie più scaricata da internet. Su
Youtube ci sono molti stralci. In tv è in onda anche su
Cielo. Credo che Boris sia seguito perché racconta un mondo
che di solito non si rivela. Il film nel film è stato già
realizzato, però questo ambiente molto italiano in cui
vengono realizzati i vari Gli occhi del cuore
esistono eccome. Quindi il pubblico intelligente che ha
anche un po’ di senso dell’umorismo, non cattivo ma cinico,
nero, secondo me riesce ad apprezzare Boris”.
Nella serie traspare una
cattiveria feroce...
“Sì, una cattiveria che poi fa
ridere, perché ti mette dalla parte dei poveracci. Quelli
che sono sul set e che fanno un lavoro raccontato come
infame. E alla fine la fiction è pure di pessima qualità.
Quindi prendono schiaffi da tutti! Pubblico e critica”.
Invece cosa rappresenta La
formica rossa, bellissimo cortometraggio progresso
realizzato da Renè Ferretti, progetto diverso da Gli
occhi del cuore?
“Dimostra che Renè Ferretti sa
fare cose belle se vuole. Nonostante utilizzi mezzi poveri
come un tavolino e una formica. Nella realtà, ad esempio, ha
a disposizione solo testi scritti a cazzo di cane,
gli attori non sono giusti nei loro ruoli perché bisogna
accontentare troppe persone. Tutti vogliono fare gli attori.
Basta che una ragazza sia bella che vuole fare l’attrice, lo
stesso vale per un ragazzo. Pensano sia un non-mestiere!
Invece non è così. È un mestiere vero e proprio. Lo dico
perché dopo trent’anni di carriera mi viene più facile
recitare. Ho imparato il mestiere e quindi per affrontare un
personaggio non ho l’ansia. Se non si hanno le capacità
professionali ti sembra di scalare una montagna. Quando
invece sei padrone del mezzo, hai un po’ d’esperienza e
talento, il personaggio viene da sé, senza fatica, tranne
quella fisica perché, ricordiamolo, è un mestiere faticoso.
Per girare un film si fa una fatica bestiale. Si immagina il
mondo dello spettacolo fatto di night, locali
fighetti e tutte queste frivolezze: non è vero niente! Devi
andare a letto presto perché la mattina ti devi svegliare
alle 6, se non alle 5 per andare sul set”.
Un attore deve interpretare
tante emozioni e magari piangere per un giorno intero,
girando sempre la stessa scena, come successo a Sabrina
Impacciatore in Baciami ancora. È stancante fare
l’attore anche da un punto di vista emotivo?
“Beh, ci sono varie tecniche.
Appunto il mestiere aiuta. Sabrina è un’amica ed è pazza
come un cavallo! Ho fatto spesso scene in cui dovevo
piangere e se ti giochi le lacrime... Se mi concentro riesco
a piangere, ma se magari piango in prova oppure al primo
ciak, o ancora su campo lungo quando non serve a niente, al
primo piano devo ricominciare tutto da capo! Le donne invece
adorano piangere e ne ho viste alcune farlo in modo
stupendo.
La cosa più importante per un
attore è quella di pensare alle battute che sta dicendo,
così risulta vero, come nella vita, sennò l’emozione non
arriva... Perché il pensiero passa prima negli occhi. E poi
dipende molto anche dal regista, da come ti inquadra,
dall’atmosfera che si crea sul set, dagli altri attori.
Secondo me se sono tutti bravi è meglio”.
Boris è
ciò che ti ha dato maggiore visibilità per la tua carriera,
che ora ha subìto un’impennata repentina. Però ricordiamo i
tuoi inizi negli anni ’70, al teatro Stabile di Trieste.
Com’è andata? Qual è stata la molla che ti ha fatto
scegliere questo mestiere?
“È stata una cosa naturale! Da
giovane facevo insieme con alcuni compagni di scuola delle
imitazioni... insomma un cazzeggio fatto nel modo più
professionale possibile, col pubblico che si metteva seduto
ad assistere. E di tutto quel gruppo, ero considerato il più
talentuoso.
Allora molti amici mi hanno
incoraggiato. La mia prima attività è stata il teatro nelle
scuole. Dopo una tournèe col teatro Stabile di Firenze. Fui
reclutato tramite selezioni. Dovevano metter su una
compagnia enorme di 35 attori e 26 comparse. Si metteva in
scena L’affare d’Anton. Questo genere di produzioni
non si può fare più”.
Parliamo invece della tua
esperienza in radio. Per un doppiatore la voce è uno
strumento fondamentale. Può contare solo su di essa per far
uscir fuori l’anima del testo recitato. La radio consente di
ascoltare, ma non di vedere. Qual è stato il tuo approccio
con questo mezzo?
“Quando cominciai ero un grande
ascoltatore di radio. La cosa più affascinante è che tu
immagini le facce di quelli che parlano. Se stai facendo del
varietà o una finzione, ancora meglio! Perché stimoli la
fantasia in modo clamoroso e crei il tuo film personale ed
esclusivo.
Era il 1982 e venni a sapere che
Diego Cugia e Massimo Catalano facevano da Milano un varietà
su Radiouno e che l’avrebbero spostato negli studi di Roma.
Cercavano un attore per la diretta. Quindi andai a parlare
con gli autori, e ci trovammo. Io ero abbastanza scatenato
all’epoca”.
Avevi già iniziato esperienze
col doppiaggio?
“No, il doppiaggio lo facevo poco
e male. Solo dopo aver fatto teatro, che è il padre di tutti
i nostri mestieri, si può affrontare qualsiasi cosa... Dal
teatro si impara tutto”.
Non attraverso il cinema, la
soap...?
“Col cinema la puoi dare a bere,
perché, daje e daje, due o tre battute le dici. Ci
sono più trucchi come il montaggio, la luce. Per i piccoli
ruoli ce la si può cavare, la scena può funzionare, a meno
che non si debbano interpretare grossi personaggi e allora
casca l’asino. Al teatro no! Se fai il cameriere che entra
con una sola battuta e sei stonato, arrivi come uno
schiaffo al pubblico. Lo dico ai giovani, recitate anche in
situazioni precarie, con mezzi poveri, allestimenti non
professionali. Non è che devi lavorare per forza con Ronconi
all’inizio.
Il teatro che vuol dire? Che uno
sposta le sedie, si mette lì e recita. E la gente guarda. Ed
è ancora meglio della radio, perché il pubblico ci deve
credere. È necessario avere dimestichezza con le battute,
saper stare sul palcoscenico, sempre a favore del pubblico,
mai dare le spalle! Sembrano tutte banalità, invece sono
l’abc fondamentale!”.
Poi dal teatro è scattato
qualcosa e hai iniziato col doppiaggio.
“Sì, perché parallelamente
iniziava ad andare meglio col doppiaggio. Intanto facevo
provini per film, ma non mi prendevano mai. Tant’è che ci
avevo quasi messo una pietra sopra, mi dicevo “non sono
adatto”, “non ho la faccia giusta”.
Non ero niente, né giovane né
vecchio, né brutto né bello, né grasso né magro. Crescendo
la faccia assume una sua caratteristica definita. Ho
cominciato a recitare i ruoli da cattivo, gli assassini, i
ladri, i figli de na mignotta.
Poi invece sono stato nel cinema
con Aldo, Giovanni e Giacomo, in Notturno bus e in tv
con Boris hanno scoperto che posso fare la commedia,
che secondo me è anche la cosa che mi viene meglio”.
Notturno Bus
è stato apprezzato dalla critica. Il cast molto forte,
Giovanna Mezzogiorno in primis...
“È un’ottima commedia noir...
Io sono l’impiegato del lavoro sporco, un cattivo imbranato.
Direi che quel film abbia avuto sfiga. Non ha avuto
l’incasso che meritava. Purtroppo per motivi di politica
commerciale, l’hanno distribuito a maggio e la Mezzogiorno aveva fatto
altri film che non potevano uscire insieme. Insomma è stato
un po’ penalizzato. Però so che è stato venduto. Esce in
Cina”.
Preferisci i ruoli da cattivo
o da buono?
“Preferisco i ruoli brillanti. Mi
piace molto far ridere, ma non disdegno il ruolo drammatico.
E poi bisogna saper fare un po’ di tutto sennò non se
magna!”.
Pian piano sei diventato una
delle voci più importanti del doppiaggio italiano. Tutti
sanno di George Clooney, Denzel Washington, Daniel Day Lewis
e una sfilza infinita di personaggi americani. Ritieni che
devono un po’ del loro successo anche a te?
“Non sono d’accordo perché il
doppiaggio è la traduzione italiana di un film. Vedi la
differenza tra fare teatro, la radio o l’attore è che
doppiando reciti una parte che hanno già recitato. Devi dare
le stesse emozioni in italiano, il che è un gran bel
mestiere”.
Ci sono scuole diverse di
pensiero sul doppiaggio.
“Sì, ci sono quelli che non lo
vorrebbero... d’altra parte è un’ulteriore trucco
cinematografico per rendere comprensibile il film. È meglio
dei sottotitoli che sporcano l’immagine”.
Perché se leggi i sottotitoli
non guardi il film...
“E perdi magari una bella
inquadratura, gli occhi di un attore o di un’attrice. Non ho
mai visto nessuno che al cinema non si è emozionato perché
il film non è in lingua originale. Il doppiaggio distrae se
è brutto, fatto male, se è stonato. Ma la scuola del
doppiaggio italiano è la migliore. Tant’è che all’estero
vedi gli stessi film doppiati in francese, in spagnolo, in
inglese e percepisci che la voce si scolla dalla
faccia”.
Hai mai avuto modo di
frequentare gli attori americani a cui presti la voce?
“Frequentare no. Ho conosciuto
George Clooney. Mi ha telefonato per ringraziarmi perché gli
era piaciuta la voce. E Michael Madsen, il cattivo di
Kill Bill, quando è venuto in Italia per fare
promozione, mi voleva conoscere e l’ho incontrato. Mi ama,
mi ama molto!”.
Isaac Hayes, doppiatore di
Chef, personaggio di South Park, ha lasciato la
serie perché si è sentito attaccato come membro di
Scientology, organizzazione spesso oggetto di scherno da
parte degli autori del cartoon Parker e Stone. Se ti
sentissi attaccato nei tuoi valori, lasceresti il progetto a
cui stai lavorando?
“Intanto ne approfitto per dire
che queste aggregazioni avranno pure un nobile intento, però
se sono così dure da indurre uno a lasciare il lavoro...
Allora se uno mi dice che sono della Lazio in modo
dispregiativo, che faccio? Lascio? No. Non lascerei mai. Ho
fatto un sacco di volte il ruolo dell’assassino, mica vuol
dire che sono un killer (ride, ndr). Anzi fare
l’attore è catartico, libera da tutte queste patologie,
perché una volta che lo fai per finta, nella realtà non c’è
pericolo. Ad esempio ho fatto dei doppiaggi nel
Barbarossa di Renzo Martinelli e non sapevo si trattasse
di un film leghista voluto da Bossi. L’ho scoperto dopo
leggendo gli articoli che ne parlavano. Poi Martinelli mi ha
confermato tutto. Il film è andato male, era brutto”.
Hai mai doppiato John Travolta
in un film?
“No”.
Però sei il suo doppiatore
nello spot della Tim. Ti piacerebbe diventare la sua voce?
“Penso lo facciano già benissimo
i suoi attuali doppiatori, Claudio Sorrentino, che lo fa da
sempre, e, a volte, Roberto Chevalier. La storia dello spot
è diversa. Quando mi hanno chiamato, ho detto subito che non
ero il doppiatore di Travolta e mi hanno risposto: “Tu fai
soltanto il doppiatore che interviene”. Ora tutti pensano
che io sia il suo doppiatore, ma non è così”.
Tra l’altro la regia di quello
spot è di Alessandro D’Alatri. Vorresti fare un film con
lui?
“Certamente! D’Alatri ha un senso
dell’umorismo eccezionale e adoro questo tipo di persone.
Assomiglia molto al personaggio di Renè Ferretti. Molti
erano convinti che io imitassi lui, ed invece quando giravo
Boris non lo avevo ancora conosciuto. Mi ispiravo più
ad altri con cui avevo lavorato, tipo Luigi Perelli, che ha
firmato la regia di Un caso di coscienza le cui
riprese erano avvenute in contemporanea con quelle di
Boris 1”.
Un caso di coscienza
potrebbe essere uno scheletro nell’armadio del tuo
curriculum?
“No, erano dei gialli scritti
anche abbastanza bene... Ho fatto due stagioni di quella
serie e Luigi Perelli è così, prorompente sul set. Non un
regista timido che sta dietro il monitor. Diciamo che come
veemenza del personaggio per Renè mi sono ispirato a lui.
Tornando a D’Alatri. I suoi collaboratori, tutti fan di
Boris, mi hanno chiesto se mi ispirassi a lui e mi
dicevano “ma lo sai che sei veramente uguale!”.
Io lo conoscevo di fama, ma non
l’avevo mai visto. Quando l’ho incontrato, ho notato i suoi
baffi, la mosca, e quel certo tipo di voce... Ho pensato: “È
proprio Renè”. E mi sono commosso. Mentre giravamo sembrava
ancora di più. Lui sta al monitor e grida “buona!” alla
stessa maniera di Renè”.
Un’imitazione ante litteram...
“Infatti. E pensa che D’Alatri sa
le battute di Boris a memoria. Me le cita lui
stesso”.
Boris ha lanciato tanti
tormentoni tra i giovani. Questa è un’arma a doppio taglio,
nel senso che magari ti stufi?
“Ma no. Tutti mi chiedono fammi
dai dai dai, e fammi a cazzo di cane. Ci sono
altri che stanno messi peggio, come Max Bruno che interpreta
Martellone. La gente gli va davanti e gli fa bucio de
culo. Oppure Carletto de Ruggeri, in Boris
Lorenzo lo stagista schiavo.
Lo fermano per strada e gli
gridano “ah merda”. A loro è andata molto peggio. E vogliamo
parlare di Carolina Crescentini? Le gridano “cagna
maledetta”! Il che per un’attrice non è il massimo. Tra
l’altro Carolina è bravissima. Attori e attrici che devono
interpretare l’attore cane, di solito lo fanno di
maniera, come si interpreta l’ubriaco e cose simili. Invece
lei lo fa in modo così bello, giusto, vero”.
Il film di Boris inizialmente
sarebbe dovuto uscire al cinema nel mese di novembre. Invece
è slittato a marzo. In questo caso Renè Ferretti vorrà fare
un salto di qualità?
“Si ritrova tra le varie
vicissitudini dell’affrontare un film per il cinema. Ha
intenzione di realizzare qualcosa di qualità, di spessore,
ma, gira che ti rigira, finirà sempre nella solita merda.
Perché purtroppo dalla merda non si esce. Il film è
pessimista, nel senso che non si ravvisa la speranza che c’è
nella serie per cui un’altra televisione è possibile.
Chiaramente nella realtà per
fortuna non è proprio sempre così. Esistono alcuni aspetti
che noi raccontiamo in Boris, però ci sono anche
isole felici dove qualcosa di qualità può venire fuori.
Secondo me il cinema italiano non è supportato proprio da
noi italiani. Si è visto anche a Venezia.
Così il pubblico è portato a
credere che i film non considerati dalla Mostra siano
mediocri. Non dico che dovrebbero agevolare i film italiani,
ma ho letto di film con dieci minuti di applausi e grandi
ovazioni come per 20 sigarette ambientato a Nassiriya
(vincitore di Controcampo italiano, la sezione
del Festival di Venezia dedicata al cinema nostrano, ndr)”.
Tornando a Boris–Il film.
Come è possibile che
la Rai abbia
deciso di produrre un film in cui sostanzialmente viene
derisa?
“Mentre giravamo la terza serie,
il produttore Lorenzo Mieli mi ha detto che Rai Cinema era
interessata a produrlo. Pensano che sia un’operazione
cinematografica azzeccata. E poi ci vuole anche un po’ di
autoironia”.
Hai qualche anteprima, qualche
piccola esclusiva su Boris?
“So che il film è bello. È il
parere anche di Fausto Brizzi produttore in piccola parte.
Stanno finendo il montaggio, ma il grosso è fatto. Poi
Brizzi è uno che è riuscito a fare Maschi contro Femmine
con Rai Cinema e Femmine contro Maschi con Medusa.
Sono due film complementari. Brizzi è giovane, ma molto
bravo. Ha un gran senso dell’umorismo e allo stesso tempo ha
l’autorevolezza per gestire un set con un cast così
importante”.
Lui ha scoperto
la Crescentini. Ci sono registi con cui
ameresti lavorare particolarmente?
“Come no, tantissimi. Nanni
Moretti per esempio”.
Quindi prediligi film
impegnati? Fai sempre scelte molto oculate?
“Impegnati sì, purché abbiano
spessore. Poi può capitare di fare tutto, ma mi piacerebbe
raccontare sempre delle storie belle. Sono anche fortunato
perché magari mi propongono cose non molto belle, e in quel
momento non posso e quindi ho la scusa per rifiutare.
Bisogna fare anche delle rinunce perché non si può sempre
fare tutto”.
Perché hai deciso di recitare
ne L’uomo fiammifero, esempio di scelta oculata, dato
il riscontro della critica?
“Girammo quel film più di tre
anni fa, in modo piuttosto grossolano. Poi l’autore, Marco
Chiarini, è stato bravo. L’ha assemblato aggiungendo delle
animazioni al posto di scene non girate o venute male. È
riuscito a farne una bellissima storia. Tutti quelli che
l’hanno visto, e purtroppo sono pochi, lo hanno amato”.
Ci sono altri progetti con
Chiarini?
“Sì, ci siamo visti pochi giorni
fa e lui è ancora preso dalla promozione de L’uomo
fiammifero. Sta chiudendo contratti e credo che il film
vada nel mercato dell’home-video di Medusa. E poi si sta
muovendo per vendere i diritti alla tv”.
Parliamo della distribuzione,
com’è possibile che un film così apprezzato dalla critica
non venga distribuito in modo adeguato?
“Ha vinto diversi premi, anche in
Egitto, è stato in festival importanti, ha ottenuto due
candidature ai David di Donatello. Fossi stato un
distributore sicuramente avrei investito su questo film. Non
capisco. È una bellissima favola, realizzata con garbo e
spessore. Se nessuno tra i distributori si interessa a
questo film, vuol dire che non capiscono niente. Non mi
spiego perché nessuno abbia contattato Marco per proporgli
qualcosa. Lui personalmente ha fatto il possibile”.
Succedono spesso cose del
genere in Italia?
“A me è la prima volta che capita
una situazione come questa de L’uomo fiammifero.
Tutti gli altri film a cui ho partecipato avevano già la
loro distribuzione. Io avevo quasi perso ogni speranza per
quel film. Ogni tanto sentivo Chiarini che mi aggiornava e
mi rendevo conto della difficoltà. Poi, una volta uscito, ha
partecipato a premi, rassegne, e chiunque lo abbia visto
dice che è bellissimo.
I distributori forse non si
fidano, non hanno voglia di vederlo, non so. È un mistero!
Ci sono personaggi nel cinema che hanno un cinismo smisurato
e magari lo giudicano come una favola per ragazzini, senza
pensare che il mercato dei film per bambini è anche quello
più proficuo. Guarda gli americani come ci fanno i soldi.
Quelli sono furbi.
L’uomo fiammifero
piace ai bambini, ma anche agli adulti. È italiano,
originale, crudo, mette anche un po’ paura e i bambini
adorano aver paura. Se metti il lupo cattivo è fatta. Beh ci
sono avvenimenti che non so spiegare”.
Tornando al doppiaggio. Ci
sono intere famiglie di doppiatori. Si potrebbe definire il
mondo del doppiaggio come una casta?
“Ma no, non è vero. Ti spiego
subito perché ci sono le famiglie. Quando uno comincia da
bambino a fare il doppiatore, da grande è più facile.
Succede che la mamma doppiatrice porta con sè in cabina di
doppiaggio il figlioletto, il fratellino. Se all’improvviso
serve la voce di un bambino, per facilità utilizzano quelli
già presenti. E si diffonde così la passione. Ma non c’è
assolutamente nessuna tradizione di famiglia! A me nessuno
ha chiesto “di chi sei figlio”.
Grazie al doppiaggio hai
conosciuto la tua ex moglie, Emanuela Rossi (voce di
Michelle Pfeiffer, Nicole Kidman, Uma Thurman, Sophie
Marceau, Isabella Rossellini, Mercedes Ruehl e Bridget
Fonda, ndr)?
“Lei ha cominciato da bambina,
perché lo faceva il fratello più grande. Poi iniziò pure suo
fratello più piccolo”.
Vi capita di lavorare insieme?
“Si! Oggi siamo di nuovo marito e
moglie. Ci eravamo lasciati, ma ci siamo rimessi insieme. È
difficile tornare indietro, però succede. Probabilmente ci
siamo guardati intorno, ma non abbiamo trovato proprio
niente di meglio (ride, ndr). Ci siamo detti “chi ce
lo fa fare?”.
Faresti avvicinare tuo figlio
al mondo del doppiaggio?
“Sì, si sta avvicinando. Ha già
fatto dei doppiaggi. E anche un po’ di cinema. È venuto con
me sul set, ma per ora è meglio che faccia il suo mestiere
di ragazzino e di studente”.
Quanti anni avevi nel 1978?
“20 anni”.
Quell’anno è successa una cosa
molto particolare nella tua vita. Stavi andando a prendere
un autobus in via Fani, e hai assistito alla carneficina
della scorta di Aldo Moro. Cosa ricordi?
“Tutto. Ricordo tutto. L’odore
del piombo. Ho visto le facce di quei poveracci. Quello è il
ricordo più brutto. Essendo stato testimone, ho seguito
tutta la vicenda da vicino. Ho letto i libri e, ancora
adesso, non si sa. È stata una faccenda gestita male”.
Che idea ti sei fatto?
“Un’idea basata sulle carte. Ad
un certo punto Aldo Moro vivo non interessava più a nessuno.
Anzi. Sarebbe stato un ostacolo. E anche gli amici purtroppo
hanno dovuto decretarne la fine. Terribile”.
Quello che hai visto, cosa è
stato?
“Un blitz militare molto preciso.
E via. Mitra. Sono scappato dalla parte opposta, non sono
rimasto a guardare. Poi sono ritornato per vedere quello che
era successo e li ho visto la carneficina. Quando sono
arrivato, Moro non c’era più”.
Come accennavi, poi hai
seguito la vicenda.
“Sì, certo, tutta la prigionia e
i personaggi coinvolti: come quel falsario, Chichiarelli,
autore del comunicato falso in cui c’era scritto che Moro
era stato ucciso e buttato nel lago della Duchessa. Si sono
messi a scavare nel ghiaccio. C’era questo lago
completamente ghiacciato, senza neanche una buca. Come era
mai potuto essere stato manomesso con tutto quel ghiaccio?
Mi sembra assurdo. I carabinieri cercavano nel ghiaccio il
corpo di Moro ancora vivo. Si è saputo soltanto dopo che il
falso comunicato era stato commissionato da questo americano
col cognome russo, Steve Pieczenik, inviato dalla Cia come
esperto in terrorismo internazionale, mandato a chiamare da
Cossiga. Chichiarelli, che morì anni dopo in una rapina, era
ignorante, c’erano errori di grammatica nel comunicato. Io
che avevo 20 anni avevo capito che era falso. Le brigate
rosse scrivevano comunicati a carattere intimidatorio, ma
erano scritti bene, in un italiano corretto”.
Credi nella teoria del
complotto?
“Sì. Il falso comunicato che
annunciava che Moro era morto aveva la finalità di vedere
come avrebbe reagito alla notizia l’opinione pubblica.
Perché già sapevano. Stavano prendendo una decisione. È
inutile che si neghi ancora oggi. Le attività investigative
furono svolte proprio a cazzo di cane. Non lo
volevano trovare. Invece di andare a via Gradoli sono andati
a Gradoli paese. La moglie di Moro lo aveva capito subito
dopo le prime lettere che il marito era tenuto a Roma. Nelle
lettere Moro diceva: “Io sto qui, con la mia sofferenza, io
sto qui”, e per qui intendeva sto a Roma”.
E poi non credo che uno possa
prendere una persona per strada, caricarla, e nessuno vede
nulla. Quella storia fa acqua da tutte le parti.
Vogliamo parlare di Kissinger?
Aveva praticamente condannato a morte Moro che non
sopportava perché, tra le altre cose, all’epoca prendeva dei
farmaci che gli davano sonnolenza, e si addormentava durante
le riunioni. Kissinger era un cowboy e avrà pensato: “Questo
già vuole fare il governo coi comunisti, poi mi si
addormenta davanti. Ma io lo faccio fuori”.
Quali film hai apprezzato di
più tra quelli dedicati alla storia di Moro? Piazza delle
cinque lune, Buongiorno, Notte? Come li hai vissuti da
spettatore?
“Beh insomma, è tutta diversa la
faccenda. La fantasia è diversa dalla realtà. Forse
Piazza delle cinque lune entra meglio nella verità. Il
film di Bellocchio, che io adoro, è più emotivo”.
Ti piacerebbe fare un film con
lui?
“Moltissimo. Sono sempre
sostanzialmente d’accordo con quello che pensa e dice. Poi
mi piacciono i suoi film. È un grande maestro. L’ho
conosciuto ed è anche simpatico”.
Ti piacerebbe far parte di un
film sul caso Moro?
“Sì! Che ruolo potrei fare, il
terrorista? (ride, ndr). La scorta muore subito,
quindi non mi conviene”.
Lo faresti nonostante tu abbia
vissuto in prima persona quell’episodio?
“Sì. Sono passati molti anni. Non
ho incubi in stile Vietnam”.
Cosa guardi in televisione?
“Molta informazione. Da quando ho
scoperto Sky Tg24, sono capace di stare come un idiota per
40 minuti a guardare sempre le stesse cose che si ripetono.
Poi il Tg di La7. Ottimo Mentana! Bella novità, un
telegiornale fatto bene. Anche la mattina vedo La7 con
Omnibus.
È un buon approfondimento”.
Mentana o SkyTg24 rispondono
secondo te alla necessità di una informazione più libera?
“Il Tg1 va malissimo. Non si può
pensare che la gente sia scema. Ci saranno 4-5 milioni di
persone che lo guardano, ma intanto TgLa7 è arrivata a 9
punti di share, prima ne faceva
2. Ha
guadagnato 7 punti rosicchiandoli al Tg1 e al Tg5”.
Non ti interessano i programmi
televisivi?
“Qualcuno lo guardo con la mia
famiglia, ma per addormentarmi”.
Sei coerente con la teoria di
Boris.
“Sì! Guardo anche qualche buon
film. Anche se preferisco andare al cinema, ma ho poco
tempo. Quando posso, vado”.
Il tempo libero in generale
come lo trascorri?
“Con mio figlio. Faccio il padre,
è fondamentale. Oppure lo passo sbracato sul divano cercando
di dormire”.
Leggi libri?
“Come no. Ultimamente non molto
perché ho da leggere 6–7 copioni. Mi arrivano in
continuazione, anche cose brutte. Però li devo leggere per
dare una risposta”.
Riesci a ricordare tutti i
copioni con facilità?
“Resetto tutto. Addirittura se
bisogna rigirare una scena, la devo ristudiare perché la
cancello completamente. Quando fai la commedia, la memoria
serve, ma spesso si cambia anche in corso d’opera, si
improvvisa, la scena vive in modo diverso e gli stessi
autori ti propongono il cambio. Bisogna essere agili a
cambiare. L’importante è capire il personaggio. Potrebbe
essere controproducente imparare troppo bene a memoria. Ci
vuole concentrazione, questo è il segreto”.
Ti piacerebbe condurre un
programma tv?
“Come no!”.
Se avessi la possibilità di
essere autore di un programma, cosa faresti?
“Qualcosa che possa coniugare il
gioco e l’intrattenimento leggero con l’approfondimento di
ciò che conosco, col cinema, col mestiere che faccio.
Qualcosa del genere”.
*Dice di sé.
Vincenzo Scardapane. È nato libero. Quando ha compiuto
scelte importanti vagliando tutte le variabili ha toppato.
Quando ha preso decisioni con incoscienza e con passione ha
avuto ragione. Ha spesso necessità di tornare a guardare il
mare di Vasto, sua cittadina d’origine e si sente ben
accolto da Roma. Ama il mondo della comunicazione ed un
giorno sarà autore televisivo. Intanto scrive sul suo blog e
per una rubrica di spettacolo sul sito vastoweb.com È
infinitamente grato ai suoi maestri per aver accolto la sua
voglia di imparare.
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