INTERVISTE

FRANCESCO PANNOFINO:
“HO INTERPRETATO TANTE VOLTE
L’ASSASSINO, MICA VUOL DIRE CHE SONO UN KILLER!”


Tra i migliori doppiatori italiani, grazie alla serie Boris e allo spot tormentone di una nota compagnia telefonica è uno degli attori più popolari del momento. “Recitare è un mestiere faticoso e se non hai talento e capacità ti sembra di scalare una montagna”


 

Vincenzo Scardapane*


Angiola Codacci Pisanelli sostiene sul suo blog dell’Espresso che la Tim per il suo spot tv avrebbe fatto un grosso affare arruolando Francesco Pannofino, al fianco di John Travolta e Michelle Hunziker. La spiegazione consisterebbe nel fatto che “da George Clooney a Denzel Washington ad Antonio Banderas, nei cinema italiani la voce è sempre sua. Così l’azienda che lo scrittura per affidargli un claim, conquista la voce – e quindi la suggestione – di una quantità di testimonial che sarebbero sicuramente infinite volte più costosi di lui”. Non è una teoria trascurabile, soprattutto se consideriamo l’importanza che la voce ricopre, per conquistare i consumatori in tv e in radio.

Oggi se parliamo di Francesco Pannofino, probabilmente siamo costretti a citare il suddetto spot e specificare che è quello che irrompe con le cuffie nel dialogo tra la nazional-popolare Michelle Hunziker e la star hollywoodiana di Pulp fiction. Oppure potremmo indicarlo come “quello che interpreta Sonsei nei Cesaroni”. E se volessimo approfondire ancora, potremmo specificare che si tratta di uno dei migliori doppiatori italiani, voce ufficiale di George Clooney, Denzel Washington, Antonio Banderas, Tom Hanks in Forrest Gump, Kevin Spacey in Seven, Michael Madsen in Kill Bill e tutta una serie infinita di doppiaggi in tutti i generi e in tutti i ruoli.

Pannofino raccoglie oggi, a 52 anni, i frutti della carriera di doppiatore e attore brillante di cinema, teatro, fiction e radio. Una carriera che ha visto un’impennata improvvisa anche grazie a Boris e alla sua interpretazione del famigerato personaggio Renè Ferretti. Per chi non avesse ancora scoperto questa serie prodotta da Wilder e Fox, Boris è l’anti-serie che utilizza il metalinguaggio della fiction. Racconta cosa accade dietro il set di Occhi del cuore, una serie di fantasia che fa il verso a Incantesimo. Tutte quelle che potrebbero sembrare follie da set, dinamiche politiche assurde e trame torbide di potere, altro non sono che una fedele rappresentazione della realtà di Rai e dirigenti costretti a piazzare attori e attrici, protetti dalle alte sfere e poco talentuosi.

Una feroce critica alla tivu di stato e per estensione alla società italiana. I personaggi di Boris tutto sommato sono cattivi, anche soltanto in parte. Renè Ferretti, personaggio interpretato da Francesco Pannofino, è un regista cosciente di realizzare una fiction di bassa qualità, frustrato proprio da quelle che sono le sue velleità artistiche e potenzialità. Celebri i suoi tormentoni, quando ad esempio carica la troupe al fine di portare a casa la scena dicendo dai dai dai, o quando sottovoce dà della cagna maledetta a Corinna, l’attrice raccomandata, o ancora quando esorta tutti gli attori, quelli bravi soprattutto, a recitare a cazzo di cane, per evitare che i cani diano troppo nell’occhio, riuscendo così a livellare il tutto.

Trasmessa da Sky, e ora anche su Cielo, il successo di Boris tra i giovani è dovuto soprattutto al download da internet. Fenomeno unico in Italia, diventato cult dopo tre stagioni, ha convinto Rai Cinema e la Wildside a produrre Boris–Il film, in uscita a marzo 2011 nei cinema.

Chi è ancora Francesco Pannofino? Per saperne di più lo abbiamo incontrato. A fine ottobre è stato al cinema in Maschi contro femmine di Fausto Brizzi. Reduce da un’esperienza, in luglio, a Cuba per le riprese di un altro film, Cuba te espera, questa volta insieme con Enrico Brignano di cui interpreterà suo fratello, si lascia andare a racconti sulla situazione sociopolitica, la popolazione, la povertà e allo stesso tempo la spensieratezza del luogo, e di tutte le varie contraddizioni del regime castrista. Non nega di essere un po’ vittima del mal di Cuba. Dal 29 dicembre 2010 al 23 gennaio 2011 sarà alla Sala Umberto di Roma per Ladro di razza, una commedia tragi-comica con Rodolfo Laganà e Francesca Reggiani.

Non si può non ricordare anche un progetto importante per Pannofino, che ha ottenuto critiche lusinghiere e che ha fatto il giro di rassegne italiane e internazionali: L’uomo fiammifero, un film low-cost uscito nel febbraio scorso, che lo vede protagonista e che ha qualificato il regista Marco Chiarini come il Tim Burton italiano. La presenza del doppiatore avrà certamente dato maggiore credibilità all’opera prima del giovane cineasta italiano. A tavola Pannofino sfoggia la sua romanità ordinando un trittico ignorante, assaggi di bucatini all’amatriciana, alla carbonara e con cacio e pepe. Dà l’idea di essere una persona che lavora tanto in un settore che gli concede notorietà, ma che non si lascia cadere nella trappola del divismo.

 

Partiamo dal film di Boris. Senza dubbio Boris è la serie tv italiana più intelligente in circolazione, che riesce ad attirare un pubblico che solitamente non guarda la tv. Sei orgoglioso di aver creduto a questo progetto fin dall’inizio?

“Certo. Il film oltretutto è serio. So che è la serie più scaricata da internet. Su Youtube ci sono molti stralci. In tv è in onda anche su Cielo. Credo che Boris sia seguito perché racconta un mondo che di solito non si rivela. Il film nel film è stato già realizzato, però questo ambiente molto italiano in cui vengono realizzati i vari Gli occhi del cuore esistono eccome. Quindi il pubblico intelligente che ha anche un po’ di senso dell’umorismo, non cattivo ma cinico, nero, secondo me riesce ad apprezzare Boris”.

 

Nella serie traspare una cattiveria feroce...

“Sì, una cattiveria che poi fa ridere, perché ti mette dalla parte dei poveracci. Quelli che sono sul set e che fanno un lavoro raccontato come infame. E alla fine la fiction è pure di pessima qualità. Quindi prendono schiaffi da tutti! Pubblico e critica”.

 

Invece cosa rappresenta La formica rossa, bellissimo cortometraggio progresso realizzato da Renè Ferretti, progetto diverso da Gli occhi del cuore?

“Dimostra che Renè Ferretti sa fare cose belle se vuole. Nonostante utilizzi mezzi poveri come un tavolino e una formica. Nella realtà, ad esempio, ha a disposizione solo testi scritti a cazzo di cane, gli attori non sono giusti nei loro ruoli perché bisogna accontentare troppe persone. Tutti vogliono fare gli attori. Basta che una ragazza sia bella che vuole fare l’attrice, lo stesso vale per un ragazzo. Pensano sia un non-mestiere! Invece non è così. È un mestiere vero e proprio. Lo dico perché dopo trent’anni di carriera mi viene più facile recitare. Ho imparato il mestiere e quindi per affrontare un personaggio non ho l’ansia. Se non si hanno le capacità professionali ti sembra di scalare una montagna. Quando invece sei padrone del mezzo, hai un po’ d’esperienza e talento, il personaggio viene da sé, senza fatica, tranne quella fisica perché, ricordiamolo, è un mestiere faticoso. Per girare un film si fa una fatica bestiale. Si immagina il mondo dello spettacolo fatto di night, locali fighetti e tutte queste frivolezze: non è vero niente! Devi andare a letto presto perché la mattina ti devi svegliare alle 6, se non alle 5 per andare sul set”.

 

Un attore deve interpretare tante emozioni e magari piangere per un giorno intero, girando sempre la stessa scena, come successo a Sabrina Impacciatore in Baciami ancora. È stancante fare l’attore anche da un punto di vista emotivo?

“Beh, ci sono varie tecniche. Appunto il mestiere aiuta. Sabrina è un’amica ed è pazza come un cavallo! Ho fatto spesso scene in cui dovevo piangere e se ti giochi le lacrime... Se mi concentro riesco a piangere, ma se magari piango in prova oppure al primo ciak, o ancora su campo lungo quando non serve a niente, al primo piano devo ricominciare tutto da capo! Le donne invece adorano piangere e ne ho viste alcune farlo in modo stupendo.

La cosa più importante per un attore è quella di pensare alle battute che sta dicendo, così risulta vero, come nella vita, sennò l’emozione non arriva... Perché il pensiero passa prima negli occhi. E poi dipende molto anche dal regista, da come ti inquadra, dall’atmosfera che si crea sul set, dagli altri attori. Secondo me se sono tutti bravi è meglio”.

 

Boris è ciò che ti ha dato maggiore visibilità per la tua carriera, che ora ha subìto un’impennata repentina. Però ricordiamo i tuoi inizi negli anni ’70, al teatro Stabile di Trieste. Com’è andata? Qual è stata la molla che ti ha fatto scegliere questo mestiere?

“È stata una cosa naturale! Da giovane facevo insieme con alcuni compagni di scuola delle imitazioni... insomma un cazzeggio fatto nel modo più professionale possibile, col pubblico che si metteva seduto ad assistere. E di tutto quel gruppo, ero considerato il più talentuoso.

Allora molti amici mi hanno incoraggiato. La mia prima attività è stata il teatro nelle scuole. Dopo una tournèe col teatro Stabile di Firenze. Fui reclutato tramite selezioni. Dovevano metter su una compagnia enorme di 35 attori e 26 comparse. Si metteva in scena L’affare d’Anton. Questo genere di produzioni non si può fare più”.

 

Parliamo invece della tua esperienza in radio. Per un doppiatore la voce è uno strumento fondamentale. Può contare solo su di essa per far uscir fuori l’anima del testo recitato. La radio consente di ascoltare, ma non di vedere. Qual è stato il tuo approccio con questo mezzo?

“Quando cominciai ero un grande ascoltatore di radio. La cosa più affascinante è che tu immagini le facce di quelli che parlano. Se stai facendo del varietà o una finzione, ancora meglio! Perché stimoli la fantasia in modo clamoroso e crei il tuo film personale ed esclusivo.

Era il 1982 e venni a sapere che Diego Cugia e Massimo Catalano facevano da Milano un varietà su Radiouno e che l’avrebbero spostato negli studi di Roma. Cercavano un attore per la diretta. Quindi andai a parlare con gli autori, e ci trovammo. Io ero abbastanza scatenato all’epoca”.

 

Avevi già iniziato esperienze col doppiaggio?

“No, il doppiaggio lo facevo poco e male. Solo dopo aver fatto teatro, che è il padre di tutti i nostri mestieri, si può affrontare qualsiasi cosa... Dal teatro si impara tutto”.

 

Non attraverso il cinema, la soap...?

“Col cinema la puoi dare a bere, perché, daje e daje, due o tre battute le dici. Ci sono più trucchi come il montaggio, la luce. Per i piccoli ruoli ce la si può cavare, la scena può funzionare, a meno che non si debbano interpretare grossi personaggi e allora casca l’asino. Al teatro no! Se fai il cameriere che entra con una sola battuta e sei stonato, arrivi come uno schiaffo al pubblico. Lo dico ai giovani, recitate anche in situazioni precarie, con mezzi poveri, allestimenti non professionali. Non è che devi lavorare per forza con Ronconi all’inizio.

Il teatro che vuol dire? Che uno sposta le sedie, si mette lì e recita. E la gente guarda. Ed è ancora meglio della radio, perché il pubblico ci deve credere. È necessario avere dimestichezza con le battute, saper stare sul palcoscenico, sempre a favore del pubblico, mai dare le spalle! Sembrano tutte banalità, invece sono l’abc fondamentale!”.

 

Poi dal teatro è scattato qualcosa e hai iniziato col doppiaggio.

“Sì, perché parallelamente iniziava ad andare meglio col doppiaggio. Intanto facevo provini per film, ma non mi prendevano mai. Tant’è che ci avevo quasi messo una pietra sopra, mi dicevo “non sono adatto”, “non ho la faccia giusta”.

Non ero niente, né giovane né vecchio, né brutto né bello, né grasso né magro. Crescendo la faccia assume una sua caratteristica definita. Ho cominciato a recitare i ruoli da cattivo, gli assassini, i ladri, i figli de na mignotta.

Poi invece sono stato nel cinema con Aldo, Giovanni e Giacomo, in Notturno bus e in tv con Boris hanno scoperto che posso fare la commedia, che secondo me è anche la cosa che mi viene meglio”.

 

Notturno Bus è stato apprezzato dalla critica. Il cast molto forte, Giovanna Mezzogiorno in primis...

“È un’ottima commedia noir... Io sono l’impiegato del lavoro sporco, un cattivo imbranato. Direi che quel film abbia avuto sfiga. Non ha avuto l’incasso che meritava. Purtroppo per motivi di politica commerciale, l’hanno distribuito a maggio e la Mezzogiorno aveva fatto altri film che non potevano uscire insieme. Insomma è stato un po’ penalizzato. Però so che è stato venduto. Esce in Cina”.

 

Preferisci i ruoli da cattivo o da buono?

“Preferisco i ruoli brillanti. Mi piace molto far ridere, ma non disdegno il ruolo drammatico. E poi bisogna saper fare un po’ di tutto sennò non se magna!”.

 

Pian piano sei diventato una delle voci più importanti del doppiaggio italiano. Tutti sanno di George Clooney, Denzel Washington, Daniel Day Lewis e una sfilza infinita di personaggi americani. Ritieni che devono un po’ del loro successo anche a te?

“Non sono d’accordo perché il doppiaggio è la traduzione italiana di un film. Vedi la differenza tra fare teatro, la radio o l’attore è che doppiando reciti una parte che hanno già recitato. Devi dare le stesse emozioni in italiano, il che è un gran bel mestiere”.

 

Ci sono scuole diverse di pensiero sul doppiaggio.

“Sì, ci sono quelli che non lo vorrebbero... d’altra parte è un’ulteriore trucco cinematografico per rendere comprensibile il film. È meglio dei sottotitoli che sporcano l’immagine”.

 

Perché se leggi i sottotitoli non guardi il film...

“E perdi magari una bella inquadratura, gli occhi di un attore o di un’attrice. Non ho mai visto nessuno che al cinema non si è emozionato perché il film non è in lingua originale. Il doppiaggio distrae se è brutto, fatto male, se è stonato. Ma la scuola del doppiaggio italiano è la migliore. Tant’è che all’estero vedi gli stessi film doppiati in francese, in spagnolo, in inglese e percepisci che la voce si scolla dalla faccia”.

Hai mai avuto modo di frequentare gli attori americani a cui presti la voce?

“Frequentare no. Ho conosciuto George Clooney. Mi ha telefonato per ringraziarmi perché gli era piaciuta la voce. E Michael Madsen, il cattivo di Kill Bill, quando è venuto in Italia per fare promozione, mi voleva conoscere e l’ho incontrato. Mi ama, mi ama molto!”.

 

Isaac Hayes, doppiatore di Chef, personaggio di South Park, ha lasciato la serie perché si è sentito attaccato come membro di Scientology, organizzazione spesso oggetto di scherno da parte degli autori del cartoon Parker e Stone. Se ti sentissi attaccato nei tuoi valori, lasceresti il progetto a cui stai lavorando?

“Intanto ne approfitto per dire che queste aggregazioni avranno pure un nobile intento, però se sono così dure da indurre uno a lasciare il lavoro... Allora se uno mi dice che sono della Lazio in modo dispregiativo, che faccio? Lascio? No. Non lascerei mai. Ho fatto un sacco di volte il ruolo dell’assassino, mica vuol dire che sono un killer (ride, ndr). Anzi fare l’attore è catartico, libera da tutte queste patologie, perché una volta che lo fai per finta, nella realtà non c’è pericolo. Ad esempio ho fatto dei doppiaggi nel Barbarossa di Renzo Martinelli e non sapevo si trattasse di un film leghista voluto da Bossi. L’ho scoperto dopo leggendo gli articoli che ne parlavano. Poi Martinelli mi ha confermato tutto. Il film è andato male, era brutto”.

 

Hai mai doppiato John Travolta in un film?

“No”.

 

Però sei il suo doppiatore nello spot della Tim. Ti piacerebbe diventare la sua voce?

“Penso lo facciano già benissimo i suoi attuali doppiatori, Claudio Sorrentino, che lo fa da sempre, e, a volte, Roberto Chevalier. La storia dello spot è diversa. Quando mi hanno chiamato, ho detto subito che non ero il doppiatore di Travolta e mi hanno risposto: “Tu fai soltanto il doppiatore che interviene”. Ora tutti pensano che io sia il suo doppiatore, ma non è così”.

 

Tra l’altro la regia di quello spot è di Alessandro D’Alatri. Vorresti fare un film con lui?

“Certamente! D’Alatri ha un senso dell’umorismo eccezionale e adoro questo tipo di persone. Assomiglia molto al personaggio di Renè Ferretti. Molti erano convinti che io imitassi lui, ed invece quando giravo Boris non lo avevo ancora conosciuto. Mi ispiravo più ad altri con cui avevo lavorato, tipo Luigi Perelli, che ha firmato la regia di Un caso di coscienza le cui riprese erano avvenute in contemporanea con quelle di Boris 1”.

 

Un caso di coscienza potrebbe essere uno scheletro nell’armadio del tuo curriculum?

“No, erano dei gialli scritti anche abbastanza bene... Ho fatto due stagioni di quella serie e Luigi Perelli è così, prorompente sul set. Non un regista timido che sta dietro il monitor. Diciamo che come veemenza del personaggio per Renè mi sono ispirato a lui. Tornando a D’Alatri. I suoi collaboratori, tutti fan di Boris, mi hanno chiesto se mi ispirassi a lui e mi dicevano “ma lo sai che sei veramente uguale!”.

Io lo conoscevo di fama, ma non l’avevo mai visto. Quando l’ho incontrato, ho notato i suoi baffi, la mosca, e quel certo tipo di voce... Ho pensato: “È proprio Renè”. E mi sono commosso. Mentre giravamo sembrava ancora di più. Lui sta al monitor e grida “buona!” alla stessa maniera di Renè”.

 

Un’imitazione ante litteram...

“Infatti. E pensa che D’Alatri sa le battute di Boris a memoria. Me le cita lui stesso”.

 

Boris ha lanciato tanti tormentoni tra i giovani. Questa è un’arma a doppio taglio, nel senso che magari ti stufi?

“Ma no. Tutti mi chiedono fammi dai dai dai, e fammi a cazzo di cane. Ci sono altri che stanno messi peggio, come Max Bruno che interpreta Martellone. La gente gli va davanti e gli fa bucio de culo. Oppure Carletto de Ruggeri, in Boris Lorenzo lo stagista schiavo.

Lo fermano per strada e gli gridano “ah merda”. A loro è andata molto peggio. E vogliamo parlare di Carolina Crescentini? Le gridano “cagna maledetta”! Il che per un’attrice non è il massimo. Tra l’altro Carolina è bravissima. Attori e attrici che devono interpretare l’attore cane, di solito lo fanno di maniera, come si interpreta l’ubriaco e cose simili. Invece lei lo fa in modo così bello, giusto, vero”.

 

Il film di Boris inizialmente sarebbe dovuto uscire al cinema nel mese di novembre. Invece è slittato a marzo. In questo caso Renè Ferretti vorrà fare un salto di qualità?

“Si ritrova tra le varie vicissitudini dell’affrontare un film per il cinema. Ha intenzione di realizzare qualcosa di qualità, di spessore, ma, gira che ti rigira, finirà sempre nella solita merda. Perché purtroppo dalla merda non si esce. Il film è pessimista, nel senso che non si ravvisa la speranza che c’è nella serie per cui un’altra televisione è possibile.

Chiaramente nella realtà per fortuna non è proprio sempre così. Esistono alcuni aspetti che noi raccontiamo in Boris, però ci sono anche isole felici dove qualcosa di qualità può venire fuori. Secondo me il cinema italiano non è supportato proprio da noi italiani. Si è visto anche a Venezia.

Così il pubblico è portato a credere che i film non considerati dalla Mostra siano mediocri. Non dico che dovrebbero agevolare i film italiani, ma ho letto di film con dieci minuti di applausi e grandi ovazioni come per 20 sigarette ambientato a Nassiriya (vincitore di Controcampo italiano, la sezione del Festival di Venezia dedicata al cinema nostrano, ndr)”.

 

Tornando a Boris–Il film. Come è possibile che la Rai abbia deciso di produrre un film in cui sostanzialmente viene derisa?

“Mentre giravamo la terza serie, il produttore Lorenzo Mieli mi ha detto che Rai Cinema era interessata a produrlo.  Pensano che sia un’operazione cinematografica azzeccata. E poi ci vuole anche un po’ di autoironia”.

 

Hai qualche anteprima, qualche piccola esclusiva su Boris?

“So che il film è bello. È il parere anche di Fausto Brizzi produttore in piccola parte. Stanno finendo il montaggio, ma il grosso è fatto. Poi Brizzi è uno che è riuscito a fare Maschi contro Femmine con Rai Cinema e Femmine contro Maschi con Medusa. Sono due film complementari. Brizzi è giovane, ma molto bravo. Ha un gran senso dell’umorismo e allo stesso tempo ha l’autorevolezza per gestire un set con un cast così importante”.

 

Lui ha scoperto la Crescentini. Ci sono registi con cui ameresti lavorare particolarmente?

“Come no, tantissimi. Nanni Moretti per esempio”.

 

Quindi prediligi film impegnati? Fai sempre scelte molto oculate?

“Impegnati sì, purché abbiano spessore. Poi può capitare di fare tutto, ma mi piacerebbe raccontare sempre delle storie belle.  Sono anche fortunato perché magari mi propongono cose non molto belle, e in quel momento non posso e quindi ho la scusa per rifiutare. Bisogna fare anche delle rinunce perché non si può sempre fare tutto”.

Perché hai deciso di recitare ne L’uomo fiammifero, esempio di scelta oculata, dato il riscontro della critica?

“Girammo quel film più di tre anni fa, in modo piuttosto grossolano. Poi l’autore, Marco Chiarini, è stato bravo. L’ha assemblato aggiungendo delle animazioni al posto di scene non girate o venute male. È riuscito a farne una bellissima storia. Tutti quelli che l’hanno visto, e purtroppo sono pochi, lo hanno amato”.

 

Ci sono altri progetti con Chiarini?

“Sì, ci siamo visti pochi giorni fa e lui è ancora preso dalla promozione de L’uomo fiammifero. Sta chiudendo contratti e credo che il film vada nel mercato dell’home-video di Medusa. E poi si sta muovendo per vendere i diritti alla tv”.

 

Parliamo della distribuzione, com’è possibile che un film così apprezzato dalla critica non venga distribuito in modo adeguato?

“Ha vinto diversi premi, anche in Egitto, è stato in festival importanti, ha ottenuto due candidature ai David di Donatello. Fossi stato un distributore sicuramente avrei investito su questo film. Non capisco. È una bellissima favola, realizzata con garbo e spessore. Se nessuno tra i distributori si interessa a questo film, vuol dire che non capiscono niente. Non mi spiego perché nessuno abbia contattato Marco per proporgli qualcosa. Lui personalmente ha fatto il possibile”.

 

Succedono spesso cose del genere in Italia?

“A me è la prima volta che capita una situazione come questa de L’uomo fiammifero. Tutti gli altri film a cui ho partecipato avevano già la loro distribuzione. Io avevo quasi perso ogni speranza per quel film. Ogni tanto sentivo Chiarini che mi aggiornava e mi rendevo conto della difficoltà. Poi, una volta uscito, ha partecipato a premi, rassegne, e chiunque lo abbia visto dice che è bellissimo.

I distributori forse non si fidano, non hanno voglia di vederlo, non so. È un mistero! Ci sono personaggi nel cinema che hanno un cinismo smisurato e magari lo giudicano come una favola per ragazzini, senza pensare che il mercato dei film per bambini è anche quello più proficuo. Guarda gli americani come ci fanno i soldi. Quelli sono furbi.

L’uomo fiammifero piace ai bambini, ma anche agli adulti. È italiano, originale, crudo, mette anche un po’ paura e i bambini adorano aver paura. Se metti il lupo cattivo è fatta. Beh ci sono avvenimenti che non so spiegare”.

Tornando al doppiaggio. Ci sono intere famiglie di doppiatori. Si potrebbe definire il mondo del doppiaggio come una casta?

“Ma no, non è vero. Ti spiego subito perché ci sono le famiglie. Quando uno comincia da bambino a fare il doppiatore, da grande è più facile. Succede che la mamma doppiatrice porta con sè in cabina di doppiaggio il figlioletto, il fratellino. Se all’improvviso serve la voce di un bambino, per facilità utilizzano quelli già presenti. E si diffonde così la passione. Ma non c’è assolutamente nessuna tradizione di famiglia! A me nessuno ha chiesto “di chi sei figlio”.

 

Grazie al doppiaggio hai conosciuto la tua ex moglie, Emanuela Rossi (voce di Michelle Pfeiffer, Nicole Kidman, Uma Thurman, Sophie Marceau, Isabella Rossellini, Mercedes Ruehl e Bridget Fonda, ndr)?

“Lei ha cominciato da bambina, perché lo faceva il fratello più grande. Poi iniziò pure suo fratello più piccolo”.

 

Vi capita di lavorare insieme?

“Si! Oggi siamo di nuovo marito e moglie. Ci eravamo lasciati, ma ci siamo rimessi insieme. È difficile tornare indietro, però succede. Probabilmente ci siamo guardati intorno, ma non abbiamo trovato proprio niente di meglio (ride, ndr). Ci siamo detti “chi ce lo fa fare?”.

 

Faresti avvicinare tuo figlio al mondo del doppiaggio?

“Sì, si sta avvicinando. Ha già fatto dei doppiaggi. E anche un po’ di cinema. È venuto con me sul set, ma per ora è meglio che faccia il suo mestiere di ragazzino e di studente”.

 

Quanti anni avevi nel 1978?

“20 anni”.

 

Quell’anno è successa una cosa molto particolare nella tua vita. Stavi andando a prendere un autobus in via Fani, e hai assistito alla carneficina della scorta di Aldo Moro. Cosa ricordi?

“Tutto. Ricordo tutto. L’odore del piombo. Ho visto le facce di quei poveracci. Quello è il ricordo più brutto. Essendo stato testimone, ho seguito tutta la vicenda da vicino. Ho letto i libri e, ancora adesso, non si sa. È stata una faccenda gestita male”.

 

Che idea ti sei fatto?

“Un’idea basata sulle carte. Ad un certo punto Aldo Moro vivo non interessava più a nessuno. Anzi. Sarebbe stato un ostacolo. E anche gli amici purtroppo hanno dovuto decretarne la fine. Terribile”.

Quello che hai visto, cosa è stato?

“Un blitz militare molto preciso. E via. Mitra. Sono scappato dalla parte opposta, non sono rimasto a guardare. Poi sono ritornato per vedere quello che era successo e li ho visto la carneficina. Quando sono arrivato, Moro non c’era più”.

 

Come accennavi, poi hai seguito la vicenda.

“Sì, certo, tutta la prigionia e i personaggi coinvolti: come quel falsario, Chichiarelli, autore del comunicato falso in cui c’era scritto che Moro era stato ucciso e buttato nel lago della Duchessa. Si sono messi a scavare nel ghiaccio. C’era questo lago completamente ghiacciato, senza neanche una buca. Come era mai potuto essere stato manomesso con tutto quel ghiaccio? Mi sembra assurdo. I carabinieri cercavano nel ghiaccio il corpo di Moro ancora vivo. Si è saputo soltanto dopo che il falso comunicato era stato commissionato da questo americano col cognome russo, Steve Pieczenik, inviato dalla Cia come esperto in terrorismo internazionale, mandato a chiamare da Cossiga. Chichiarelli, che morì anni dopo in una rapina, era ignorante, c’erano errori di grammatica nel comunicato. Io che avevo 20 anni avevo capito che era falso. Le brigate rosse scrivevano comunicati a carattere intimidatorio, ma erano scritti bene, in un italiano corretto”.

 

Credi nella teoria del complotto?

“Sì. Il falso comunicato che annunciava che Moro era morto aveva la finalità di vedere come avrebbe reagito alla notizia l’opinione pubblica. Perché già sapevano. Stavano prendendo una decisione. È inutile che si neghi ancora oggi. Le attività investigative furono svolte proprio a cazzo di cane. Non lo volevano trovare. Invece di andare a via Gradoli sono andati a Gradoli paese. La moglie di Moro lo aveva capito subito dopo le prime lettere che il marito era tenuto a Roma. Nelle lettere Moro diceva: “Io sto qui, con la mia sofferenza, io sto qui”, e per qui intendeva sto a Roma”.

E poi non credo che uno possa prendere una persona per strada, caricarla, e nessuno vede nulla. Quella storia fa acqua da tutte le parti.

Vogliamo parlare di Kissinger? Aveva praticamente condannato a morte Moro che non sopportava perché, tra le altre cose, all’epoca prendeva dei farmaci che gli davano sonnolenza, e si addormentava durante le riunioni. Kissinger era un cowboy e avrà pensato: “Questo già vuole fare il governo coi comunisti, poi mi si addormenta davanti. Ma io lo faccio fuori”.

Quali film hai apprezzato di più tra quelli dedicati alla storia di Moro? Piazza delle cinque lune, Buongiorno, Notte? Come li hai vissuti da spettatore?

“Beh insomma, è tutta diversa la faccenda. La fantasia è diversa dalla realtà. Forse Piazza delle cinque lune entra meglio nella verità. Il film di Bellocchio, che io adoro, è più emotivo”.

 

Ti piacerebbe fare un film con lui?

“Moltissimo. Sono sempre sostanzialmente d’accordo con quello che pensa e dice. Poi mi piacciono i suoi film. È un grande maestro. L’ho conosciuto ed è anche simpatico”.

 

Ti piacerebbe far parte di un film sul caso Moro?

“Sì! Che ruolo potrei fare, il terrorista? (ride, ndr). La scorta muore subito, quindi non mi conviene”.

 

Lo faresti nonostante tu abbia vissuto in prima persona quell’episodio?

“Sì. Sono passati molti anni. Non ho incubi in stile Vietnam”.

 

Cosa guardi in televisione?

“Molta informazione. Da quando ho scoperto Sky Tg24, sono capace di stare come un idiota per 40 minuti a guardare sempre le stesse cose che si ripetono. Poi il Tg di La7. Ottimo Mentana! Bella novità, un telegiornale fatto bene. Anche la mattina vedo La7 con Omnibus.

È un buon approfondimento”.

 

Mentana o SkyTg24 rispondono secondo te alla necessità di una informazione più libera?

“Il Tg1 va malissimo. Non si può pensare che la gente sia scema. Ci saranno 4-5 milioni di persone che lo guardano, ma intanto TgLa7 è arrivata a 9 punti di share, prima ne faceva 2. Ha guadagnato 7 punti rosicchiandoli al Tg1 e al Tg5”.

 

Non ti interessano i programmi televisivi?

“Qualcuno lo guardo con la mia famiglia, ma per addormentarmi”.

 

Sei coerente con la teoria di Boris.

“Sì! Guardo anche qualche buon film. Anche se preferisco andare al cinema, ma ho poco tempo. Quando posso, vado”.

Il tempo libero in generale come lo trascorri?

“Con mio figlio. Faccio il padre, è fondamentale. Oppure lo passo sbracato sul divano cercando di dormire”.

 

Leggi libri?

“Come no. Ultimamente non molto perché ho da leggere 6–7 copioni. Mi arrivano in continuazione, anche cose brutte. Però li devo leggere per dare una risposta”.

 

Riesci a ricordare tutti i copioni con facilità?

“Resetto tutto. Addirittura se bisogna rigirare una scena, la devo ristudiare perché la cancello completamente. Quando fai la commedia, la memoria serve, ma spesso si cambia anche in corso d’opera, si improvvisa, la scena vive in modo diverso e gli stessi autori ti propongono il cambio. Bisogna essere agili a cambiare. L’importante è capire il personaggio. Potrebbe essere controproducente imparare troppo bene a memoria. Ci vuole concentrazione, questo è il segreto”.

 

Ti piacerebbe condurre un programma tv?

“Come no!”.

 

Se avessi la possibilità di essere autore di un programma, cosa faresti?

“Qualcosa che possa coniugare il gioco e l’intrattenimento leggero con l’approfondimento di ciò che conosco, col cinema, col mestiere che faccio. Qualcosa del genere”.



*Dice di sé.
Vincenzo Scardapane. È nato libero.  Quando ha compiuto scelte importanti vagliando tutte le variabili ha toppato. Quando ha preso decisioni con incoscienza e con passione ha avuto ragione. Ha spesso necessità di tornare a guardare il mare di Vasto, sua cittadina d’origine e si sente ben accolto da Roma. Ama il mondo della comunicazione ed un giorno sarà autore televisivo. Intanto scrive sul suo blog e per una rubrica di spettacolo sul sito vastoweb.com È infinitamente grato ai suoi maestri per aver accolto la sua voglia di imparare.



 

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