SPORT

A SCUOLA DA PLATINI
PER IMPARARE A TIRARE LE PUNIZIONI


Un tempo i cronisti sportivi potevano entrare negli spogliatoi dei club ed intervistare i grandi campioni mentre erano in accappatoio e si asciugavano i capelli


 

Amedeo Goria*


A volte fa bene riscoprire qualcosa di antico, di perduto anche nella memoria. A me è successo pochi giorni fa, a Recanati, durante la presentazione della squadra locale di calcio, che in questa stagione gioca fra i dilettanti, in serie D.

I giocatori che sfilano nell’aula magna del Municipio, in piazza Leopardi, con sincerità e voglia di far bene. I dirigenti con i problemi delle spese di gestione e dei rimborsi spese. Il custode del piccolo stadio che si impegna a trovare in tempi brevi il pullmino per le trasferte della squadra, altrimenti si va tutti con auto proprie...

Sì, un sapore antico, di pallone con le cuciture che se lo colpivi di testa ti veniva un bozzolo grande come una noce. Forse accresciuta, la nostalgia per il calcio che non c’è più, da quella casa che era lì, a trecento metri, la casa del poeta, con il vicino colle dell’ “infinito” e, di fronte, la dimora della “Silvia che rimembri ancora...”.

Il senso dei ricordi, della nostalgia, del tempo che passa e, in presenza di un genio così importante, che resta. E d’altronde Leopardi, che di atletico aveva ben poco, ha scritto anche una celebre ode al gioco del pallone elastico...

Sì, Recanati e la Recanatese. E, in mezzo, il pallone Jabulani del mondiale sudafricano, il flop azzurro, e poi le supercoppe, il campionato, le spese pazze di un mondo che è sempre più affari e meno passione. Come le conferenze stampa banali e confezionate dalle società e non, come si dovrebbe, su richiesta dei giornalisti per i giocatori da intervistare.

E proprio giorni fa, il giorno dopo la Supercoppa europea persa dall’Inter a Montecarlo contro l’Atletico Madrid, ho rivisto all’aeroporto di Nizza Michel Platini. Scambi di saluti e, anche lì, ricordi, aneddoti. Perché quando abitavo e lavoravo a Torino, con altri due colleghi, un lunedì, il campione juventino ci portò in aereo privato a Saint Cyprien, dopo Montpellier, alla sua scuola di calcio.

Un Platini inedito, domestico, che si mise la tuta, piazzò quattro sagome di cartone sul campetto e ci insegnò a battere le punizioni, cercando di aggirare beffardamente quei finti manichini in barriera. Quasi una lezione universitaria, dal... produttore al chiosatore...

Situazioni irripetibili, oggi, con l’omologazione di tutto, informazione compresa. Perché ora le postazioni Tv sono fisse, le sequenze delle interviste pure, le conferenze-stampa oceaniche, e i giovani cronisti neppure sanno che, un tempo, Platini lo intervistavi, col tuo taccuino, in mutande appena uscito dalla doccia. O mentre si phonava i capelli. E il problema era la giornalista femmina, che non poteva entrare nello spogliatoio. Ma allora di giornaliste che si occupassero di calcio in pratica non ce n’erano...

Che stia invecchiando o che il calcio mi piaccia di meno? Forse entrambe le cose. Perché la perdita di umanità dei personaggi di questo sport, la loro standardizzazione, unita al cinismo dei loro procuratori, è storia nota. Ma l’impressione è che anche la gente si sia un po’ stancata, visto che lo spettacolo calcistico ormai è sempre più televisivo e meno fruibile dal vivo. Sempre più all’origine di un giro di soldi da abbonamenti Tv e sponsor che da scampagnata allo stadio, con famiglia e sciarpetta con i colori della propria squadra.

Anche le dispute sulla tessera del tifoso sembrano spingere parte del pubblico a rinunciare alla partita da seguire sulle gradinate preferendo la poltrona di casa, anche se l’intento del Ministro dell’interno e polizia è quello di poter controllare meglio chi sceglie lo stadio come pretesto per creare disordini.

E a volte, appunto, mi chiedo se il calcio, in questa nostra Italia dove gli input culturali sono sempre più scarsi e scadenti, non sia sopravvalutato. E mi rispondo di sì, che è sopravvalutato, anche se mettendomi nei panni altrui – capisco che le alternative non siano così tante da poterlo abbandonare.

Le partite di cartello fanno ascolto, in Tv, ma l’inflazione di campionati, coppe e incontri su ogni tipo di canale stanno da tempo smorzando l’interesse, ascolti in milioni di spettatori compresi. Se poi si sommano gli share delle trasmissioni sul calcio i risultati non sono sempre esaltanti. Nella media, nulla di più. Perché chi desidera la diretta dell’evento sa come godersela, e le troppe parole che ne seguono spesso sono considerate stucchevoli.

C’è troppo poco cuore nel calcio d’oggi – e lo dico anche ai giovani colleghi, spesso troppo freddi e nozionistici nelle loro cronache –, e in un mondo che ai sentimenti sembra credere sempre di meno anche questo è brutto e sconfortante. Riusciremo tutti insieme a rimediare?



*Dice di sé.
Amedeo Goria. Odio l’ipocrisia. Il doppiopesismo. La prevaricazione. Gli inganni. Le trappole, le maldicenze fine a se stesse. E chi fa il grande con il piccolo e il piccolo con il grande. E chi disprezza gli umili. E magari a volte ho sbagliato anche io, e di errori ne ho commessi: non so se tanti o pochi... non ho idoli, né miti, né supereroi...amo sempre di meno questa Italia e, viaggiando per il mondo, devo ammettere che gli italiani sono migliori di chi li comanda. Nella politica e nell’informazione...semmai incolpo gli italiani – molti, ovviamente, non tutti – di ribellarsi poco, di accettare tutto. Di fare spallucce. E magari svegliarsi alle 6 ogni mattina.







GIANMARCO TOGNAZZI


Per me l’amicizia è la base dei rapporti della vita,
è importante quanto l’amore. Sono stato male per amore,
ma più per amicizia. Specie quando ho scoperto di avere un
rapporto a senso unico. Dicevamo di mio padre: ecco, lui ha
avuto la fortuna di vivere in un periodo in cui, paradossalmente,
c’erano meno mezzi di comunicazione, ma entrare in contatto
con gli altri era più semplice. Ora è quasi impossibile.

(Da “Grazia”, 2010)





 

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