COSTUME
LA RIVOLUZIONE DELLA CUCINA
MOLECOLARE? UNA SUCCESSIONE
PIACEVOLE DI SCHIUMETTE, PERFETTE SOLO PER ESTETI ANORESSICI
SDENTATI
Era l’agosto del 1999 e su
La Stampa uscì questa ironica e premonitrice
valutazione della cucina molecolare, ad opera di uno dei
critici gastronomici italiani più noti. Ne sarebbero seguiti
infuocati dibattiti che porteranno nel 2009 il
sottosegretario alla salute Francesca Martini a firmare
un’ordinanza che proibisce “quei prodotti chimici che fanno
parte della cucina molecolare e destrutturata”
Edoardo Raspelli
Più
importante che la pietra focaia; più sconvolgente
dell’invenzione della ruota. Altro che la scoperta del
fuoco, altro che l’invenzione dei caratteri mobili, altro
che la pila voltaica o le trasmissioni radio di Marconi. Al
suo confronto, per la storia dell’umanità, la penicillina
non è nulla, l’elettricità è un ritrovato da dilettanti, la
televisione un giochino da bambini ed il computer una
scoperta da quattro soldi. La
svolta epocale, l’oggetto che sconvolgerà (anzi, ha già
sconvolto) il mondo (o, almeno, l’Italia), che travolgerà
come un fiume in piena, come una valanga, come un terremoto,
usi costumi tradizioni è lì, alla portata di tutti: nel suo
modello più piccolo ed economico si tiene addirittura nel
palmo di una mano; il tipo più grande, quello da un litro o
da due litri, si conserva in cucina, nel cuore della cucina.
Lo si mette sul trono e, ogni tanto, ci si genuflette
davanti o lo si ringrazia di esistere. Lui, è il Dio
Sifone: è fabbricato in Austria, ha un nome che ricorda
la facilità e da un anno è sulla bocca di tutti. Addio
fornelli, addio forni, addio cucina, addio per sempre modo
di mangiare tradizionale: oggi, domani, dopodomani, tutto si
farà con Te, Dio Sifone, amen.
A Senigallia, alla Madonnina
del Pescatore, hanno già inserito nel menu un piatto
fatto con il Dio Sifone; sempre nelle Marche già
dieci ristoranti lo hanno comperato per cambiare totalmente
il modo di preparare il cibo. Dozzine di ristoratori
italiani stanno facendo un vero, autentico, convinto ed
umile pellegrinaggio per vedere il Dio Sifone
utilizzato dal suo genio, dal suo discepolo. Il quale
discepolo, creatore, artefice, Duce e Guida, è un giovane
cuoco e ristoratore della Costa Brava, Ferran Adrià, che dal
suo locale sperduto, ad una settantina di chilometri dal
confine con la Francia, sul mare, è diventato da un anno
l’oggetto del desiderio, il mito, il pensiero unico dei
cuochi del Tricolore.
Perché le persone più importanti
d’Italia non pensano alla politica e basta? No, Sergio
Cofferati, ci ha mangiato tra i primi con Carlin Petrini, e
si sono lasciati scappare parole di lode per la sconvolgente
cucina del Sifone. Poi, a ruota, è arrivato l’anno
scorso il mensile Gambero Rosso, con una copertina ed
8 pagine intere dal titolo diminuente, equilibrato: Il
Cuoco del XXI Secolo. Da allora è stata un’orgia di
complimenti per la cucina del Sifone. Il Gambero
Rosso, trasformatosi da critico di ristoranti ad agenzia
di viaggio dei medesimi ristoratori, ci ha portato i
migliori cuochi italiani; un produttore di vino friulano ci
ha trascinato, gratis, osti e giornalisti invitati
speciali; il Salone del gusto a Torino ed il
Maurizio Costanzo Show lo hanno visto trionfare; la sua
cucina si è riempita di stagisti a 3 milioni la settimana (
viaggio escluso).
E che viaggio, per arrivare fino
in provincia di Gerona, a tre quarti d’ora di macchina da
Figueras, nel comune di Rosas (che diventano Girona,
Figueres, Roses se, anziché in castigliano, parlate come
qui, cioè in catalano).
“C’è un buon motivo per volare a
Barcellona, prendere un’auto a noleggio, risalire verso il
confine francese e fermarsi a Roses?” Si chiedeva
nell’agosto del 1998 il direttore del Gambero Rosso?
E che debbo dire io che, per arrivare fino alla spiaggetta
dove insiste il ristorante El Bulli ho fatto, in
auto, 1.301 chilometri?
Di Roses, brutta cittadina di
10.000 abitanti, popolare Rimini della Costa Brava, credevo
peggio: spunta la sua storica Cittadella sulla vostra
sinistra, là dove il cemento ed i campeggi-dormitorio
prendono il posto dei girasole e del granturco. Se avete
visto il Fuenti, Rapallo, le Corti Franche di Rovato, vi
sembrerà di essere in un Nirvana: le immondizie accatastate
attorno ai cassonetti, dopo che avrete fatto centinaia di
chilometri immacolati, vi daranno l’impressione di essere in
Italia.
Non state nemmeno a chiedere: in
fondo alla breve passeggiata sul mare, un cartello bianco vi
indica “Cala Montjoi, 7 chilometri”. Andate e stupite:
enormi siepi di oleandro coprono l’asciutta di un torrente
artificiale, poi, tra agavi e cespugli di rovi pieni di
more, entrerete in un aspro, meraviglioso parco naturale.
Che cosa doveva essere la Costa Brava! Il paradiso in terra
vi regala sette chilometri di saliscendi, di anfratti, di
calette silenziose, di profumi che ricordano la Sardegna.
La strada vi regala qualche
chilometro di buche mentre, ogni tanto, dipinto sui massi,
il muso di un cane di razza Bulli indica che siete sulla
strada giusta. Un vialetto tra pini marittimi e lecci,
illuminato da lampioncini discreti, vi conduce all’ampio
ombroso verde parcheggio affacciato sulla spiaggetta: all’àncora
tre piccole placide barche, sulla sinistra una costruzione
rustica da cui viene della musica, sotto di voi un’auto che
ha deciso di girare sulla sabbia e, sulla destra, la mole
elegante, bassa ed allungata, del ristorante più
chiacchierato del momento, un tre stelle Michelin diviso tra
una piccola veranda ed un paio di sale, diverse tra di loro,
di taglio tra il rustico e l’elegante.
In sala, il socio dello chef
gira in maniche di camicia: dai clienti abituali appoggia le
mani sul tavolo e il ginocchio sulla sedia libera. Ragazzi e
ragazze che servono a tavola sono eleganti e misteriosi
nelle loro glaciali divise che fanno tanto guardie del
popolo. Sono professionali, attenti, poliglotti, disponibili
ed efficienti. E l’efficienza deve essere alla base del loro
lavoro, visto che il menu (in carta a mano) porta 14 piatti
(tra le 38.000 e i 64.000 lire ognuno), ma tutti, proprio
tutti, esigono il menu degustazione, 22 cose elencate
in un piccolo foglio anch’ esso di carta tipo Amalfi per
assaggiare le quali io ho fatto Mozzio di Crodo, Novara,
Torino, Savona, Cannes, Figueres, Roses, Cala Montjoi.
La rivoluzione, lo
sconvolgimento, il sovvertimento di regole costumi usi
tradizioni, si tradurrà in una successione piacevole solo
per esteti anoressici sdentati. La ricerca estetica sarà
sublime, la tecnica geniale, il senso del colore magistrale,
le presentazioni più uniche che singolari, ma la buona
cucina sta da tutt’ altra parte, da tutt’ altri piatti.
Quando, dieci anni fa, Vissani mi offriva un fegato grasso
in salsa d’anguria, cioè un foie gras... di acqua,
quando inventavo per lui la frase bambini alla griglia,
be’, in confronto, era un tradizionalista, un conservatore:
qui c’è pura invenzione, totale creatività, provocazione
allo stato puro, totale gioco, assoluta ricerca dello
choc, presa per il naso da manuale.
Cosa riuscirà a fare questo
grande cuoco quando la pianterà di prenderci in giro? La
carta dei vini allinea, viva l’Italia, Schiopetto, Kante,
Gravner, Jermann, Martinetti, Ceretto, Gaja, Voerzio più i
sommi francesi e sconosciuti grandi spagnoli: che rabbia
bere così bene e mangiare tanto male (anche se il prezzo del
menu degustazione non sale oltre le 153.000 lire).
La prima schiuma arriva subito,
appena seduti, con un buon whisky sauer ai frutti
della passione, poi i primi cinque piatti saranno
solo sfizi provocatori più da cocktail party che da
ristorante: dadini millimetrici di sesamo croccante (!),
baccalà croccante (!!), croccante di alghe (!!!), un
cucchiaino con pinoli in salsa salata e montata, riso
selvaggio cotto a mo’ di pop corn, la cui cottura lo
riduceva a vermetti, cosine fredde, fettucce appetitose da
sgranocchiare che andrebbero bene al gin rosa. E poi
si cade a precipizio.
Un delizioso bicchierino porta
una pallina di pane farcito di olio e fritto, adagiato su un
bianco sorbetto di acquoso pomodoro; un cucchiaio reca una
schiumetta di patata con un lieve gusto di caffè. Il gelato
di parmigiano è straordinario, la cosa migliore di tutta la
mia esperienza a El Bulli di Ferran Adrià, la cialda
che lo racchiude è un capolavoro di gusto, però, non è un
gelato di parmigiano, ma un parmigiano gelato, poi non è
parmigiano ma grana padano, infine, questo piatto di Ferran
Adrià, lo trovate dal 1967 in Le ricette regionali
italiane di Anna Gosetti della Salda.
Un altro calicino elegante
arriva: “Lo deve bere tutto di seguito” mi dice il cortese
cameriere. Il colore è terrificante: sembra il riflusso
gastroesofageo della protagonista dell’Esorcista. All’inizio
è una crema calda di piselli, sul fondo si trasforma in
menta ghiacciata: repellente.
I medaglioni sono freschissimi
frutti di mare locali, mollicci, accompagnati da una dolce
gelatina di frutti della passione. Il mio entusiasmo per le
annunciate tagliatelle alla carbonara è durato un
secondo: su un vitreo piatto trasparente mi sono arrivati
dei freddi spaghettini diafani creati mettendo una montagna
di agar-agar in un brodo, fatto così rassodare. Li
accompagnano dadini di formaggio e uovo crudo. Al di là del
nome, non si mastica nemmeno con la tortilla de patata:
una schiuma, non la prima e non l’ultima, di tuberi con sul
fondo cipolle tostate e, sopra, occhi di olio crudo.
L’ennesimo piatto trasparente
reca mucchietti: si tratta di semi di piccoli peperoni,
amarissimi, aromatizzati, accompagnati da cialde di tartufi
estivi; dentro c’ è una salsina molle, attorno salsa di
yogurt. Adoro le lingue di anitra della cucina cinese: qui
arrivano, in fila come soldatini, mezze crude e
inconsistenti, accompagnate da fettine di pere, la solita
salsa dolciastra (di lychees) e salsa ai frutti di mare,
accozzaglia senza senso gastronomico.
Gli scampi sono di meravigliosa
freschezza, “Finalmente si mangia?!”. Sono salatissimi,
accompagnati da mandorle fresche crude ed evanescente
gelatina. Solita molliccità nella salsa che accompagna le
sardine crude. Consueta inconsistenza in bocca per il
cervello di agnello (al sangue) ed anche per la crespella di
ananas cocco e salsa allo yogurt profumata di anice
finocchio selvatico menta, senza zucchero.
I dolci sono tre. Il sorbetto di
fragole è farcito di formaggio fresco, accompagnato dalla
consueta gelatina (questa, al Campari) dove, evidentemente,
prevale l’amaro. Il biscotto di mandarino con gelato di
cioccolato è accostato ad un predominante (e terrificante)
zabaione alla lavanda. Per mangiare tutto questo menu (e la
cosa è singolare e significativa) avrete a disposizione,
soprattutto, cucchiaini forchettine e coltellini.
Un tagliere bellissimo e mai
visto, di legno ed acciaio, reca una decina di piccole
frivolezze, di pequenas locuras (piccole follie). Ci
trovate il croccante di sesamo (e ridaje) con
sorbetto di lamponi, la cialdina di cioccolato bianco, il
lecca lecca di limone ( cioè un cristallo caramellizzato
ed aromatizzato all’agrume), un altro lecca lecca dolce
di... (boh?), il gelato all’anguria, il bon bon alla menta,
il melone con gelatina di menta, due cioccolatini grandi
come un’unghia, semi di girasole al cacao.
Follie?
Fuori, lungo la deserta strada del ritorno a Roses, nel
buio, i vostri fari inquadrano un’auto con una figura
discinta che si copre gli occhi. Accanto all’auto, in piedi,
faccia al mare ed alla luna piena, un uomo nudo vi dà le
spalle. È finito il rito dell’amore? L’acqua ritorna
all’acqua? Le follie erano a tavola o per gli strapiombi al
di là del Bulli?
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ANDREA DE CARLO
La prima volta che ho visto Guido Laremi
eravamo tutti e due così magri e perplessi,
così provvisori nelle nostre vite, da stare
a guardare
come spettatori mentre quello che ci
succedeva
entrava a far parte del passato, schiacciato
senza la minima
prospettiva. Il ricordo che ho del nostro
primo incontro è in
realtà una ricostruzione, fatta di dettagli
cancellati e aggiunti e
modificati per liberare un solo episodio dal
tessuto
di episodi insignificanti a cui apparteneva
allora.
In questo ricordo ricostruito io sono in
piedi dall'altra parte
della strada, a guardare il brulichio di
ragazzi e ragazze che
sciamano fuori da un vecchio edificio
grigio, appena arginati
da una transenna di metallo che corre per
una decina di metri
lungo il marciapiede. Ho le mani in tasca e
il bavero
del cappotto alzato, e cerco disperatamente
di assumere un
atteggiamento di non appartentenza alla
scena, anche se
sono uscito dallo stesso portone e ho fatto
lo stesso percorso
faticoso solo un quarto d'ora prima. Ma ho
quattordici anni e
odio i vestiti che ho addosso, odio il mio
aspetto in generale,
e l'idea di essere qui in questo momento.
(Da “Due di due”, 1989)
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