SOCIETÀ
SCOVO DUE FOTO DALLA SCATOLA DEI RICORDI PER PARLARE DI
AMICIZIA
Sentimento che procede
lentamente, muovendosi a piccoli passi, lenti ma sicuri,
richiede costanza, pazienza, attenzione, dedizione,
equilibrio, volontà e passione
Domenico Mazzullo*
Non
nascondere
il segreto del tuo cuore
amico mio!
Dillo a me, solo a me
in confidenza.
Tu che sorridi così gentilmente
dimmelo piano,
il mio cuore lo ascolterà,
non le mie orecchie.
La notte è profonda
la casa silenziosa,
i nidi degli uccelli
tacciono nel sonno.
Rivelami tra le lacrime esitanti
tra sorrisi tremanti,
tra dolore e dolce vergogna
il segreto del tuo cuore.
Rabindranath Tagore
Non conoscevo questa poesia di Tagore, anzi lo confesso, non
conosco molte poesie, oltre quelle faticosamente mandate a
memoria ai tempi della scuola, perché non amo la poesia, non
la comprendo, non ho mai scritto poesie neppure nel periodo
adolescenziale, quando sembra che sia d’obbligo scriverne e
leggerle ai malcapitati, obbligati ad ascoltarle, ma questa
di Tagore l’ho compresa e mi è subito entrata nel cuore e da
lì non esce anche volendo, ma non lo voglio.
Sono rimasto stupito io stesso, attonito e non so darmene
ragione, non ne trovo altre che il contenuto e l’argomento
della poesia stessa: l’amicizia, un’emozione, mi correggo un
sentimento a me molto molto caro e che pongo al primo posto
in un’ideale gerarchia di sentimenti, sempre che sia lecito
e consentito stilarne una, come in un’immaginaria gara degli
affetti.
Alcuni, molti certamente, porrebbero al primo posto, è
naturale, l’amore, il sentimento più nobile, secondo il
senso comune, più coinvolgente, più esaltante, più ricercato
e sofferto, se non trovato, più descritto, più decantato,
più amato, più presente e protagonista rispetto a tutti gli
altri, fratelli tutti, ma fratelli minori.
Io invece pongo l’amicizia al primo posto, forse perché sono
figlio unico, forse perché la solitudine mi è stata compagna
per lungo tempo, forse perché sono abituato a riflettere con
me stesso, forse perché per attitudine e ora anche per
professione, ricevo le confidenze, i dolori, i patimenti, i
turbamenti degli altri, ma li tengo per me, li devo tenere
per me, senza a nessuno confidarli, a nessuno comunicarli,
perché altrimenti violerei un segreto, forse perché a volte
questo fardello di sofferenze si fa un po’ troppo pesante, i
dubbi personali e le incertezze divengono un po’ troppo
pressanti e si vorrebbe condividerle. Con chi? Ma
naturalmente con un amico. Non per avere da lui delle
risposte, delle soluzioni, dei chiarimenti, ma semplicemente
e modestamente per ricevere da lui un conforto, la
comprensione, anche silenziosa che solo un amico può darci.
E l’amore direte voi? Non può darci anche l’amore tutto
questo e ancora tanto di più?
Credo proprio di no. L’amore può darci tante, tante altre
cose preziose ed importanti, desiderabili e desiderate, ma
proprio questo no.
L’amore è lotta, è passione, è esaltazione, è sofferenza
anche, a volte, spesso, è combattimento, vittoria e resa,
rinuncia anche, ma mai, mai amicizia. Non potrebbe, non può,
pena la sua fine e la sua distruzione.
Non ti amo più, ma rimaniamo
amici.
Non ti amo, ma sei il mio
migliore amico.
Quante volte abbiamo ascoltato queste frasi, queste parole,
quante volte le abbiamo anche pronunciate, mentendo a noi
stessi e all’altro, forse per indorare la pillola amara,
forse per addolcire una dura verità subita o propinata.
Quanta
ipocrisia in queste parole, quanta falsità, quanto
squallore, mi si consenta la parola, nel mettere a confronto
due sentimenti, l’amore e l’amicizia, che nulla hanno a che
fare, l’uno con l’altro, che brillano ognuno di luce
propria, che vivono autonomi ed indipendenti, che non
coesistono nella stessa persona e verso la stessa persona,
ma che artatamente ci sforziamo di mettere a confronto,
subordinando l’uno all’altro, secondo una gerarchia che ha
dell’assurdo e del malvagio.
Non siamo amanti, ma almeno siamo amici. L’amicizia come
premio di consolazione per un amore che risulta impossibile,
o non voluto per uno dei due.
Ma perché amici? L’amicizia è forse un legame di serie B,
più modesto e meno impegnativo, meno coinvolgente ed
esigente, più facilmente recidibile o meglio eludibile,
sfilacciabile ed allentabile, quando non è più tempo di
continuare, quando la stanchezza o la noia si fanno sentire,
si insinuano subdolamente nei nostri rapporti?
Io non credo proprio e il solo pensiero mi fa inorridire e
provare terrore, perché se questo sentire, questa
convinzione si insinua entro di noi e nella nostra società,
allora ogni speranza è persa, ogni possibilità di
sopravvivenza, non certo fisica, quanto piuttosto morale e
spirituale per la nostra umanità è definitivamente persa e
distrutta.
Perché penso questo, perché affermo questo con convinzione?
Perché l’amore con la sua violenza, con la sua forza corre
veloce, si insinua subitamente entro di noi, ci avvolge e ci
avviluppa, ci confonde, ci scuote e ci percuote, ma
altrettanto rapidamente a volte ci abbandona, lasciandoci
vuoti e attoniti, indifferenti all’altro.
L’amicizia no.
Al contrario procede lentamente, nasce con difficoltà e con
difficoltà si sviluppa e si evolve, lentamente ed
inesorabilmente, si muove a piccoli passi, lenti ma sicuri,
richiede costanza e pazienza, attenzione, dedizione, studio
ed equilibrio, volontà e passione.
Ci si conosce e ci si innamora subito, in un battito d’ali,
un colpo di fulmine, ma si diventa amici lentamente invece,
giorno dopo giorno, pazientemente e con costanza. Ecco
perché privilegio l’amicizia sull’amore ecco perché la
considero più nobile e preziosa, più indispensabile alla
nostra stessa vita.
Posso citare, posso elencare vari esempi a prova e riprova
di quanto sostengo e credo fermamente, tratti dalla mia vita
privata, dalla mia esperienza di psichiatra, ma forse questi
avrebbero il vizio, il difetto della soggettività,
dell’appartenenza e derivazione professionale e allora
scelgo di rivolgermi alla letteratura, che nella sua
universalità gode di maggior credito e considerazione.
Penso
alle parole che Micòl Finzi-Contini – splendida e
affascinante protagonista dell’opera più conosciuta e famosa
di Giorgio Bassani, appunto “Il giardino dei Finzi Contini”
– rivolge a Giorgio, rivelandogli di volerlo come amico,
ma non come amante: “Un amante lo voglio di fronte,
un amico al mio fianco”.
Non meno pregnanti, chiare ed illuminanti, le parole del
colloquio che si svolge tra la volpe ed il piccolo Principe,
nel capitolo proprio all’amicizia dedicato da Antoine De
Saint Exupèry nel suo “Il piccolo Principe” e che, ogni qual
volta le rileggo, quando ho desiderio di rinnovellarle entro
di me, quando ne ho bisogno nei momenti bui, mi consolano e
con mia soddisfazione mi evocano commozione e pianto:
– Vieni a
giocare con me – le propose il piccolo principe – sono così
triste... – Non posso giocare con te – disse la volpe – non
sono addomesticata.
– Ah!
Scusa – fece il piccolo principe.... Cerco degli amici. Che
cosa vuol dire addomesticare?-
– È una
cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami...
– Creare
dei legami?-
– Certo –
disse la volpe. – Tu fino ad ora, per me, non sei che un
ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di
te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che
una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi
addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai
per me unico al mondo e io sarò per te unica al mondo... Ma
se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata.
Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli
altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il
tuo mi farà uscire dalla tana, come una musica.
E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io
non mangio il pane e il grano per me è inutile. I campi di
grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai
dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando
mi avrai addomesticato. Il grano che è dorato mi farà
pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano... Non
si conoscono che le cose che si addomesticano – disse la
volpe.
– Gli
uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai
mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti
di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un
amico addomesticami!-
Ma amore e amicizia sono accomunati però da qualcosa;
qualcosa li unisce inesorabilmente ed ineludibilmente
nell’ambito dei sentimenti umani: entrambi in un attimo
possono finire, svanire, perdersi, scomparire, lasciando
dietro di sé lo stesso vuoto e lo stesso dolore, lo stesso
sgomento e la stessa disperazione.
Ma oggi voglio parlare di amicizia, devo parlare di amicizia
e per farlo non ho trovato di meglio che aprire la mia
“scatola dei ricordi”, la scatola ove sono contenute,
racchiuse, mai ordinate, ma confuse, l’una sull’altra in un
marasma generale che non rispetta nessun ordine cronologico,
nessuna categoria di catalogazione, le mie foto del passato,
le foto della mia infanzia assieme a quelle dell’adolescenza
e dell’età matura, in un coacervo di bianco e nero e di
colori che mi affascina e mi sgomenta, mi rende felice,
facendomi saltare da momenti della mia vita ancora vicini e
ben presenti a me stesso, a epoche passate, ormai
lontanissime, quasi dimenticate, ma immediatamente rievocate
e rammentate dallo stimolo visivo.
Una vera giostra del tempo, del tempo della mia vita.
Ma questa volta non guardo a casaccio, non pesco nel mucchio
a occhi chiusi, lasciando alla sorte il compito di
suggerirmi alla memoria questo o quell’altro periodo della
mia vita. Questa volta vado a colpo sicuro, cerco una foto
in particolare, una foto che conosco molto bene e che saprei
descrivere a mente nei suoi minimi particolari per quante
volte l’ho ammirata e rimirata.
Ma eccola comparire avanti a me, farsi largo tra le altre,
reclamare il suo diritto di priorità e di privilegio su
tutte. È una foto in bianco e nero, e risale ai primissimi
anni ’50.
Raffigura due bambini, di due o tre anni, tre anni per
precisione, lo rammento bene, assieme ad un’automobilina a
pedali di metallo – la plastica ancora non esisteva -, che
per foggia ricorda e richiama evidentemente le auto di
quell’epoca, dei primi anni ’50.
La foto, naturalmente in bianco e nero, come si conviene a
quel tempo lontano, non rende merito ai colori, ma l’auto,
ne sono sicuro, era rossa, di un rosso fiammante, con
pneumatici di lusso, a fascia bianca laterale, come si usava
allora in quelle dei grandi. Sullo sfondo un orribile
mobile, moderno per quegli anni, con orrende decorazioni
floreali e vegetali sul fronte.
Il bambino in piedi, che volenterosamente spinge l’auto,
indossa dei meravigliosi calzoncini corti di maglia,
confezionati a mano, di taglia abbondante, per coprire
evidentemente lo spazio di più anni, mentre quello
comodamente seduto in auto, un grembiulino azzurro
sovrastante i vestiti buoni per non consumarli. Sul retro
della foto, scritta a matita con grafia femminile che ben
conosco e riconosco con commozione, una data: 21 giugno
1952.
Ma come faccio a conoscere così bene tutti questi
particolari?
Ovvio e facilmente immaginabile: uno dei due bambini sono
io, e per la precisione quello seduto al volante, felice,
nel giorno del suo terzo compleanno.
L’altro, quello che spinge, ma ben presto ci saremmo
scambiati i ruoli, nel rispetto, fin da allora, della parità
dei diritti, il mio amico di infanzia A.A., il fratello che
io, figlio unico, non ho mai avuto.
E siamo ancora amici, anche se le auto non sono più quelle
di allora e un’auto la possediamo entrambi, ma non più a
pedali, anche se lui non mi spinge più e non più indosso i
pantaloni corti di maglia, fatti a mano.
Ora lui è un avvocato di valore e docente universitario, io
uno psichiatra, ma la nostra amicizia è la stessa di allora,
a dispetto del tempo che è trascorso, dei capelli che non ci
sono più sul capo di entrambi, delle vicende della vita che
hanno segnato entrambi indelebilmente.
Quando lui, nel 1986 si ammalò di una grave malattia, molto
seria, della quale io per primo ebbi il sospetto, e per la
quale la sopravvivenza prevista nella migliore delle ipotesi
era breve, molto breve, piangendo, in un momento di
commozione, dissi a mio padre: “Perché proprio a lui che ha
moglie e una figlia? Perché non a me, che non ho nessuno?”.
Mio padre non capì, o finse di non capire e non profferì
risposta, come sempre. Ora la malattia non è guarita, ma è
sotto controllo. La medicina in questi anni ha fatto
miracoli.
Mi legano a lui tantissimi ricordi sparsi nel tempo,
tantissime avventure, tanti dolori, ma soprattutto un
grandissimo affetto che dura dalla nascita, nonostante le
grandissime differenze caratteriali, che inizialmente solo
intuibili, sono ora evidentissime in uomini maturi.
E mentre scrivo mi accorgo con commozione ed emozione che mi
compaiono avanti agli occhi, i quali si velano di un sottile
manto di lacrime trattenute, immagini e ricordi che si
affastellano l’uno sull’altro in maniera disordinata e
confusa e senza un ordine cronologico, ma con l’unico
denominatore comune di rappresentare episodi della nostra
vita in comune.
Si distinguono, le immagini, l’una dall’altra, solo per gli
abiti che indossiamo, testimonianza di diverse età e di
diverse epoche storiche e per i sentimenti che esse
suscitano, ora lieti, ora più di frequente tristi e
malinconici, ma tutti velati dello stesso tono di struggente
nostalgia.
C’è il ricordo, di quando, armati di tutto punto fin da
casa, ci recavamo nei mesi estivi lontani dalla scuola, a
villa Borghese, teatro dei nostri giochi di guerra, ove una
fontana che tutt’ora è presente, si trasformava in Fort
Apache, assediato dagli indiani e subito si sovrappone a
questo il ricordo delle prime feste nella casa ospitale di
una comune amica, teatro dei miei primi devastanti
insuccessi sentimentali e al contrario dei suoi invidiati
successi.
Sorrido nel rievocare entro di me la tragicomica esperienza
di due viaggi devastanti che compimmo assieme, nei
fantastici anni ’70 appena iniziati, con la mia mitica 500,
addirittura fin nella lontana Ungheria, allora ancora in
pieno clima sovietico. Ne riportai il frutto di
un’esperienza agghiacciante, di cui conservo ancora il segno
indelebile e che tutt’ora è ben viva nella mia mente.
Ci sono i fumetti che leggevamo assieme discutendo
animatamente sul valore di Topolino, il mio preferito,
rispetto a Paperino cui andava la sua maggiore simpatia,
indice già nella prima infanzia di evidenti differenze,
caratteriali ed ideologiche, che più tardi si sarebbero
espresse nella loro piena interezza.
Ma un episodio è ben chiaro e scolpito nella mia mente e
risale ai primissimi anni ’50, se ben ricordo il ’52, quando
avevo tre anni: eravamo entrambi intenti a giuocare, quando
mio padre, tornando da scuola, era un maestro elementare, mi
consegnò, come a volte avveniva, un piccolo regalo, che a me
appariva sempre meraviglioso; questa volta si trattava di un
piccolo carretto attaccato ad un cavalluccio di legno di
colore marrone; il mio amico, che evidentemente e sin da
allora nutriva simpatie comuniste, che in età adulta
sarebbero diventate una seria militanza, per nulla
comprensivo del mio diritto alla proprietà, si appropriò
proditoriamente e violentemente del carretto con annesso
cavallo, accingendosi a giuocarci da solo.
“Lascialo, è mio”; le rigide, violente parole che
immediatamente pronunciai, a difesa della mia proprietà,
ancora mi risuonano nella mente ed ora mi pesano in modo
insopportabile, così come ho sempre davanti agli occhi lo
sguardo attonito, intimidito, timoroso e smarrito del mio
amico, colto in flagrante; ma ciò che maggiormente e più
acutamente ricordo e mi affligge è l’adulto e violentissimo
senso di colpa che mi colse a tradimento, immediatamente
dopo aver pronunciato quelle parole sfortunate, infelici, e
che mi costrinse, mi obbligò, mi impose di cedere il mio
regalo all’amico, senza più poter giuocare con esso.
Ci sono anche altri ricordi, tanti, dolorosi, che non voglio
ricordare.
Ma subito dietro la prima, un’altra foto si affaccia e
presenta, violentemente alla mia vista; un caso? Una
fortuita coincidenza? Oppure essa è stata richiamata lì, si
è voluta presentare alla mia attenzione, suggestionata dal
discorso in atto, invogliata, quasi costretta dalla forza
del ricordo? Una casualità, o un fenomeno paranormale di
quelli che ogni giorno sono sotto i nostri occhi senza che
ci si presti attenzione?
Anche questa foto è in bianco e nero, pur risalendo ad
un’epoca più recente, seppur anch’essa lontana nel tempo.
Non posso descrivere i personaggi ad uno ad uno, perché sono
troppi e la loro disamina annoierebbe i lettori.
Posso dire solamente che si tratta di una classica foto
scolastica, di quelle che normalmente affollano gli album,
gli annuari delle scuole, ma questa è una foto particolare,
almeno per me, unica ed irripetibile: è la foto della mia
classe, la III E, ultimo anno del liceo, poco prima degli
esami di maturità, nell’ormai lontanissimo 1969, l’anno del
primo piede umano che calpestò il suolo della luna, per gli
altri, per la storia, ma per noi e solo per noi, “l’anno
della nostra maturità”.
Ci sono i miei compagni. Tutti? Quasi tutti, sulla scalinata
prospiciente l’ingresso del “Regio Liceo Giulio Cesare” di
Roma.
Gli abiti sono testimoni dei tempi e i nostri visi smunti e
forzatamente, artificialmente sorridenti esprimono tutto il
timore e l’ansia per i prossimi esami.
Il 12 Giugno scorso, in occasione del quarantunesimo
anniversario della “nostra maturità”, ci siamo rivisti
“tutti”, per ricordare. Sulla stessa scalinata una nuova
fotografia, riassumendo “tutti” le stesse posizioni di
allora.
Ho posto la parola “tutti” tra virgolette, non a caso, o per
una svista, ma coscientemente e volontariamente. Non eravamo
tutti presenti fisicamente: alcuni mancavano all’appello
perché già non più qui tra noi, altri perché gravemente
ammalati. Assenti giustificati.
Alcuni erano assenti perché forse non hanno avuto il
coraggio di confrontarsi con il tempo che passa, non hanno
avuto il coraggio di affrontare lo sgomento di non
riconoscere l’altro che ti sorride e ti saluta, o di non
essere riconosciuto, non hanno avuto il coraggio di scoprire
nel viso degli altri quei mutamenti che inevitabilmente
debbono aver colpito anche lui. Assenti ingiustificati.
Ma pur tuttavia eravamo “tutti presenti all’appello”,
presenti e assenti, giustificati e non giustificati, tutti
assieme un’altra volta, uniti tutti nel ricordo di ciascuno,
nell’affetto, nella solidarietà, nella fratellanza, che sola
unisce e cementa indissolubilmente chi ha avuto la fortuna
di vivere assieme, in quella età, un’esperienza così
importante e determinante, come quella della scuola.
A cena, più tardi, per vincere la malinconia che subentrava,
si insinuava e rischiava di sommergermi, ho cercato di
distaccarmi, di lasciare indietro le emozioni e di osservare
ad uno ad uno i miei compagni, chi medico, chi avvocato, chi
prefetto, chi consigliere di Stato, chi dentista, chi
professore, ma anche chi semplice impiegato, chi non ha
avuto successo materiale e non ha fatto carriera, chi ha
visto i suoi sogni frustrati e delusi, anzi soprattutto lui.
Siamo rimasti tutti eguali a noi stessi, ciascuno con le sue
caratteristiche ben visibili ed intuibili già da allora, con
i suoi pregi e difetti, con le sue miserie e le sue nobiltà.
Ci siamo lasciati con la promessa solenne di rivederci tutti
il prossimo anno. Chissà se ci saremo tutti, ancora lì, su
quella stessa scalinata.
Mi accorgo solo ora, e con sgomento, che avrei dovuto
parlare dell’amicizia e invece mi son lasciato prendere la
mano e ho parlato della mia amicizia.
Avrei dovuto parlare del concetto di “amicizia”, del De
amicitia di Cicerone, della amicizia per Aristotele
nella Etica Nicomachea, avrei voluto raccontare di
Oreste e Pilade, di Eurialo e Niso, di
Achille e Patroclo, di Narciso e Boccadoro, avrei
voluto citare i libri che parlano di amicizia e che dobbiamo
leggere, se vogliamo comprendere qualcosa di questa,
Capitani Coraggiosi e I libri della giungla di
Kipling, I ragazzi della via Pal di Molnar, Cuore
di De Amicis, Pinocchio di Collodi, Il giornalino
di Gian Burrasca di Vamba, L’amico ritrovato di
Uhlman, Il bambino con il pigiama a righe di Boyne,
Le braci di Sandor Màrai, Anniversario degli esami
di Maturità di Werfel, Cirano di Bergerac di
Rostand e in fine La grammatica di Dio di Stefano
Benni, come meraviglioso, struggente, commovente esempio di
amicizia tra un cane ed un uomo.
Avrei voluto invitarvi a vedere, o rivedere film come
Arrivederci ragazzi, Smoke, Il grande
freddo, L’Attimo fuggente, Il declino
dell’impero americano, Le invasioni barbariche,
Tempesta di ghiaccio, La scelta di Sophie, Cabaret,
L’Uomo di Alcatraz, Amici miei, C’eravamo
tanto amati, Una gita scolastica, Festa di Laurea,
L’ultima estate-ricordi di un’amicizia, Ragazze interrotte,
Mystic river, American graffiti, Stand by me,
Moonlight & Valentino, Mignon è partita, Pomodori verdi
fritti, Gli anni spezzati, Hachiko e invece
egoisticamente vi ho parlato della “mia amicizia”.
Vi chiedo scusa e per farmi perdonare prendo commiato
chiamando in aiuto Aristotele: Cos’è un amico? Una
singola anima che vive in due corpi.
*Dice di sé.
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, specialista in
psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi
profondamente libertario. Romanticamente illuminista.
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