Società
RAGIONE E SENTIMENTO OPERANO SEMPRE IN CONTRASTO?
La vicenda di un medico
tedesco ebreo che si rifiuta di operare un paziente
neonazista induce a riflettere su come operano, nella
nostra quotidianità, istinto e pensiero
Domenico Mazzullo
Abituati
come siamo, a leggere nelle pagine dei giornali, o peggio a
vedere in televisione notizie e immagini, spesso
raccapriccianti ed inutili di morti violente di uomini, per
mano di altri uomini, ci sembra quasi che senza una o più
morti, senza cadaveri in bella vista, per il macabro
godimento degli spettatori, la notizia non sia una notizia,
non sia degna di essere pubblicata e diffusa.
Per questo motivo sono stato molto colpito, direi
favorevolmente colpito, dal risalto che alcuni quotidiani,
tra quelli che leggo, hanno dato ad un evento conclusosi
senza morti e feriti, senza spargimento di sangue, ma che ci
fa riflettere, ci obbliga quasi a riflettere, a prendere
posizione in quanto esseri umani appartenenti a questa
comunità e ci impone un quesito, un interrogativo che solo
nel nostro intimo possiamo cercare di risolvere.
Il fatto è recente, ma non appartiene al nostro Paese, così
ahimè abituato a casi di malasanità che vedono medici
indagati per inadempienze, incompetenze, fatali leggerezze
nei confronti dei poveri pazienti, ma è avvenuto in
Germania, a Padenborn una città della regione occidentale
del nord-Reno-Vestfalia.
In ospedale il paziente, un uomo di 36 anni era già stato
anestetizzato.
Ma quando il chirurgo che si apprestava ad eseguire
l’intervento ha visto il tatuaggio che campeggiava su un
bicipite (la classica aquila posata su una croce uncinata
simbolo del nazismo) si è tirato indietro. Letteralmente. Si
è tolto la mascherina dal viso, ha svestito il camice verde
ed è uscito dalla sala operatoria, pregando un altro
chirurgo presente di operare al posto suo il paziente.
All’esterno, in una sala d’attesa era seduta la moglie del
paziente. Il quarantaseienne chirurgo le si è rivolto
direttamente con poche, ma inequivocabili parole: “Io non
opererò suo marito, signora, non posso, perchè sono ebreo,
la mia coscienza non me lo permette”. L’altro
chirurgo ha preso il suo posto, l’intervento è stato
eseguito con esito felice, il paziente sta bene.
Seguiva l’articolo del giornale il commento di una
giornalista, che leggo sempre, che stimo ed ammiro per il
suo coraggio e la sua lucidità, Fiamma Nirenstein3, di
evidenti, come svela il suo nome, origini ebraiche.
La giornalista, pur comprendendo le motivazioni del chirurgo
e cogliendo in esse delle attenuanti, ne stigmatizzava
l’operato intitolando l’articolo di commento “Ha sbagliato
da medico e da ebreo. Salvare la vita viene prima di tutto”
sintetizzando con queste parole il suo pensiero poi
diffusamente espresso.
Come medico, istintivamente e senza riflettere, mi sono
sentito dapprima solidale con il pensiero della giornalista,
così lucidamente e logicamente manifestato, ritenendo che il
mio collega ebreo-tedesco fosse venuto meno a quanto per noi
medici è sacro ed inviolabile, il giuramento di Ippocrate
che ci obbliga a prestare le nostre cure a chi ha bisogno
del nostro operato, prescindendo da ogni altra valutazione
di tipo personale, qualunque essa sia, senza se e senza ma.
È estremo ed evidente, per esempio, il caso in cui, in
guerra un medico è obbligato ad esercitare la propria opera
di aiuto nei confronti di nemici, o amici, se si trovano in
caso di necessità.
Altrettanto perentorio è l’imperativo categorico per ogni
medico di prestare soccorso spontaneamente ed immediatamente
a chi ne avesse bisogno e si trovasse in pericolo. Fermo
rimanendo tale inalienabile ed incontestabile principio,
riflettendo però con calma e tempo necessario e liberandomi
dalla emozione immediata che la lettura della vicenda ha in
me suscitata, sono stato costretto a rivedere la mia
posizione ribaltando completamente la mia deduzione.
In primis,
nel caso in questione non si configurava la fattispecie di
assoluta urgenza ed emergenza ed uno stato di necessità,
essendo il paziente ricoverato in ospedale e soprattutto
essendo un altro chirurgo in grado di intervenire al posto
del medico che rinunciava ad operare e quindi a prendersi
cura del paziente.
Ben diverso sarebbe stato il caso in cui il chirurgo ebreo
fosse stato l’unico in grado di operare, o l’unico medico
presente e disponibile, configurandosi in tale ipotetica
circostanza uno stato di assoluta necessità, che
assolutamente non avrebbe permesso al medico di sottrarsi al
proprio dovere.
Ma la
spiegazione dell’operato del chirurgo, che si è rifiutato di
operare è tutta nelle sue stesse parole, nelle poche
lapidarie parole che ha rivolto alla moglie del suo paziente:”Io
non opererò suo marito, signora, non posso, perchè sono
ebreo, la mia coscienza non me lo permette”.
Attenzione, il medico non ha detto non voglio, ma ha
detto non posso e ha aggiunto la mia coscienza non
me lo permette. Quale coscienza? Di ebreo? Di medico? O
ambedue?
La chiave di lettura dell’operato del medico è tutta in quel
suo non posso.
Ogni medico sa bene e deve sempre tener presente, che quando
non si trova in una condizione di assoluta necessità, come
ho specificato in precedenza, se le sue condizioni sia
psichiche che fisiche non sono tali da poter offrire al
paziente il meglio di se stesso o le sue capacità e
competenze professionali non sono tali da farlo sentire
adeguato al compito, deve rinunciare ad esercitare la
sua professione nei confronti del paziente.
In questo caso specifico non si trattava ovviamente di
competenze professionali, essendo il medico un chirurgo
pronto ad operare, quanto piuttosto di una situazione
psichica ed emotiva, venutasi a creare, al momento della
constatazione, per il medico ebreo, essere il suo paziente
un neonazista.
Mi è facile immaginare come il medico possa essersi sentito
non perfettamente libero ed esente da emozioni e turbamenti
d’animo, da sentimenti comprensibili e facilmente
immaginabili che avrebbero potuto renderlo, secondo la sua
coscienza, non perfettamente lucido ed adeguato al delicato
compito cui si accingeva e constatando questo, giustamente e
doverosamente, abbia rinunciato ad operare, affidando il
paziente ad un altro chirurgo.
Ben diverso sarebbe stato il caso in cui egli fosse stato
l’unico chirurgo a poter operare. In tale circostanza il
medico, con tutti i suoi turbamenti, sarebbe stato
costretto, dal suo dovere, ad operare.
Rovesciando le circostanze è lo stesso motivo per cui la
maggior parte dei medici rinunciano o rifiutano di prendersi
cura dei propri familiari, proprio perchè non si sentono
liberi da coinvolgimenti affettivi nei loro confronti, che
li renderebbero non obiettivi e lucidi nella diagnosi e
nelle terapie eventuali.
Mi rendo conto che tutti questi possono, o potrebbero,
sembrare discorsi accademici e forse superflui, visto che
tutto poi si è risolto positivamente.
Forse lo sono, forse così penserà chi ha avuto la pazienza
di leggermi fin qui, ma non per me, per me uomo e
soprattutto medico, per il quale rappresentano una
necessità, un motivo di riflessione, di approfondimento, di
autocritica anche e naturalmente, di autocensura. Ma
un’ultima riflessione mi viene fornita dall’episodio e va ad
aggiungersi alle tante constatazioni più volte fornitemi,
sull’argomento, dall’esperienza personale e professionale.
Spesso, mi è accaduto, come dicevo anche in questa ultima
circostanza, di esprimere valutazioni sulla scia di emozioni
e passioni, di stati d’animo emotivi, giudizi che poi devono
necessariamente non fermarsi lì, ma essere assolutamente
sottoposti al vaglio e alla critica serrata della nostra
ragione, che spesso giunge ahimè a conclusioni
diametralmente opposte alle prime formulate, creando entro
di noi un conflitto difficile da risolvere tra sentimento e
ragione.
Ma sentimento e ragione sono veramente due funzioni della
nostra psiche l’una contro l’altra armate? È mai possibile
che in noi si sviluppi quotidianamente una lotta intestina
tra le due? O non è forse più vero che entrambe le funzioni
siano necessarie alla nostra esistenza e si adoperino con
modi, ma soprattutto tempi diversi, per condurci ad un
giudizio sulla realtà che ci circonda?
Il sentimento infatti, inteso in senso lato, ci porta a
conclusioni rapide, ma necessariamente imprecise.
La ragione, più lenta, ci permette di esprimere giudizi più
tardivi, ma certamente più precisi e circostanziati.
Uno ha quindi il vantaggio della velocità nelle conclusioni,
l’altra di una maggiore precisione. Forse se riuscissimo ad
usare entrambi gli strumenti raggiungeremmo migliori
risultati.
Mi piace concludere a questo proposito, con la frase di un
grande psichiatra dei primi anni del secolo scorso, Kurt
Schneider, che considero il mio maestro, pur essendo egli
scomparso quando ero da poco nato, ma avendo studiato e
spero compreso tutti i suoi libri. Un uomo che fosse solo
sentimento, non sarebbe ancora un uomo. Un uomo che fosse
solo ragione, non sarebbe più un uomo.
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FRED UHLMAN
Ho esitato un po’ prima di scrivere che
“avrei dato volentieri la vita per un
amico”, ma anche ora, a trent’anni di
distanza, sono convinto che non si
trattasse di un’esagerazione e che non
solo sarei stato pronto a morire per un
amico, ma l’avrei fatto quasi con gioia.
Così come davo per scontato che Dulce et
decorum pro Germania mori, non avevo dubbi
sul fatto che morire pro amico sarebbe stato
lo stesso. I giovani tra i sedici e i
diciotto anni uniscono in sé un’innocenza
soffusa di ingenuità, una radiosa purezza di
corpo e di spirito e il bisogno
appassionato di una devozione totale e
disinteressata. Si tratta di una fase di
breve durata che, tuttavia, per la sua
stessa intensità e unicità, costituisce
una delle esperienze più preziose della
vita. (Da “L’amico ritrovato”,
1971)
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