LIBRI
L’ITALIA S’È MESTA
Dall’unità nazionale a Silvio
Berlusconi, il Belpaese visto dai corrispondenti stranieri
Mariano Sabatini*
Mettere
le mani in una materia magmatica come la realtà dell’Italia
che ci è toccato di vivere richiede una gran dose di sprezzo
del pericolo, forse di incoscienza. Quello che segue non è
un libro, piuttosto una fotografia, un’istantanea composita,
una Guernica di volti e voci. Perché attraverso il racconto
di italiani speciali, casuali, d’elezione, occasionali o, se
preferite, di passaggio andrà costruendosi l’epopea sincera
di questi anni. A costo di far apparire in sogno Indro
Montanelli (per la rabbia) a Marco Travaglio, che da anni va
giustamente predicando la scomparsa dei fatti, in questo
libro mi occuperò solo di opinioni. O, per meglio dire,
quasi esclusivamente di opinioni. A riportare i fatti, che
secondo una vetusta regola giornalistica dovrebbero
convivere con le opinioni da separati in casa, ci pensano
ogni giorno i valentissimi colleghi italiani di quotidiani,
periodici, televisioni, radio e internet.
Opinioni dunque, sensazioni, impressioni, stati
d’animo, suscitati tuttavia dall’esperienza diretta,
talvolta annosa, di professionisti dell’informazione che
vivono accanto a noi, impegnati nella diuturna impresa di
raccontare il nostro Paese per conto delle nazioni di
nascita.
Ho deciso di partire in
ricognizione di quel mondo parallelo, e per lo più
sconosciuto ai lettori italiani, rappresentato dai
corrispondenti stranieri che vivono nelle nostre città. È
stato come aprire una porta segreta. Ed eccomi tra
giornalisti inglesi, francesi, spagnoli, cinesi, tedeschi,
americani, russi, africani, che consumano le loro giornate
di lavoro raccontando splendori, miserie, insensatezze,
rivoluzioni, arretratezze del Belpaese, e di cui si parla
solo quando nascono polemiche per le cronache impietose
apparse su testate storiche e autorevoli. In modo fortuito,
legato per lo più alla volubilità e alla imperscrutabilità
dei meccanismi comunicativi. Al contrario, l’ampio,
sistematico carosello di voci catturate da L’Italia s’è
mesta compone un ritratto sentimentale, o se volete
emotivo, della nostra malandata nazione attraverso il
vissuto dei cronisti d’oltreconfine: qual è stata la prima
impressione che hanno avuto arrivando in Italia, come ci
vivono, quali motivi di scontento o di entusiasmo li anima;
che giudizio danno di Berlusconi e del berlusconismo o delle
indebite intromissioni della Chiesa nella politica italiana;
se pensano che la sinistra saprà trovare una fortunata via
di risalita. Le “firme” di Itar-Tass, Arte, El Mundo, Le
Figaro, Business Week, The Herald, Frankfurter Allgemeine
Zeitung, CNN, BBC, Financial Times, Nouvel Observateur,
etc., si esprimono sulle affezioni dilaganti del Palazzo; le
aberrazioni di una tv sempre più becera, volgare, faziosa; i
tagli alla cultura e gli attacchi dei ministri Brunetta e
Bondi ai cineasti italiani; il baratro su cui pencolano
scuola, università e ricerca italiane...
E se davvero, perdonatemi la
parafrasi, l’Italia s’è mesta perché dell’elmo di Silvio
s’è cinta la testa avremo, forse, alla fine di questo
ideale viaggio anche la pozione per tornare a destarla.
Oppure ricaveremo motivi sufficienti per fare i bagagli,
aggiornare il passaporto e prenotare un viaggio di sola
andata per gli antipodi. In ogni caso, lo sguardo dei
giornalisti stranieri risulterà prezioso per quel minimo di
utile separazione che li affranca dal palpitare delle cose,
dei fatti, dei personaggi. Come per la pittura
impressionista, composta da tocchi e macchie, serve fare due
o tre passi indietro per avere una migliore visione
d’insieme, è altresì consigliabile affidarsi alla
extracomunitaria freddezza professionale per valutare eventi
e mutamenti di questa Italia del Terzo Millennio.
Consapevoli che il prezzo da
pagare potrà essere l’imbarazzo che i vizi, gli intrallazzi,
le corruzioni o la semplice stupidità dei connazionali più o
meno illustri susciteranno nel corso delle conversazioni che
seguiranno.
Ogni occasione, del resto, è
buona per farci riconoscere e, come ammoniva Alberto Sordi
ne Il Vigile ad una Marisa Merlini colpevole di aver
ecceduto con lo champagne, bisognerebbe fare attenzione a
non mostrarsi al naturale.
Pensate solo a Il più grande,
sgangheratissimo varietà di Raidue condotto da Francesco
Facchinetti, che si prefiggeva di eleggere l’italiano
maggiormente rappresentativo affidandosi a due giurie;
quella immancabile dei vip (Maurizio Costanzo, Mara Venier,
Vittorio Sgarbi, etc.) e l’altra composta da rappresentanti
della stampa estera. Se si esclude il tedesco Andreas
English, alquanto integrato e chiassoso, gli altri – la
statunitense Patricia Thomas, l’inglese Jennifer Grego, il
francese Eric Jozsef e lo spagnolo Antonio Pelayo –
apparivano spaesati, sulle loro teste mancava poco che si
materializzasse il lettering da fumetto: “che ci faccio io
qui?”. Domanda valida non solo per i contesti televisivi,
considerato che le cronache ci forniscono ogni giorno motivi
per alimentare uno strisciante senso d’estraneità.
Dovrebbe dirci qualcosa che
Giovanni Falcone, il grande magistrato trucidato dalla mafia
nel maggio del 1992, avesse scelto come interlocutrice la
francese Marcelle Padovani per sviscerare le Cose di Cosa
nostra, bellissimo e dolente libro sugli intrecci tra
poteri e malavita siciliana organizzata.
La corrispondente del prestigioso
Nouvel Observateur mi confessò tempo fa di andare
molto fiera di quel lavoro e a proposito del nostro modo di
intendere il giornalismo è, purtroppo giustamente, severa:
“Se le inchieste non si fanno quasi più perché costano e
sono considerate poco redditizie dalla stampa di tutto il
mondo, per quella italiana c’è una variabile in più: i
colleghi tendono sempre di più a testimoniare polemiche
senza approfondirne il motivo, senza cercarne la causa o il
contenuto, senza cercare dov’è la verità. Si accontentano di
contrapporre uno che pensa bianco ad uno che pensa nero,
senza prendere il coraggio di andare a verificare se la
verità non sia piuttosto di colore verde”. Come darle torto?
Polemico, da tempi non sospetti, con il sistema
d’informazione dello Stivale il giornalista Wolfgang Achtner:
già nel 1994, in un convegno a San Marino, ebbe modo di
dichiarare che “i telegiornali italiani sono i peggiori del
mondo”. Il Corriere della Sera riportò i duri giudizi
di questo don Chisciotte a stelle e strisce, nostro
concittadino da oltre quarant’anni, collaboratore tra gli
altri di ABC e CNN: “L’informazione della Rai
e della Fininvest è di pessima qualità. Le vostre tv
dovrebbero prendere a modello
la BBC o le grandi reti americane. Da noi,
giornali e tv basano le loro entrate sulle vendite e sulla
pubblicità e soltanto se sono credibili possono sopravvivere
sul mercato. In Italia, invece, la Rai ha stravolto il termine
delle parole per cui pluralismo, in realtà significa
lottizzazione politica. E la Fininvest (non si
chiamava ancora Mediaset, n.d.a.) ha imitato in peggio la Rai: la sua informazione,
anziché puntare alla qualità, è stata messa da Berlusconi al
servizio del “principe” e poi di “se stesso”. Sotto tiro
l’allora vicedirettore del Tg1 Claudio Angelini e il
direttore del Tg4 Emilio Fede: “Quando era Presidente della
Repubblica, Francesco Cossiga usava i Tg della Rai per i
suoi attacchi personali. Il colmo è stato quando Angelini si
è presentato in campagna elettorale come ‘il microfono del
presidente’. Una prodezza che non gli ha impedito di
ritornare al telegiornale dopo l’insuccesso elettorale.
Quanto a Fede, mi dà i brividi. Se la sua va presa come una
parodia dell’informazione tv, ok... Con Fede siamo a un
passo dalla faziosità totale della propaganda di Goebbels. I
suoi collegamenti con Paolo Brosio dal Palazzo di Giustizia
di Milano hanno eguagliato i successi delle grandi coppie di
comici d’avanspettacolo...”. Condivisibile, benché oggi i
responsabili siano in parte cambiati.
Ed eccovi servita una
significativa testimonianza. Pesano come macigni le parole
che Giulio Borrelli, già direttore e attuale corrispondente
da New York di quello che era una volta il più autorevole
notiziario italiano, scrive nel suo recente pamphlet Le
mani sul Tg1: “Una lobby
politico-imprenditoriale-giornalistica che ha uno dei suoi
avamposti nel Tg1, con scambi di favori vari”. Il problema
non è solo l’innegabile faziosità incarnata dagli editoriali
del direttore perché, come annota Borrelli, Augusto
Minzolini “compare sempre per difendere il governo di
centrodestra e le tesi berlusconiane”. In realtà seguendo le
edizioni del principale Tg Rai abbiamo l’illusione di vivere
nel paese dei balocchi – tra servizi sui nuovi gusti del
gelato, le scuole per maggiordomi, la depressione dei
cani... – e dobbiamo fronteggiare il terrore collodiano di
risvegliarci tutti somari e di finire scaraventati in mare.
Le terre dantesche e le genti del bel paese là dove ’l sì
suona sono state e sono tenute da secoli sotto stretta
sorveglianza da scrittori, poeti, giornalisti stranieri.
Questo induce una riflessione semplice: o siamo molto amati
o siamo molto odiati. Io propendo per la prima che ho detto.
Che ne dite? Non si dedicano tempo, energie, risorse a
qualcosa che ci suscita disprezzo.
Per secoli il famoso grand
tour europeo ha previsto nello Stivale una tappa
fondamentale per l’educazione e il risveglio del gusto nelle
giovani menti. Non vi stupisca che, sul finire del
Settecento, nel suo Viaggio in Italia Johann Wolfgang
Goethe abbia espresso un giudizio tanto severo sugli
italiani: “Null’altro saprei dire di questo popolo se non
che è gente allo stato di natura, gente che, in mezzo agli
splendori e alle solennità della religione e dell’arte, non
si scosta di un capello da quel che sarebbe se vivesse nelle
grotte e nei boschi”. Lo scrittore tedesco era sconvolto
dalla violenza che respirava a Roma, dove si perpetravano
tanti omicidi, come dall’insensibilità nei confronti della
sua storia: “Ma, confessiamolo, è una dura e contristante
fatica quella di scovare pezzetto per pezzetto, nella nuova
Roma, l’antica; eppure bisogna farlo, fidando in una
soddisfazione finale impareggiabile. Si trovano vestigia di
una magnificenza e di uno sfacelo che superano, l’uno e
l’altro, la nostra immaginazione. Ciò che hanno rispettato i
barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma”.
Parole di sorprendete attualità, benché scritte oltre due
secoli fa.
Le impressioni romane di Charles
Dickens, che tra il 1844 e il 1845 viaggiò nelle nostre
terre e realizzò le sue Pictures from Italy per il
Daily News, non sono meno dure: “Mi parve ci fossero
lunghe vie di case e ordinarie botteghe, quali si trovano in
qualsiasi città d’Europa. C’era gente affaccendata, carrozze
con servi in livrea, signori a spasso, una moltitudine di
loquacissimi forestieri. Non era quella, la mia Roma più di
quanto lo sia place de la Concorde a Parigi, la Roma che ognuno immagina:
diruta, a brandelli, addormentata al sole tra cumuli di
macerie. Sapevo sì di poter trovare il cielo grigio, la
fredda monotona pioggia, le strade di fango; ma a questo no,
non ero preparato.
Confesso di essere andato a
letto, quella sera, d’umore assai indifferente, con
l’entusiasmo del tutto spento”. E mentre lo scrittore
assisteva ad una esecuzione capitale per taglio della testa:
“Le mie tasche vuote furono ‘saggiate’ parecchie volte dai
gentiluomini che circolavano nella calca”.
La nobile arte dello
scippo che affonda le sue radici nella notte dei tempi.
Svariati decenni dopo. Chi legge Il cuore oscuro
dell’Italia di Tobias Jones deve rassegnarsi a farsi
pervadere, pagina dopo pagina, dalla sensazione di assistere
al dipanarsi di una storia d’amore altalenante. Dopo essersi
laureato in Storia moderna ad Oxford, lo
scrittore-giornalista si era stabilito a Parma, da dove
aveva firmato reportage per Indipendent, Guardian,
Financial Times, culminati nel 2003 nel suddetto
volume-ritratto uscito in prima battuta in Gran Bretagna.
Ebbene, fin dalle prime pagine Jones ci scaraventa in faccia
l’arretratezza culturale in cui versiamo e di cui anche lui
subiva le conseguenze, dovendo ogni volta penare anche solo
per comunicare nome e cognome, tra esempi cinematografici
(Jones... come Indiana Jones!) e sfottò canzonettistici (Tobias...
come lo zio Tobia della Vecchia Fattoria). Con simili
premesse, figuriamoci se possiamo stupirci – mentre
l’indignazione è d’obbligo – dello strisciante razzismo ai
danni dell’antipatico, supponente, rissaiolo Super Mario,
calciatore interista, “colpevole” di parlare perfettamente
il nostro idioma ma di avere la pelle nera, essendo nato da
immigrati ghanesi e poi adottato dalla famiglia Balotelli.
Non odio, allora, piuttosto
orgoglio tradito, e dunque sentimento d’amore avvilito,
animano anche queste pagine. A mia parziale discolpa, il
concepimento stesso del libro che vi trovate, per ventura o
per scelta, tra le mani, trova inconsapevole, fortunosa
legittimazione in una frase scritta nel 1950 da Montanelli
sul Corriere e riportata da Paolo Di Paolo in La
mia eredità sono io: “Non è vero che la patria si
difende senza discutere; la si difende discutendola, così
come è discutendo la nostra società borghese e denunziandone
noi stessi i difetti e le debolezze che la si puntella”. Per
il principe del giornalismo nostrano era questa “l’unica
manifestazione veramente producente di patriottismo e di
solidarietà”. Condivido.
Da tempo penso che Il
Gattopardo, il romanzo modernissimo di Giuseppe Tomasi
di Lampedusa su un’Italia che andava mutando forma e
prendendo coscienza di sé, protagonista un futuro
connazionale lucidissimo e disincantato, dovrebbe essere più
letto e studiato al liceo. Nel capitolo in cui il buon
Chevalley, il piemontese mandato dal governo,propone al
principe di Salina il laticlavio da senatore, don Fabrizio
Salina rifiuta, opponendo come motivazione l’inanità dei
suoi conterranei e sua: “Non nego che alcuni siciliani
trasportati fuori dall’isola possano riuscire a smagarsi:
bisogna però farli partire quando sono molto, molto giovani:
a vent’anni è già tardi; la crosta è già fatta, dopo:
rimarranno convinti che il loro è un paese come tutti gli
altri, scelleratamente calunniato; che la normalità
civilizzata è qui, la stramberia fuori”. Parole profetiche
che ormai, a centocinquant’anni dall’Unità, possiamo
serenamente estendere all’intera nazione. Se si nasce e si
cresce qui si viene presi da colpevole incantamento, un
maleficio per cui non sappiamo distinguere cosa è bene e
cosa ci condanna all’abisso.
Una visione illuminata sul nostro
paese ce l’ha offerta lo storico Denis Mack Smith in
Storia d’Italia dal 1861 al 1997. In un una nota
aggiunta nel 1999 scrive: “Se l’Italia è un paese
incommensurabilmente più sano e florido che nel 1861, ciò si
deve soprattutto al fatto che i cittadini hanno esercitato
delle qualità di flessibilità e di intraprendenza che erano
state tanto ammirate nei secoli passati. Se i problemi
aperti sono tuttora numerosi, ciò si deve in gran parte al
fatto che il sistema elettorale non è riuscito a produrre
governi forti basati su una solida maggioranza parlamentare,
e in parte minore alla mancata creazione dei controlli e
contrappesi necessari al corretto, efficiente funzionamento
di un sistema rappresentativo”.
Due autorevoli pareri sulla
capacità degli italiani di sopravvivere al vento avverso,
l’abilità nel cambiare idee, pelle, divisa... L’attitudine
ad andare Senz’olio contro vento, come la superba
Rita Levi Montalcini ha intitolato una serie di bei ritratti
di italiani a lei cari.
Astuzia volpina,
camaleontismo ma anche condanna autoinflitta, iscritta nel
comune destino. Ho sentito il bi sogno di chiedere lumi a
chi ci guarda, in molti casi con maggiore partecipazione di
quanto non facciamo noi stessi, grazie a quel tanto di
ideale distanza necessaria. E non vi sembri paradossale.
*Dice di sé.
Mariano Sabatini ha fatto l’autore televisivo (Tappeto
volante, Parola mia, Uno Mattina, Adesso sposami) e ha
smesso per scelta, un po’ disgustato dall’ambiente. Continua
ad amare il mezzo televisivo e, infatti, spesso ne scrive
malissimo sul quotidiano Metro e su TiscaliNotizie, dove ha
delle rubriche di critica. La definizione in cui si
riconosco di più la deve alla sublime Barbara Alberti: “Sabatini
è cattivissimo, perché troppo buono per dire bugie”. Scrive
libri (La sostenibile leggerezza del cinema, Trucchi
d’autore, Altri Trucchi d’autore, Ci metto la firma!), ma il
suo sogno sarebbe cucinare per mestiere. Fa delle ottime
lasagne, delle succulente ciambelline al vino e una pizza
strepitosa.
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