LIBRI

LUIGI DE PASCALIS
E IL SUO GATTOPARDO ABRUZZESE


Ne La pazzia di Dio rivive la storia di una famiglia e di un’epoca che sembrano ormai perdute per sempre. “La società in cui viviamo è immemore di troppe cose, credo sia importante far rivivere ciò che non c’è più”


 

Fabio Marson*

 

In un solare paesino della Maiella, nel 1895, nasce il bambino che assisterà, da rampollo della fiera e nobile famiglia Sarra, allo sgretolarsi del mondo contadino e alla fine politica e poetica dell’Ancien Régime. C’è il perduto erotismo degli accoppiamenti fin de siècle, qui rurali e imperativi, che istillano nostalgia; c’è l’umbratile palazzo del borgo dove transitano i vivi e i morti; c’è il collegio dei preti “scarrafoni” nella Napoli del Grand tour; l’avvento della prima Guerra mondiale. Poi, il rapido e penoso tramonto di un mondo di cui l’epidemia di spagnola e l’avvento del fascismo celebrano il funerale.

 

Come è nata l’idea del romanzo?

“Ho preso spunto dai racconti della mia famiglia. Il tesoro, il fantasma del protonotario, custode delle tradizioni, sono tutte cose vere. La gestazione del mio romanzo La pazzia di Dio, secondo volume di una trilogia, ha una storia molto lunga, iniziata nel 1980. Il mio intento iniziale era quello di un unico romanzo, ma le difficoltà a pubblicare mi hanno costretto a cambiare percorso. Il realismo fantastico è un genere ostico per gli editori: il mio manoscritto per alcuni era troppo fantastico, per altri troppo reale. Insomma, non andava mai bene. Quindi ho deciso di dividerlo in 2 volumi, e allora pubblicarli è stato più facile. Si tratta di una lunga storia a ritroso; il 3° volume, in pubblicazione, narra la storia del padre di Andrea, della sua esperienza in Africa”.

Perché le vicende di una famiglia contadina dovrebbero interessare i lettori del 2010?

“È un problema che non mi sono posto. Credo che noi tutti viviamo sulle macerie del vecchio mondo, che non è morto con la televisione come dicono in molti.

È morto prima. Quello che mi ha interessato è stato compiere un’operazione di memoria. La società in cui viviamo è immemore di troppe cose, credo sia importante far rivivere ciò che non c’è più. Inoltre la storia che racconto è importante. Fino al 1909/1910 l’Italia era piena di grandi artisti, penso a Picasso, D’Annunzio, Carrà, ma sono solo alcuni. Anche questi giganti sono stati arruolati nella Grande Guerra, assieme alle migliaia di contadini.

Sono tornati i più forti e i più fortunati, non necessariamente i migliori, ma ormai erano persone completamente diverse. Il mondo è cambiato drasticamente. La Prima guerra mondiale, poi, è stata rivoluzionaria: la guerra è diventata industria, le vite dei soldati sono state freddamente mercificate. Succede ancora adesso: la guerra tiene in piedi l’economia di molti stati, è il consumo perfetto. Quello che interessa a me, come scrittore, è raccontare questi momenti di passaggio, secondo me fondamentali”.

 

Come dalla letteratura fantastica è passato a cimentarsi nel romanzo storico?

“Per una questione di eleganza. Posso raccontare la storia nel modo più vicino possibile alla realtà. Dopotutto, la vicenda di fantasia dà solo un’interpretazione della realtà, che è la stessa cosa che fanno gli storici nei loro saggi: interpretazioni soggettive. Anche quando uno storico scrive in modo oggettivo, in realtà la sua opinione c’è sempre, sotto forma magari di aggettivo. Pensa che spesso gli studiosi non considerano validi certi documenti solo perché svaluterebbero la loro tesi. Allora preferiscono ignorare.

Ho scritto un saggio su Adriano Castellesi, braccio destro di papa Borgia. Gli storici lo danno per scomparso nel 1521, perché nessun documento attesta notizie dopo quella data. Io però ho trovato una possibile prova del contrario. Sai dove? Nelle pasquinate, dove un documento afferma che il Castellesi si era nascosto presso un cardinale. E la data è posteriore al 1521. Quindi, se la storia ci viene comunque tramandata attraverso punti di vista, tanto vale farlo attraverso un romanzo”.

Perché ha scelto la narrazione in prima persona? Come ha fatto a calarsi in un personaggio così distante da lei?

“Ho scelto la prima persona per permettere al lettore di immedesimarsi completamente nei panni del protagonista. Per quanto riguarda me, il percorso che mi ha portato a immergermi nel suo mondo e nel suo punto di vista è stato molto vario e intenso. Sono partito dai racconti di mio nonno, che in quella guerra c’è stato (e che, come il padre del protagonista, teneva delle foto della campagna d’Africa nascoste in salotto), poi da tante fotografie e dai diari a disegni.

Preferisco lavorare davanti alle immagini che davanti ai documenti, così posso asciugare la prosa e lasciar parlare loro. Da queste illustrazioni, ad esempio, ho preso spunto per descrivere i contadini del Sud che vedevano la neve per la prima volta. A quel tempo molti non si spostavano mai dai loro luoghi d’origine. In ultimo ho lavorato su me stesso; quando scrivevo, chiudevo gli occhi e mi immaginavo l’ambiente che vedeva Andrea. In questo modo capivo cosa mancava, cosa dava per scontato e via così. Ho ricostruito tutto”.

 

Come ha conosciuto la famiglia Sarra. Cosa l’ha affascinata?

“In realtà la famiglia Sarra non esiste. Il racconto prende vita da una mia visita alla casa del padre di mia nonna (Camillo). La casa era grande, con una decina bagni, ma in stato di abbandono. Allora ho iniziato a immaginarmi come poteva essere un tempo, chi ci abitava e di cosa si discuteva tra quelle mura. Ho inventato una famiglia partendo da alcuni personaggi della mia famiglia realmente esistiti”.

 

La religione è un elemento così forte da dare il titolo al romanzo. Lei crede in Dio?

“Sono un grande appassionato di storia della religione e ritengo di avere un forte senso della sacralità, ma no, non sono credente. Mi sento invece più vicino a certe concezioni buddiste. Sono convinto che l’umanità ha una sua sacralità, un po’ come in una foresta gli alberi sono tutti uniti sottoterra.

Malgrado ciò, confesso che il titolo non è mio. Io volevo chiamarlo “Il cielo dentro il monte”, molto meno efficace. Poi il mio editore mi ha proposto La pazzia di Dio e mi è piaciuto subito: nella storia che ho raccontato, come nella vita di sempre, la pazzia è ovunque. Anche in Dio. È un titolo perfetto”.

Per ogni domanda ci sono almeno dieci risposte. Lavorando al libro ha trovato delle risposte ? E delle nuove domande?

“Ho trovato risposte sorprendenti che hanno portato con sé nuove domande. Una su tutte: l’amore regala attimi di grande felicità e poi ti lascia a te stesso. Il vero motivo della vita, allora, sta altrove. Spesso il buono che cerchiamo ce l’abbiamo vicino e neppure ce ne accorgiamo, o ce ne accorgiamo tardi. Vedi Andrea e Mimmina”.

 

Ha descritto l’epidemia di spagnola con straordinaria efficacia. Ci sono elementi autobiografici anche qui?

“Mio nonno mi ha raccontato spesso l’impatto devastante della spagnola. Il ricordo era ancora nitido dopo 30-40 anni. Inoltre provengo da una famiglia che sforna medici dal XV secolo (pure io ho studiato medicina per 4 anni), ho potuto accostarmi a molto materiale e a tante fotografie. Hai presente il personaggio di zio Sigismondo, il medico? Ecco, quello è tale e quale al gemello di mio padre, medico. La spagnola è stata una tragedia di cui non si parla quasi mai. Ho voluto darle un rilievo particolare perché ritengo sia un evento sottovalutato: in un certo senso, se non ci fosse stata la spagnola forse non avremmo avuto il Fascismo”.

 

Perchè?

“Per arruolare migliaia di contadini, il governo italiano garantì la concessione di terre. Una promessa che non avrebbe mai potuto mantenere, come sempre è successo nella storia quando uno stato promette la terra ai contadini. Invece, con l’epidemia di spagnola la popolazione s’è ridotta a tal punto che molte terre sono rimaste orfane di padroni. Per questo poi molti di loro hanno potuto ricevere quanto era stato loro promesso. È successo anche in precedenza. Con le grandi epidemie la popolazione si decimava e la terra passava in mano a pochi, che trovavano all’improvviso l’occasione per vivere di rendita ed elevarsi culturalmente. In un certo senso, il Rinascimento è figlio anche delle epidemie”.

 

Nel romanzo, passata la spagnola, la nuova generazione si immedesima nella precedente. Oggi cosa è rimasto, cosa si è perso e cosa è nato?

“Siamo diventati la prima fila sapendo di essere diversi. La mentalità della mia generazione è ancora contadina: abbiamo dovuto imparare a usare il computer e a immaginare il futuro, che non è poco. Per questo devo ringraziare la letteratura di fantascienza degli anni ‘50, e la rivista Oltre il cielo. Certo, il futuro è diverso da come ce lo immaginavamo, ma siamo comunque riusciti ad adattarci. Resta però la sensazione di aver sostituito male la generazione che ci ha preceduti. Oggi mi sembra che sia diverso l’apprendimento, l’istruzione in generale. E c’è meno memoria del tempo che fu.

Il mio mentore è stato Carlo Ludovico Ragghianti, con cui ho avuto una fitta corrispondenza. Ha scritto un libro su Brunelleschi così bello che io, quando lo lessi, capii che non sarei mai arrivato tanta bellezza. In quel momento presi coscienza di far parte di una generazione diversa. Voglio dare un consiglio ai giovani: non smettete mai di imparare!”.

 

Come nasce un libro. Com’è la giornata tipo di uno scrittore?

“Le idee le prendo sempre da fatti reali che leggo su internet e soprattutto sui quotidiani. Poi ci penso su. Quando ho sviluppato l’idea, mando una proposta di 4-5 pagine all’editore. Se gli interessa, firmiamo un contratto o un precontratto in cui mi impegno a scrivere il libro nell’arco, in genere, di un anno. Da noi in Italia, comunque, funziona diversamente che in altri paesi, come negli Usa. Lì vendiamo i libri, qui le persone. È tutto un gioco di buoni contatti, conoscersi e conoscere le persone che lavorano con te è fondamentale. L’editore deve essere sicuro che porterai a termine l’impegno. A romanzo terminato, il mio editore in genere stampa 300 copie che distribuisce a librai e distributori. Se piace, e se l’autore ha già venduto in passato, è fatta.

Per quel che mi riguarda, lavoro molto bene nel paese in cui vivo, Tarquinia. In paese ho più tempo e concentrazione. Qui a Roma perdo 40 minuti solo per il parcheggio! Quando lavoro mi circondo di libri, leggo di tutto. Se in un romanzo ho a che fare con molti personaggi, sfrutto la tecnica di Dickens: ogni personaggio ha una sua scheda. Appena finisco di descriverlo, la scheda passa in fondo al mazzo. Così ho un controllo generale dei miei personaggi, e so dove andare a pescare nel caso abbia bisogno dell’intervento di uno di loro”.

 

E per ricostruire parlate che non ci sono più?

“Ho una tecnica mia che funziona benissimo, l’ho usata per ricostruire l’italiano del Cinquecento nel mio libro su Cellini. Scarico da internet dei documenti d’epoca e li sottopongo alla correzione automatica di Word: bene, tutte le parole segnate come errori sono quelle cadute in disuso. Io le raccolgo e le uso per costruirci la parlata del personaggio”.

 

Il genere fantasy sta vendendo bene. Perché non sfrutta il momento?

“Premetto che il termine fantasy non mi piace. Fantastico funziona meglio. Negli anni ‘60 ho accettato la dichiarazione di poetica di De Turris: dobbiamo fare riferimento alla nostra mitologia e alla nostra cultura. Il fantastico nei miei romanzi c’è sempre, ma si lega al reale in modo indissolubile. Il mio è un realismo fantastico, che in Italia non si vede abbastanza. Pensa al cinema: i film sono quasi tutti incentrati sull’esistenza quotidiana e reale, il fantastico non lo azzarda più nessuno. Miracolo a Milano sarebbe difficile da avere oggi, è un genere morto con Fellini e con i produttori di un tempo”.

 

Quali sono i suoi modelli?

“Borges, Buzzati e Tomasi di Lampedusa (la mia scuola di scrittura si chiama Il Gattopardo). Poi Marquez e Amado, bravissimo nel coniugare immaginario e quotidiano”.

 

Ha qualche novità imminente?

“Sì, è in pubblicazione un giallo di fantascienza sulla genetica mal usata, vista come discriminante tra l’oggi e il domani. È ambientato nel futuro: gli operari sono rimpiazzati da robot sfruttabili fino alla morte, e ciò ha causato una grave crisi del lavoro. Per sopravvivere, gli uomini si vedono costretti a fingersi macchine per poter lavorare”.



*Dice di sé.
Fabio Marson. Triestino, cinefilo, bassista, a volte clown involontario. Ama i libri e dormire all’aria aperta. Pelo corto, risponde al nome che più gli aggrada in quel momento. Quasi sempre con un sorriso.




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