LIBRI
LA PAZZIA DI DIO
La grande guerra e l’epidemia
di spagnola hanno spazzato via la parte migliore di una
generazione. La morte di milioni di uomini ha segnato la
fine di un mondo, delle sue tradizioni...
Luigi De Pascalis
Il
14 dicembre 1915, poco dopo le due del pomeriggio, smontammo
dai camion sulla piazza principale di Portogruaro. Eravamo
cinquanta novellini freschi di nomina e tre battaglioni di
fanteria, tutti assegnati alla III Armata. Pioveva e attorno
a noi c’era un caos di macerie, fango, casse, muli e
soldati.
E poi autocarri, blindati, pezzi di artiglieria: una
bolgia!
Appena smontati dai mezzi, un
ufficiale ci spinse a braccia spalancate verso un angolo, né
più né meno che se fossimo stati un branco d’agnelli allo
sbando.
Poi lesse a squarciagola i nostri
nomi e le rispettive destinazioni.
Io e altri due compagni di corso,
Francioni e Varano, eravamo stati assegnati come comandanti
di plotone alla IV Compagnia, I Battaglione, II Reggimento.
Allo “sciogliete le righe” ci
mettemmo gli zaini in spalla e, sotto una pioggia a scrosci,
andammo di corsa verso il Comando di Compagnia, una
stanzetta fredda e disadorna accanto al Comando di
Battaglione.
Il nostro reparto era agli ordini
del capitano Iacobucci, un uomo severo, capace, con capelli
castani e baffi ispidi dello stesso colore. L’unico altro
ufficiale del contingente sopravvissuto ai primi mesi di
guerra era il tenente Marotta, un napoletano robusto,
gioviale, tuttavia capace di sorprendente freddezza.
Marotta era scuro di pelle, nero
di capelli e sfoggiava un pizzetto che gli dava un’aria
vagamente risorgimentale. Quando sorrideva, però, la sua
espressione marziale si trasformava in quella di un
ruminante pacato e satollo. Nulla di più sbagliato: l’uomo
aveva un coraggio incredibile ed era capace di sfuriate
apocalittiche!
“Siete volontari: è giusto
sappiate in che situazione siete venuti a ficcarvi” esordì
il capitano appena ci vide. “I due eserciti sono schierati
lungo una linea che non ha ragioni tattiche o strategiche,
ma è il risultato meccanico della situazione geografica
sommata alla portata delle artiglierie. Da qui lo stallo – e
che stallo! – in cui ci troviamo.
È opinione comune che potranno
sbloccarlo solo il coraggio dei soldati, la determinazione
degli ufficiali e l’abilità tecnica e strategica dei
generali”.
Ci guardò in faccia uno a uno,
forse domandandosi se saremmo stati migliori o peggiori dei
subalterni che aveva perduto durante l’offensiva di autunno.
Marotta ci strizzò l’occhio e ci sussurrò:
“Non date retta: da queste parti
è opinione ancora più comune che avremmo più possibilità di
farcela se i piani, modestamente parlando, li facessimo noi
e all’attacco dei nidi di mitragliatrici ci andassero gli
abili tattici dell’Alto Comando. Naturalmente sempre con
coraggio e determinazione pari a quelli della truppa, ci
mancherebbe altro!”.
Il capitano sentì.
“Marotta, per carità di Dio!
Questi ragazzi non sono ancora così rincoglioniti da ridere
alle tue spiritosaggini...”. Poi si rivolse di nuovo a noi.
“La verità, signori, ve la dico io in quattro cifre prima
che ve la spiattelli Marotta a modo suo, accompagnandola con
troppa grappa e con un fiume di sarcasmo a buon mercato.
Negli ultimi sei mesi abbiamo
avuto 54.000 morti, 21.000 dispersi e non so più quanti
feriti. Detto questo, divertitevi a calcolare le probabilità
che avete di sopravvivere al prossimo semestre.
Di mio aggiungo un ordine
preciso: se il Regio Esercito italiano si aspetta che
facciate il vostro dovere fino all’ultimo, io mi aspetto
molto di più. Cioè che siate capaci di battervi bene
riportando a casa la pelle vostra e dei soldati che vi
affiderò. Sono stato chiaro?”.
“Signorsì”, rispondemmo battendo
i tacchi.
Fuori continuava a venire giù una
valanga d’acqua che inzuppava i pastrani ed entrava nelle
ossa.
“Che posto di merda” disse per
tutti Varano alzando il bavero del cappotto. Era calabrese,
aveva capelli lisci e neri e due baffi così sottili e dritti
che parevano disegnati con la matita. Marotta scoppiò a
ridere.
“Aspetta a dirlo. Dopo dieci
giorni di trincea questo posto di merda, come lo chiami tu,
pare ‘nu grandhotèl. Se poi ti hanno mandato all’assalto
quattro o cinque volta, allora pare addirittura il
Paradiso”.
“Va bene, ma adesso cosa si fa?”,
domandò Francioni. Lui era toscano e dei popoli della
Maremma aveva i modi spicci e concreti.
“Ecco il programma” gli rispose
il tenente che si era fermato sotto una tettoia per
appicciarsi una sigaretta. “Adesso si va alla Mensa
Ufficiali per qualche chiacchiera e un caffè ben corretto
con la grappa.
Poi, tra un’ora, mensa ufficiali
con cena di vera merda ma calda. E seduti a tavola, in
grazia di Dio. Subito dopo, cioè verso le sette: adunata dei
plotoni, controllo degli equipaggiamenti e a nanna con le
galline.
Domani mattina, con comodo, alle
quattro precise, tutti in trincea a sparacchiare in
allegria. Che ve ne pare del programma di vacanza: vi
piace?”.
“Siamo qui per questo”, dissi e
le mie parole misero fine alle domande cretine.
Alla Mensa Ufficiali, una bettola
scalcagnata che prima della guerra si chiamava Osteria
Centrale, fummo presentati al comandante del battaglione, il
colonnello Gasparini, un uomo ben piantato, di modi
aristocratici. I suoi soldati erano abituati a vederlo
guidare le azioni con tanto di guanti bianchi, frustino e
pistola d’ordinanza nella fondina. Scarica naturalmente: se
no che gusto c’era?
“Signori” ci disse al termine di
una cena meno fetente di come aveva anticipato Marotta.
“Siete stati chiamati a sostituire ufficiali caduti da
valorosi.
Cercate di esserne degni!”.
La retorica della frase del
colonnello fu mitigata dai suoi modi colloquiali e dal tono
franco, sicché io, Francioni e Varano non ritenemmo di
doverla commentare tra di noi.
Solo alcune settimane più
tardi avremmo capito che la guerra cavalleresca che il
nostro comandante riteneva di combattere non aveva niente a
che spartire con quella suicida e disperata dei soldati
rintanati nelle trincee come sorci nelle tane.
|
LUCIO DALLA
Quando eravamo
piccoli sempre fuori pochi spiccioli
sporchi duri e
un po’ ridicoli eravamo noi amici
gatti neri in
mezzo ai vicoli baci rubati dietro agli
angoli
sempre insieme
indivisibili eravamo noi amici.
Alle nove e
mezza sotto la sua porta
lei alla
finestra esco un’altra volta
dai domani è
festa andiamo a camminare un po’ su e giù
al mare su e
giù al mare.
Quando eravamo
piccoli strani a volte incomprensibili
quasi sempre
innamorati tra di noi
sognavamo ad
occhi aperti e a cieli limpidi
sogni estivi ed
impossibili
sopra a una
panchina a Rimini
tutti e tre
amici.
(Da “Canzoni – Amici”, 1996)
|
|