LIBRI
GIORNI DI NEVE, GIORNI DI SOLE
Romanzo ispirato alla vita di
Alfonso Mario Dell’Orto, italiano immigrato bambino in
Argentina, narra una delle pagine più tristi e crudeli della
storia contemporanea: quella di trentamila argentini svaniti
tra il 1976 e il 1983, senza lasciare traccia. Li chiamano
desaparecidos
Fabrizio e Nicola Valsecchi
Prefazione
Patrizia è la giovane assente,
sempre presente, perché vive nel ricordo dei suoi cari e
della gente.
La vita di ogni essere umano è
un’avventura, una sfida tra luci e ombre. In situazioni
storiche che ci portano a vivere società conflittuali, piene
di contraddizioni. L’Argentina è terra di immigranti
arrivati per forgiare una nuova alba; sono quelli che hanno
cercato di costruire un cammino di lotta e speranza per loro
e i propri familiari.
Alfonso Dell’Orto ha vissuto
tutto questo a partire dal suo arrivo a Buenos Aires nel
1935; qui ha gettato le radici da cui sono nati i suoi
figli.
È giunto in un momento
particolare per il Paese. A partire dall’anno 1930 sono
cominciati i golpe militari che per più di cinquant’anni
hanno dato vita a governi dittatoriali che si sono alternati
con governi civili deboli che non hanno neppure portato a
termine il mandato costituzionale.
Situazione che ha impedito che il
paese potesse avanzare e consolidare le istituzioni
democratiche dello Stato. Il Paese ha vissuto l’incertezza e
le ruberie, con il potere concentrato nelle mani di pochi
oligarchi alleati al potere e agli interessi stranieri.
Tanti giovani idealisti hanno
fatto resistenza alla dominazione e alle ruberie,
compromettendosi proprio nei settori più poveri e indigenti,
insegnando, costruendo, portando solidarietà.
Altri hanno dato la loro vita per
dare vita. Hanno sentito il profondo sentimento della
libertà e dell’amore. Non può esistere l’uno senza l’altro.
L’Argentina ha vissuto e sofferto
un tempo di orrore, di distruzione e morte in cui non
esisteva più lo Stato di Diritto. I dittatori si sono
trasformati per il popolo nei signori della vita e della
morte.
La dittatura militare imposta dal
24 marzo 1976 al 1983 non è stata un fatto isolato.
Rispondeva a un progetto che ha
comportato un alto costo di vite umane e ha messo in campo
le risorse della gente, attraverso la Dottrina della Sicurezza Nazionale, applicata
dagli Stati Uniti in tutto il continente latino-americano,
per difendere i loro interessi e appropriarsi dei beni
altrui.
Questo progetto si è imposto
attraverso il terrorismo di stato.
Migliaia di famiglie sono state
distrutte, giovani sequestrati e resi desaparecidos,
come Patricia, subendo il carcere e le torture.
Bambini e bambine rubati e fatti
anche sparire.
Patricia ha subito questo orrore
con suo marito Ambrosio.
Sono trascorsi più di trent’anni
da quando non sono più presenti.
La memoria ci aiuta a illuminare
il presente e ci rende più forti nel cercare la verità e la
giustizia, perché quello che è successo non si ripeta mai
più.
Alfonso fa ritorno alle sue
origini, al paese che lo ha visto partire nel 1935; desidera
far partecipe della sua vita, spiegare chi era Patricia
affinché si conosca il suo volto e perché sia ricordata.
Perché si sappia che
la Verità
e la
Giustizia
sono strade da percorrere, al di là di tutto.
C’è un oppressore condotto
davanti alla Giustizia, che pur tardiva, si compie.
Il Commissario Etchecolatz,
responsabile di crimini contro l’umanità, è in carcere,
condannato per genocidio.
La lotta non è terminata; c’è
ancora del cammino da percorrere. Le forze di repressione
tentano di reprimere la voce del popolo, però non riescono,
né riusciranno.
I desaparecidos sono lì
presenti per reclamare che la coscienza, i valori e la
dignità del popolo non desiderano l’impunità né l’oblio.
Patricia e Ambrosio e tutti
coloro che hanno dato la vita per la libertà rimangono nella
memoria e nella resistenza.
La testimonianza di Giorni di
neve, giorni di sole, di Fabrizio e Nicola Valsecchi,
illumina il cammino della vita di chi ha lottato per un
mondo più giusto e più umano per tutti. I loro figli e i
figli dei loro figli hanno nell’esempio dei loro cari
qualcosa in cui specchiarsi nella vita e nella speranza.
Adolfo Perez Esquivel, Premio
Nobel per la pace nel 1980
Buenos Aires, 12 luglio 2007
Capitolo 14
Intanto l’aereo atterra.
Trattengo il fiato.
Aeroporto Kennedy.
L’ultima fermata che mi separa
dall’Italia.
Guardo la sera newyorkese, ancora
incollato al mio sedile.
Intorno, altri passeggeri già si
preparano a scendere.
Lo scalo.
Nell’aeroporto intitolato a
un’altra persona che si è battuta per la libertà, non posso
smettere di pensare a Patricia.
Nel mio ricordo ora ha sette
anni.
Una candela accesa tra le mani
nel giorno della sua prima comunione.
Gli occhi innocenti pieni di
speranza guardano lontano.
E non riesco a smettere di
chiedere a Dio perché ce l’hanno portata via.
Sono trascorsi trenta minuti da
quando siamo atterrati.
Mezz’ora di trambusto in cui sono
rimasto seduto a osservare in silenzio.
Volti stanchi che sorridono alla
fine del viaggio.
E passi svelti di chi è abituato
a vivere di corsa e vuole essere sempre il primo.
Anche in semplici situazioni come
uno scalo.
L’aereo si è svuotato. A poco a
poco.
Incrocio gli sguardi di chi è
rimasto e proseguirà con me il volo notturno verso Milano.
Il vecchio e il figlio sempre
chiusi nel loro silenzio.
La giovane coppia che riempie il
vuoto con la sua felicità.
E altre persone che consumano la
stessa cena, che per il momento io non ho voglia di toccare.
La notte sta scendendo su New
York.
E sull’aereo si respira un clima
di calma nell’attesa.
Fuori stanno facendo i controlli.
Poi proseguiranno anche qui, all’interno.
Sono diventati ossessivi e
necessari dopo l’11 settembre.
Terroristi... la minaccia che
incombe sul mondo.
Anche dentro di me cala la notte.
Come in quegli anni di
repressione in Argentina.
24 marzo 1976.
L’inizio di un viaggio di sola
andata per migliaia e migliaia di persone.
La dittatura.
Nella più totale indifferenza.
Il grido di libertà di una
nazione soffocato. Stroncato sul nascere dai militari
dell’esercito, dalla marina e dalla polizia.
Non un carro armato nelle strade.
Nessuna guerriglia.
Nessuno scontro.
Niente fucilazioni.
Niente carceri.
Niente arresti di massa.
Nessuna immagine di violenza e di
morte negli occhi di tutto il mondo.
Nessuna vittima. Nessun
carnefice.
Le menzogne di un regime che non
aveva bisogno di urlare per farsi ubbidire.
E non c’erano possibilità di
scelta o di astensione.
Non esistevano mezze misure per
gli oppositori.
Terroristi. Nemici dello stato.
Tutti conoscevano il programma. E
tutti gli uomini in divisa facevano la loro parte.
Uccidere tutti i sovversivi.
Poi tutti i collaboratori.
E i loro simpatizzanti.
Quindi gli indifferenti.
Infine gli indecisi.
Il generale Iberico Saint-Jean,
governatore militare della provincia di Buenos Aires, sapeva
bene come procedere.
Gruppi non identificati su
macchine senza targa.
Agivano di notte. Nell’ombra.
Senza clamore. Protetti dalla polizia che non arrivava mail,
che non vedeva mai nulla e che “liberava” il campo d’azione.
Colpivano chiunque.
Prendevano chiunque.
Uomini.
Donne.
Vecchi.
Giovani.
Persino bambini.
Desaparecidos...
Una fossa comune o il
mare blu la loro ultima destinazione.
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FRANCESCO ALBERONI
Cosa dobbiamo
intendere, allora, per amicizia?
Intuitivamente
questa parola
ci fa venir in mente un sentimento sereno,
limpido, fatto
di fiducia, di confidenza.
Anche le
ricerche empiriche mostrano
che la
stragrande maggioranza della gente la pensa
press’a poco
nello stesso modo.
In un libro
recente J.M. Reisman, dopo aver esaminato
tutta
l’immensa
letteratura sull’argomento,
ha dato la
seguente definizione dell’amicizia:
«Amico è colui
a cui piace e che desidera fare del bene
ad un altro e
che ritiene che i suoi sentimenti siano
ricambiati”.
(Da “L’amicizia”, 1984)
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