EMOZIONI

LA GRANDE LIBERTÀ DI MARIO MONICELLI


Il suo ultimo fatale ciak chiude perfettamente una vita non da solito ignoto né da borghese piccolo piccolo, ma da condottiero più grande certo dell’armata che la storia e il destino hanno potuto concedergli


 

Fiammetta Jori*

 

L’arte è una menzogna che ci fa capire la verità

Picasso

 

 

 

Ho appreso del gesto definitivo del grandissimo, anzi grande – mi avrebbe corretto l’amato mio professore di latino e greco, perchè il superlativo toglie forza all’assoluto -Mario Monicelli (non oso dire maestro poiché so che detestava la retorica persino delle parole; “I maestri sono finiti” – fece notare a chi così gli si rivolgeva in un incontro con la stampa) nel corso di una serata piacevolmente conviviale in casa di cari amici.

La notizia è arrivata, improvvisa, sul cellulare di una giornalista abbonata al puntualissimo servizio Tim-news, in tempo reale dunque... ma “reale” non è sembrato affatto sapere di quel tragico volo, punto finale di una vita come quella di un lucido, disincantato cantore dell’epica potente della migliore cinematografia italiana.

Accanto al fuoco allegro del camino è arrivata la frustata gelida di una notizia drammatica, un contrasto da doccia scozzese, paradigmatica quasi del cinema di cui Monicelli fu maestro (e non lo dirò più!).

La commedia e la tragedia spesso convivono del resto, come la bellezza e l’orrore, il dolce e l’amaro, il piacere e il dolore uniti sapientemente solo dall’ironia suprema del fortuito nella vita, così come nell’arte più autentica.

L’ombra gettata nella luce di una qualunque serata tra amici mi è proprio sembrata una citazione dal cinema di Monicelli quale riprova che ciò che la vita compie nel “miracolo” laico delle coincidenze solo il cinema più grande sa evocare ed eternare.

“La libertà comincia con l’ironia” – ha detto Victor Hugo – ed è stata l’ironia, velata da un cinismo forse da legittima difesa esistenziale, la cifra alta di tutto il cinema di Monicelli, la firma dei suoi oltre 40 film d’autore, altrettante icone emblematiche del fluire semi-serio della comédie humaine, ma proiettata oltre la letteratura che da sempre vi ha attinto a piene mani, con la forza di sequenze indimenticabili.

È il cinema, bellezza!

Non per niente un regista del calibro di Jean-Luc Godard dichiarò che la Tv genera oblio mentre il cinema sa generare i ricordi, e del nostro immaginario fanno ormai parte alcune scene da La grande guerra o da I soliti ignoti, tanti titoli di enorme successo, quasi un unico, lunghissimo romanzo popolare, metafora della nostra storia come della nostra vita.

Tanti i commenti al suo gesto certo inatteso e spiazzante, seppure coerente, un “ultimo atto che gli somiglia” – ha detto Veltroni e nelle parole di Lizzani resta “un tragico gesto di chi, da super laico, ha voluto gestire la sua vita fino in fondo. Comunque un gesto da lucidità giovane”.

Lo scrittore Giovanni Veronesi ha sottolineato il suo “essere davvero speciale, infatti, nessuno si suicida a 95 anni”, comunque “un’ultima dimostrazione forte in un estremo scatto di volontà” – secondo il Presidente Napolitano ed ogni critica di sponda innescata sui diversi fronti, pro o contro l’eutanasia, resta assolutamente manipolatoria e funzionale a logiche di piccolo demagogico cabotaggio, assolutamente lontane da una personalità libera e libertaria, quale quella di Monicelli.

Il suo cinema, che qualcuno ha definito “contro” è stato e resta lo specchio di un uomo contro, contro le rigidità della retorica, la demagogia asservita al potere di qualsiasi segno, le false speranze – “è sempre e solo un imbroglio la speranza, che serve a chi governa per avere in pugno il popolo, l a gente...”, sono parole di Monicelli e non hanno bisogno di commento-contro altresì le fedi e le morali d’accatto, contro l’onore da quattro soldi.

“Un gesto crudo – ha detto Scola parlando alla Casa del Cinema, nel corso dell’omaggio al regista – ma schietto, spavaldo, guappo”, in linea con il suo umorismo caustico e raffinato, comunque da out-sider.

Il suo ultimo fatale ciak chiude perfettamente, cartesianamente una vita non da solito ignoto né da borghese piccolo piccolo, ma da condottiero più grande certo dell’armata che la storia e il destino hanno potuto concedergli.

Era del resto L’armata Brancaleone il suo film del cuore, dove Gassman declina nella sua scala istrionica infinita la grandezza, amara e senza tempo, dell’umana aspirazione tout-court di chi vuole pugnar contro lo fato; arcaismi sublimi della farsa struggente della vita.

Mai affrancata dal tempo e dallo spazio, esiziali coordinate di cui l’uomo è ostaggio.

Tra essere e nulla, caso e necessità, predestinazione e libero arbitrio ecco allora la via di fuga dell’arte, del sogno, della magia del cinema.

“Preferisco vedere un film che vivere. Nella vita non c’è una trama” – è una delle folgoranti battute di un geniale Groucho Marx, che innesca il dubbio di un ipotetico contrario o almeno di una specularità auspicabile tra le due cose, che è possibile cogliere solo quando si smonta per sempre il set della vita.

Adesso è forse facile vedere in parallelo il lungo vissuto e il tracciato dei film di Mario Monicelli, nella coerenza ideologica delle scelte in cui, per entrambi, prevale il punto di forza di una nobile lucidità intellettuale.

Un battersi, anche invano, per salvare dell’uomo la sua essenza più pura, l’intatto mistero del suo cuore.

Il tratto deliziosamente ironico di tutto il suo cinema è la chiave di lettura della decisione coraggiosa di uno spirito fiero, mai arreso; non c’è tragedia nella parola fine del suo “soggetto” più importante. “Sono il più grande regista morente” – amava definirsi negli ultimi anni – esorcizzando così una morte che pure non gli ha fatto paura.

Come volevasi dimostrare, e Monicelli l’ha dimostrato.

Qualcuno ha detto che il cinema è come la vita, ma senza le pause, i momenti insignificanti; e Monicelli è riuscito a sovrapporre l’una all’altro, nel loro senso ultimo, fino al coup de theatre estremo-“uno scherzo”, ha detto Pupi Avati –, l’unica possibile scena “da girare” a suggello di un’esistenza libera, dove “la testa attutiva il cuore”, onorando entrambi nella forza di una coerenza degli ideali e nella picaresca allegria delle passioni.

Affascinata dal tema del suicidio, forse anche troppo letterariamente, mi battevo in un mio pezzo per L’Attimo (dicembre 2008) per la libertà di una scelta ultima, a riscatto di tutto ciò che l’uomo cosmicamente non può invece decidere, contro la tesi accademicamente suffragata dalla scuola psichiatrica di una patologia suicidaria quale apodittico presupposto clinico di ogni esperienza suicidaria. Sic.

Ancora e tanto più oggi, rivendico l’estrema ratio – e non ultima follia – di un gesto drammatico certo negli esiti ma sano, consequenziale, plausibile almeno nei termini dell’umana libertà. Almeno parziale.

E penso al volo, per sua natura improvviso, dunque non premeditato e non ossessivamente covato in sé, come psicosi vorrebbe (e che tale in altri casi può talora essere, teoricamente, supposto) di Primo Levi, indimenticato autore di Se questo è un uomo, gettatosi, senza alcun minimo preavviso, nella tromba delle scale del suo appartamento torinese.

Così anche la poetessa Amelia Rosselli, che si lasciò cadere dalla finestra della sua casa romana (dove tanti anni addietro ero andata a trovarla con Dario Bellezza, poeta da lei molto stimato, e tristemente ricordo che nascondemmo il suicidio di Amelia a Dario, già ormai gravemente malato) e soltanto pochi anni fa lo scrittore Franco Lucentini ruppe, con identico irreparabile gesto, la premiata coppia Fruttero & Lucentini, di ormai granitico successo.

Bellissimi cervelli, intelligenze universalmente provate; per Monicelli, testimone della sua mente strepitosa, a prova di vecchiaia, solitudine e civili disillusioni, resta vivido, in un umorismo raffinato e struggente, il suo cinema inalienabile ormai dal retaggio culturale della storia patria.

Ci siamo tutti nei suoi “ritratti”, un po’ Amici miei, in parte Parenti serpenti, tra Risate di gioia e Vita da cani; vigliacchi un po’ tutti, in attesa dell’estremo eroismo da Grande guerra in cui rivivere l’illusione felice di un riscatto finalmente uguale per tutti, così come allora due indimenticabili cialtroni, un Sordi e un Gassman inarrivabili, risarcirono la nostra piccola Italia, più di qualsiasi retorico tricolore, nello slancio del loro sacrificio finale. Contrappasso glorioso al dolore, alle umiliazioni, alla misera pochezza dell’uomo nella quotidiana guerra “senza vittorie”del vivere.

Ed è la vita di Monicelli il suo “film”migliore, tutta inscritta nel magico cerchio che soltanto i grandi artisti possono tracciare, realizzando il métissage di comico e tragico, di chiaro ed oscuro, dal relativo all’assoluto, nell’attimo e nell’eterno. Fino a chiudere il cerchio, per l’ultimo frame, attuando la scelta definitiva prima del buio in sala; tra viltà e coraggio Monicelli non ha esitato neanche un istante.

Come sempre, nella logica del racconto e mai rinnegando se stesso né l’assunto di una decisione presa.

In onore alle esigenze di copione, un’ultima volta ancora, ha compiuto il salto.

Un eroe dei nostri tempi a cui dire grazie.

 

Dissolvenza



*Dice di sé.
Fiammetta Jori. È romana e adora Roma, con romantiche ascendenze mediorientali (la nonna paterna è nata ad Aleppo in Siria)  e anche suo marito, non a caso, è siriano (addirittura ha abitato in via del Giordano prima e poi a via Eufrate – quella di Pasolini – scherzi della toponomastica. Aggiunge che ha passeggiato poco a via Po).  Rossa di capelli, carnagione chiara e, come da fenotipo, le dona l’indolenza mediterranea. È pigra, ma ciò non le impedisce lo scatto di certe passioni “da campanile”. 







ORNELLA VANONI

Tu cosa ci fai qui? io non ho voglia di parlare con te,
tanto la sai che lui ama solo me.
Se fossi al tuo posto non ne sarei così sicura,
forse a te promette e invece a me lo giura.
Ma io lo conosco bene, tu non sei il suo tipo
non vuoi convincerti ma è tanto che te lo dico.
Le tue sono parole ma lui con me fa i fatti
potrai piacergli un po’ ma non so cosa ti aspetti.
Non guardarmi negli occhi senno io vedo i miei.
Io non voglio, io non voglio che mi tocchi,
senno ti abbraccerei, e anche se c’è qualcosa che ci lega
di una cosa son sicura sai: amiche mai!

(Da “Amiche mai – Più di me”, 2008)








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