EMOZIONI
PER LA MORTE DI UN PICCOLO INNOCENTE
Clan
E’
stato un giorno molto triste, doloroso. Ci ha lasciato un
bimbo, Alessio, di poco più di due mesi di vita. Sono andato
al suo, straziante, funerale. La mamma, Elisa, è una donna
forte, coraggiosa, generosa – che stimo e ammiro dal primo
giorno in cui l’ho vista al lavoro. Il suo sogno era di
poter diventare madre. Nel mio pessimismo globale ho scritto
tante volte che il destino è privo di un comprensibile senso
e colpisce spesso, e a caso, con atroci cattiverie, le
persone più oneste e innocenti. Questo destino,
incomprensibile, ha portato via ad Elisa il suo piccolo,
dopo settanta giorni di torturanti e disperate terapie.
Elisa e il papà, Marco, non hanno avuto la gioia di poter
tenerlo in braccio neanche un minuto. Per settanta terribili
giorni Elisa ha vissuto in ospedale, sostenuta dalla
possibilità di guardare il figlio da dietro un vetro. Non ho
avuto il coraggio di andare a farle visita. Purtroppo il
dolore mi fa paura, mi appare – sempre – come un’ingiustizia
insopportabile.
In questo giorno tanto triste, mi sono fatto coraggio
e sono andato nella camera mortuaria dell’ospedale
Fatebenefratelli, all’Isola Tiberina. Intorno a me, visi
stravolti dalla commozione, di parenti e amici. Uno sgarbato
inserviente (voglio, a fatica, giustificarlo, pensando al
suo duro lavoro) sollecitava a voce alta, e con parole
inopportune, la chiusura della piccola bara bianca. La madre
voleva ritardare il più possibile questo momento, il più
terribile, quello definitivo. Il papà è intervenuto con
educata fermezza ed è riuscito ad allontanare per qualche
minuto l’inserviente. E così ho guardato il bimbo. Mi è
sembrato che un lieve sorriso gli illuminasse il viso, come
se volesse e potesse perdonare noi tutti. Un bambolino,
ecco, un bambolino piccolo piccolo, con il capo coperto da
un cappellino di lana. Non potrò mai dimenticare quel
faccino dolce, tenero. Come raramente – se si prescinde
dall’enfasi e dall’entusiasmo delle famiglie –
oggettivamente si può dire di un qualsiasi neonato.
Incantevole. Bellissimo.
Mi sono sentito una nullità e ho
provato qualcosa di molto simile alla vergogna di me stesso.
Perchè quante volte ho scherzato, in maniera istintiva,
superficiale, sulla morte! E quante volte sulla mia morte ho
scherzato per stupidità, voglia di futile comicità, o per il
piacere sciocco di inventare e dire una battuta. Ho giocato
spesso con le parole, pensando alla prospettiva della mia
morte... immaginandomi da morto... ed eccomi ancora qui:
vecchio, logoro, malato, pesante, inutile, e pur tuttavia
vivo, con i piedi affondati nella volgarità e nelle urgenze
dell’esistenza quotidiana, e con un’anima, la mia anima, che
mi sento di poter definire pulita, ma imbrattata e consunta
anche da macchie grigie e nere, peccati ed errori senza
riflessione, comportamenti frivoli, immaturi e incompiuti,
attimi fuggenti di felicità incompresa e polverizzata, e
tante possibilità, sciupate, di una più ragionevole e
meditata, sapiente coscienza.
Eccola qui, invece, la morte. Era
davanti a me la morte vera, non quella ipotizzata ed
esorcizzata, non quella fantasticata e retorica: ecco il
quadro desolante di una morte vera e brutale, inesorabile,
inarrestabile. La morte di un pupino innocente, obbligato
chissà perché a rappresentarne il simbolo dell’insensatezza.
Mi sono sentito, io come
certamente tanti altri in quel momento, immeritevole di
poter vivere al posto suo. Penso che non ci sia perfidia più
grande, da parte di chi ha inventato questa vita per noi, di
consentire che un figlio possa morire prima dei suoi
genitori.
In chiesa, tanti palloncini
colorati tesi verso il soffitto, davanti alla bara bianca,
ingentilivano poeticamente la cerimonia. Il sacerdote ha
detto parole rituali, che non riuscivano certo a scalfire la
sensibilità di chi non ha la fortuna di credere in una
qualsiasi divinità e diffida di qualsiasi religione, ma
forse, nel distacco terreno da Alessio, erano parole che non
riuscivano neanche ad avvicinarsi ai sentimenti pietosi di
chi crede in Dio, di fronte a un evento di impossibile
accettazione, comunque, per tutti gli umani. Mi interrogavo
come sempre sulla superfluità di questa ritualità.
Quand’ecco che Marco, che certamente è credente, ci ha
invitato ad una preghiera dettata dal cuore, con parole di
valore universale: sull’amicizia, la solidarietà, il dolore,
la sofferenza, il rispetto degli altri, la gratitudine per i
medici che hanno lottato contro l’impossibile, la forza
della speranza, l’amarezza delle illusioni perdute (quegli
accenni alla vita che avrebbe voluto condividere con
Alessio, dedicandosi alla sua educazione!), le parole di
amore per la compagna. Parole semplici e vere, immagini
toccanti. Abbiamo pianto tutti.
Tra poco sarà Natale e la
casa di Marco ed Elisa, secondo una pur minima equità e
normalità di vita, avrebbe potuto e dovuto essere rallegrata
dalla presenza di un bambino vitale e giocoso. Marco ed
Elisa avvertiranno duramente questa mancanza. Ma io spero,
almeno questo spero, che avvertano anche l’affetto e la
solidarietà, che, purtroppo, di fronte all’ineluttabilità, è
solo, e tutto, ciò che possono offrire quelli che sono loro
vicini. Spero che la vita futura, con un debito così pesante
verso tutti e due, riesca ad alleviare il loro dolore, oggi
inconsolabile. E spero che nella sua innocenza Alessio, che
certamente con il suo spirito continuerà a vivere – almeno
così io credo, ma senza alcuna sudditanza religiosa – possa
avere non solo misericordia verso il male di questo mondo,
ma anche pietà verso chi, se dovesse esistere, ha consentito
che questo male gli fosse inflitto.
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POOH
Si può essere
amici per sempre,
anche quando le
vite ci cambiano
ci separano e
ci oppongono.
Si può essere
amici per sempre, anche quando
le feste
finiscono e si rompono gli incantesimi.
Si può anche
venire alle mani, poi dividersi gli ultimi
spiccioli
non parlarsi
più non scordarsi mai.
Gli amici ci
riaprono gli occhi, ci capiscono meglio di
noi
e ti metton
davanti agli specchi, anche quando non vuoi.
E campioni del
mondo o in un mare di guai
per gli amici
rimani chi sei, sarà il branco che viene a
salvarti
se ti perdi.
(Da “Amici per sempre”, 1996)
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