I GIALLI DELLE
FIANDRE: UNA BRUGES DELITTUOSA COME MAI L’AVETE
VISTA
Vanessa Mustari*
Van
In. A molti questo potrebbe non dir niente ma un
milione e seicento mila copie non si vendono da sole.
Il “Camilleri” del Belgio approda in Italia per la
terza volta con il suo romanzo “Le maschere della
notte”.
Sto parlando di
Pieter Aspe (pseudonimo di Pieter Aspeslag) e dei suoi
gialli, del suo noir old school, se così
vogliamo definirli. In questo capitolo, terzo di una
serie piuttosto lunga pubblicata in Belgio ed Olanda
(senza contare telefilm e giochi di ruolo ispirati ad
essa), il commissario Pieter Van In si ritrova per le
mani una specie di cold case.
Come ogni giallo che si
rispetti, tutto inizia con il ritrovamento di uno
scheletro nel giardino di una villetta appartenente ad
una rispettabile famiglia borghese. Rispettabile
tuttavia sembra non essere la fama dell’edificio in
quanto, decenni prima, esso era un bordello di lusso,
il Love.
Herbert, così viene
simpaticamente battezzato lo scheletro in attesa della
reale identità, sembra avere più segreti di quanti una
piccola città come Bruges possa occultare. Sì, perché
è proprio Bruges il palcoscenico ideale di
quest’indagine complessa ed estremamente accattivante
che spingerà Van In stesso a sondare i limiti della
sua morale, dei suoi doveri, a sfiorare se pur
flebilmente il confine tra giusto e sbagliato,
talvolta portandolo a constatare l’ebbrezza del potere
su di un altro essere umano, e perché no, ad abusarne.
Infatti l’eroe che Aspe ci
propone non è il classico e stucchevole buon
samaritano che ci si aspetta, bensì un uomo che
incarna il buono ed il cattivo tempo di ogni
personalità, quella fatta di luce e di tenebra, quella
che lo porta a capire il male poiché sa come
respirarlo pur rimanendone nauseato.
Infatti nel libro di Aspe
molte cose suscitano sdegno, solleticando coscienze o
appetiti sopiti, scavando, demolendo una per una le
maschere che persone illustri, o apparentemente
rispettabili, si premurano di portare, forse per
eludere la sorveglianza della loro stessa coscienza.
Picasso diceva: “L’artista
deve conoscere la maniera di convincere gli altri
della verità delle proprie menzogne” e molti uomini
passano anni, forse una vita intera con questo
obiettivo, cioè con l’unico scopo di non somigliare a
se stessi. Non è forse da artisti, da prestigiatori
perfino, camuffare la pedofilia dietro la tunica del
ricco benefattore come fa Lodewijk Vandaele? O
camuffare l’efficienza dell’ispettore capo Baert,
nient’altro che un misero omuncolo corrotto?
La notte è l’unico rifugio,
l’unico nascondiglio nel quale un individuo può essere
tutt’altra cosa, un territorio dove non c’è nulla da
proteggere. Il buio è l’asilo dei peccatori, ma ciò
non basta poiché una bella storia senza un ottimo
scenario è come uno di quei vascelli imbottigliati, un
bel vedere che non conduce da nessuna parte.
Invece elemento di ogni
storia, e di questa nella fattispecie, è il dinamismo;
ed ecco che tra le pagine si staglia l’inconfondibile
e palpabile presenza di una silente osservatrice,
Bruges.
La Bruges settembrina con il suo
tepore mattutino, il via vai dei turisti, i suoi
temporali, prende parte alla trama non facendo
isolatamente da cornice. Buoni e cattivi sono entrambi
sotto il suo stesso cielo a camminare per le sue vie,
nei suoi vicoli oppure a specchiarsi nei suoi canali.
Qualsiasi guida vi
indicherà Bruges come la “Venezia del Nord”, una
cittadina medievale cristallizzatasi in una posa
sempiterna, quasi fiabesca. Ed è specialmente l’ossimorica
congiunzione tra questa città-bomboniera e la turpe
matassa di segreti che tace a prendere il lettore con
completo trasporto. Non si fa in tempo ad ammirare,
come un turista provvisto di fotocamera, il centro
storico o la cattedrale che ecco irrompe la scabra
descrizione di un delitto, di atti sessuali o altre
tra le miserie umane.
Un luogo dove nulla e
nessuno sono come ti aspetti. Si passa dalla bellezza
allo stupore con un niente, come se tutto fosse sempre
messo in discussione, come a ricordarci che sotto la
neve spesso c’è il fango.
Aspe ha la capacità di
cogliere la sostanza più che il dettaglio, lasciando a
chi legge un immaginifico sciolto e libero da
stereotipi o ampollose specificità. Laddove anche le
certezze sono relative, sgomita il lato oscuro di ogni
personaggio il cui scopo è far breccia nella maschera
di ipocrisia e falsità che tocca ciascuno; come se
fosse apposta fin da sempre, come se ci si incoronasse
sovrani del nostro microcosmo fatto di bugie, di
debolezze, di depravazione. Ciò di cui l’uomo è
capace, viene taciuto dal dito invisibile della
morale. Bisogna solo capire come zittire i propri
demoni, perfino Van In li ammutolisce cedendo ai suoi
vizi: al fumo, al bere.
Appare dissonante questo
tripudio d’imperfezione, di caos e di perfezione con
la rassicurante Bruges? No, anzi. È quel tanto di
peperoncino che rende un piatto vivace, quel
retrogusto che lascia un sapore forte, la nota stonata
su uno spartito impeccabile, ma unico. La placidità di
Bruges può essere paragonata alla superficie di uno
stagno scuro del quale non si vede il fondo, sai quel
che accade solo in superficie.
Che una città come questa
ispirasse tutt’altro che il romanticismo lo si era
potuto constatare anche da un riuscitissimo film del
2008, ambientato per intero nella località: “In
Bruges: la coscienza dell’assassino”.
Bizzarro come uno dei
borghi medioevali meglio conservati d’Europa si presti
così bene alla violenza, o sia scenario di delitti e
prostituzione. Nel film appare se non altro grottesca
la calma del posto in contrasto con la coscienza dei
due sicari che vi si rifugiano, Ray e Ken. Nella
pellicola Bruges risulta essere una sorta di
purgatorio specie per il giovane killer Ray che si è
macchiato dell’unico crimine non tollerato neppure dai
delinquenti, ha ucciso accidentalmente un bambino.
L’acqua, i vicoli,
le villette, luoghi neutri di per sè eppure pregni
delle storie che raccontano. Non c’è differenza tra i
muri e gli archivi ricolmi di fascicoli, entrambi
testimoniano vita e morte, peccato e redenzione (la
seconda quando è possibile). Nelle Fiandre, come in
ogni luogo, la morte non è altri che quella vecchia
amica d’infanzia che prima o poi bussa alla tua porta
per pareggiare i conti.
*Dice di sé.
Vanessa Mustari. Sempre lei, sempre io. Viaggia perchè
sa che per strada non ci si può fermare; allora scrive,
poiché scrivendo, le parole la facciano sentire a
casa...ovunque.
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