SOCRATE RITORNO AL MERITO
MERITOCRAZIA E REGOLE SECONDO ROGER ABRAVANEL
La risposta all’attuale crisi
politico-finanziaria passa attraverso il merito, richiede il
risveglio dell’elite addormentata dei trenta-quarantenni e
impone una nuova generazione di politici che mandi a casa i
Berlusconi e i D’Alema
Antonella Parmentola*
Roger
Abravanel, libico di nascita, italiano di adozione, ha alle
spalle un curriculum eccezionale. Enfant prodige al
Politecnico di Milano, ai tempi del premio Nobel Giulio Natta,
brucia le tappe di una carriera che lo vedrà
ricoprire sempre ruoli di prestigio.
Editorialista del Corriere della Sera,
nel 2008 scrive il libro Meritocrazia, nel quale suggerisce il ritorno ad
un sistema di valori che premi l’eccellenza, indipendentemente dalla provenienza
familiare, attraverso quattro proposte concrete. Il dibattito pubblico è avviato
tanto che nel 2010 insieme al ministro della pubblica Istruzione
Mariastella Gelmini vara il progetto denominato “Piano nazionale per la qualità
e il merito” che prevede per l’anno scolastico 2010/2011 la valutazione degli
studenti delle scuole medie italiane e la qualità dell’insegnamento.
Sempre del 2010 è il libro
Regole, perché, ribadisce con forza Abravanel, il
rispetto delle regole non deve essere fatto per questioni
morali, ma perché conviene.
Lei è originario di Tripoli.
Quando e come è arrivato in Italia?
“Sono originario di Tripoli, sono
un profugo di Gheddafi, e nel mio primo libro
Meritocrazia, ho esordito ringraziando il colonnello
Gheddafi, e mio padre, per aver sequestrato tutti i beni
della mia famiglia in quanto italiani ebrei; così il mio
papà che si era fatto una fortuna da zero, ha
improvvisamente perso ogni cosa e quindi io ho dovuto fare
tutto da me, senza poter fare la carriera del bamboccione,
figlio di papà. E proprio per questo, come le dicevo, nel
libro Meritocrazia, nel quale invito le persone ad
andare avanti per i propri meriti e non perché abbiano alle
spalle una determinata famiglia, l’ho ringraziato... perché
in tal modo ho avuto la spinta a scegliere la migliore
università possibile, frequentando ingegneria al
Politecnico di Milano
che a quei tempi era assolutamente eccellente; ero stato
ammesso anche all’Mit e all’Imperial college,
ma al Politecnico di Milano
c’era il premio Nobel Giulio Natta ed essendo italiano sono
andato naturalmente a Milano. Oggi purtroppo il Politecnico di Milano non è neppure tra le cento università migliori
del mondo...
Mi sono laureato a 21 anni, ho
preso una borsa di studio come il più giovane ingegnere
d’Italia sia a 21 che a 22 anni. Poi ho fatto il ricercatore
all’Istituto di fisica tecnica, ho fatto il servizio
militare, in seguito ho iniziato a lavorare; dopo ho deciso
di prendere un master in una delle migliori università del
mondo che è l’Insead di Fontainebleau, dove ho conseguito
una borsa di studio perché non me la potevo permettere. In
seguito ho avuto diverse proposte di lavoro ed ho scelto la
più prestigiosa per quei tempi che era la
McKinsey e ci sono rimasto trentacinque anni. Dunque, se non
fosse stato per il Colonnello Gheddafi sarei rimasto il
figlio di un imprenditore ricco, con una piccola laurea”.
Come valuta questa simultanea
voglia di libertà dei paesi del Magreb?
“Quello a cui stiamo assistendo
non è voglia di libertà: è una rivoluzione contro le
dittature familiari. Contro i setti figli di Gheddafi che,
praticamente, hanno un potere smisurato, contro i figli del
re della Tunisia, contro il figlio di Mubarak. E questa
stessa cosa avverrà oltre il Medio oriente, arriverà in
Thailandia e in Indonesia.
Basta guardare la storia: un
secolo fa anche le società nordoccidentali erano molto
classiste, la famiglia contava tantissimo. C’era la nobiltà
feudale inglese, c’erano le grandi famiglie americane, con
caratteristiche al limite del razzismo: per esempio, in
America, negli anni ’30 c’erano le quote di accesso per gli
ebrei alle Ivy League (le otto migliori università
americane).
Poi siamo entrati nella società
post industriale, caratterizzata dalle fabbriche, dai
servizi, dal terziario, in cui, finalmente, quello che
contava erano il talento, la conoscenza e il capitale umano.
Quindi, le società nord occidentali si sono trasformate, si
è passato da piccole a grandi imprese, che sanno valorizzare
il talento, e a questo punto la meritocrazia ha cominciato a
prendere peso.
La meritocrazia, come ho
raccontato nel mio primo libro, è nata in America nel 1933,
benchè il nome sia stato coniato nel 1954 da Michael Young.
Nel 1933 il presidente di Harvard ha creato un’istituzione
che si chiama ETS, Education testing service,
cominciando a somministrare un test dal nome Scholastic
aptitude test – test che oggi viene eseguito da milioni
di americani – sulla base del quale, chi aveva un Sat
alto riceveva una borsa di studio e poteva frequentare
Harvard. Tra il 1933 e il 1967 tutto l’accesso alle Ivy
League, Harvard, Yale, Mit... si basava su questi
test. Così mentre un tempo ci andavano solo i figli di...
in seguito poterono andarci i migliori indiani, i migliori
ebrei, i migliori cinesi, i migliori americani. Di fatto c’è
stata una rivoluzione: al concetto di uguaglianza si è
andato pian piano sostituendo il valore di pari opportunità.
Rivoluzione che, in qualche modo, ha interessato il mondo
anglosassone e quello nord europeo. La Scandinavia ha
vissuto una profondissima rivoluzione in questo senso. E si
è stabilito quindi il libero mercato, la concorrenza, le
grandi imprese, il terziario.
Nel sud Europa, dove ci siamo
noi, la Grecia, la Spagna, si è andati verso modelli
diversi, in cui, anche se l’economia era capitalista,
rimaneva il valore fondamentale dell’uguaglianza, con i
movimenti anticapitalistici che spingevano verso la lotta di
classe, contro il capitalismo non a favore delle pari
opportunità. Si è continuato a privilegiare la piccola e la
piccolissima proprietà, le piccole imprese.
Nel Magreb è andato avanti un
terzo modello, quello delle dittature non democratiche, non
meritocratiche. Simultaneamente oggi sta emergendo un
modello ancora diverso, quello dell’Asia, non democratico,
ma meritocratico: Singapore, per esempio, è una dittatura,
ma il padre fondatore Lee Kuan Yew, ha nominato suo
successore una persona di straordinaria intelligenza, e in
seguito ha nominato suo figlio Lee Hsien Loong, istaurando
sì una dittatura famigliare, ma meritocratica – se si legge
il curriculum di Lee Hsien Loong vorremmo tutti avere un
figlio come lui: due lauree, Cambridge e Harvard, un
curriculum, come dicevo, impressionante – e simultaneamente
ha introdotto dei criteri terribilmente meritocratici sia
per la classe politica sia per il settore pubblico. In Cina
e in alcuni paesi ex-comunisti sta accadendo la stessa cosa,
per cui queste realtà stanno convergendo verso il modello
nord occidentale, pur provenendo da una cultura non
democratica: di conseguenza, anche in questi Paesi grandi
talenti, grandi imprese meritocratiche, ma nessuna
rivoluzione sociale.
Dunque nel Magreb, e grazie alle
televisioni lo stiamo vedendo, si è innescato questo tipo di
rivoluzione, in cui il grande rischio è che possano far la
fine dell’Iran, ma è una rivoluzione dalla natura molto più
economica e sociale.
In tutto questo, noi rischiamo di
rimanere una società isolata, perché come società non
abbiamo fatto questo passaggio, siamo rimasti legati ai
valori del sud del Mediterraneo, condannando
l’ineguaglianza, il capitalismo, il libero mercato: l’Italia
è al numero 74 nella classifica dei Paesi per la libertà
economica”.
Nel 2008 scrive il libro
Meritocrazia, nel 2010 Regole. Quale è stato l’imput?
Perché ha deciso che erano temi da trattare?
“Il primo libro, Meritocrazia,
spiega nel particolare quanto ho cercato di dire finora per
grandi linee. Spiego cosa è la meritocrazia e come essa sia
il risultato di una grande rivoluzione sociale, nata nel
mondo anglosassone e che ormai sta contagiando tanti paesi,
anche l’Asia.
Nel secondo libro, spiego,
invece, come la meritocrazia, una forma di concorrenza che
può esistere anche nelle carriere delle persone, non può
esistere senza un’economia libera: e per questo ho scritto
Regole, perché esiste una gigantesca incomprensione,
che è il fulcro di questa ideologia anticapitalista,
sviluppatasi nel nostro Paese negli ultimi 40 anni, che la
libertà economica vuol dire non avere regole.
La gente ha interpretato la mano
invisibile citata da Adam
Smith come uno stato assente. Invece
mano invisibile, per Smith,
aveva tutt’altro significato: se sono un macellaio e le
vendo la carne, non lo faccio per filantropia, ma perchè ci
guadagno; e lei la carne la compra da me perché le conviene;
quindi la nostra è una transazione libera da interferenze,
basata solo sul nostro mutuo interesse. Peraltro, lo Stato è
comunque fondamentale per regolare questa transazione. Un
macellaio non corretto potrebbe vendere carne avariata: lo
stato deve vigilare sul controllo della carne.
Dunque, per Adam Smith
il libero mercato, richiede uno stato che regola, che
protegge i consumatori e l’ambiente, che evita che le
aziende facciano cartello. Quindi le regole sono
fondamentali. Da noi, l’assenza di libero mercato è dovuta
al fatto che le regole non ci sono o meglio ce ne sono
troppe e non vengono rispettate”.
Il sottotitolo del suo libro
Perché tutti gli italiani devono sviluppare quelle giuste e
rispettarle (le regole, ndr) per rilanciare il paese
sembra quasi una provocazione... è
davvero questa la via da perseguire?
“Le faccio un esempio molto
semplice, le assicurazioni auto. In Italia esiste la regola
– sbagliata – per cui si rimborsano le microlesioni, come il
colpo di frusta, anche se non sono documentabili. In
Germania, invece, bisogna documentarle. Capita così che in
Italia nasciamo con il collo debole, perché abbiamo il più
alto tasso di colpi di frusta del mondo occidentale, con,
ovviamente, la connivenza di medici e carrozzieri. Ora,
poiché le aziende assicurative devono pagare questi costi
enormi, aumentano i premi e poiché i premi vengono stabiliti
su base regionale, un napoletano onesto si trova a pagare
un’assicurazione auto di mille euro, contro un tedesco che
la paga 250. La conseguenza è che molti italiani non pagano
l’assicurazione. Di qui, tre milioni di automobilisti non
assicurati, quindi illegali: a quel punto le regole non le
rispetta più nessuno. Allora se ne fanno delle altre per
controllare chi non ha rispettato le precedenti. Si crea
così un circolo vizioso che impedisce la nascita di un
libero mercato.
Molte piccole imprese – per le
quali io ho coniato il claim “ piccolo è brutto “...
non perché ce l’abbia con le piccole imprese, ne ho fondato
io stesso una decina che, però, vogliono diventare grandi –
ma perché le piccole imprese possono fare affidamento su una
miriade di regole che consentono loro di rimanere piccole e
di evadere le tasse – abbiamo il sommerso più alto d’Europa
insieme alla Grecia. A questo punto restano piccole,
inefficienti, non assumono laureati, non investono in
tecnologia, sopravvivono solo perché non rispettano le
regole. E, cosa più brutta, fanno concorrenza sleale alle
piccole, medie e grandi imprese che invece vogliono crescere
operando secondo le regole.
Tutto questo sta bloccando la
nostra economia. Ho stimato che questo ci costa il 25% del
Pil ed ho valutato che potremmo creare dai 4 a 5 milioni di posti di lavoro per giovani e
donne se invece avessimo un’economia più libera con regole
rispettate. Il problema di fondo è che l’italiano non ha
capito che le regole devono essere rispettate non per
ragioni morali, ma perché conviene”.
Come tutto questo può
diventare realtà, nella scuola, nel lavoro?
“Nei miei libri non ho fatto solo
denunce, ma anche proposte. In Meritocrazia ho
suggerito, per esempio, quattro proposte, due delle quali
stanno andando avanti e di cui sono molto fiero. In
Regole le proposte sono cinque e stanno facendo
discutere molto. Da dove cominciare? In questo momento noi
italiani sappiamo di essere in crisi, ed attribuiamo parte
della colpa di questo ai nostri politici. La risposta è: ci
vuole una nuova classe politica, una nuova generazione di
politici che mandi a casa i Berlusconi e i D’Alema...”.
Ciò che preoccupa, infatti,
non è solo una classe dirigente vecchia, quanto
piuttosto non assolutamente intenzionata a formarne una
nuova...
“Riprendo la frase di una sua
collega: la colpa non è del cavaliere, ma del cavallo...
Anche nei Paesi democratici dove
ci sono le primarie, non bisogna credere che non ci sia una
grossa influenza di chi è al potere nello scegliere la
classe politica, però è una classe politica meritocratica
che rispetta le regole.
Il problema è che noi italiani
che, in maniera collettiva, accettiamo le raccomandazioni,
la non meritocrazia e il non rispetto delle regole, non
possiamo aspettarci da chi ci governa il rispetto del merito
e delle regole. Dunque non possiamo sorprenderci se i
politici scelgono persone tutt’altro che brave, tutt’altro
che eccellenti, tutt’altro che rispettose delle regole. Il
problema siamo noi.
La ragione per cui mi sono
concentrato moltissimo sulla scuola, è perché parte tutto di
lì. Ho avuto accesso ad uno studio molto recente e molto
riservato, che dimostra che circa l’80% degli italiani sono
analfabeti – non nel senso che non sanno leggere, quelli
sono stimati intorno ad un milione – ma che non capiscono
quello che leggono. Se non si capisce quello che si legge,
se non si è in grado di ragionare con la propria testa, di
ascoltare gli altri, di capire un estratto conto o
l’istruzione di un telefonino, a questo punto non si potrà
mai essere un cittadino educato. Di qui un grado spaventoso
di maleducazione civica da un lato e di impreparazione al
mondo del lavoro dall’altro. Perché nel mondo del lavoro
sono necessarie competenze che oggi non possediamo.
Abbiamo un gigantesco problema di
scuola e di università, perché queste competenze, che
chiamerei competenze della vita che fanno capo
all’educazione civica, sono di solito il risultato di una
scuola che prepara e di un’università che forma laureati
adeguati: siamo il fanalino di coda in quanto a numero di
laureati nel mondo occidentale. Colpa sia dell’università
sia del tessuto industriale, perché da un lato abbiamo tante
piccole brutte imprese non interessate ad assumere laureati
e dall’altro l’università sembra essere diventata il covo
del nepotismo, che non ha spinto in senso meritocratico.
L’altra cosa che manca al nostro
sistema educativo è il premiare l’eccellenza. In tutte le
società che hanno fatto questo passaggio verso una politica
post-industriale, l’eccellenza viene incoraggiata e
premiata: dove per eccellenza non si intende avere tutti
premi nobel, ma significa avere il 5% della leadership
del Paese, che guida le università, le imprese, la
magistratura, i giornali, formato da persone eccellenti, a
prescindere dal cognome che portano.
Noi che abbiamo una storia di
eccellenza, l’abbiamo distrutta. Non abbiamo una sola
università tra le top cento nel mondo, e senza università
eccellenti mancano quelle che chiamo le fabbriche
d’eccellenza. Un paese ha bisogno di fabbriche d’eccellenza,
che sono le grandi università, o l’esercito, come nel caso
di Israele”.
A tal proposito, scriverebbe
una lettera a suo figlio, come fece Celli nel 2009,
consigliandogli di lasciare l’Italia?
“Ho già discusso abbondantemente
con Celli di questo. Non direi mai a mio figlio una cosa del
genere, gli consiglierei, piuttosto, di accedere alla
migliore istruzione possibile, per poi tornare in Italia.
Uno come Celli che dice una cosa così, deve andarsene lui.
Se sono in questo Paese, vivo,
lavoro in questo Paese utilizzando quello che questo stato
non troppo organizzato mi sta dando, devo operare per
migliorarlo. Per esempio, sto dando una mano al ministro
Gelmini. Il ministro ha tenuto una conferenza stampa insieme
a me davanti a tantissimi giornalisti, dicendo che stava
seguendo alcuni miei suggerimenti, seppure con enorme
difficoltà. Nessuno dei giornalisti ci credeva, hanno voluto
verificare che fosse vero. Al che, con grandissima
semplicità ho detto: non sono come Celli. Gheddafi mi ha
cacciato, ma ho frequentato le scuole elementari e le medie
italiane, pubbliche, dai fratelli cristiani, dove ho
ricevuto un’educazione fantastica. Ho fatto il liceo Dante
Alighieri eccezionale, pubblico. Ho studiato in
un’università dove c’era un premio Nobel, tutto a spese
dello Stato; dopo di che ho iniziato una grande carriera,
cominciando a restituire qualcosa a questo Paese.
Mio figlio ha ventinove anni, ha
frequentato la Bocconi, dopo ha conseguito un master all’Insead
di Fontainebleau, è tornato in Italia ed ha
cominciato a lavorare. Non gli avrei mai detto vattene e non
tornare mai più! Perché a questo punto dovrei emigrare anche
io. Privare un Paese dei suoi figli migliori vuol
dire privarlo della sua chance di sopravvivenza”.
C’è un Paese, una società da
prendere come modello di riferimento?
“No, non ci sono Paesi da
prendere come riferimento. Noi siamo un Paese meraviglioso,
straordinario. Gli italiani sono persone eccezionali. Siamo
un Paese con un potenziale straordinario. Non dobbiamo
prendere altri Paesi come riferimento, ma cercare,
piuttosto, quanto prima di recuperare il gap che ci
pone indietro di cinquant’anni rispetto all’economia
post-industriale. E fare tutte le cose che ho raccomandato
di fare, cominciando dal selezionare i migliori nella
scuola. Oggi non siamo in grado di farlo: perché non c’è
meritocrazia in Italia? Perché la scuola non consente di
selezionare. Non si riesce, per esempio, a stabilire con
oggettività chi merita di andare all’università e chi no. Le
borse di studio non si sa a chi darle perché mancano criteri
oggettivi: alcuni licei del Sud hanno il doppio di diplomati
con 100 rispetto al Nord.
Proprio per questo ho suggerito
di effettuare dei test già utilizzati in molte parti del
mondo, per capire con obiettività chi merita una borsa di
studio, chi merita l’accesso all’università. E nello stesso
tempo poter valutare le scuole: dire ad un preside quello
che va o che non va nella sua scuola, così che possa agire
per migliorarla. Bisogna poter misurare. Abbiamo un piccolo
avanzamento su questo, la Gelmini mi ha seguito:
abbiamo rivalutato l’Invalsi, l’Istituto nazionale per la
valutazione, che era commissariato, ed abbiamo cominciato a
somministrare questo test.
Oggi, per la prima volta, dopo
dieci anni di declino, l’Italia ha migliorato i test Pisa (Programme
for International Student Assessment). Gran parte del
miglioramento si è verificato in Puglia, dove una dirigente
scolastica eccellente ha cominciato a formare gli insegnanti
su questa nuova modalità didattica, usando fondi europei.
Discorso differente per la Calabria, dove l’equivalente
dirigente non ha avuto le stesse motivazioni, né la volontà
di fare, così che i test sono peggiorati ed i fondi europei
non utilizzati. Fino a che i genitori calabresi non si
ribelleranno, non per i tagli della Gelmini, ma per la
qualità che la Gelmini ha introdotto, nella scuola calabrese
non cambierà nulla. Sono gli italiani che si devono
svegliare.
L’altra area fondamentale è la
giustizia civile. Non possiamo avere un Paese che si
sviluppa, che è moderno, senza giustizia civile. Tutto il
nostro tema della riforma è sulla giustizia civile. Il
problema fondamentale è che da noi la giustizia civile ha
dei tempi paragonabili a quelli del Gabon. Però la gravità è
dovuta al fatto che non può esserci libero mercato o
rispetto delle regole se la giustizia civile non funziona.
Se sono un giovane imprenditore, con una piccola società, il
cui cliente mi dice: non ti pago, fammi causa...
l’imprenditore sa che subirà una causa e che dopo 12
anni sarà ancora lì... questo uccide il libero mercato e la
cultura delle regole.
Nel mio primo libro, faccio
riferimento ad un magistrato straordinario che si chiama
Mario Barbuto, presidente del tribunale di Torino, che in
sette anni ha ridotto i tempi della giustizia civile. L’ho
segnalato, è diventato un eroe, è diventato presidente della
Corte d’appello, e grazie al suo aiuto ho definito nel
secondo libro una proposta di riforma di giustizia civile
che fa riferimento al suo metodo, che non ha niente a che
vedere con quanto discusso in questi giorni, perché non è
una riforma della legge, ma del sistema organizzativo, di
motivazione, di incentivi”.
La spinta meritocratica ha
creato quelle che lei definisce comunità del merito. Come
queste possono agire per fare sistema?
“Non è la politica che può
trasformare il Paese e non sono i milioni di italiani che
purtroppo sono analfabeti. Può cambiare il Paese
quella che definisco un’élite addormentata: 30-45enni,
soprattutto donne, che oggi sono tagliati completamente
fuori dai giochi perché ognuno si fa i fatti propri, ognuno
va avanti per conto suo e sono completamente disinteressati.
Bisogna invece informarsi, capire, dibattere, parlare e fare
quello che in altri Paesi è già avvenuto.
Perché le rivoluzioni vere le
fanno i giovani: a 28/30 anni si è maturi per capire cosa
succede ed agire di conseguenza. Bisogna risvegliare
l’élite. La prima cosa da fare? Leggere i miei libri, lo
dico senza alcuno scopo commerciale (il ricavato va in
beneficenza). E le cose hanno già cominciato a muoversi.
Perché l’importante è muoversi”.
*Dice di sé.
Antonella Parmentola. Subisce, dai tempi del liceo, il
fascino delle parole, della loro etimologia, del loro senso
originale e della successiva evoluzione. È profondamente
convinta che in un mondo in cui tutto è stato già scritto e
detto, il come scrivere o dire qualcosa possa ancora fare la
differenza.
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NADIA URBINATI
La questione del merito non è né neutra né
di semplice procedura. Essa è prima di
tutto una questione di etica di chi
valuta e di chi è valutato, dei sistemi di
valutazione e, in primo luogo, di chi li
escogita e chi li fa funzionare. Non basta
enunciare che occorre seguire il criterio
del merito (e quale altro se no?),
occorre davvero seguirlo sempre. Per
esperienza devo dire che spesso anche chi
esalta il merito non è poi sempre pronto
a onorarlo perché la logica del sistema
ha più forza di quella del merito e
dell´onestà. Non è questa la ragione per
la quale è così difficile che un esterno
vinca una competizione nell’accademia
italiana? Se la questione del merito è
una questione di eguali opportunità e di
etica pubblica o di responsabilità, allora,
per sconfortante che la cosa possa
apparire, non consente soluzioni veloci e
facili.
(Da “La Repubblica”, 2008)
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