SOCRATE RITORNO AL MERITO

SONO I BUONI STUDENTI
A FARE UNA BUONA UNIVERSITÀ


Non c’è motivo per ritenere i ragazzi di oggi più stupidi o svogliati di quelli di una o due generazioni fa. Quello che non va non è la loro giovinezza bensì l’età che hanno raggiunto gli occhi di chi li guarda


 

Vincenzo Zeno-Zencovich*

 

a) Sono i buoni studenti che fanno i buoni professori

 

Quando i professori scrivono di università subiscono una compulsione interiore che li porta ad attribuire il ruolo di primo attore/prima donna alla propria categoria.

Sono i professori che fanno l’università, che la possono salvare come la possono distruggere. Ed attorno ad essi, e alle loro vicende – dal reclutamento al governo degli atenei – tutto si riconduce.

Tale visione appare frutto di una notevole ipertrofia dell’io, per certi soggettivamente comprensibile ma piuttosto lontana dalla realtà.

A rischio di proporre un paradosso si dovrebbe dire che sono i buoni studenti a fare una buona università (e dunque a fare dei buoni professori) e non viceversa. Il paradosso va smussato considerando che si tratta di una relazione biunivoca e circolare nella quale i veri soggetti interagiscono (positivamente o negativamente) fra di loro.

Non è dunque sbagliato partire dagli studenti. A qualcuno verrà da esclamare Bravi studenti? Ad averne!. Tale atteggiamento riflette uno dei più pervicaci modi di pensare dell’umanità: ciascuna generazione, raggiunta la maturità ed avviandosi verso la senilità, ritiene che la generazione che la segue sia composta da persone ignoranti, incapaci, irrispettose.

E questo sentimento è particolarmente acuito in tempi di rapido cambiamento: chi non riesce a comprendere o accettare i tempi nuovi si esprime negativamente nei confronti di coloro che ne sono i protagonisti.

Ora si può dire, quasi da che mondo è mondo, che ogni padre ritiene il proprio figlio uno scapestrato fannullone, pieno di idee balorde. Ed ogni madre pensa che la propria figlia sia – per dirla con parole di una volta – immodesta, interessata solo ai divertimenti e ad amoreggiare con detestabili coetanei senza né arte né parte.

Ma se davvero le cose stessero così l’umanità sarebbe avviata verso una inarrestabile regressione, perdendo ogni conoscenza e capacità.

Invece il percorso è inverso e, col metro dei tempi lunghi, da mille anni in Europa ogni generazione ha fatto dei passi avanti. Forse che gli inventori, i riformatori, i creatori di nuove filosofie che hanno superato quelle del passato venivano da un altro pianeta? Forse si tratta(va) di una eletta schiera che a dispetto dell’imbarbarimento collettivo ha cambiato il corso della storia? Se si giunge alla conclusione che i conflitti generazionali fanno parte della nostra psiche e rispondono a meccanismi di autodifesa di chi si vede franare il terreno sotto i piedi, è meglio lasciare talune ricorrenti litanie alle deliziose commedie del Goldoni dove costituiscono l’anima del divertimento.

Non c’è dunque nessun motivo per ritenere che gli odierni studenti universitari siano più stupidi o svogliati di quelli di una o due generazioni fa. Quello che non va non è la loro giovinezza bensì l’età che hanno raggiunto le menti e gli occhi di chi li guarda.

Questo non vuole dire avere un atteggiamento concessivo o, peggio, permissivo nei loro confronti. Anzi! Ma comporta valutare ciò che veramente conta e non ciò che – se uno si guarda alle spalle – era il modo con il quale si era visti dai propri genitori.

 

b) Cominciare dalle scuole superiori

 

Si parta dunque dalla considerazione che gli studenti di oggi non sono né migliori né peggiori di quelli del passato, e che dovranno imparare molto di più per affrontare una società più complessa. Come fare, dunque, per avere dei “bravi studenti” che migliorino l’università?

La prima risposta, apparentemente ovvia, è fare in modo che siano ben preparati nella e dalla scuola superiore.

A questa considerazione si replica, solitamente, con un sorriso di compatimento, un gesto sconsolato, un garbato invito a sognare altrove. Anche in questo caso si coglie la pretesa – ed autoattribuita – superiorità dell’università rispetto ai precedenti livelli di istruzione.

L’educazione e l’istruzione sono, invece, un continuo di evoluzione e di formazione e non sarebbero pochi i pedagogisti che, al contrario, porrebbero al vertice dell’importanza la scuola materna rispetto all’università.

Dunque quest’ultima è interessata – deve interessarsi – a quanto avviene nella scuola superiore. Anziché cimentarsi nelle consuete geremiadi sugli studenti che fanno grossolani errori di grammatica e di sintassi; che sono incapaci di superare un semplicissimo test di matematica etc. etc. sarebbe forse il caso di chiedersi: cosa può fare l’università per migliorare la scuola superiore?

E le risposte in larga parte ci sono già: intensificare i rapporti negli ultimi due anni delle superiori, favorendo l’orientamento e l’emergere delle vocazioni. Trasmettere l’idea che quello che può apparire un gradino finale, in realtà è quello iniziale per realizzare le proprie ambizioni.

Questo in larga misura già lo si fa, e chi lo fa con attenzione è in grado di misurare i risultati.

Ma quel che occorre soprattutto sono modi diversi di guardare dall’università verso le scuole superiori. In primo luogo, abbandonando la fastidiosa supponenza del professore universitario – l’unico vero, autentico e certificato Professore – verso chi insegna nelle scuole superiori fra mille difficoltà logistiche e di sistema, a fronte di una retribuzione a dir poco modesta. E non si tratta di una questione di bon-ton sociale, di benevolenza da dispensare generosamente verso classi di docenti ritenute svantaggiate. Significa valutare, criticare, stimolare, incoraggiare quanto viene fatto nelle scuole superiori, lavorando assieme per il raggiungimento di obiettivi che sono comuni.

Basta, per cominciare, un’azione semplice: segnalare a ciascun liceo o istituto la progressione di carriera dei loro studenti nel curriculum universitario, indicando livelli medi e punte di eccellenza e chiedendo che chi sta dietro si ponga degli obiettivi di miglioramento.

Il secondo sguardo che andrebbe rivolto con maggiore lucidità è alla qualità comparativa dei diplomati delle scuole superiori italiane.

Chiunque ha un minimo di esperienza di insegnamento all’estero oppure ha dimestichezza con i non pochi studenti stranieri che vengono per un breve periodo presso le università italiane nel quadro degli scambi Erasmus, può toccare con mano un dato di fatto: uno studente di medio livello uscito da un liceo italiano è decisamente migliore dei suoi coetanei usciti da analoghe scuole di gran parte degli altri paesi dell’Unione europea, a cominciare dal fin troppo sopravvalutato Regno unito. Non parliamo poi del confronto fra un liceo italiano e uno studente di una buona high school statunitense.

 

c) Limiti e pregi di una cultura umanista

 

Certamente – e test empirici lo confermano –l’insegnamento delle materie scientifiche, a partire dalla matematica, è uno dei punti dolenti della scuola superiore italiana con il risultato che nelle aree dove più ci sarebbe bisogno di tali capacità – l’ingegneria, l’informatica – siamo in cronico deficit.

Ma se è consentito azzardare una ipotesi questa non è una responsabilità della scuola, e dei suoi insegnanti, italiana.

Come è stato da più parti sottolineato, il dominio intellettuale che per quasi mezzo secolo hanno esercitato sulla cultura italiana due grandi filosofi idealisti, Gentile e Croce (entrambi, in momenti diversi, con responsabilità anche politiche) ha generato, inter alia, un generale disinteresse – se non una ostilità – verso la scienza ed il pensiero scientifico, i quali si pongono agli antipodi, con la loro logica induttiva, rispetto al dogmatismo della concettuologia.

Se dunque la cultura italiana ha una forte propensione ai piani bassi verso il chiacchericcio e ai piani alti verso l’onanismo intellettuale, non è colpa della scuola se non viene data importanza centrale alla matematica e alle scienze teoriche ed empiriche.

­A questo limite considerevole fa però da contrappeso il punto di forza della scuola italiana: proprio per via di quella impronta idealista essa è permeata da una generale visione umanista, con la creazione di un quadrilatero di conoscenze fra di loro unite, costituito dalla storia, dalla filosofia, dalla letteratura e dalle lingue antiche.

Questo significa che ogni anno in Italia centinaia di migliaia di giovani studiano le radici del mondo occidentale apprendendo i suoi blocchi fondanti e la inscindibile connessione evolutiva che la caratterizza da circa tremila anni. Qualcosa che è totalmente mancante – se non con riguardo alla propria letteratura – nel mondo anglosassone dove tutto questo è oggetto di un bricolage dai risultati modestissimi.

In altri paesi europei – in particolare in Francia ed in Germania – si seguono percorsi analoghi all’Italia, ma la nostra peculiarità, racchiusa nel liceo classico, è il legame fra lingua greca e latina e le loro espressioni di pensiero e di arte.

Ovviamente bisogna essere consapevoli – e saper trasmettere questa convinzione – che il latino ed il greco non sono “lingue morte”, ma consentono di comprendere come l’uomo occidentale sia tutto racchiuso nell’odissea di Ulisse disposto a sfidare i nemici, la natura e persino gli dei per ottenere quel che ritiene il suo diritto; come l’umanità ancora, e per sempre, sarà fatta di conflitti fra individuo e ordine, fra passione e ragione scolpiti nelle tragedie greche; come l’esperienza romana è l’archetipo di ogni impero successivo e attraverso la sua storia siamo in grado di interpretare realisticamente le dinamiche ed i fallimenti dell’attuale “impero” statunitense.

La digressione potrebbe sembrare fuor d’opera se non fosse che consente di comprendere perchè un gran numero di studenti universitari italiani, comparativamente, dispongono di un bagaglio di conoscenze all’apparenza non congruenti con taluni percorsi di studio, ma che in realtà consentono loro di eccellere purché...



*Dice di sé.
Vincenzo Zeno-Zencovich. Laureato in giurisprudenza e in scienze politiche presso l’università La Sapienza di Roma, ha svolto studi anche negli Stati Uniti (Harvard) e Inghilterra (Cambridge). Dopo aver insegnato nelle università di Genova, Sassari e Cagliari è attualmente professore ordinario di diritto comparato nell’università di Roma Tre. Fra i suoi temi di ricerca rientrano il diritto privato europeo, la responsabilità civile, i diritti della personalità e la disciplina dei media e delle nuove tecnologie dell’informazione. Tra le pubblicazioni più recenti “Freedom of expression” (Routledge 2008) e “Sex and the contract. From infamous commerce to the market for sexual goods and services” (Nijhoff, 2011). Presidente dell’Istituto per lo studio dell’innovazione nella multimedialità (ISIMM), e della fondazione Centro di iniziativa giuridica Piero Calamandrei.







LUCA BARILLA

Ci stiamo impoverendo e questo significa che se non
interverremo tempestivamente rischieremo di essere colonizzati.
Noi, Paese strano che possiede numerose virtù e risorse ma in
cui iniziano a scarseggiare il senso civico le opportunità
di dialogo civile e di confronto, il sostegno ai meritevoli
che sarebbero in grado di ragionare e di produrre in una
prospettiva internazionale.

(Da “luigiboschi.it, 2008)








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