SOCRATE RITORNO AL MERITO
LE CONTRADDIZIONI DELLA MERITOCRAZIA
È un concetto discusso e
criticato. Spesso in modo ironico, polemico, dubbioso, fin
dalla prima invenzione della parola. Ci sono motivi di
perplessità. Ma non è un’utopia
Giancarlo Livraghi*
Sembra
facile. Adottiamo
un sistema meritocratico e, per incanto, tutto
funzionerà molto meglio. Ma l’esperienza dimostra che ci
sono parecchi problemi. Perché non è facile definire che
cosa sia il merito. E sono spesso discutibili i
criteri con cui si pensa di poterlo riconoscere, stimolare,
premiare o retribuire.
Stranamente (o forse no) per
migliaia di anni, mentre il concetto di merito è sempre in
qualche modo esistito, non si è mai usato il termine
“meritocrazia”. Pare che la parola sia nata, in inglese, nel
1958 – e, fin dall’inizio, usata in senso critico.
C’è chi fa risalire il concetto
(ma non la parola) a Confucio – o a un altro antico autore
cinese, Han Feizi – e all’applicazione nel secondo secolo
a.C., durante la dinastia Han, di un metodo di esami per
valutare il “merito” dei funzionari nell’apparato
burocratico2. Cosa tutt’altro che facile. Due millenni più
tardi, e in un diverso contesto politico, culturale e
sociale, stiamo ancora affrontando gli stessi problemi, come
vedremo più avanti.
C’è anche chi attribuisce
opinioni “meritocratiche” ad Aristotele, ma si tratta di
aristocrazia, che non è la stessa cosa. Si potrebbe,
analogamente, pensare al ruolo dei filosofi nella
Repubblica di Platone, ma anche quella è un’impostazione
diversa.
Michael Young e l’invenzione
della meritocrazia
Il fatto è che la parola
meritocrazia è comparsa per la prima volta cinquantatre anni
fa, in un interessante libro di Michael Young The Rise of
the Meritocracy. Non è un esercizio di futurologia,
anche se la vicenda che racconta è proiettata nel futuro.
Pubblicato nel 1958, si presenta come cronaca di una
ribellione nel 2034 e ricostruisce la serie di sviluppi, a
partire dagli anni ’60, che hanno portato a quella crisi.
È basato sulla particolare
struttura politica e sociale della Gran Bretagna, ma se ne
possono dedurre considerazioni valide anche in contesti
diversi. Con penetrante ironia, racconta come un sistema
scolastico intenzionalmente ugualitario e basato sul
“merito” si possa trasformare in un nuovo genere di
aristocrazia ereditaria.
Michael Young immagina che, in
seguito alla riforma scolastica e alla più ampia possibilità
di accedere alle università, le oligarchie tradizionali
vedano indeboliti i loro privilegi – e li recuperino
impadronendosi dell’intelligenza.
Si crea così un solco fra una
minoranza mentalmente e culturalmente evoluta e una
maggioranza intontita dalla banalità dei mass media e
da varie forme di soporifero spettacolo. La discriminazione
è spietatamente selettiva.
I figli stupidi degli
aristocratici sono degradati alle classi inferiori, mentre
le famiglie privilegiate adottano i più intelligenti nati
dai plebei. I sudditi sono privati delle risorse mentali e
organizzative necessarie per potersi ribellare.
Il sistema sembra inattaccabile,
ma residui di tradizionale maschilismo tengono troppe donne
intelligenti in condizioni di inferiorità.
Molti anni dopo l’instaurazione
del regime, giovani aristocratiche si alleano con vecchi
sindacalisti (rimasti nelle classi oppresse prima che
fossero private di intelligenza) e così gli emarginati
trovano la guida di cui hanno bisogno.
La rivolta, nel maggio 2034, è
violenta. Ma la storia si conclude prima che se ne possa
conoscere l’esito. Michael Young, alla fine, si chiede se
potrà avere un durevole successo e osserva che
“probabilmente è troppo tardi”.
La diffusione di opinioni
critiche
Ci sono somiglianze, tutt’altro
che casuali, fra la storia immaginata da Michael Young e tre
classici sulla degenerazione delle società moderne: Brave
New World di Aldous Huxley, Animal Farm e 1984
di George Orwell3 (anche se nei loro libri non è usata la
parola “meritocrazia”).
Insomma sembra che sia difficile
pensare a una “gerarchia basata sul merito” senza coglierne
i problemi. Ma il fatto è che il concetto, nato come
perplessità, si è poi diffuso (più in teoria che in pratica)
in senso vagamente positivo. Cosa, sostanzialmente, corretta
e ragionevole. Ma difficilmente applicabile se non se ne
valutano le complessità.
Prima di arrivare a “che cosa c’è
di buono” nella meritocrazia, sono da citare altri tre libri
che la vedono in senso critico.
Uno può sembrare uno scherzo di
fantasia, benché il concetto sia amaramente serio. The
Marching Morons di Cyril Kornbluth (1951). Non usa il
termine meritocrazia, che non era ancora stato inventato, ma
il concetto è analogo. Il protagonista è un bieco
personaggio che esce dalla “crioconservazione” in un futuro
dove, in seguito al controllo delle nascite nella
popolazione più evoluta e alla smisurata riproduzione dei
più arretrati, una minuscola minoranza di intelligenti
governa un’immensa moltitudine di imbecilli. Il malvagio
“resuscitato” offre all’élite una crudele soluzione per
ridurre il problema di una crescita incontrollata:
promettere idilliache vacanze su Venere, caricare gli
incauti turisti su astronavi e scaraventarli nello spazio.
Ma alla fine subisce anche lui la stessa sorte4.
Il principio di Peter
Un testo fondamentale sulla
meritocrazia è The Peter Principle (1969) di Laurence
Peter. Il titolo è così noto da essere diventato, in
inglese, un’espressione proverbiale, citata come tale nei
vocabolari. Ma in pratica sono scarsi i tentativi di
risolvere il problema.
Concepito in un quadro culturale
in cui la meritocrazia è considerata vincente – e
sostanzialmente desiderabile – il principio di Peter afferma
che in un’organizzazione meritocratica ognuno viene
promosso fino al suo livello di incompetenza.
Laurence Peter definisce
ironicamente la materia del suo studio “scienza della
gerarcologia”.
Spiega come una struttura
gerarchica, se basata su una giusta valutazione del merito,
tenda a promuovere ogni persona meritevole a un livello più
alto.
Se una persona sa fare bene una
certa cosa la si sposta a farne un’altra. Il processo
continua fino a quando ognuno arriva al livello di ciò che
non sa fare – e lì rimane.
Il risultato è che
nell’organizzazione si diffonde continuamente
l’incompetenza.
E le persone competenti si
trovano sempre più spesso alle dipendenze di incompetenti,
che le ostacolano nello svolgimento del loro lavoro5.
Gli insegnamenti di Peter sono
ampiamente ignorati, non solo perché sono scomodi, ma anche
perché le persone al vertice delle organizzazioni non amano
sentirsi dire che hanno scelto e promosso i loro dipendenti
in modo sbagliato – o, peggio ancora, che sono proprio loro
ad aver raggiunto il fatale livello di incompetenza.
La situazione oggi è ancora più
grave di come la descriveva Laurence Peter – perché il
concetto di merito è sempre più confuso. Le “promozioni”
sono spesso dovute alla protezione di potenze oligarchiche,
al gioco delle apparenze o a intrighi che hanno poco a che
fare con la competenza.
Oppure al predominio delle
speculazioni finanziarie, di cui parleremo più avanti.
La legge di Parkinson
In Parkinson’s Law la
parola “meritocrazia” non compare, anche perché è stato
pubblicato nel 1957, un anno prima del libro di Michael
Young6. L’ironica, quanto severa, analisi di Cyril
Northcote Parkinson riguarda principalmente le disfunzioni
dei sistemi gerarchici e dei processi decisionali. Ma non
mancano osservazioni sulle balordaggini di valutazione del
merito.
Per esempio il secondo capitolo
del suo libro, I princìpi della selezione, è dedicato
ai metodi con cui si sceglie una persona cui affidare un
ruolo di responsabilità. Offre una scherzosa, ma
preoccupante, descrizione di come possano essere diffusi (e
anche istituzionalizzati) criteri che nulla hanno a che fare
con le capacità di svolgere adeguatamente quel compito.
Sarebbe lungo citare qui il suo ampio e pittoresco elenco,
ma non è difficile trovare esempi di questa sindrome.
Inoltre Parkinson, nel nono
capitolo, definisce una perniciosa infermità chiamata
injelitance (che potremmo, pressappoco, tradurre “gelosincompetenza”).
Osserva che «il primo segno di pericolo è rappresentato
dalla comparsa, nella gerarchia, di un soggetto che
racchiude in sé un’elevata dose di incompetenza unita a un
altrettanto consistente quantitativo di gelosia». Questo
personaggio «è facilmente riconoscibile
dall’ostinazione con cui si affanna per estromettere tutte
le persone più abili di lui e dalla strenua resistenza che
oppone alla promozione o alla nomina di chiunque potrebbe
dimostrarsi migliore».
Ma c’è un problema in più: la
malattia è contagiosa. Si sviluppa «una gara di stupidità,
con persone che fanno finta di essere ancora più acefale di
quanto siano in realtà». Alla fine si raggiunge «uno stadio
nel decorso di questa malattia quando, dal vertice alla base
dell’organizzazione, non brilla più nemmeno una scintilla di
intelligenza». Perciò «l’organizzazione è morta. Può giacere
in coma per vent’anni, o gradatamente decomporsi, anche se
dopo lungo tempo potrebbe teoricamente resuscitare». È
preoccupante constatare come troppe organizzazioni
decerebrate siano artificialmente tenute in piedi – talvolta
perfino resuscitate, senza che sia guarita la loro
demeritocrazia.
Il darwinismo sociale e la
glorificazione dell’ingiustizia
C’è anche una perversa scuola di
pensiero, il cosiddetto darwinismo sociale,
proclamato nell’Ottocento da Herbert Spencer e altri
economisti. Il concetto di “sopravvivenza del più adatto”
inteso come spietato predominio di chi ha più successo (in
particolare dei più ricchi) a scapito di chi ne ha meno e
perciò non merita di sopravvivere se non come suddito
asservito ai voleri dei potenti.
Oggi quella velenosa teoria è
abbandonata da tutti, anche dagli economisti. Ma in pratica
è ancora spietatamente applicata in molte situazioni e in
molti modi diversi, con una tendenza ad aggravarsi in anni
recenti.
C’è un’ostinata stupidità nella
moltiplicazione di violenza, repressione, oppressione,
persecuzione, sfruttamento. Problemi che c’erano e non si
risolvono. Altri che nascono o crescono con trionfante
ottusità. Sembra che la natura umana sia irrimediabilmente
autolesionista. Ma non è così.
Fin dai tempi dell’illuminismo
era chiaro che l’ingenua visione del bon sauvage,
come l’aveva immaginata Jean-Jacques Rousseau, non trova
conferma nei fatti e nella storia. Cioè non è vero che
l’uomo, “buono” e civile allo stato di natura, sia reso
barbaro e crudele dalle istituzioni “moderne”. Ma non è vero
neppure il contrario: cioè che l’uomo sia “per natura”
egoista e malvagio – e che ogni possibilità di convivenza
civile debba derivare da un’imposizione autoritaria.
Gli studi sull’evoluzione hanno
fatto molti progressi grazie a quasi 150 anni di evoluzione
scientifica dai tempi di Darwin. Per esempio si è verificato
“il ruolo centrale della fiducia nell’evoluzione umana”7.
Ogni specie che si possa definire “umana” non è mai
totalmente collettiva, ma neppure totalmente individuale.
Sopravvive solo con un equilibrio dinamico fra i due
fattori.
Sarebbe ingenuo credere che
l’evoluzione possa avvenire senza contrasti e conflitti.
O che la natura umana sia
dominata dall’altruismo, dalla solidarietà e dall’attenzione
al bene comune. Ma è altrettanto sbagliato pensare che
civiltà, etica, collaborazione e solidarietà siano contrarie
al carattere strutturale e genetico della nostra specie.
Sono necessarie alla sua sopravvivenza – e soprattutto a
un’evoluzione che non sia solo l’arte di sopravvivere, ma
anche quella di crescere e migliorare.
Premiare il demerito: la
speculazione finanziaria
Un esempio vistoso di
demeritocrazia è la (cosiddetta) crisi economica in cui
stiamo vivendo.
Che non nasce dai problemi
(esistenti e complessi) dell’economia reale, ma dallo
sciagurato predominio delle speculazioni finanziarie, che
premiano chi ha l’astuzia di truccare i conti – o la fortuna
di approfittare di un momento favorevole quando un’onda
speculativa deforma le oscillazioni del mercato.
Le conseguenze sono spesso
catastrofiche per chi poi deve raccogliere i cocci, ma
intanto chi ha giocato d’azzardo (se non si è limitato a
scappare con i soldi) può trovarsi promosso molto al di là
delle sue capacità di gestire un’impresa o di produrre
risultati in un mercato reale.
Ci sono fenomeni, purtroppo non
rari, che vanno oltre il principio di Peter – come la
promozione a livelli più alti di chi era già incompetente
nel ruolo in cui si trovava.
Un altro problema è
l’imperversare di acquisizioni, fusioni e concentrazioni. Si
perdono le identità e le culture che avevano portato le
imprese al successo – cioè le competenze nel saper fare
qualcosa meglio delle altre.
Molte persone vengono eliminate
dalla struttura non perché non siano competenti, ma perché
nella fusione si creano doppioni di ruolo (e anche perché il
costo dell’operazione viene in parte recuperato con la
riduzione dei costi di personale).
Nel ribollente calderone
dell’organizzazione rimescolata i ruoli si sovrappongono e
si confondono. Così non si premiano le persone più
qualificate, ma quelle più gradite alla fazione che prende
il sopravvento. I giochi di potere e le manovre di corridoio
prevalgono su ogni criterio di merito o capacità.
Anche se sopravvivono alla
strage, le persone competenti sono spesso spostate in ruoli
per cui sono inadatte – e comunque demotivate da un clima in
cui far bene conta poco.
L’impegno per la qualità non è
premiato, la competenza non conta, si bada alla
sopravvivenza nel giro tortuoso degli intrighi e delle
apparenze. Insomma il classico principio di Peter continua a
fare danni, in modo tanto più grave quanto più si mescola
con altre disfunzioni.
Aristocrazia e altre
deformazioni
Se ritorniamo ad Aristotele (o,
più in generale, alle parole che derivano dal greco) vediamo
che aristocrazia vuol dire “governo dei migliori”.
Ottima idea – in teoria. Ma chi decide quali sono i
migliori? Con quale criterio? Vediamo che in pratica
l’aristocrazia si è quasi sempre trasformata in tutt’altro –
privilegio ereditario, feudalesimo, consorteria fra
prepotenti o designazione “dall’alto” raramente basata su un
reale merito. Come è accaduto con molti altri concetti le
cui buone intenzioni originali sono degenerate fino ad
alterarne il significato.
C’è anche un problema, oggi come
sempre, di prospettiva. Chi
ha avuto successo tende a pensare che il modo con cui l’ha
ottenuto sia merito. E perciò che meritocrazia voglia dire
premiare e promuovere i suoi simili.
Ci sono parole ampiamente
considerate negative. Come plutocrazia,
autocrazia, burocrazia. O, con altre desinenze,
oligarchia, gerarchia, tirannia,
dittatura8. Ma, per quanto concettualmente disprezzate,
in pratica continuano a moltiplicarsi. C’è anche chi scherza
con idiocrazia, ma non mancano esempi di come possa
essere tragicamente vero.
Perfino democrazia, la più
desiderabile e consapevole forma di governo, spesso degenera
– e altrettanto spesso la parola è stata, ed è ancora, usata
per definire sistemi di potere che poco o nulla hanno di
democratico.
La demeritocrazia (e il
destino dei meno meritevoli)
Sarebbe interminabile un elenco
delle situazioni e dei comportamenti che provocano e
moltiplicano la demeritocrazia. Ognuno, osservando i fatti,
può aggiungere esempi e interpretazioni. In generale, si può
applicare anche in questo senso il concetto che riguarda la
stupidità. Non è eliminabile, ma non è invincibile. Capirla
e conoscerla vuol dire controllarla e ridurne le
conseguenze.
Ma c’è un altro problema. Che
cosa ne facciamo dei meno meritevoli? Immaginiamo (per
quanto improbabile possa essere) che un criterio di scelta e
ridefinizione dei ruoli sia infallibilmente meritocratico.
Ne consegue, inevitabilmente, che qualcuno sia scartato – e
rimanga senza lavoro, oppure sia demotivato da una mancata
promozione. Non solo si produce un danno sociale, ma anche
un degrado crescente di efficienza e qualità all’interno
dell’organizzazione. Oltre a evitare promozioni
all’incompetenza, è importante aver cura di chi è rimasto
dove è bene che sia. O più in generale di chi, benché a
livelli non elevati nella gerarchia, svolge compiti
necessari e insostituibili. Farlo con meccanismi formali o
con generica (spesso ipocrita) benevolenza serve a poco –
può essere irritante quando è vacuamente rituale. Ma, al di
fuori di ogni schematismo, una cura attenta e sincera dei
valori umani è molto più importante di qualche banale
cerimonia.
Sono poche le persone totalmente
prive di merito. Ma, anche in quel caso, nessuna società
civile può permettersi di ignorarle. Perfino i criminali
devono essere trattati con umanità. A parole, questa è la
legge – e un’opinione diffusa fra le persone più
consapevoli. Ma anche nella patria di Cesare Beccaria i
fatti sono spesso di disgustosa barbarie.
Accade anche che i meccanismi
scartino, o non sappiano valorizzare, il merito migliore. Le
persone più attente, brillanti, davvero innovative, sono
spesso bizzarre rispetto alla cultura dominante. Impazienti,
impertinenti, irriverenti, disobbedienti, non convenzionali.
Scoprire e incoraggiare il talento è un’arte. Difficile,
quanto preziosa.
Il merito non è potere – e
spesso il potere non è merito
Non è una pignoleria etimologica
chiederci che cosa succede quando “merito” si combina con “crazia”.
Le parole che finiscono con -crazia o -archia
sono tutte, in qualche modo, pericolose. Come lo è il
concetto di potere.
Perché un’organizzazione o una
comunità umana, dalla più piccola combriccola fino al
governo del pianeta, possa funzionare, è necessario che a
qualcuno sia dato un adeguato “potere”. Quando è inteso come
responsabilità, funziona bene. Ma troppo spesso diventa
prepotenza. Perché c’è un meccanismo, nella natura del
potere, che funziona in modo antievolutivo – cioè favorisce
i meno adatti9.
Come fa una persona ad avere
potere? Qualche volta ci arriva senza volerlo. A qualcuno si
dà fiducia perché ci si fida di quella persona. In quel modo
il potere viene spesso attribuito a persone capaci,
competenti, ben motivate e con un forte senso di
responsabilità. Questo processo ha buone probabilità di
generare potere meritevole e meritato. Ma ne vediamo assai
meno esempi di quanto ci piacerebbe.
Il motivo è che c’è concorrenza.
Una forte, talvolta feroce, spesso ansiosa, sempre
impegnativa competizione per il potere. Le persone che non
cercano il potere in quanto tale, ma badano di più al bene
altrui, hanno meno tempo ed energie da spendere per
conquistare il potere – o per cercare di conservare quello
che hanno. Mentre le persone assetate di potere, anche
indipendentemente dai suoi effetti sulla società, si
concentrano sulla lotta per il potere. Con conseguenze
tutt’altro che meritocratiche.
Diceva Friedrich Nietzsche: «si
paga caro l’acquisto del potere; il potere istupidisce». Il
potere è una droga, uno stupefacente. Molte persone al
potere sono afflitte da megalomania. Indotte a pensare che
“poiché” stanno al potere sono migliori, più capaci, più
intelligenti, più sagge del resto dell’umanità.
Sono anche circondate di
cortigiani, seguaci e profittatori che rinforzano
continuamente quell’illusione. Vittime di quel perverso
meccanismo non sono solo i governati – che subiscono il
giogo degli intermediari oltre a quello dei vertici. Sono
anche, spesso, i “sommi potenti”, che diventano prigionieri
del loro entourage.
Perciò del potere è sempre bene
diffidare. Non ammirarlo, non assecondarlo, né passivamente
seguirlo, senza aver verificato che chi ce l’ha se lo
meriti.
Che cosa succede con
merito-crazia? Sarebbe bello, se non fosse difficile, dare
responsabilità solo a chi la merita. Ma comunque c’è un
problema nel concetto. Ci possono essere (e in pratica sono
tante) persone straordinariamente “meritevoli” che non hanno
la capacità, né il desiderio, di “comandare”. Perciò un
sistema “meritocratico” deve, prima di tutto, saper
riconoscere, giustamente premiare, affettuosamente ammirare,
il merito di chi ci dà un prezioso contributo senza avere,
né desiderare, alcuna “crazia” né “archia”.
In un sistema armonioso e
intelligente si può capire e usare bene la differenza delle
capacità. Alcune persone possono avere migliori doti
organizzative, e perciò ruoli di gestione, senza per questo
avere un rango superiore a chi in altro modo dà un
contributo non meno importante.
L’efficienza di quel metodo è
ampiamente dimostrata. Ma purtroppo continuano a prevalere
le strutture gerarchiche. Che sono le meno efficienti, ma
gradite ai burocrati – e ai dirigenti troppo spesso motivati
da carrierismo estraneo a ogni valore di qualità.
Le ambiguità del “merito”
C’è una domanda fondamentale: che
cosa si intende per “merito”?
Ogni sistema che voglia definirsi
meritocratico con un metodo formale è costretto a
irrigidirsi in uno schema che sia aritmeticamente
misurabile. Deve perciò affidarsi a un meccanismo di esami o
di valutazioni attitudinali rigidamente definito. Molto
simile, se non uguale, a quelli usati per misurare il
quoziente di intelligenza – che, notoriamente, non
funzionano. Per vari motivi, di cui il più importante è che
sono definiti secondo schemi culturali che premiano
l’omologazione e ostacolano la diversità, incoraggiano
l’obbedienza a scapito dell’indipendenza di giudizio,
promuovono l’abitudine e puniscono l’innovazione10.
Occorre anche ricordare che non
può esistere alcun concetto universale di “merito”. La
stessa persona può essere eccellente in un ruolo, scadente
in un altro. Ogni concetto rigido di mansione conduce
all’inefficienza. (Da tutta la vita sto dicendo che gli
organigrammi non funzionano perché le persone non sono
rettangolari – e ho avuto la fortuna di poter verificare
quali ottimi risultati si ottengono quando si riesce ad
adattare la struttura alle risorse umane, non viceversa).
Stiamo assistendo, purtroppo, a
un’imperversante diffusione della demeritocrazia. Un
problema che c’è sempre stato – e che si potrebbe capire
meglio se non ci fosse una diffusa tendenza a dimenticare le
lezioni della storia. Ma senza trascurare il fatto che la
situazione di oggi è per importanti motivi diversa da ogni
epoca precedente11.
È tipico, quanto disastroso, che
in situazioni come questa ci sia un crollo della fiducia e
una diffusione dello scaricabarile (quando qualcosa non
funziona è sempre “colpa di qualcun altro”).
È difficile, ma non è
un’utopia
Insomma il concetto di
meritocrazia è discutibile – e può essere interpretato in
modi molto diversi. Ciò non significa che sia sbagliato. Al
contrario, quando funziona è non solo moralmente e
umanamente desiderabile, ma dà anche ottimi risultati.
Chi
ha esperienza di ambienti di vita e di lavoro in cui il
clima è di collaborazione e rispetto reciproco, di forte
motivazione, di riconoscimento del merito, sa bene quanto
sono gradevoli e quanta qualità sono in grado di produrre.
Ma la percezione è più emotiva che razionale, più istintiva
che formale, più umana che schematica. E qui sta il
problema. È molto difficile che il merito si possa definire
e gestire secondo criteri standardizzati, burocratici o
normativi.
Il tema della meritocrazia è
stato – e continua a essere – ampiamente discusso. Molti
pensano, non senza motivo, che sia un’utopia. Purtroppo lo
è, se si immagina che possa essere universale e omogenea,
applicabile a tutto e a tutti secondo uno schema rigido e
con un unico criterio. Ma ciò non vuol dire che sia
impossibile.
Con flessibilità e buon senso,
sensibilità e comprensione, si può davvero dare valore al
merito – molto più e molto meglio di quanto accada nella
maggior parte delle organizzazioni (comprese quelle che
immaginano, o fingono, di essere meritocratiche). E anche in
ogni genere di rapporti umani.
Più che un metodo, è un’idea. Più
che una disciplina, è un ideale – come tale irraggiungibile
in “perfezione assoluta”, ma fertile e desiderabile come
atteggiamento e aspirazione.
Potremmo, se ne avessimo davvero
il desiderio, fare enormi progressi nel riconoscere il
merito, dovunque sia. Ogni impegno in quel senso è, in sé,
meritevole – ma anche nel “migliore dei mondi possibili” non
riusciremmo mai a scoprire tutte quelle persone che, senza
mai avere, né desiderare, le luci della ribalta, stanno
migliorando una parte, piccola o grande, del mondo in cui
viviamo. A quei tanti generosi “ignoti” probabilmente
nessuno dedicherà mai un monumento. Ma meritano la nostra
perenne gratitudine.
*Dice di sé.
Giancarlo Livraghi. Se avesse mille vite, farebbe mille
mestieri. È curioso di tutto, ma al centro della sua
attenzione ci sono sempre la comunicazione e la cultura
umana. Ha scritto alcuni libri (il suo preferito è “Il
potere della stupidità”). Il suo sito online è
http://gandalf.it
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ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA
In nessun altro Paese dell’Europa
occidentale come in Italia i vertici
degli ambiti lavorativi sia pubblici che
privati con un minimo di qualificazione
sono protetti da regole di accesso,
formali o informali, le quali di fatto
sbarrano il passo a chiunque non si trovi
già inserito nel personale da decenni o non
goda di appoggi potentissimi. La
generale, feroce ostilità al merito,
unita al culto del principio della
«carriera» e al legalismo spietato
custodito dal Tar – tre pilastri della
burocrazia statale – si rivela un’arma
efficacissima per impedire ai funzionari più
giovani e intraprendenti di scalare
rapidamente gli alti gradi.
Dell’università neppure a parlarne. Ma,
ripeto, non è solo lo Stato: il sistema
bancario, ad esempio, è ormai da decenni
nelle mani degli stessi mentre i nuovi
ingressi avvengono con il contagocce. In
complesso, poi, tutti i consigli
d’amministrazione del settore privato
vedono la presenza strabordante di persone
intorno ai settant’anni.
(Da “Il Corriere della Sera”, 2010)
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