INTERVISTE
CATRICALÀ, IL SIGNORE DELL’ANTITRUST
“I giovani di oggi purtroppo
non hanno le nostre chance... Ripartendo dall’Università,
bisogna restituire al merito il suo giusto calore. E bisogna
diffondere nel Paese la cultura della concorrenza e del
rispetto dei consumatori, perché anche questi sono fattori
fondamentali per far ripartire l’economia”
Cesare Lanza*
Antonio
Catricalà. Calabrese classe 1952, sposato con due figlie,
dal 2005 riveste la carica di Presidente dell’Autorità
garante della concorrenza e del mercato. Laureatosi a 22
anni in giurisprudenza, ha superato, in seguito, sia il
concorso in magistratura sia l’abilitazione per la
professione forense. Ha all’attivo una lunga carriera di
docente universitario, avendo insegnato prima diritto
privato all’università La Sapienza e poi, carica che ancora
ricopre, diritto dei consumatori all’università Luiss Guido
Carli. L’Antitrust è l’istituzione che, tra le altre,
svolge attività di vigilanza sui comportamenti che possono
impedire la concorrenza, di valutazione e sanzionamento dei
casi di conflitto d’interesse dei componenti del Governo, di
controllo sulla correttezza dei messaggi pubblicitari.
Come ricorda il suo arrivo a Roma da Catanzaro? “Fu
una scelta obbligata: in quegli anni in Calabria non c’erano
università, Roma e Napoli erano le mete più vicine. Per
molti mesi per me la Capitale ha coinciso con il triangolo
della cittadella universitaria: piazza Bologna, viale del
Policlinico, San Lorenzo. Ho scoperto via Condotti solo
quando all’università ho iniziato a ottenere i primi
risultati e mi sono rilassato”. Si è laureato a soli 22
anni e dal suo curriculum si potrebbe dedurre che le
piacesse studiare. È stato così? “Il diritto mi è sempre
piaciuto, ma con i miei genitori c’era poco da scherzare:
sugli studi non facevano sconti, bisognava andare avanti
come treni anche perché, oltre a me, c’erano tre sorelle da
mantenere all’università”.
Pensa che oggi un ragazzo
possa avere le stesse chance di intraprendere un percorso
professionale importante come il suo? “Onestamente no,
anche se non sono sicuro che la determinazione della mia
generazione sia paragonabile a quella dei giovani di oggi.
Non mancano le potenzialità, ma gli stimoli a raggiungere i
risultati sono diversi: noi genitori siamo maggiormente
protettivi, cerchiamo di togliere ai ragazzi le castagne dal
fuoco. Ma così facendo non li aiutiamo. C’è poi un clima
di sfiducia generalizzato nel riconoscimento del merito che
non viene considerato un valore in sé. Oggi essere il
migliore può non essere sufficiente: e questo è il danno
peggiore che possano subire le nuove generazioni”.
Uno dei temi più urgenti nel nostro Paese è la mancanza di
giovani in ruoli di comando. Cosa fare per favorirne
l’accesso? “Intanto ritornare alla cultura del merito a
partire dall’università. Occorre formare le professionalità
giuste, dotarle non solo di sapere teorico, ma di conoscenze
pratiche. La formazione deve essere multidisciplinare: non
basta conoscere a menadito i manuali per essere ottimi
manager pubblici e privati. E poi occorre gestire la
fase di ricambio: negli Stati Uniti spesso le aziende
trattengono i dirigenti anziani con posizioni a part time
proprio per permettere che trasferiscano il loro know how ai
giovani”.
A tal proposito, come docente universitario
ha una prospettiva privilegiata sul mondo giovanile. Nelle
nostre università il merito viene premiato? “Purtroppo
non come si dovrebbe. È uno degli effetti negativi delle
risorse scarse: non ci sono sufficienti fondi per le borse
di studio, per premiare l’eccellenza degli studenti con
poche disponibilità economiche. E questo è un grosso
limite”. Se dovesse spiegare in poche parole di cosa si
occupa l’Antitrust? “È un gruppo di audaci che cerca di
diffondere nel Paese la cultura della concorrenza e del
rispetto dei consumatori. Lo fa sanzionando le intese e
gli abusi compiuti dalle imprese, e tutelando i cittadini
dalle pratiche commerciali scorrette delle aziende, ma anche
segnalando al Parlamento, al Governo, alle Regioni e agli
enti locali tutte le norme che bloccano la competizione. È
una battaglia difficile, ma in gioco c’è la crescita del
Paese, la possibilità, con riforme a costo zero, di fare
ripartire l’economia”.
Come si riesce a mantenere
indipendente l’Antitrust? Quali sono le pressioni maggiori
alle quali deve opporre resistenza? “L’indipendenza è uno
stato dell’animo: non ci sono regole, per quanto ferree, che
possano garantirla. Quanto alle pressioni devo essere
sincero: non ne ho mai ricevute forse perché chi mi conosce
sa che produrrebbero l’effetto opposto”.
Quali reali
vantaggi ha introdotto, per i consumatori, la class action?
“È troppo presto per fare un primo bilancio: ancora non si
sono svolti i processi mentre ci sono state diverse
decisioni di inammissibilità dell’azione. È la dimostrazione
che occorre, soprattutto da parte delle associazioni dei
consumatori, un uso intelligente dello strumento. Non va
agitato come un panno rosso davanti al toro, ma attivato a
reale tutela dei consumatori. Bisogna selezionare bene i
casi anche perché sarebbe assurdo intasare i tribunali di
azioni di classe. Ricordiamoci che una giustizia tardiva
equivale a giustizia negata. L’azione di classe è stata
introdotta con grande ritardo nel nostro Paese e anche con
limiti che si potevano evitare. Ma adesso la legge c’è:
usiamola bene”.
In Italia caste e corporazioni
sembrano spesso condizionare pesantemente il mercato. Quali
azioni possono essere intraprese per scardinare i loro
cartelli? “L’Antitrust fa la sua parte quando ci sono
indizi di intese restrittive della concorrenza intervenendo
con i suoi poteri sanzionatori. Tuttavia in alcuni settori
il vero problema è quello di una regolamentazione che
protegge le singole categorie. Purtroppo la crisi economica
internazionale ha acuito e radicato il bisogno di
protezione, la voglia di numeri chiusi, di barriere
all’ingresso di altri concorrenti. Il Paese deve fare un
salto culturale e comprendere che la competizione aiuta la
crescita economica e aumenta il benessere collettivo”.
Le liberalizzazioni, in diversi ambiti come il trasporto
ferroviario, per esempio, sono ancora un miraggio. È
possibile sperare in cambiamenti imminenti? Il clima
politico di scontro purtroppo non aiuta ad affrontare
riforme che, inizialmente, possono portare a una perdita di
consenso da parte dei cittadini perché i frutti positivi
delle liberalizzazioni hanno bisogno di tempo per maturare.
Servirebbe una visione proiettata verso il futuro, che
prescinda dalle convenienze immediate, e un’intesa
bipartisan. Ma il momento non mi sembra propizio”.
Da
più parti si teme che l’acqua, bene primario, possa entrare
nelle mani dei privati più di quanto non lo sia già. È un
timore giustificato? “Purtroppo siamo di fronte a un
equivoco che indica quanto sia ancora vivo il pregiudizio
degli italiani nei confronti dell’imprenditoria privata.
La riforma che il referendum potrebbe abrogare non
privatizza l’acqua che è, e resta, un bene pubblico.
Semplicemente quella riforma prevede l’obbligo di mettere a
gara il servizio idrico, garantendo così che la gestione
vada all’impresa in grado di offrire il servizio migliore
alla tariffa minore. D’altra parte credo si debba uscire
dall’idea che l’acqua possa essere gratis: già oggi non è
così, perché la manutenzione degli acquedotti costa, costa
la distribuzione, etc. L’obiettivo deve essere quello di
ridurre gli sprechi e, se possibile, tagliare le tariffe
eliminando le inefficienze”.
Tra le ultime azioni
dell’Antitrust c’è la maxi multa ai produttori di cosmetici
per aver fatto cartello sui prezzi. Quali altre azioni può
avviare l’Antitrust per sanzionare comportamenti non
trasparenti? “La sanzione è lo strumento tradizionale che
l’Autorità utilizza quando la violazione alle regole della
concorrenza è molto grave. Le imprese hanno però anche la
possibilità di presentare all’Antitrust impegni in grado di
produrre effetti positivi sui mercati o a favore dei
consumatori. È un’arma alternativa, che rappresenta
comunque un costo per l’impresa, spesso analogo a quello che
dovrebbe sopportare con una sanzione. Però gli effetti a
favore della concorrenza o dei consumatori si vedono subito.
Gli impegni sono resi obbligatori dall’Autorità che vigila
sul loro rispetto, altrimenti scatta una sanzione”.
La legge 215 del 20 luglio 2004 recita così: “I conflitti di
interessi sono quelle situazioni in cui il titolare di una
carica di Governo si viene a trovare allorché delibera o
partecipa a deliberazioni concernenti materie rispetto alle
quali egli è direttamente o indirettamente portatore di
interessi privati che possono confliggere con interessi
pubblici”. “In realtà la norma è più articolata: perché
esista il conflitto di interesse occorre che l’atto
compiuto, o omesso, dall’esponente del Governo abbia un
effetto specifico e preferenziale sulla sua sfera
patrimoniale o su quella di un parente, con danno per
l’interesse pubblico. Sono vincoli piuttosto stringenti
per consentire l’accertamento di un conflitto. Facciamo un
esempio: se un ministro firma un atto che favorisce un
settore in cui opera l’azienda della moglie, l’Autorità deve
prima provare l’effetto specifico e preferenziale sul
patrimonio della consorte. Superata questa prima
verifica, occorre provare il danno all’interesse pubblico. A
dirla tutta non siamo mai riusciti ad arrivare fino a questa
ultima fase di verifica perché mancava sempre l’impatto
specifico”.
*Dice di sé.
Ha già pronte due lapidi, che gli piacciono molto, per
quando sarà. Una è firmata da un’amica, Marina Poletti: “Era
un uomo tutte case e famiglie”. L’altra, pensata da un ex
allievo e poi amico, Massimo Donelli: “Da ragazzo si
comportava come un adulto. Da adulto, come un ragazzo”. Gli
mancheranno molto i cinque figli, che in vita ha trascurato,
le due mogli, gli amori vissuti o anche semplicemente
sognati, il poker, le scommesse, i libri... e anche le
partite del Genoa, non importa se vincenti o perdenti. Tante
cose, tanti affetti: perchè morire?
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GUIDO CORBETTA
La cultura del merito
non si diffonderà finché non sarà
accettata da tutta la
società. E accettare la meritocrazia ha
dei costi - bisogna
infatti essere disponibili ad essere
valutati e a
riconoscere i propri
limiti. È necessario, dunque, coniugare il
merito con il concetto
di responsabilità sociale, instillando il
concetto che “chi più
ha, più deve dare”.
(Docente ordinario università Bocconi, da “unibocconi.it”,
2008)
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