INTERVISTE
LE SCONFITTE POLITICHE NON HANNO CAMBIATO GLI UOMINI
MA I NOMI DEI PARTITI
Siamo piani di cattivi
maestri che continuano a parlare, pur non avendo da un pezzo
più nulla da dire. E di buoni maestri, di riferimenti,
non se ne vedono
Clap*
La
politica. A sentirne parlare di questi tempi è quasi come
parlare della peste. E così anche i politici sembrano
assumere più le sembianze degli untori di manzoniana memoria
che quelle di portatori di valori e di azioni finalizzate
all’amministrazione della cosa pubblica. Perché, forse, in
molti lo hanno dimenticato, la parola politica è
coniata da Aristotele proprio per indicare quella gamma di
attività mirate alla corretta gestione della polis
(la città greca) per il benessere di tutti i suoi cittadini.
Nei secoli le definizioni di
politica sono state differenti e sono cambiate, come è
giusto, in relazione ai nuovi equilibri ed esigenze delle
donne e degli uomini che hanno abitato o abitano una
polis sempre più diversa da quella originale.
Eppure, per cercare di capire
meglio cosa sia la politica e ancor di più cosa siano i
politici, o cosa siano diventati, bisognerebbe provare a
tornare alle origini.
Un tentativo in tal senso lo
compie Antonio Funiciello, con il suo libro Il politico
come cinico. L’arte del governo tra menzogna e
spudoratezza. Attraverso un’analisi del cinismo politico
dalla sua nascita nella gloriosa Atene, passando per Amleto
e Roosevelt, Funiciello compie un percorso che riabilitando
il cinismo come qualità dell’uomo politico, fornisce allo
stesso tempo indicazioni su come, più in generale, un
politico dovrebbe essere.
In Italia le numerose e ben
distribuite sconfitte politiche, invece di produrre un
cambiamento del ceto dirigente, hanno prodotto un
cambiamento del nome del partito.
Da vocabolario, cinico è colui
che rivela disprezzo per ogni convenzione sociale o ideale
morale. Il suo cinico, invece, è da intendere come?
“La definizione corrente è figlia
di un’evoluzione spregiativa del significato originario
della parola greca, con la quale s’intendeva tutt’altro. I
cinici dell’antichità erano spudorati perché negavano valore
al consenso diffuso che sosteneva il regime democratico
ateniese. Questo preciso rifiuto li rendeva spudorati. Non
disprezzavano le convenzioni sociali del tempo e men che
meno gli ideali. Semplicemente, negavano che quel
consolidato vissuto comune avesse per loro un valore stabile
e imperituro.
Il mio politico come cinico
d’oggi ha lo stesso cauto atteggiamento di distanza e
rielaborazione, perché vuole creare nuovo consenso intorno
al nuovo progetto politico, incarnato dalla sua
leadership. Se vuoi cambiare il mondo non puoi certo
accontentarti del mondo così com’è e si dispone ai tuoi
occhi”.
Dei leader politici, lei dice
che possono essere linearisti e circolaristi. Ci spiega
brevemente cosa significa?
“I leader sono tali se
guidano un gruppo di seguaci verso obiettivi condivisi. La
voce verbale to lead indica ciò perentoriamente. Un
leader produce sempre il movimento di se stesso e di chi
sta con lui verso una meta. Si può produrre un movimento
progressivo o regressivo, quindi lineare; o un movimento
circolare, cioè muovere te e chi ti segue al solo scopo di
mantenere la posizione di partenza e la rendita che da
quella posizione deriva per te e, magari, anche per i tuoi
seguaci. Naturalmente anche nel primo caso chi segue i
leader in un movimento lineare lo fa perché pensa di
guadagnarci qualcosa. Non fosse soltanto che un mondo
migliore”.
In base a queste definizioni,
destra, sinistra, centro sono categorie ancora valide?
“Senz’altro destra e sinistra. Il
centro non è affatto una categoria politica, se vogliamo
definirle così. Esistono solo destra e sinistra. Poi
possiamo pure chiamarle centrodestra e centrosinistra, ma è
una scelta nominalistica. Solo che rispetto al movimento che
producono, destra e sinistra sono certamente trasversali. Mi
spiego. Chi produce un movimento circolare è evidentemente
un conservatore. Ma oggi, per esempio in Europa, è molto più
la sinistra, che la destra, a pretendere di preservare
posizioni e rendite di partenza muovendosi intorno ad esse.
O, peggio, la sinistra spesso s’intesta veri e propri
movimenti regressivi. Un paradosso, se si pensa che la
sinistra nasce progressista, quindi tesa sempre nel
movimento in avanti. Un paradosso che però, purtroppo, è
anche una realtà”.
Alla luce di tutto questo, che
fine hanno fatto le ideologie?
“Ci sono ancora. Persiste, ad
esempio, un’ideologia socialdemocratica fiera di sé,
malgrado delle nazioni che contano – quelle del G20 – ormai
solo Australia e Sud Africa siano governate da un partito
iscritto all’Internazionale socialista. Esiste poi una
destra liberalconservatrice vincente – si pensi a Cameron,
alla Merkel – che cerca di rimodulare se stessa. Esiste una
sinistra liberaldemocratica che governa la metà della
popolazione del mondo libero: negli USA, in India, in
Giappone. Ideologie vive e vegete e in stato di interessante
evoluzione. E persistono sciaguratamente anche le vecchie
ideologie, come nella Cina comunista, tanto per fare un
esempio. Ci sono poi le nuove ideologie religiose
dell’indegno fanatismo islamista. Le ideologie ci sono
eccome. Non l’ho mai capita la storiella della morte delle
ideologie...”.
Nel suo libro cita Gramsci,
Lyndon Johnson, Roosevelt... Fra
cinquant’anni quale politico potrà essere citato per quello
che ha scritto?
“Di recente ho letto la
bellissima autobiografia di Tony Blair. Un leader che
ha fatto la storia del suo Paese e verrà di certo studiato e
molto citato negli anni a venire. E all’estero ce ne sono
tanti altri. Ma immagino che lei pensasse più all’Italia,
rivolgendomi questa domanda. Beh, qui le cose si complicano.
Mi pare indiscutibile che la generazione politica al vertice
nella seconda repubblica non farà parlare molto di sé in
futuro. Perché è andata incontro ad una incontestabile
sconfitta. Doveva – e parlo di destra e sinistra – chiudere
la transizione istituzionale e non l’ha fatto; doveva
modernizzare economicamente il nostro sistema-paese e non
l’ha fatto; doveva dare nuovi strumenti di
rappresentatività, nuovi grandi partiti protagonisti del
bipolarismo e guardi in che stato sono Pdl e Pd. Un vero
peccato”.
Con i dovuti distinguo, chi
oggi potrebbe essere un seguace di Socrate, cioè un
riferimento politico-culturale?
“Questa è una domanda difficile.
Siamo pieni di cattivi maestri che continuano a parlare, pur
non avendo da un pezzo più nulla da dire, appesantiti come
sono dagli anni e dai fallimenti. E di buoni maestri, di
riferimenti, non ne vedo alla ribalta. In Italia c’è ancora
gente in gamba in giro; tuttavia preferisce starsene dietro
le quinte e non accedere al proscenio del dibattito
pubblico. Purtroppo”.
Politica come dono di Zeus,
mescola di giustizia (dike) e pudore (aidos).
Oggi, la politica che mescola è diventata?
“La politica l’hanno inventata i
greci e, fino a quando ci sarà, sarà quella roba lì. Cioè
capacità di ideare un progetto di comunità (dike)
unita al gusto di creare consenso (aidos) intorno ad
esso. Ed è evidente che oggi, in specie nelle grandi
democrazie avanzate d’Occidente, essendosi consolidato un
orizzonte valoriale di fondo, quello dei diritti
fondamentali dell’individuo, le variazioni attengono più
alla sfera di aidos che a quella di dike. È un
gran bene. Finché, difatti, s’è messo in discussione
quell’orizzonte valoriale comune, ci siamo fatti la guerra
l’un l’altro. Quando l’abbiamo accettato ed eletto a stella
polare del nostro vivere civile, abbiamo smesso di darcele
di santa ragione”.
È con Pericle che per la prima
volta chi fa politica viene retribuito. Quale sarebbe il
compenso giusto per chi della politica ha fatto il suo
lavoro?
“Banalmente il compenso giusto è
quello adeguato alle prestazioni di lavoro che vengono
offerte e alle responsabilità che si assumono nell’offrirle.
Oggi, in Italia, abbiamo l’impressione che i politici siano
pagati tanto perché sono poco produttivi. I dati parlano da
soli. Secondo l’ultimo rapporto del World Economic Forum
siamo al 48° posto per indice complessivo di produttività –
che è già un dato bassissimo – ma gli indici particolari di
produttività che riguardano direttamente la politica e i
politici sono tra i più bassi dei 139 paesi censiti.
Possiamo anche abbassare gli
stipendi di parlamentari e ministri e portarli alla media
europea, ma rispetto alla loro produttività resterebbero
comunque altissimi. Il problema si risolve rendendo la
politica e i politici più produttivi e solo un ricambio
generazionale può provare a rendere raggiungibile questo
obiettivo. I politici che ci sono oggi, ce li abbiamo ormai
da vent’anni: da loro non ci si può aspettare più niente di
risolutivo”.
Lei scrive che come ogni uomo
di buon senso Amleto è un garantista, crede nell’innocenza
dell’indiziato, fino a che non sia dimostrata con dovizia di
prove la sua colpevolezza. Oggi siamo garantisti a giorni
alterni. È venuto meno il buon senso?
“Sì, il buon senso e ogni serio e
responsabile riferimento al bene comune all’interesse
generale. In Italia è da un pezzo saltato l’equilibrio tra i
poteri dello stato, sia per colpa della politica sia per
colpa della magistratura. Vanno riscritte le regole. E,
anche qui, solo una nuova generazione di politici,
magistrati e avvocati può farlo”.
La globalizzazione ha portato
democrazie e regimi totalitari a collaborare. All’orizzonte,
più democrazia o dittatura?
“È la sfida del futuro. E
dobbiamo vincerla, noi democratici occidentali. Ma non siamo
soli: pensi soltanto a quell’esperimento eccezionale che è
oggi l’India del primo ministro Singh. Si tratta di trovare
gli strumenti che consentano alle democrazie del mondo di
coordinare le iniziative di promozione dei loro valori
fondamentali. Abbiamo un grande vantaggio: i nostri
avversari sono divisi.
I regimi anti-democratici sono di
diversa natura e questo indebolisce la loro capacità di
configurarsi quale polo di riferimento alternativo a quello
democratico. Ma la sfida resta difficile. Pensi
all’attenzione che la Cina mostra orami da molti
anni nei confronti dell’Africa, indirizzando lì importanti
investimenti. Sarebbe una grave sconfitta per noi
democratici se l’Africa finisse sotto l’influenza di quella
che resta un’odiosa dittatura”.
Un capitolo del suo libro si
intitola Il cinismo dei fini... Potrebbe far pensare
ad un riferimento specifico, invece, cosa intende?
“È il tipo di cinismo politico
dei totalitarismi, in cui il fine giustifica sempre i mezzi
che lo servono. Gli esempi storici ci aiutano. Se
t’incarichi di realizzare una perfetta comunità di ariani,
come l’idea di giustizia nazista predicava, allora riconosci
come un mezzo lecito l’assassinio di 6 milioni di ebrei. Se,
invece, vuoi costruire una società comunista in cui tutti
ricevano secondo i loro bisogni e diano in base alle loro
capacità, allora uccidi tutti quelli che pensano che i
meriti abbiano dignità quanto i bisogni. Se il tuo obiettivo
è costruire quello che credi sia il paradiso in terra, chi
ti si oppone non può che essere un inviato del demonio.
Qui sta la superiorità morale
della democrazia sui totalitarismi, per la quale non sono i
fini a giustificare i mezzi della politica, ma sono i mezzi
che giustificano i fini. È il tuo modo di essere
democratico, i mezzi che utilizzi, che ti vincolano a
un’idea di giustizia che, per esempio, ti impone
perentoriamente di rispettare la vita e la libertà
dell’altro”.
Chi tra questi è il politico
più cinico: Gianfranco Fini, Silvio Berlusconi, Pierluigi
Bersani, Niki Vendola, Antonio Di Pietro, Pier Ferdinando
Casini, Umberto Bossi?
“Escluderei dal novero Vendola e
Di Pietro, che sono personaggi minori. Gli altri, per quanto
detto finora, sono tutti cinici, seppure in maniera diversa.
Ognuno di loro ha un suo modo di esserlo, come ho cercato di
spiegare nell’ultimo capitolo del libro”.
Ci chiarisce la sua teoria del
bicchiere mezzo-vuoto, mezzo-pieno?
“Più che una teoria, è
un’ipotesi. Un paradosso. Sono partito dall’osservazione dei
leader politici alle prese con molti problemi della
contemporaneità. Ebbene, spesso questi problemi sono
bicchieri-mezzi-pieni-e-mezzi-vuoti, cioè presentano un
equilibrio tra i vantaggi e gli svantaggi che recano alla
collettività. Una circostanza tipica della complessità
caratteristica del vivere sociale dei nostri giorni.
Fatto sta che nessun politico che
voglia esercitare la sua funzione di guida della società può
limitarsi alla constatazione e alla descrizione del
problema: i politici sono chiamati dal loro ruolo a dire
qualcosa in più. Ma se lo fanno – e lo fanno sempre, per
definizione – finiscono per mentire, sia nel caso in cui
accentuino la pienezza del bicchiere, sia in quello in cui
si concentrino sulla sua vuotezza.
Dire la verità “quel bicchiere è,
al contempo, mezzo pieno e mezzo vuoto” è impossibile per un
uomo politico. La descrizione della verità immobilizza,
blocca: è roba da intellettuali, da filosofi. Come ha
spiegato Hannah Arendt, la verità esige di essere
riconosciuta come tale e impedisce il dibattito, che è però
l’essenza dell’arte politica”.
Il potere politico, economico
e finanziario in Italia è detenuto da persone che, pur
avendo superato i sessant’anni, non sembrano affatto
interessate a formare nuove classi dirigenti. Quale futuro
ci aspetta?
“Credo che questa finirà per
essere la maggiore responsabilità dell’attuale classe
dirigente, al netto delle tante sconfitte cui pure è andata
incontro. Ed è in particolare un problema del ceto politico.
Chi pretende di giustificare la gerontocrazia presente ai
vertici della politica in ragione del fatto che anche il
potere economico e finanziario è in mano ai vecchi, non ha
ancora capito a che serve la politica. Anche se, almeno in
politica, bisogna uscire dai luoghi comuni.
È vero, difatti, che i
sessantenni oggi bloccano il ricambio al vertice, ma lo sa
che l’età media del gruppo parlamentare del Partito
democratico alla Camera è più bassa di quella del gruppo
laburista a Westminster o di quella dei socialdemocratici al
Bundestag o di quella dei socialisti francesi all’Assemblée
Nationale? Noi – faccio il caso del mio partito, il Pd – di
giovani quarantenni alla Camera ne abbiamo parecchi. Solo
che non riescono a farsi generazione e a ingaggiare uno
scontro coi sessantenni, perché finora non sono stati capaci
di elaborare una visione delle cose e una missione per il
partito in cui militano diversa da quella dei loro padri e
più adatta ai tempi”.
Nel libro ci sono tanti
riferimenti a capisaldi della letteratura: da Amleto
a I promessi sposi, passando per Moby Dick e
I fratelli Karamazov. La cultura contiene, di fatto,
la soluzione a tutti i nostri interrogativi?
“Senza alcun dubbio”.
Per comprendere meglio le ragioni
di quest’ultima risposta e per avere un’idea di come,
talvolta, tutto cambia perché niente cambi, vi proponiamo
uno stralcio dal libro di Funiciello, nel quale si fa
riferimento, tra l’altro, alla figura del garantista Amleto,
pronto a credere nell’innocenza di un indiziato, fino a che
non sia dimostrata con dovizia di prove la sua colpevolezza.
V. Elsinore. I professionisti
del cinismo
1. C’è del marcio in
Danimarca?
Ne La politica come
professione, Max Weber elenca le caratteristiche
fondamentali del leader politico ideale di tipo carismatico:
passione, senso di responsabilità e capacità di valutazione.
Non basta, infatti, la mera
passione per quanto sentita sinceramente. Essa non fa di una
persona un politico, se, come servizio a una «causa», non
assume anche la responsabilità nei confronti di tale causa
quale stella polare del proprio agire. Ecco allora qual è la
qualità psicologica decisiva del politico, l’occhio, la
capacità di lasciar operare su di sé le realtà nella calma
del raccoglimento interiore, quindi la distanza verso cose e
uomini.
Il nostro politico come cinico è
a suo agio nella descrizione di Weber delle qualità
politiche cardinali, come lo è in altri luoghi weberiani in
cui il potere carismatico del leader lo contrappone al
portato tradizionale del suo mondo, su cui tanto s’è
indugiato in precedenza. Scrive in proposito Francesco
Tuccari:
Poiché il «passato» non è
altro che un cosmo di regole santificate dalla tradizione,
si può affermare che, nello schema weberiano, l’efficacia
sovvertitrice del carisma consiste – almeno in via di
principio – nel suo contrapporsi frontalmente ad ogni
regola, dedotta o consacrata.
Ma questa contrapposizione
avviene nel trasporto di una passione governata dalla
responsabilità e orientata a distanza.
Per noi che andiamo conducendo
una vivisezione della moderna coscienza politica sub
specie cinica, l’approccio weberiano non può che tornare
prezioso. La causa responsabilizzante del nostro politico
come cinico è indubbiamente la sua idea liberaldemocratica
di giustizia (dike), che nell’applicare strategie
(mezzi) da essa ispirate e perseguenti compatibili obiettivi
(fini), agisce sull’aidos umano alla ricerca di
consenso. Una siffatta pratica dell’arte politica prescrive
al cinico «quella forte capacità di controllo dell’anima che
[...] lo distingue dal mero dilettante politico “sterilmente
eccitato” [ed] è possibile solo con l’esercizio della
distanza».
S’è già detto nel primo capitolo
di come i kynikos dell’antica Grecia vivessero una
distanza fisica, chilometrica dalla polis, nel ritiro
fuori i confini della città. Il ripiegamento in un
hinterland disagiato, che metteva a dura prova le loro
capacità complessive di resistenza, era tuttavia anche un
esercizio insostituibile per garantire successo alle
incursioni sull’acropoli. Quando cioè la spudoratezza cinica
delle origini (l’anaideia) andava all’attacco del
pudore borghese del cittadino probo, incarnandosi nella
rappresentazione di uno stile di vita alternativo, negatore
e spregiatore dell’aidos diffuso. Weber sembra
suggerire al politico come cinico – al kynikos che
tornato in città si è politicizzato – di praticare la stessa
distanza nell’esercizio quotidiano dello scettro
conquistato. Pena il crollo nella sterile partecipazione
emotiva all’agone politico propria dei politicanti, a cui
Weber dà il nome di vanità in contrapposizione alla
distanza, quale sua kierkegaardiana malattia mortale.
Nell’Amleto di William
Shakespeare, troviamo delle efficaci personificazioni di
esperienze ciniche d’arte politica, nel rigore
dell’interpretazione weberiana. Verso la metà dell’opera
(III, 2, vv. 132-271), il principe di Danimarca si serve di
bravi attori girovaghi per inscenare davanti allo zio
Claudio l’assassinio del padre, ridotto ormai a errabondo
spettro. Ci saranno, in seguito, assai utili i consigli
impartiti da Amleto agli attori (vv. 1-48). Al momento ci è
già congeniale notare il carattere del giovane principe che,
uomo di ragione, nonostante abbia visto con i suoi occhi e
udito con le sue orecchie il fantasma del padre morto
ordinargli vendetta per l’ignobile fratricidio subito, cerca
sul delitto una prova empirica. S’inventa così l’artificio
di una rappresentazione teatrale che ripeta l’omicidio
davanti agli occhi di Claudio, di colui cioè che continua a
considerare ancora solo un presunto assassino.
Come ogni uomo di ragione, Amleto
è un garantista: crede nell’innocenza dell’indiziato,
fino a che non sia dimostrata con dovizia di prove la sua
colpevolezza. Di questa sua titubanza si accorge lo spettro
del padre che, paziente, attende per un po’ che maturi nel
figlio l’intenzione omicida, fino ad apparirgli (stavolta
spazientito) una seconda volta nel palazzo reale, per
intimargli di non tergiversare oltre e fare giustizia. È la
meravigliosa e straziante scena (III, 4) nella stanza da
letto della regina Gertrude, nella quale è ucciso per
sbaglio Polonio, dando avvio alla cieca spirale di
efferatezze che produrrà nei due atti successivi altre sette
morti violente tra i personaggi dell’opera. Una cecità in
macabra sintonia con la situazione politica danese, che è la
vera premessa a quanto avviene nel dramma e di cui bisogna
dar conto, prima di tornare al giovane Amleto e
all’intelligente cinismo politico di suo zio usurpatore e
della madre fedifraga.
L’Amleto si apre con una
vera e propria nota di attualità politica. Shakespeare
considera essenziale, per l’efficace comprensione di quanto
accadrà, dare a noi spettatori/lettori un’infarinatura sullo
stato della nazione danese. Bernardo e Marcello, due
ufficiali di guardia, hanno chiesto all’intellettuale Orazio
di unirsi a loro nel turno di guardia, poiché nelle notti
precedenti gli è apparso uno spettro dalle fattezze simili a
quelle del defunto re Amleto. Alla presenza di Orazio, lo
spirito dannato ricompare per ben due volte. Tra la prima
(I, tra v. 39 e v. 40) e la seconda (I, tra v. 125 e v. 126)
apparizione, Shakespeare colloca un breve scambio di battute
tra Marcello e Orazio, che ci dà conto di quanto accade in
Nord Europa.
Apprendiamo che
la Danimarca, monarchia elettiva medievale,
si ritrova in uno stato di precarietà politica a causa della
morte del vecchio re. Nonostante chi parla cerchi di
mitigare il cattivo giudizio nei confronti del defunto, da
Orazio, Marcello e Bernardo veniamo a sapere che il vecchio
Amleto era un re sanguinario. La sua sete di conquiste è la
principale motivazione dell’instabilità geopolitica
dell’area nordeuropea.
Amleto il vecchio ha ucciso in
singolar tenzone il re norvegese Fortebraccio, facendo
proprie alcune regioni del suo regno. A Fortebraccio è
succeduto il fratello Norvegia che, impedito dalla malattia,
non riesce a tenere a bada lo spirito indomito del figlio
del defunto re norvegese, il giovane Fortebraccio, che va
radunando un esercito per riprendersi quanto ritiene suo di
diritto.
Anche Amleto il vecchio, ucciso
per mano del fratello Claudio, riconosce tacitamente le sue
colpe per i problemi politici causati al suo stato. Quando
avrà modo di parlare al figlio (I, 5, vv. 1-91), gli dirà
del castigo che sta pagando proprio perché passato all’altro
mondo con l’anima ingombra degli orrendi crimini (foul
crimes, I, v. 12) compiuti in vita.
Lo stesso giovane principe,
incontrando fortuitamente lo zio Claudio mentre prega nella
cappella di corte, deciderà di non ucciderlo proprio perché,
assassinando lo zio mentre sta riconciliandosi col divino,
rischierebbe di mandarlo direttamente in paradiso (III, 3,
vv. 46-96). Esito non accorso al padre morto peccatore che,
assassinato dal veleno del fratello con tutti i suoi crimini
in piena fioritura (with all his crimes broad blown,
III, 3, v. 81), è difatti finito in purgatorio.
Amleto il giovane, per quanto
trasfiguri continuamente il ricordo del padre, sa che è
stato un cattivo uomo di governo. È colpa sua se il giovane
Fortebraccio raduna un esercito, mentre in Danimarca «si
fondono ogni giorno cannoni di bronzo/ e si conducono con
altri paesi traffici di guerra [...] che non han pace
neppure la domenica».
«La Danimarca [è] uno Stato
fondato sulla violenza, nato dalla guerra e generato dalla
forza combattiva di un ceto nobile, incarnato dal re».
Quella di Elsinore è una corte
inquieta, pervasa dalla paura che lo squilibrio dell’area
nordeuropea seguito al regno di Amleto il vecchio possa
rivolgersi contro la nazione che l’ha determinato. È una
preoccupazione ragionevole, che occupa i discorsi dei
nobili/politici e dei ceti sottoposti, come quello militare
incarnato da Bernardo e Marcello e quello intellettuale
incarnato da Orazio. La reazione del ceto politico/nobiliare
danese è, anzitutto, mettere la nazione in stato d’allarme:
vengono disposti turni di guardia straordinari affidati a
ufficiali e una frenetica corsa agli armamenti non lascia un
giorno di riposo agli operai che impermeabilizzano le navi
da guerra.
Quindi, ci si preoccupa di
rafforzare la posizione del legittimo successore del re
defunto, il fratello Claudio, favorendo il matrimonio con la
regina rimasta vedova. L’esempio vicino della Norvegia, dove
il figlio di Fortebraccio ha male accettato la legittima
successione di quel trono sul capo dello zio Norvegia, mette
in ansia i nobili/politici di corte, che temono che qualcosa
di analogo possa accadere anche a Elsinore. A indicare uno
sbocco positivo per questa diffusa inquietudine, ci pensano
però due bravi politici come cinici, il re Claudio e la
regina Gertrude, che danno prova di sé nel mettere a frutto
la pratica della distanza weberiana.
Siamo pronti a vedere come.
*Dice di sé.
Clap. Il suo nome è in un battito d’ali. Nell’applauso del
pubblico.
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