INTERVISTE

LE SCONFITTE POLITICHE
NON HANNO CAMBIATO GLI UOMINI
MA I NOMI DEI PARTITI


Siamo piani di cattivi maestri che continuano a parlare, pur non avendo da un pezzo più nulla da dire.
E di buoni maestri, di riferimenti, non se ne vedono


 

Clap*

 

La politica. A sentirne parlare di questi tempi è quasi come parlare della peste. E così anche i politici sembrano assumere più le sembianze degli untori di manzoniana memoria che quelle di portatori di valori e di azioni finalizzate all’amministrazione della cosa pubblica. Perché, forse, in molti lo hanno dimenticato, la parola politica è coniata da Aristotele proprio per indicare quella gamma di attività mirate alla corretta gestione della polis (la città greca) per il benessere di tutti i suoi cittadini.

Nei secoli le definizioni di politica sono state differenti e sono cambiate, come è giusto, in relazione ai nuovi equilibri ed esigenze delle donne e degli uomini che hanno abitato o abitano una polis sempre più diversa da quella originale.

Eppure, per cercare di capire meglio cosa sia la politica e ancor di più cosa siano i politici, o cosa siano diventati, bisognerebbe provare a tornare alle origini.

Un tentativo in tal senso lo compie Antonio Funiciello, con il suo libro Il politico come cinico. L’arte del governo tra menzogna e spudoratezza. Attraverso un’analisi del cinismo politico dalla sua nascita nella gloriosa Atene, passando per Amleto e Roosevelt, Funiciello compie un percorso che riabilitando il cinismo come qualità dell’uomo politico, fornisce allo stesso tempo indicazioni su come, più in generale, un politico dovrebbe essere.

In Italia le numerose e ben distribuite sconfitte politiche, invece di produrre un cambiamento del ceto dirigente, hanno prodotto un cambiamento del nome del partito.

 

Da vocabolario, cinico è colui che rivela disprezzo per ogni convenzione sociale o ideale morale. Il suo cinico, invece, è da intendere come?

“La definizione corrente è figlia di un’evoluzione spregiativa del significato originario della parola greca, con la quale s’intendeva tutt’altro. I cinici dell’antichità erano spudorati perché negavano valore al consenso diffuso che sosteneva il regime democratico ateniese. Questo preciso rifiuto li rendeva spudorati. Non disprezzavano le convenzioni sociali del tempo e men che meno gli ideali. Semplicemente, negavano che quel consolidato vissuto comune avesse per loro un valore stabile e imperituro.

Il mio politico come cinico d’oggi ha lo stesso cauto atteggiamento di distanza e rielaborazione, perché vuole creare nuovo consenso intorno al nuovo progetto politico, incarnato dalla sua leadership. Se vuoi cambiare il mondo non puoi certo accontentarti del mondo così com’è e si dispone ai tuoi occhi”.

 

Dei leader politici, lei dice che possono essere linearisti e circolaristi. Ci spiega brevemente cosa significa?

“I leader sono tali se guidano un gruppo di seguaci verso obiettivi condivisi. La voce verbale to lead indica ciò perentoriamente. Un leader produce sempre il movimento di se stesso e di chi sta con lui verso una meta. Si può produrre un movimento progressivo o regressivo, quindi lineare; o un movimento circolare, cioè muovere te e chi ti segue al solo scopo di mantenere la posizione di partenza e la rendita che da quella posizione deriva per te e, magari, anche per i tuoi seguaci. Naturalmente anche nel primo caso chi segue i leader in un movimento lineare lo fa perché pensa di guadagnarci qualcosa. Non fosse soltanto che un mondo migliore”.

In base a queste definizioni, destra, sinistra, centro sono categorie ancora valide?

“Senz’altro destra e sinistra. Il centro non è affatto una categoria politica, se vogliamo definirle così. Esistono solo destra e sinistra. Poi possiamo pure chiamarle centrodestra e centrosinistra, ma è una scelta nominalistica. Solo che rispetto al movimento che producono, destra e sinistra sono certamente trasversali. Mi spiego. Chi produce un movimento circolare è evidentemente un conservatore. Ma oggi, per esempio in Europa, è molto più la sinistra, che la destra, a pretendere di preservare posizioni e rendite di partenza muovendosi intorno ad esse. O, peggio, la sinistra spesso s’intesta veri e propri movimenti regressivi. Un paradosso, se si pensa che la sinistra nasce progressista, quindi tesa sempre nel movimento in avanti. Un paradosso che però, purtroppo, è anche una realtà”. 

 

Alla luce di tutto questo, che fine hanno fatto le ideologie?

“Ci sono ancora. Persiste, ad esempio, un’ideologia socialdemocratica fiera di sé, malgrado delle nazioni che contano – quelle del G20 – ormai solo Australia e Sud Africa siano governate da un partito iscritto all’Internazionale socialista. Esiste poi una destra liberalconservatrice vincente – si pensi a Cameron, alla Merkel – che cerca di rimodulare se stessa. Esiste una sinistra liberaldemocratica che governa la metà della popolazione del mondo libero: negli USA, in India, in Giappone. Ideologie vive e vegete e in stato di interessante evoluzione. E persistono sciaguratamente anche le vecchie ideologie, come nella Cina comunista, tanto per fare un esempio. Ci sono poi le nuove ideologie religiose dell’indegno fanatismo islamista. Le ideologie ci sono eccome. Non l’ho mai capita la storiella della morte delle ideologie...”.

 

Nel suo libro cita Gramsci, Lyndon Johnson, Roosevelt... Fra cinquant’anni quale politico potrà essere citato per quello che ha scritto?

“Di recente ho letto la bellissima autobiografia di Tony Blair. Un leader che ha fatto la storia del suo Paese e verrà di certo studiato e molto citato negli anni a venire. E all’estero ce ne sono tanti altri. Ma immagino che lei pensasse più all’Italia, rivolgendomi questa domanda. Beh, qui le cose si complicano. Mi pare indiscutibile che la generazione politica al vertice nella seconda repubblica non farà parlare molto di sé in futuro. Perché è andata incontro ad una incontestabile sconfitta. Doveva – e parlo di destra e sinistra – chiudere la transizione istituzionale e non l’ha fatto; doveva modernizzare economicamente il nostro sistema-paese e non l’ha fatto; doveva dare nuovi strumenti di rappresentatività, nuovi grandi partiti protagonisti del bipolarismo e guardi in che stato sono Pdl e Pd. Un vero peccato”.  

 

Con i dovuti distinguo, chi oggi potrebbe essere un seguace di Socrate, cioè un riferimento politico-culturale?

“Questa è una domanda difficile. Siamo pieni di cattivi maestri che continuano a parlare, pur non avendo da un pezzo più nulla da dire, appesantiti come sono dagli anni e dai fallimenti. E di buoni maestri, di riferimenti, non ne vedo alla ribalta. In Italia c’è ancora gente in gamba in giro; tuttavia preferisce starsene dietro le quinte e non accedere al proscenio del dibattito pubblico. Purtroppo”. 

 

Politica come dono di Zeus, mescola di giustizia (dike) e pudore (aidos). Oggi, la politica che mescola è diventata?

“La politica l’hanno inventata i greci e, fino a quando ci sarà, sarà quella roba lì. Cioè capacità di ideare un progetto di comunità (dike) unita al gusto di creare consenso (aidos) intorno ad esso. Ed è evidente che oggi, in specie nelle grandi democrazie avanzate d’Occidente, essendosi consolidato un orizzonte valoriale di fondo, quello dei diritti fondamentali dell’individuo, le variazioni attengono più alla sfera di aidos che a quella di dike. È un gran bene. Finché, difatti, s’è messo in discussione quell’orizzonte valoriale comune, ci siamo fatti la guerra l’un l’altro. Quando l’abbiamo accettato ed eletto a stella polare del nostro vivere civile, abbiamo smesso di darcele di santa ragione”.

 

È con Pericle che per la prima volta chi fa politica viene retribuito. Quale sarebbe il compenso giusto per chi della politica ha fatto il suo lavoro?

“Banalmente il compenso giusto è quello adeguato alle prestazioni di lavoro che vengono offerte e alle responsabilità che si assumono nell’offrirle. Oggi, in Italia, abbiamo l’impressione che i politici siano pagati tanto perché sono poco produttivi. I dati parlano da soli. Secondo l’ultimo rapporto del World Economic Forum siamo al 48° posto per indice complessivo di produttività – che è già un dato bassissimo – ma gli indici particolari di produttività che riguardano direttamente la politica e i politici sono tra i più bassi dei 139 paesi censiti.

Possiamo anche abbassare gli stipendi di parlamentari e ministri e portarli alla media europea, ma rispetto alla loro produttività resterebbero comunque altissimi. Il problema si risolve rendendo la politica e i politici più produttivi e solo un ricambio generazionale può provare a rendere raggiungibile questo obiettivo. I politici che ci sono oggi, ce li abbiamo ormai da vent’anni: da loro non ci si può aspettare più niente di risolutivo”. 

 

Lei scrive che come ogni uomo di buon senso Amleto è un garantista, crede nell’innocenza dell’indiziato, fino a che non sia dimostrata con dovizia di prove la sua colpevolezza. Oggi siamo garantisti a giorni alterni. È venuto meno il buon senso?

“Sì, il buon senso e ogni serio e responsabile riferimento al bene comune all’interesse generale. In Italia è da un pezzo saltato l’equilibrio tra i poteri dello stato, sia per colpa della politica sia per colpa della magistratura. Vanno riscritte le regole. E, anche qui, solo una nuova generazione di politici, magistrati e avvocati può farlo”. 

 

La globalizzazione ha portato democrazie e regimi totalitari a collaborare. All’orizzonte, più democrazia o dittatura?

“È la sfida del futuro. E dobbiamo vincerla, noi democratici occidentali. Ma non siamo soli: pensi soltanto a quell’esperimento eccezionale che è oggi l’India del primo ministro Singh. Si tratta di trovare gli strumenti che consentano alle democrazie del mondo di coordinare le iniziative di promozione dei loro valori fondamentali. Abbiamo un grande vantaggio: i nostri avversari sono divisi.

I regimi anti-democratici sono di diversa natura e questo indebolisce la loro capacità di configurarsi quale polo di riferimento alternativo a quello democratico. Ma la sfida resta difficile. Pensi all’attenzione che la Cina mostra orami da molti anni nei confronti dell’Africa, indirizzando lì importanti investimenti. Sarebbe una grave sconfitta per noi democratici se l’Africa finisse sotto l’influenza di quella che resta un’odiosa dittatura”.

 

Un capitolo del suo libro si intitola Il cinismo dei fini... Potrebbe far pensare ad un riferimento specifico, invece, cosa intende?

“È il tipo di cinismo politico dei totalitarismi, in cui il fine giustifica sempre i mezzi che lo servono. Gli esempi storici ci aiutano. Se t’incarichi di realizzare una perfetta comunità di ariani, come l’idea di giustizia nazista predicava, allora riconosci come un mezzo lecito l’assassinio di 6 milioni di ebrei. Se, invece, vuoi costruire una società comunista in cui tutti ricevano secondo i loro bisogni e diano in base alle loro capacità, allora uccidi tutti quelli che pensano che i meriti abbiano dignità quanto i bisogni. Se il tuo obiettivo è costruire quello che credi sia il paradiso in terra, chi ti si oppone non può che essere un inviato del demonio.

Qui sta la superiorità morale della democrazia sui totalitarismi, per la quale non sono i fini a giustificare i mezzi della politica, ma sono i mezzi che giustificano i fini. È il tuo modo di essere democratico, i mezzi che utilizzi, che ti vincolano a un’idea di giustizia che, per esempio, ti impone perentoriamente di rispettare la vita e la libertà dell’altro”.

 

Chi tra questi è il politico più cinico: Gianfranco Fini, Silvio Berlusconi, Pierluigi Bersani, Niki Vendola, Antonio Di Pietro, Pier Ferdinando Casini, Umberto Bossi?

“Escluderei dal novero Vendola e Di Pietro, che sono personaggi minori. Gli altri, per quanto detto finora, sono tutti cinici, seppure in maniera diversa. Ognuno di loro ha un suo modo di esserlo, come ho cercato di spiegare nell’ultimo capitolo del libro”. 

 

Ci chiarisce la sua teoria del bicchiere mezzo-vuoto, mezzo-pieno?

“Più che una teoria, è un’ipotesi. Un paradosso. Sono partito dall’osservazione dei leader politici alle prese con molti problemi della contemporaneità. Ebbene, spesso questi problemi sono bicchieri-mezzi-pieni-e-mezzi-vuoti, cioè presentano un equilibrio tra i vantaggi e gli svantaggi che recano alla collettività. Una circostanza tipica della complessità caratteristica del vivere sociale dei nostri giorni.

Fatto sta che nessun politico che voglia esercitare la sua funzione di guida della società può limitarsi alla constatazione e alla descrizione del problema: i politici sono chiamati dal loro ruolo a dire qualcosa in più. Ma se lo fanno – e lo fanno sempre, per definizione – finiscono per mentire, sia nel caso in cui accentuino la pienezza del bicchiere, sia in quello in cui si concentrino sulla sua vuotezza.

Dire la verità “quel bicchiere è, al contempo, mezzo pieno e mezzo vuoto” è impossibile per un uomo politico. La descrizione della verità immobilizza, blocca: è roba da intellettuali, da filosofi. Come ha spiegato Hannah Arendt, la verità esige di essere riconosciuta come tale e impedisce il dibattito, che è però l’essenza dell’arte politica”.

Il potere politico, economico e finanziario in Italia è detenuto da persone che, pur avendo superato i sessant’anni, non sembrano affatto interessate a formare nuove classi dirigenti. Quale futuro ci aspetta?

“Credo che questa finirà per essere la maggiore responsabilità dell’attuale classe dirigente, al netto delle tante sconfitte cui pure è andata incontro. Ed è in particolare un problema del ceto politico. Chi pretende di giustificare la gerontocrazia presente ai vertici della politica in ragione del fatto che anche il potere economico e finanziario è in mano ai vecchi, non ha ancora capito a che serve la politica. Anche se, almeno in politica, bisogna uscire dai luoghi comuni.

È vero, difatti, che i sessantenni oggi bloccano il ricambio al vertice, ma lo sa che l’età media del gruppo parlamentare del Partito democratico alla Camera è più bassa di quella del gruppo laburista a Westminster o di quella dei socialdemocratici al Bundestag o di quella dei socialisti francesi all’Assemblée Nationale? Noi – faccio il caso del mio partito, il Pd – di giovani quarantenni alla Camera ne abbiamo parecchi. Solo che non riescono a farsi generazione e a ingaggiare uno scontro coi sessantenni, perché finora non sono stati capaci di elaborare una visione delle cose e una missione per il partito in cui militano diversa da quella dei loro padri e più adatta ai tempi”.

 

Nel libro ci sono tanti riferimenti a capisaldi della letteratura: da Amleto a I promessi sposi, passando per Moby Dick e I fratelli Karamazov. La cultura contiene, di fatto, la soluzione a tutti i nostri interrogativi?

“Senza alcun dubbio”.

 

Per comprendere meglio le ragioni di quest’ultima risposta e per avere un’idea di come, talvolta, tutto cambia perché niente cambi, vi proponiamo uno stralcio dal libro di Funiciello, nel quale si fa riferimento, tra l’altro, alla figura del garantista Amleto, pronto a credere nell’innocenza di un indiziato, fino a che non sia dimostrata con dovizia di prove la sua colpevolezza.

 

V. Elsinore. I professionisti del cinismo 

1. C’è del marcio in Danimarca?

 

Ne La politica come professione, Max Weber elenca le caratteristiche fondamentali del leader politico ideale di tipo carismatico: passione, senso di responsabilità e capacità di valutazione.

 

Non basta, infatti, la mera passione per quanto sentita sinceramente. Essa non fa di una persona un politico, se, come servizio a una «causa», non assume anche la responsabilità nei confronti di tale causa quale stella polare del proprio agire. Ecco allora qual è la qualità psicologica decisiva del politico, l’occhio, la capacità di lasciar operare su di sé le realtà nella calma del raccoglimento interiore, quindi la distanza verso cose e uomini.

 

Il nostro politico come cinico è a suo agio nella descrizione di Weber delle qualità politiche cardinali, come lo è in altri luoghi weberiani in cui il potere carismatico del leader lo contrappone al portato tradizionale del suo mondo, su cui tanto s’è indugiato in precedenza. Scrive in proposito Francesco Tuccari:

 

Poiché il «passato» non è altro che un cosmo di regole santificate dalla tradizione, si può affermare che, nello schema weberiano, l’efficacia sovvertitrice del carisma consiste – almeno in via di principio – nel suo contrapporsi frontalmente ad ogni regola, dedotta o consacrata.

 

Ma questa contrapposizione avviene nel trasporto di una passione governata dalla responsabilità e orientata a distanza.

Per noi che andiamo conducendo una vivisezione della moderna coscienza politica sub specie cinica, l’approccio weberiano non può che tornare prezioso. La causa responsabilizzante del nostro politico come cinico è indubbiamente la sua idea liberaldemocratica di giustizia (dike), che nell’applicare strategie (mezzi) da essa ispirate e perseguenti compatibili obiettivi (fini), agisce sull’aidos umano alla ricerca di consenso. Una siffatta pratica dell’arte politica prescrive al cinico «quella forte capacità di controllo dell’anima che [...] lo distingue dal mero dilettante politico “sterilmente eccitato” [ed] è possibile solo con l’esercizio della distanza».

S’è già detto nel primo capitolo di come i kynikos dell’antica Grecia vivessero una distanza fisica, chilometrica dalla polis, nel ritiro fuori i confini della città. Il ripiegamento in un hinterland disagiato, che metteva a dura prova le loro capacità complessive di resistenza, era tuttavia anche un esercizio insostituibile per garantire successo alle incursioni sull’acropoli. Quando cioè la spudoratezza cinica delle origini (l’anaideia) andava all’attacco del pudore borghese del cittadino probo, incarnandosi nella rappresentazione di uno stile di vita alternativo, negatore e spregiatore dell’aidos diffuso. Weber sembra suggerire al politico come cinico – al kynikos che tornato in città si è politicizzato – di praticare la stessa distanza nell’esercizio quotidiano dello scettro conquistato. Pena il crollo nella sterile partecipazione emotiva all’agone politico propria dei politicanti, a cui Weber dà il nome di vanità in contrapposizione alla distanza, quale sua kierkegaardiana malattia mortale.

Nell’Amleto di William Shakespeare, troviamo delle efficaci personificazioni di esperienze ciniche d’arte politica, nel rigore dell’interpretazione weberiana. Verso la metà dell’opera (III, 2, vv. 132-271), il principe di Danimarca si serve di bravi attori girovaghi per inscenare davanti allo zio Claudio l’assassinio del padre, ridotto ormai a errabondo spettro. Ci saranno, in seguito, assai utili i consigli impartiti da Amleto agli attori (vv. 1-48). Al momento ci è già congeniale notare il carattere del giovane principe che, uomo di ragione, nonostante abbia visto con i suoi occhi e udito con le sue orecchie il fantasma del padre morto ordinargli vendetta per l’ignobile fratricidio subito, cerca sul delitto una prova empirica. S’inventa così l’artificio di una rappresentazione teatrale che ripeta l’omicidio davanti agli occhi di Claudio, di colui cioè che continua a considerare ancora solo un presunto assassino.

Come ogni uomo di ragione, Amleto è un garantista: crede nell’innocenza dell’indiziato, fino a che non sia dimostrata con dovizia di prove la sua colpevolezza. Di questa sua titubanza si accorge lo spettro del padre che, paziente, attende per un po’ che maturi nel figlio l’intenzione omicida, fino ad apparirgli (stavolta spazientito) una seconda volta nel palazzo reale, per intimargli di non tergiversare oltre e fare giustizia. È la meravigliosa e straziante scena (III, 4) nella stanza da letto della regina Gertrude, nella quale è ucciso per sbaglio Polonio, dando avvio alla cieca spirale di efferatezze che produrrà nei due atti successivi altre sette morti violente tra i personaggi dell’opera. Una cecità in macabra sintonia con la situazione politica danese, che è la vera premessa a quanto avviene nel dramma e di cui bisogna dar conto, prima di tornare al giovane Amleto e all’intelligente cinismo politico di suo zio usurpatore e della madre fedifraga.

L’Amleto si apre con una vera e propria nota di attualità politica. Shakespeare considera essenziale, per l’efficace comprensione di quanto accadrà, dare a noi spettatori/lettori un’infarinatura sullo stato della nazione danese. Bernardo e Marcello, due ufficiali di guardia, hanno chiesto all’intellettuale Orazio di unirsi a loro nel turno di guardia, poiché nelle notti precedenti gli è apparso uno spettro dalle fattezze simili a quelle del defunto re Amleto. Alla presenza di Orazio, lo spirito dannato ricompare per ben due volte. Tra la prima (I, tra v. 39 e v. 40) e la seconda (I, tra v. 125 e v. 126) apparizione, Shakespeare colloca un breve scambio di battute tra Marcello e Orazio, che ci dà conto di quanto accade in Nord Europa.

Apprendiamo che la Danimarca, monarchia elettiva medievale, si ritrova in uno stato di precarietà politica a causa della morte del vecchio re. Nonostante chi parla cerchi di mitigare il cattivo giudizio nei confronti del defunto, da Orazio, Marcello e Bernardo veniamo a sapere che il vecchio Amleto era un re sanguinario. La sua sete di conquiste è la principale motivazione dell’instabilità geopolitica dell’area nordeuropea.

Amleto il vecchio ha ucciso in singolar tenzone il re norvegese Fortebraccio, facendo proprie alcune regioni del suo regno. A Fortebraccio è succeduto il fratello Norvegia che, impedito dalla malattia, non riesce a tenere a bada lo spirito indomito del figlio del defunto re norvegese, il giovane Fortebraccio, che va radunando un esercito per riprendersi quanto ritiene suo di diritto.

Anche Amleto il vecchio, ucciso per mano del fratello Claudio, riconosce tacitamente le sue colpe per i problemi politici causati al suo stato. Quando avrà modo di parlare al figlio (I, 5, vv. 1-91), gli dirà del castigo che sta pagando proprio perché passato all’altro mondo con l’anima ingombra degli orrendi crimini (foul crimes, I, v. 12) compiuti in vita.

Lo stesso giovane principe, incontrando fortuitamente lo zio Claudio mentre prega nella cappella di corte, deciderà di non ucciderlo proprio perché, assassinando lo zio mentre sta riconciliandosi col divino, rischierebbe di mandarlo direttamente in paradiso (III, 3, vv. 46-96). Esito non accorso al padre morto peccatore che, assassinato dal veleno del fratello con tutti i suoi crimini in piena fioritura (with all his crimes broad blown, III, 3, v. 81), è difatti finito in purgatorio.

Amleto il giovane, per quanto trasfiguri continuamente il ricordo del padre, sa che è stato un cattivo uomo di governo. È colpa sua se il giovane Fortebraccio raduna un esercito, mentre in Danimarca «si fondono ogni giorno cannoni di bronzo/ e si conducono con altri paesi traffici di guerra [...] che non han pace neppure la domenica».

«La Danimarca [è] uno Stato fondato sulla violenza, nato dalla guerra e generato dalla forza combattiva di un ceto nobile, incarnato dal re».

Quella di Elsinore è una corte inquieta, pervasa dalla paura che lo squilibrio dell’area nordeuropea seguito al regno di Amleto il vecchio possa rivolgersi contro la nazione che l’ha determinato. È una preoccupazione ragionevole, che occupa i discorsi dei nobili/politici e dei ceti sottoposti, come quello militare incarnato da Bernardo e Marcello e quello intellettuale incarnato da Orazio. La reazione del ceto politico/nobiliare danese è, anzitutto, mettere la nazione in stato d’allarme: vengono disposti turni di guardia straordinari affidati a ufficiali e una frenetica corsa agli armamenti non lascia un giorno di riposo agli operai che impermeabilizzano le navi da guerra.

Quindi, ci si preoccupa di rafforzare la posizione del legittimo successore del re defunto, il fratello Claudio, favorendo il matrimonio con la regina rimasta vedova. L’esempio vicino della Norvegia, dove il figlio di Fortebraccio ha male accettato la legittima successione di quel trono sul capo dello zio Norvegia, mette in ansia i nobili/politici di corte, che temono che qualcosa di analogo possa accadere anche a Elsinore. A indicare uno sbocco positivo per questa diffusa inquietudine, ci pensano però due bravi politici come cinici, il re Claudio e la regina Gertrude, che danno prova di sé nel mettere a frutto la pratica della distanza weberiana.

Siamo pronti a vedere come.



*Dice di sé.
Clap. Il suo nome è in un battito d’ali. Nell’applauso del pubblico.


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