SOCIETÀ

L’ATTUALITÀ DEL PARADISO


La cultura dominante non ha lasciato spazio per Dio nel nostro immaginario e nella nostra coscienza. Basti pensare ai programmi televisivi, alle fiction dove Dio non è mai nominato


 

Giuseppe Corigliano*

 

Parlare del Paradiso sembra evadere dai problemi personali, nazionali e internazionali che ci assillano e invece non è così. Un mio amico cinese mi ha detto che è venuto in Europa con entusiasmo per studiare la nostra civiltà e si è accorto con raccapriccio che la stiamo buttando via. L’Occidente, grazie alle sue radici cristiane, è stato capace di creare una civiltà globalizzante che si è imposta come modello in tutto il mondo. Lo sviluppo dell’India, della Cina e del Brasile è in direzione occidentale: gli obiettivi, gli usi e i costumi a cui questi paesi tendono sono i nostri e così accade, più o meno, nel resto del mondo. Ma da noi cosa sta succedendo?

L’ottimismo ottocentesco di marca illuminista e positivista si è decisamente ridotto, potremmo dire malridotto. L’ottocento si è concluso con la magnificazione del PROGRESSO scritto a titoli cubitali e luminosi a conclusione del ballo Excelsior: un ballo che era la sigla finale degli spettacoli di fine secolo. Il novecento ha fatto vedere di che pasta era quel paradiso in terra che si prospettava in modo così ottimistico. L’Europa è precipitata in un bagno di sangue senza precedenti.

Ma anche in Cambogia lo studente Pol Pot, formato a Parigi alla scuola degli illuministi e di Sartre è riuscito – sempre in nome del paradiso da creare in terra – a uccidere un terzo della popolazione e oggi le piramidi di teschi sono un’attrazione da mostrare ai turisti. E potremmo parlare delle guerre e dittature che le democrazie occidentali hanno volutamente o involontariamente indotto in Africa, nel Medio Oriente e in Oriente.

È finito il novecento e ancora persiste un ingenuo ottimismo che vede nella dissoluzione della famiglia, nel disprezzo della vita umana e nell’abbattimento di ogni principio morale, una meta di progresso. Sembra vedere un esercito di morti viventi che continua a conquistare nuovi capisaldi, ma non si accorge che dietro di sé ha seminato il terrore e l’infelicità più nera. Chi di noi non ha visto crescere esponenzialmente situazioni di infelicità dovute a matrimoni effimeri, fallimenti e cocenti delusioni in tutti i campi dovuti ad una progressiva povertà morale? In una parola sembra che l’Occidente abbia perso la bussola.

Come rimediare a tutto questo?

Papa Benedetto parlando agli intellettuali francesi ha fatto un riferimento ben preciso. Quei monaci che hanno creato le premesse della nuova civiltà all’indomani delle invasioni barbariche non si erano proposti un compito politico sociale, erano impegnati in un’unica attività: quaerere Deum, cercare Dio. Non si può pregare tutto il giorno e l’ora et labora di Benedetto da Norcia fu la soluzione. Il lavoro era la continuazione della preghiera sotto un’altra forma. È così rinata l’agricoltura con decisive innovazioni, la scienza e la tecnica in generale, la farmacia, la medicina oltre al noto recupero dei testi classici, che costituirono l’anello di congiunzione con la cultura greca e romana. Ma il punto di partenza era cercare Dio.

Fino ad oggi la cultura dominante, ottimistica e progressiva, non ha lasciato spazio per Dio nel nostro immaginario e nella nostra coscienza. Basti pensare ai programmi televisivi, alle fiction dove Dio non è mai nominato. A parte i programmi di Bernabei e qualche eccezione, Dio viene nominato in televisione soltanto quando in un telegiornale viene intervistato qualche scampato ad una disgrazia: “ho pregato” dice il sopravvissuto al terremoto o a un rapimento. Per il resto niente, scena muta, di Dio non c’è traccia.

Grazie ad alcuni santi dei nostri tempi, come Giovanni Paolo II, San Josemaría Escrivá e tanti formatori di laici, Dio è tornato ad essere tema di interesse delle nostre coscienze e dei nostri discorsi. Il passo avanti da compiere ora è non fermarsi a concedere a Dio un posto nella nostra vita ma capire che, se vogliamo vivere felici in questa vita e in quella futura, a Dio va dato il primo posto. Proprio così: il primo posto. A suo tempo furono i monaci i nostri salvatori dalla barbarie, oggi sono le persone comuni, i laici ad essere chiamati non a un generico cristianesimo ma alla santità. Non basta arrivare ad ammettere che Dio esiste occorre avere familiarità con lui. San Josemaría parlava di Gesù, della Madonna, di San Giuseppe, degli Angeli e anche delle anime del Purgatorio come amici suoi. Occorre cominciare a percorrere tutti i sentieri della terra con la convinzione che sono sentieri divini. Via le nostalgie e i rimpianti. Oggi, la nostra vita di oggi, quella con tutti gli inconvenienti e le ammaccature che sappiamo, “questa” vita può essere vissuta nell’intimità affettuosa con Dio, con la immediata conseguenza che il nostro vivere diventa profondamente cristiano, il nostro lavoro diventa ben fatto, i nostri amori vengono coltivati e custoditi con fedeltà e creatività.

Se oggi ci scoraggiamo davanti ad un panorama politico dove quasi tutti danno l’impressione di pensare soltanto ai propri interessi, dobbiamo avere la speranza che una nuova cultura cristiana può nascere e con essa lo spirito di servizio. Lo spirito di Gesù che, al momento in cui sta dando se stesso in pasto ai suoi nell’ultima cena, offrendo la Sua carne e il Suo sangue, sente il bisogno di lavare i piedi ai suoi commensali per far capire che chi sta dalla parte di Dio sta come colui che serve. Spirito di servizio e semplicità da bambini.

Non esiste alcun testo classico nella storia dell’umanità dove i bambini non sono soltanto ben accolti ma additati come esempio. Sapere di essere figli e figli piccoli di Dio, vivere fiduciosi nelle braccia della Madonna che Dio stesso ci ha dato come madre. Tutto questo non indebolisce il carattere, invece lo rafforza e lo rende capace di eroismi straordinari anche nel fluire della quotidiana vita ordinaria. Questo è il sentiero da percorrere, questa la strada d’uscita dalla crisi che stiamo vivendo. Non solo aver fede ma vivere di fede, avere un rapporto vivo, radioso, esistenziale con Dio. Come San Francesco che quando vedeva “messer lo frate sole” avvertiva il calore di Dio e quando pensava a Dio sentiva il calore del sole. Dio non è costretto nei libri di teologia ma ci parla con la voce del cuore, di un cuore innamorato. Perciò ora è il momento di parlare di Paradiso, perché il Paradiso sarà amore e incomincia su questa terra quando viviamo con amore.



*Dice di sé.
Giuseppe Corigliano nasce nel 1942 a Napoli, dove si laurea in ingegneria elettrotecnica. Conosce l’Opus Dei e il suo Fondatore, San Josemaría Escrivá, e aderisce all’Opera nel 1960. Dirige il centro dell’Opus Dei a Napoli fino al 1970 quando si trasferisce a Milano per entrare a far parte della Commissione regionale dell’Opus Dei in Italia, l’organo di governo delle attività dell’Opera nel nostro Paese. Da allora si è occupato della comunicazione dell’Istituzione e, in questa veste, è entrato in contatto con significativi personaggi del mondo dei media, fra i quali Indro Montanelli, Leonardo Mondadori, Vittorio Messori e tanti altri. Nel 1980 viene a Roma a dirigere il nuovo Ufficio informazioni dell’Opus Dei e in particolare si trova a seguire avvenimenti significativi dell’Istituzione: nel 1982 l’erezione dell’Opera in Prelatura Personale, nel 1992 la beatificazione e nel 2002 la canonizzazione del Fondatore. Da sempre ha seguito anche le attività formative dell’Opus Dei con studenti universitari.



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