COSTUME
CHE STRANA GARA LA VITA, SI CORRE SENZA CONOSCERE IL
TRAGUARDO
Ad ogni uomo sono date
circostanze, scenari di vita, strumenti con cui lavorare ed
influire sugli stessi scenari, ma soprattutto su se stessi,
nel bene o nel male
Domenico Mazzullo*
Merito
= voce dotta dal latino meritum, da merere, meritare.
Diritto alla lode, alla stima,
alla ricompensa dovuto alle qualità intrinseche o alle opere
di una persona. Azione, comportamento, qualità che rende
degno di lode, stima, ricompensa.
Forse non è giusto o corretto, o
elegante parlare di sé, della propria esperienza, della
propria vita, ma quando il discorso è così personale, così
intimo e ci chiama in causa così direttamente, risulta
difficile non attingere alla propria esistenza, per
esprimere un concetto, un pensiero, una convinzione, una
fede, che si è andata formando via via, nel corso degli
anni, che nel corso degli anni è maturata, si è strutturata,
ha assunto una forma compiuta, organica ed organizzata, è
diventata qualcosa che vive di una propria esistenza
individuale, al di fuori di noi che la abbiamo generata ed è
quindi obbiettivabile e trasmissibile agli altri. Parlo
ovviamente del concetto di merito, come io lo
intendo, come lo vivo quotidianamente, come lo sento entro
di me ogni giorno, come lo soffro, anche, perché non è un
concetto facile da accettare e sopportare, ma che, una volta
interiorizzato, diviene indispensabile, come la stessa aria
che respiriamo, alla nostra esistenza, non fisica,
ovviamente, ma morale, il che è per me, ancora più
importante della prima.
Vivere senza di questo diviene
impossibile. È possibile sopravvivere, ma non vivere, come
io almeno lo intendo, lo sento, lo sperimento
quotidianamente. E non credo che sia una fortuna,
sinceramente, aver interiorizzato e fatto proprio questo
principio, perchè probabilmente senza di esso si vive
meglio, o forse più facilmente, ma quando si viene
contagiati da questa malattia inguaribile, da questo microbo
resistente ed invulnerabile ad ogni cura, la vita diviene
forse più dura, più aspra, chissà anche più sofferta, ma
l’unica possibile, l’unica concessa, l’unica permessa,
avendo questo principio come unico punto di riferimento,
come unico mentore, assieme, ma al di sopra di altri che pur
coesistono con pari dignità.
Per fortuna su questa strada non
si è soli, ma tanti altri, forse non sufficientemente
numerosi, ci sono compagni, ma soprattutto ci hanno
preceduto, sono andati avanti a tracciare il cammino, ad
indicarci il percorso, ad illuminarlo con il loro esempio e
la loro stessa vita, ma è un cammino che ognuno di noi deve
percorrere singolarmente, secondo un tracciato che ci è dato
ed assegnato; dalla sorte, dalle circostanze, dal destino,
da Dio? Non saprei rispondere e sinceramente non mi pongo
neppure la domanda, alla quale non c’è risposta. So
solamente che sento profondamente che questo compito è dato
e sta a noi adempierlo. Da quanto tempo ho questa
convinzione e come si è formata entro di me? Come ha assunto
questa forma? Da molti, molti anni e il come cercherò di
spiegarlo e di raccontarlo, a voi se avrete la bontà e la
pazienza di ascoltarmi; a me stesso ora per la prima volta,
per averlo più chiaro e comprensibile.
Ho avuto, nella vita, la sfortuna
di avere un padre fisico, legittimo che non è stato un buon
padre, anzi, meglio detto, che è stato un padre assente, sia
fisicamente, ma soprattutto moralmente.
Ho avuto, nella vita, la fortuna
di aver avuto un padre, non fisico, non legittimo, ma
morale, che è stato per me un grandissimo padre, e lo è
tuttora a distanza di tanti anni dalla sua scomparsa, con la
sua testimonianza, il suo insegnamento, il suo esempio, le
sue parole, il suo affetto paterno verso di me, che non ero
nulla e nessuno per lui, ma al quale ha donato quanto di più
prezioso potesse donarmi.
Mi ha insegnato ad essere un
medico, ma soprattutto, e ancor più importante, ad essere un
uomo. Non so se ci sia riuscito, non sta a me dirlo e non ne
sarei capace, ma mi ha insegnato a provarci, a tentare, ogni
giorno, senza tregua, senza stanchezza, senza pause, senza
dubbi o incertezze, senza paura. Come? Con il suo esempio.
Si chiamava Claudio Summa. Era un
medico, un chirurgo, il primario del reparto di chirurgia
dell’ospedale san Camillo di Roma, che cominciai a
frequentare nei primissimi anni ’70 appena iscritto alla
facoltà di medicina, resomi subito conto che ben poco avrei
imparato all’università, ma molto di più in ospedale.
Avevo già deciso che, se ne fossi
stato capace, avrei fatto, da grande, lo psichiatra, ma mi
ero proposto di frequentare tutti i reparti per imparare a
fare il medico, prima che lo psichiatra, meta alla quale
ambivo fin da allora.
Un’occasione fortuita, (ma
esistono occasioni fortuite?), mi portò casualmente, dopo
aver frequentato altri reparti, in quello di chirurgia,
branca della medicina, molto lontana dai miei interessi e
che mai e poi mai avrei pensato di praticare tanto a lungo,
fino a giungere quasi a specializzarmi in questa, ma è
un’altra storia e non voglio divagare.
Venni presentato, io timido,
modesto, insicuro, umile studente, al primario, il dottor
Claudio Summa appunto, il quale, accogliendomi, mi disse che
quello era un posto nel quale si lavora duramente ed era ben
felice di avere due mani in più da utilizzare al tavolo
operatorio.
Mi chiamò collega e ciò mi
inorgoglì enormemente, non avendo compreso, quello essere
l’appellativo con cui si rivolgeva agli altri quando non
erano nella sua sfera di intimità.
Mi presentai il mattino seguente
alle sette, come mi era stato detto e così tutti i giorni
per mesi, nei quali continuai ad essere chiamato collega
dal dottor Summa, il quale sempre più spesso mi voleva con
lui, al tavolo operatorio come terzo a tenere i
divaricatori.
Un giorno, che mai dimenticherò
nella mia vita e che tuttora mi emoziona ricordare, che mi
commuove rammentare e che ho ben vivido davanti me, come se
fosse avvenuto ieri, rivolgendomi la parola e guardandomi
fisso negli occhi, i soli elementi del viso, suo e mio, che
comparivano sotto la bardatura che ci proteggeva il volto,
non più mi chiamò collega, ma per nome, Mimmo,
il diminutivo con il quale da allora sempre si rivolse a me,
chiedendomi, così semplicemente e apparentemente in modo
naturale, di passargli un ferro chirurgico.
Era il suo modo di comunicare.
Era quello il modo per comunicarmi che ero entrato nella sua
sfera di intimità. Ma non solo, anzi molto di più. Era il
modo di dirmi, senza parole, o giri di frase che sarebbero
stati inutili, inappropriati, vuoti e comunque non
congeniali in una persona timida, come lui era, che mi
stimava e che mi voleva bene.
Non c’era bisogno di altro, non
era necessario altro per capirsi, per comprendersi. E ci
siamo sempre capiti, sempre compresi, sempre voluti bene,
per tanti anni, in cui sono stato la sua ombra, o come
diceva lui, “la sua terza e quarta mano”, fino a che un
cancro al polmone, che ahimè fui proprio io a diagnosticarli
e comunicargli, lo strappò alla vita, ma non a me, che
continuo sempre a sentirlo presente, dietro di me, alle mie
spalle, nei momenti difficili, quando ho un dubbio, una
incertezza, quando cedono le forze e la mala pianta dello
sconforto prende il sopravvento.
Allora sento la sua voce, sempre
bassa, sempre pacata, mai urlata, ma ferma e decisa: “Si
deve fare”.
Quante volte l’ho sentito
pronunciare questa frase, con un tono che non ammetteva
repliche. Quante volte la sento ancora risuonare idealmente
dentro di me, quando mi trovo in un momento di incertezza o
debolezza. Ma cosa c’entrano questi ricordi personali, con
il tema che stiamo trattando, quello del merito
appunto? È presto detto.
Si narra spesso, ed è purtroppo
vero, che i chirurghi, mentre operano e il paziente è
addormentato, per allentare la tensione si raccontano le
barzellette, parlano delle loro vacanze appena trascorse,
scherzano con le infermiere ed altre amenità del genere.
Ciò non avvenne mai con il dottor
Summa, in tanti anni in cui l’ho frequentato, ma nei momenti
di pausa, tra un intervento e l’altro, quando ci si riposava
un poco, o dopo la visita in reparto, o quando ci si
spostava per una consulenza, non perdeva mai occasione per
impartirmi, senza farlo vedere, con estrema modestia ed
umiltà, come se fossero riflessioni tra sé e sé, ad alta
voce e non rivolte ad un interlocutore silenzioso e bramoso
di imparare, come io ero, lezioni di vita che furono e sono
per me preziose e che sono stampate in maniera indelebile
nella mia mente.
Spesso erano parole isolate,
sguardi silenziosi, ma estremamente significativi, al
massimo poche frasi, mai lunghi discorsi, ma precise,
taglienti, lapidarie, concise, puntuali, drammatiche nella
loro precisione ed acutezza.
Una volta mi disse che odiava i
ginecologi, in primis perché fanno nascere le persone
e poi perché hanno reso la gravidanza una malattia. Un’altra
volta a commento di una inadempienza grave da parte di un
paziente disse che per ammalarsi bisogna essere
intelligenti, perché spesso la stupidità è più pericolosa
della stessa malattia e ricordo che di fronte ad un grave
errore professionale compiuto da un collega per
superficialità ed imprudenza, mi disse che le malattie sono
pericolose soprattutto perché i medici pretendono di
curarle.
Una sola volta, in una
circostanza particolare, mi fece un discorso più lungo ed
articolato, impartendomi una lezione che da allora in poi ha
segnato in modo indelebile la mia vita. Avevamo appena
terminato di operare di urgenza un giovane coinvolto in un
grave incidente stradale, ma purtroppo il paziente era morto
durante l’intervento stesso, a causa del gravissimo trauma
subito. Mi vide particolarmente scosso e mentre mi toglievo
i guanti, assieme a lui, mi si avvicinò dietro le spalle e
come se parlasse tra sé e sé, ma naturalmente rivolto a me
disse, ricordo le sue parole a memoria perfettamente:
“Che strano gioco, che strana
gara la vita. Corriamo, ci affanniamo gli uni contro gli
altri, per arrivare primi, per conquistare un posto
privilegiato, per realizzare un tempo migliore, per giungere
primi al traguardo e guadagnarci il primo premio. Spesso a
questo scopo corriamo slealmente, facciamo lo sgambetto agli
altri, li facciamo cadere, per rallentarne la corsa,
prendiamo delle scorciatoie non consentite, corrompiamo i
giudici perché ci favoriscano, usiamo dei trucchi per
ingannare gli avversari, ci vendiamo anche... e non ci
accorgiamo che la gara è finta, è falsa, è un inganno, un
trucco malefico.
Infatti, non ci accorgiamo che
veniamo immessi in gara, in pista, quando essa è già
cominciata e altri, prima di noi stanno già correndo.
Vediamo avanti a noi dei corridori, essere sottratti,
espulsi dalla gara improvvisamente, proditoriamente e senza
motivo, quando la competizione non è ancora terminata e non
è stato raggiunto il traguardo, da nessuno. Anzi nessuno ha
mai visto il traguardo, l’arrivo della corsa. Per analogia
dobbiamo prevedere, anche se ci dispiace ammetterlo, che
anche a noi sarà riservata la stessa sorte, di essere
estromessi dalla gara, improvvisamente, senza preavviso,
senza una nostra esplicita autorizzazione, senza, non dico
aver visto, ma nemmeno intravvisto il traguardo, mentre
altri continuano imperterriti a correre, noncuranti della
nostra sorte, anzi forse in cuor loro felici di avere un
avversario in meno.
Pur tuttavia tutto questo,
visibile, evidente, sotto gli occhi di tutti, non ci
permette, non ci induce a riflettere, solo un attimo, sulla
assurdità di quanto stiamo facendo, sulla idiozia del
meccanismo nel quale ci muoviamo pedissequamente ed
acriticamente. Siamo gettati in mezzo ad una gara già
iniziata prima di noi, verremo tirati fuori, estromessi
dalla gara stessa, prima che essa sia finita, corriamo tutti
per raggiungere per primi un traguardo evidentemente
inesistente, eppure tutti continuiamo a correre non
rendendoci conto che la corsa è truccata, è falsa, è una
impostura.
Crediamo, infatti, mio caro, di
correre contro gli altri, ma in realtà ognuno corre da solo,
singolarmente, assieme agli altri, accanto agli altri,
intersecandosi spesso con gli altri, ma ognuno da solo con
sé stesso, anzi contro se stesso. La corsa è, infatti,
almeno così la intendo, una corsa di regolarità, nella quale
ognuno correndo, cerca di migliorare se stesso, di superare
i propri limiti, di sconfiggere i propri difetti, di
aumentare le proprie capacità, di limitare e superare, o
almeno mitigare le proprie debolezze, di conoscere sempre di
più e sempre meglio se stesso, allo scopo di utilizzare al
meglio sé e le proprie capacità, di metterle a frutto e che
siano utili a sé e agli altri.
E qui il discorso si ampia. Noi
corriamo la nostra singola corsa, nella nostra corsia, ma
altri vicino a noi corrono la loro singola corsa e spesso le
corsie si avvicinano, si intersecano, si incrociano, spesso
si sviluppano appaiate, parallele, vicine l’una all’altra,
per tratti più o meno lunghi, per poi separarsi,
inevitabilmente. Ora, se è vero che noi corriamo soli, nella
nostra singola corsa, ciò non vuol dire che non siamo in
mezzo agli altri, che non interagiamo con loro, che ci
rendiamo a volte, spesso, responsabili di atti buoni o
cattivi verso di loro e ciò non passa inosservato, non è
privo di importanza.
Tutto viene registrato, pesato,
valutato, giudicato. Nella nostra corsa ideale, nella nostra
vita, ogni attimo di essa viene analizzato, valutato,
giudicato, messo agli atti. A fine corsa, quando si farà
inevitabilmente un bilancio del nostro percorso, un bilancio
della nostra permanenza qui, un computo delle nostre azioni,
delle nostre omissioni, dei nostri atti, delle nostre
responsabilità, di quanto bene o male abbiamo utilizzato il
tempo concessoci, di come abbiamo interagito con gli altri,
che casualmente abbiamo incontrato lungo la strada, se siamo
stati con essi generosi o egoisti, prodighi o avari, ognuno
di noi non potrà sfuggire al giudizio, non potrà sottrarsi
ad una valutazione finale.
Allora si vedrà chiaramente chi
ha saputo, lungo il percorso, migliorare se stesso, lavorare
e faticare per uscire dalla gara un pochino meglio, di come
vi era entrato e chi invece, in tale tempo si è trastullato
ed abbandona la gara come vi era entrato, se non peggio.
A ognuno di noi sono date delle
circostanze, degli scenari di vita, delle occasioni
pratiche, degli ambienti in cui muoverci, dei palcoscenici
su cui recitare la nostra parte e degli strumenti con cui
lavorare ed influire sugli stessi scenari, ma soprattutto su
noi stessi, in bene o in male, a libera scelta. Questa
continua lotta, questo continuo lavoro per renderci
migliori, io lo chiamo merito”.
Qui il discorso del dottor Summa
si concluse, si arrestò bruscamente, inaspettatamente,
all’improvviso, come fosse stato richiamato da una idea
improvvisa e fondamentale. Con aria molto seria e severa mi
disse: “Mimmo, ricorda sempre di non perdere mai la tua
dignità. Promettimelo. Ti possono mettere in mutande, ma
devi starci con dignità”.
Ho voluto riportare quanto il mio
maestro, mio padre mi disse per spiegare quanto prima ho
anticipato. Ho fatto mia, come molte altre cose, questa
lezione che da lui ricevetti. In questo utilizzare al meglio
un’occasione data, in questo lavoro continuo e costante per
cercare di essere, almeno un po’, migliori risiede da allora
anche per me, il mio concetto di “merito”.
Ma chi giudica le nostre azioni,
la nostra vita? Chi esprime il verdetto finale?
La nostra coscienza, a mio
modesto parere.
Quella legge morale entro di
me che assieme al cielo stellato sopra di me
riempivano l’animo di Kant di stupore e ammirazione.
Ma per nostra fortuna non siamo
soli.
Come dicevo prima molti
percorrono la nostra stessa strada con le stesse nostre
aspirazioni, ma soprattutto molti ci hanno preceduto, molti
sono andati avanti ad esplorare il terreno, ad aprire nuovi
passaggi, ad indicarci ed illuminarci il cammino, a porre
degli avvertimenti nei passaggi difficili, ad indicarci
modalità per superare i tratti più scoscesi, ad esortarci a
non mollare, ad incoraggiarci quando cedono le forze e
l’animo.
Non posso e non ho tempo per
elencarli ed enumerarli tutti, ma posso indicare quelli che
per me sono stati più significativi, più utili, di più
grande aiuto.
Pongo per primo, primus inter
pares Lucio Anneo Seneca, di cui ho letto tante volte e
soprattutto nei momenti difficili i “Dialoghi” e le “Lettere
morali a Lucilio” e accanto a lui l’imperatore Marco Aurelio
dei “Ricordi” e poi Platone dei “Dialoghi” che vedono come
protagonista il suo maestro Socrate e poi Lutero, Giordano
Bruno, Galileo Galilei, Cartesio, Tommaso Moro, Severino
Boezio, Erasmo da Rotterdam, Voltaire, Cesare Beccaria,
Giuseppe Mazzini, Gandhi, Lincoln, Martin Luther King,
Nelson Mandela. Ma anche scrittori quali Kipling, Edmondo De
Amicis, Carlo Lorenzini, alias Collodi, (davvero,
-replicò Geppetto, -perché, tienilo a mente, non è il
vestito bello che fa il signore, ma è piuttosto il vestito
pulito), Pirandello.
Questi sono i nomi, gli esempi
che il mio maestro mi suggerì e che io ho fatto miei. Io mi
permetto ora di aggiungere il suo: Claudio Summa.
*Dice di sé.
Domenico Mazzullo. Medico-chirurgo, specialista in
psichiatria. Psicoterapeuta. Assolutamente laico e quindi
profondamente libertario. Romanticamente illuminista.
|