TELEVISIONE
ELDA LANZA, LA PRIMA PRESENTATRICE DELLA TV ITALIANA
Il termine presentatrice lo
hanno inventato per lei, una persona della strada e messa
lì, una persona timida che davanti a quelle telecamere
poteva tutto. Giorgio Gaber provava le canzoni nel suo
salotto, lei che aveva una passione per Sartre, che Umberto
Eco era un monello che faceva scherzi malandrini e Dario Fo
il ragazzo più intelligente e divertente che abbia mai
conosciuto...
Andrea Succi*
Ha
fatto la storia della tv. Ha incontrato e conosciuto alcuni
tra i più grandi personaggi della cultura italiana e non: da
Totò a Walter Chiari, da Ingrid Bergman a Vittorio De
Sica... Ad ognuno regala un pensiero, poetico come la sua
vita, piena di un amore “lungo sessant’anni”. Racconta della
tv, del socialismo “che significava stare dall’altra parte”,
del femminismo che “non ha prodotto soltanto donne nuove, ma
anche nuovi uomini”. Racconta la sua passione per la vita
con l’innata eleganza che l’ha sempre contraddistinta.
Tra aneddoti e ricordi si scopre
un passato nemmeno troppo lontano, spazzato via da un
presente in cui “fare il peggio si può”.
La straordinaria lucidità
espressiva con cui Elda Lanza colora le sue risposte,
affresca l’intervista di romantiche emozioni, restituisce
l’immagine di una donna forte e rigorosa che ha saputo
immergersi in un mondo nuovo – la televisione degli esordi –
e prendere il meglio senza mai rinunciare ai suoi ideali...
Se Fulvia Colombo è stata la
prima signorina buonasera della Rai, e quindi della
televisione italiana, lei è stata la prima presentatrice.
“La Colombo era annunciatrice e
io presentatrice, termine che hanno inventato per me. I due
lavori erano sostanzialmente diversi, così come il nostro
atteggiamento nei confronti della televisione. Fulvia
Colombo era bellissima, elegante, piena di gioielli e
scollature, sempre pettinatissima e truccatissima, era un
simbolo. Io era una presa dalla strada e messa lì. Nessuno
sapeva che cosa sarei stata e che cosa avrei dovuto fare. Ce
lo siamo inventati. Nella stessa giornata passavo da un
programma del pomeriggio, casalingo, a una rivista per la
sera, cambiandomi soltanto il vestito. Quando la rivista era
a Torino, mi cambiavo in macchina. La televisione per
iniziare ha avuto bisogno di due gambe, e le ha trovate,
buone tutte e due”.
Ricorda il suo primo
programma?
“Naturalmente, sì. L’8 settembre
– casualmente una data storica – alle nove di sera è andata
in onda dalla Rai di Milano la prima trasmissione
sperimentale della televisione italiana: “Prego, signora”.
Regista Franco Enriquez, assistente Dada Grimaldi”.
E il suo primo giorno in Tv?
“Quale, di preciso? Quando sono
stata invitata da Attilio Spiller, neo-direttore dei
programmi della non ancor nata televisione, che avendo
trovato la mia firma sotto un articolo di arredamento,
sfogliando Grazia, mi credeva un architetto o
comunque una giornalista a effetto? O quando Franco Enriquez
mi ha piazzata davanti a una telecamera, Studio 1 di corso
Sempione, e per quattordici volte, in più giorni, mi ha
fatto dire quello che ti salta in mente? O quando un
signore in camice bianco mi ha fatto un cenno con la mano e
io ho cominciato a parlare, sapendo che ormai ero in onda?
Io sono timida, lo era ancor più a vent’anni. Eppure una
cosa ricordo perfettamente: quando vedevo quella lucina
rossa della telecamera che si accendeva, diventavo una
persona diversa. Davanti a quelle telecamere potevo tutto”.
La rubrica che teneva su
Grazia prima di andare in televisione parlava anche di
arredamento, del connubio tra antico e moderno, allora –
come oggi – di gran moda.
“Sì, una rubrica senza molto
scalpore, ma che mi ha portato fortuna. Allora questo
connubio tra antico e moderno era adeguato alle nuove
esigenze che la guerra aveva determinato. Molte famiglie,
impoverite dalla guerra, si privavano dei mobili di casa per
adeguarsi a case e a locali più piccoli. I nuovi locali
della ricostruzione post-bellica avevano anche soffitti più
bassi. Più che di una moda parlerei di un’esigenza pratica.
Oggi forse è un’esigenza estetica: che condivido. Anche la
mia casa è assolutamente moderna”.
Lei era socialista, di quel
socialismo vero di allora.
“Sì, ricordo quegli anni con
molto rimpianto. Essere socialisti significava essere
dall’altra parte, con gli intellettuali, i lavoratori. Gli
studenti. Ho amato Nenni, ma anche Berlinguer e Amendola.
Quando il socialismo è diventato salotto, ho rinunciato alla
tessera. Ma naturalmente io non sono cambiata”.
Gaber ha detto che l’Italia ha
avuto il peggior partito socialista della storia.
“Giorgio Gaber era mio amico.
Prima di incontrare Ombretta Colli, frequentava la nostra
casa con la compagna di allora, Maria Monti.
Alcune delle sue canzoni sono
state provate nel nostro salotto, davanti a un camino
acceso, la chitarra, fette di pane e salame nel piatto. Una
delle sue canzoni, Le strade di notte, mi commuove
ancora. Sul socialismo che ha conosciuto lui, ha ragione. Ma
io ero arrivata prima”.
Cosa ricorda di Gaber?
“Giorgio Gaber era speciale
perché era intelligente e umanissimo. Educato, perbene,
riflessivo. Spiritoso e altruista. Ho letto da qualche parte
che fosse modesto: mai.
Era timido, ma sapeva
assolutamente quanto valesse e che cosa pretendere. Mi è
difficile parlare di Giorgio senza commuovermi. Non amava i
complimenti e la stupidità lo rendeva furioso. Aveva
pazienza, dote rarissima. Non ci sono episodi da raccontare:
è stato un periodo della nostra vita in cui per caso, come
spesso accade, ci siamo trovati compagni sulla stessa
strada. Lui cominciava a cantare, io a lavorare in Tv: tutte
e due un po’ spaventati e impreparati, ma ostinati ad andare
avanti. Giorgio è stato una delle persone che hanno inciso
nella mia vita: in silenzio, soltanto con un gesto o con un
sorriso”.
La differenza più grande tra
la tv di allora e quella di oggi.
“Come paragonare il trenino a
carbone della mia infanzia, con l’alta velocità di oggi. Il
nostro era un giocattolo per signorine di buona famiglia.
Questo di oggi è un carrozzone altamente tecnologico che
deve saper raccogliere di tutto per tutti”.
Pasolini definiva, in maniera
sprezzante, la televisione come una qualcosa che omologa
le masse, distruggendo la ricchezza della diversità, la
definiva autoritaria e repressiva in quanto imponeva un
unico modello culturale: quello del consumo. Lei cosa pensa
di questo?
“Difficile non essere d’accordo
con questa definizione, per brutale che possa sembrare.
Tuttavia non è possibile non tener conto del fatto che oggi
il modello culturale del consumo è imposto da tutta la
comunicazione, non soltanto dalle Tv”.
Il femminismo: cos’era e cosa
ha lasciato in eredità.
“Ricordo che quando andavo a
parlare alle operaie, in fabbrica, mi stupiva che l’unica
parità che percepivano era quella che riguardava i salari.
Credo che il femminismo, a parte le varie interpretazioni e
qualche eccesso, ci abbia lasciato una maggiore
consapevolezza, di ciascuno per sé. Il femminismo non ha
prodotto soltanto donne nuove, ma anche nuovi uomini. Posso
citare Sartre? Il femminismo, ha detto, è stata la più
grande rivoluzione dell’era moderna. Scusate se è poco, e
perdonateci qualche errore”.
Ora nessuno sembra più farci
caso, ma in tv tette e culi imperano: nulla a che vedere con
il conformismo bigotto degli inizi.
“Quando si parla di conformismo
televisivo degli esordi forse non dobbiamo dimenticare che
Italia fosse.
La Democrazia
cristiana al governo; le donne a casa, soprattutto quelle
anziane e senza lavoro; suor Pasqualina che guardava le
nostre trasmissioni e ne riferiva al Papa, a volte
telefonando alla direzione per rimproverare qualche
atteggiamento o per esprimere soddisfazione.
Le ballerine con le calze e a noi
un vocabolario attentissimo, dove la vendita all’asta era
vendita all’incanto; i membri del governo erano solo
ministri o chiamati per nome; gli scapoli erano uomini non
sposati... Oggi è facile dire che fosse un conformismo
becero; ma quella era l’Italia nella quale cominciavamo a
sentirci stretti. Ce ne siamo liberati poco alla volta per
cadere in un conformismo opposto, ma altrettanto becero:
fare il peggio perché tanto oggi si può. Le ragazze tette e
culi sono almeno belle da vedere, chiedono soltanto di
essere guardate. Che male fanno? Trovo peggiore il
conformismo politico o sociale che nella nostra televisione
abbonda sotto il cartello della libertà”.
Lei ha conosciuto alcuni tra i
più grandi personaggi della cultura contemporanea italiana e
non. Un pensiero per ognuno:
“Totò: a
parte qualsiasi ovvietà sulla sua grandezza d’attore e la
sua signorilità, era un uomo timido.
Walter Chiari: è stato il
compagno più simpatico, allegro, divertente, intelligente e
altruista che abbia mai avuto come partner.
Federico Fellini: l’ho
molto amato e ammirato da lontano, non l’ho mai incontrato
in televisione. Ai miei tempi lui era ancora giovane.
Vittorio De Sica: l’ho presentato una sola volta al teatro
Nuovo di Milano, in una trasmissione dal vivo – come si
diceva allora. Io ero timida e intimidita, e lui è stato
cortese. Forse in cuor mio l’avrei preteso affettuoso.
Domenico Modugno: ricordo
la sua prima volta in televisione, nella mia trasmissione
pomeridiana, quindi negli anni 53/54. In collegamento con
uno studio di Roma lui ha cantato U’ piscispada. Era
un artista che non aveva bisogno della Tv per essere grande
e conosciuto in tutto il mondo.
Ingrid Bergman: di
passaggio a Milano, intervistata in una trasmissione serale.
A lei piaceva parlare italiano, credo fosse il suo periodo
rosselliniano, e io faticavo a capire quello che mi diceva e
a tradurlo per gli ascoltatori. Molto cortese. Molto molto
alta.
Jean Paul Sartre: una
passione. Spero si capisca che non sto parlando dell’uomo,
ma del professore. Io ero iscritta a filosofia a Torino, e
Abbagnano ci parlava di esistenzialismo ma con una certa
diffidenza. Incuriosita, forse più che interessata, sono
andata a Parigi, mi sono iscritta alla Sorbona e ho passato
quasi due anni avendo Sartre come professore. Posso
aggiungere che se è vero, come ha scritto il padre della
fenomenologia Edmund Husserl, che la cultura non è l’insieme
e la quantità delle nozioni apprese, ma qualunque cosa abbia
la qualità di cambiarti la vita, io devo quel cambiamento al
libro di Simone de Bauvoir, Il secondo sesso. E a
quel professore un po’ bizzarro, isterico, intelligente,
coltissimo, rivoluzionario”.
Dario Fo: il ragazzo più
intelligente e divertente che abbia conosciuto – e la sua
carriera mi dà ragione. Era ragazzo, aveva appena conosciuto
Franca Rame e impazziva per lei. Al Piccolo lo avevano
ingaggiato con Giustino Durano per uno spettacolo di mimo.
Un intero spettacolo muto, fatto soltanto di gesti. Non ho
mai visto niente di più straordinario e esilarante.
Umberto Eco: quando la
televisione cominciò ad assumere una fisionomia meno
improvvisata, al settore Culturali arrivarono per
concorso due neolaureati: Umberto Eco e Furio Colombo.
Umberto era un monello irriverente. Oltre a combinare
scherzi malandrini, ci recitava in rima le teorie di Kant o
di Hegel, per fare il saputello.
Non ci siamo più rivisti per
anni, anche se io ho sempre seguito la sua storia e i suoi
successi. Fino al giorno in cui ci siamo per caso incontrati
a un mercatino di cose usate e ci siamo abbracciati come se
ci fossimo lasciati il giorno prima. Da allora ci scriviamo
per mail, ci spediamo libri, e non ci siamo più rivisti. Ma
non occorre. Io so che lui c’è. Furio Colombo: era educato,
molto rispettoso, persino ansioso di capire quello che
succedeva. Era uomo di carriera e carriera ha fatto, ed era
uomo di grande stile e l’ha sempre dimostrato. Non l’ho più
rivisto, ma ho letto i suoi libri, l’ho seguito sull’Unità,
mi fa piacere sapere di averlo conosciuto”.
Parliamo della sua famiglia:
estrazione borghese, le hanno dato un’ottima istruzione, che
per l’epoca era una fortuna.
“Probabilmente la mia famiglia
rifiuterebbe il termine borghese, ma certo l’ambiente e
soprattutto la cultura cosmopolita che ho respirato sin da
piccola, mi hanno molto aiutata a scegliere. Otto anni di
collegio, la guerra, il periodo francese, professione in
America: credo che tutto questo mi abbia aiutata a essere
quella che sono: con ironia, un’anarchica molto
disciplinata”.
Che ricordi ha dei suoi
genitori?
“La risposta che mi verrebbe
spontanea è pessimi. Poi ci ripenso, e il tempo mi ha
insegnato a non aver memoria. Mio padre era un genio,
suonava, dipingeva, viaggiava, parlava quattro lingue. Era
un uomo charmant. Mia madre era una donna bellissima
come un disegno di Antonello da Messina, aristocratica e
repressa. Si sono separati quando io avevo tre anni e mezzo,
non un gran che per farsene una ragione. Tutta la mia vita è
dipesa, nel bene e nel meno bene, da quella loro decisione.
Forse non sarei come sono se fossi cresciuta tra le loro
braccia. Ma non lo saprò mai”.
Uscita, dopo venti anni, dalla
televisione, si è trasformata in uno dei primi guru della
comunicazione.
“Guru è un termine che non mi
piace. Ero giornalista, sapevo scrivere. Quando mi sono
avvicinata ai problemi della comunicazione d’impresa, avevo
alle spalle anni di socio-psicologia e molti viaggi in paesi
dove la comunicazione d’impresa era già matura. Ho scelto
una strada difficile, in un periodo in cui le relazioni
pubbliche (che allora ci ostinavamo a chiamare Public
relations) in Italia erano ancora sconosciute. Era un
lavoro di prestigio: l’ho fatto bene per oltre trent’anni.
Alcuni dei miei clienti mi mandano gli auguri di Natale ogni
anno. I giornalisti che si occupavamo di redazionali-stampa,
ricordano che ero intransigente e poco simpatica”.
Era, ed è, considerata maestra
del bon-ton: Lina Sotis cerca di imitarla?
“Per carità, come le viene in
mente? In Italia il bon-ton è in assoluto competenza della
signora Sotis. Non ho mai letto il suo libro, che ha avuto
molte edizioni e molto successo, speriamo anche molto
seguito. La signora Sotis è in assoluto l’incarnazione di
quello che io so essere il bon-ton: naturalezza, stile,
cultura, educazione, cortesia, eleganza, ironia. Spero di
non aver dimenticato niente”.
Lei è anche scrittrice: qual è
il libro a cui si sente più legata?
“Risposta difficile. Credo che
ogni autore le direbbe che ciascun libro è figlio ‘ammé,
per scarafone che sia. Comunque, ho pubblicato da sola su
Lulu.com forse il mio romanzo più difficile, sull’amore.
Non sono abituata a sognare, ma a volte penso che un editore
potrebbe prelevarlo da Lulu.com in quanto di mia sola
e assoluta proprietà, e stamparlo. Il tema omosessuale
raramente è stato affrontato in modo così profondamente
controverso. Ecco, questo romanzo mi piace. E mi piace, per
motivi del tutto diversi, anche La stagione incerta
(Marsilio): quella stagione in cui non si è più giovani e
non si è ancora vecchi. E l’amore è parola incerta”.
Cosa le ha lasciato
la Tv
e cosa ha lasciato Lei alla Tv.
“La televisione mi ha lasciato la
gioia di interviste come questa. La percezione di essere
stata Elda Lanza. Alla televisione non ho lasciato niente,
neppure teche, perché ai nostri tempi non si facevano
replay, e mai per trasmissioni del pomeriggio. Lo dico
senza amarezza: sono cresciuta senza mai voltarmi indietro”.
Il suo programma preferito?
“Difficile. Guardo poco la
televisione, perché di solito nelle ore buone io sto al
computer. I telegiornali – ora mi piace quello della Sette,
perché Mentana è bravo e perché era al liceo Manzoni di
Milano con mio figlio: e anche se un po’ più grande gli ha
insegnato la politica. Non mi piacciono i dibattiti
politici. Mi annoiano i varietà. Che cosa resta? Ma quel
poco me lo godo, la televisione è di casa in casa mia. Mi ha
nutrita”.
Qual è l’aforisma che più la
rappresenta?
“È una vecchia storia, era incisa
in latino antico in un vecchio anello a sigillo di mio
nonno. L’avevo persino fatta stampare sulla mia carta da
lettere personale. “All’amico basti che io sia felice.” Come
l’ha saputo?”.
Semplice fortuna...
“Ora non ho aforismi ai quali
riferirmi. Mi diverto quando ne sento di buoni, ma devono
essere buoni davvero, e non importa se non mi somigliano”.
*Dice di sé.
Andrea Succi. Chi di interviste colpisce, di interviste
perisce... Principale pregio? La curiosità. Difetto?
Testardaggine. La qualità che preferisce in una donna?
L’ironia. E in un uomo? La coerenza. L’ultima volta che ha
pianto? Cerca di trattenersi, ma avrebbe voluto farlo
guardando “La Prima Cosa Bella” di Virzì. Città preferita?
Due, Istanbul e Barcellona. Mai senza... Accendino. Autori
preferiti? Bukowski, Terzani, Gregory David Roberts e Agota
Kristof. Canzone preferita? Ultimamente, “Wonderlust King”.
Film culto? Indagine su un cittadino... Citazione? “Non sarà
la paura della follia a farci lasciare a mezz’asta la
bandiera dell’immaginazione”.
|